Le crociere sul Danubio

Le navi della Viking Cruise al porto di Vienna

Non solo le famigerate crociere caraibiche, o le carissime crociere patagoniche, quelle invernali a Capo Nord o quelle archeologiche sul Nilo.  Vi sono anche le crociere sul Danubio, a conferma che alla gente piace stare seduti sul ponte di una nave e vedere il mondo che gli passa accanto.

Le crociere sul Danubio si fanno su delle chiatte: imbarcazioni molto lunghe e con i bordi molto bassi (tanto non ci sono onde), strette (devono entrare negli angusti bacini delle numerose chiuse che permettono di superare i dislivelli del fiume), leggere (il pescaggio deve essere modesto a causa dei fondali a volte bassi), lussuose (i clienti sono soprattutto pensionati teutonici, i quali amano le comodità e non difettano di liquidità).

In tre affiancate aspettando le festanti comitive dei pensionati tedeschi.

Il Danubio comincia ad essere navigabile, per queste navi, da Passau, al confine fra Germania ed Austria; da qui partono le crociere. Parte da passau anche la ciclovia del Danubio, la più famosa e frequentata del mondo. Le crociere attraversano l’Austria con sosta a Vienna; la Slovacchia con sosta a Bratislava; l’Ungheria con sosta a Budapest, la Serbia con visita a Belgrado; per poi arrivare in Bulgaria con viaggetto in bus a Sofia. Alcune arrivano fino a Tulcea, ormai nel delta romeno del Danubio. Naturalmente ci sono crociere parziali che partono ed arrivano dai e nei diversi porti di questa lunga catena di paesi e capitali.

Si viaggia di notte, salvo in alcuni tratti particolarmente suggestivi (dopo Passau e al confine fra Serbia e Romania) dove la navigazione è diurna. Si sosta la giornata nelle capitali che possono essere visitate e da cui partono anche escursioni per i dintorni, molto spesso ad alto contenuto culturale, naturalmente con un supplemento monetario non simbolico.

Poco a velle di Passau.

Non sono come le navi da crociera marittima: niente piscine, discoteche, grandi sale, bar, ristoranti, giochi e teatri. Sul Danubio l’atmosfera è completamente diversa: più raccolta, compassata, signorile. La pubblicità di certe compagnie è del tutto platinata, così come i capelli delle mature signore mostrate nelle fotografie. Come si conviene ad un rito mitteleuropeo, niente di balneare/notturno.

I passeggeri sono meno di duecento, vi è un ristorante, una sala-bar-soggiorno ed un ponte per prendere il sole. Ma le cabine sono spaziose e soprattuto dotate di una grande vetrata da cui si osserva sfilare la riva che ti è toccata in sorte (o destra o sinistra). La navigazione deve finire per essere molto monotona; proprio da pensionati teutonici.  I costi delle crociere sono nettamente alti. Ecco alcuni esempi, di crociere brevi o complete, da Passau a Tulcea.

Il Danubio è fascinoso. E’ maestoso, calmo, imponente. Attraversa molti paesi, bagna molte capitali; una bella parte della complessa storia europea gli ha girato intorno. Arrivare sulle sue rive è per me sempre fonte di grande emozione. Sedersi sugli argini è un eccellente passatempo; invece del cadavere del tuo nemico si vedranno passare un gran numero di chiatte da trasporto merci, molte barche da diporto, canoe di sportivi, gusci di pescatori. Ci saranno anatre, cigni ed altra avifauna variata. Io sostengo anche che l’odore del Danubio è particolare. Il colore è fangosino, nessun blu. Le acque del Danubio sono internazionali, come quelle degli oceani e quindi navigabili da tutti senza bisogno di permessi nazionali. Se non si approda non ci sarebbe nemmeno bisogno del passaporto.

In certi luoghi le rive sono alte, boscose ed il fiume serpeggia fra le colline. Ridenti borghi, fiorite case di contadini, festose birrerie all’aperto, pascoli di mucche felici, costellano il fiume, nei luoghi romantici. Ci si trova nell’apoteosi della cartolina austriaca, quella con la ragazzotta in abito tradizionale, le trecce al vento, le guanciotte rosa, la birra in mano ed il décolleté procace e sano.

In altre parti scorre rettilineo in pianure anonime interrotto frequentemente da dighe e chiuse, accompagnato solamente da fabbriche e centrali elettriche. Ma anche in pianura è a volte costeggiato da fitte e fresche foreste, intrise di acqua e di zanzare, ma comunque emozionanti, perchè non sono foreste qualunque. Sono quelle del Danubio! Che a volte cresce di molto ed allora troverete le campagne circostanti invase da fango, quando ci passate in bicicletta.

Meglio in bici.

E’ comunque un mondo particolare come spesso succede ai grandi fiumi (ad esempio il Delta del Po), suggestivo ed interessante).

Consiglio una visita, direi sulle rive, magari in bicicletta, ma non con le crociere; troppo monotono, troppo da pensionati, troppo da tedeschi.

Il Delta d’inverno

E sono di nuovo sulla bicicletta: cappello, guanti, numerosi strati di tute (compresi i mutandoni lunghi di lana del nonno), sugli argini, sulle strade, sui ponti di barche, sulle spiagge del Delta del Po. E ritrovo fortissime le emozioni di questa terracqua che non dovrebbe esistere. Pedalo con la pioggia, la nebbia, il vento, il freddo, la solitudine; questo posto che mi affascina senza fine.

D’inverno i campi sono lavorati in attesa del mais o del riso; il grano e i foraggi cercano di spuntare come possono. Le enormi distese sono intrise d’acqua che affiora spesso in pozze, fra il fango. La nebbiolina sfuma l’orizzonte, i lontani filari di alberi sono fantasmi; innumerevoli pennuti di svariati generi, specie e piumaggi si aggirano rimpiangendo di non aver migrato sul Nilo.

Le vecchie case sparse nei campi, lontane le une dalle altre, sono perlopiù abbandonate, in cattivo stato, erose dall’umidità, dalla muffa che le annerisce, dalle rampicanti che le sommergono. Quelle abitate cercano di nascondere sotto una pittura di vivaci colori, la disperazione di una colonizzazione agricola che non e’ mai riuscita a rendere ospitale questa zona. Pur vicinissima a Padova, Venezia o Ravenna, resta una specie di terra di nessuno da cui andarsene e dove non andare. In questo momento devo essere l’unico turista di tutto il Delta, penso che si chiedano chi me lo ha fatto fare di venire, cosa ci troverò io e gli altri che sempre più numerosi vengono con la stagione migliore.

Il ponte di barche di Gorino. Dall’Emilia si entra in Veneto: si paga e si prega.

Santa Giulia, San Rocco, Donzella, Cà Mello, Boccasette, Polesine Camerini e molti altri paesini sono fatti da alcuni grandi edifici agricoli delle vecchie fattorie padronali e da casette di quella triste architettura democristiana che voleva dare una casa ai contadini, come in Maremma, come nell’agro pontino. Case spesso chiuse, in vendita, sbiadite. Un bar scoraggiato come unica forma di vita; forse una bottega. I paesi più grandi: Scardovari, Cà Tiepolo, Goro, Gorino in Emilia, dove la pesca e l’allevamento delle vongole portano eccellenti guadagni che non riescono a farli decollare e a rendere gli abitanti orgogliosi di abitarvi. Tristezza, spaesamento, umidità, ignoranza, razzismo, separazione.

Eppoi c’e’ l’argine, immanente e sempre vicino, che ti separa dall’acqua, più alta della terra  che resta tale solo grazie all’incessante opera di decine di idrovore.

Quando sali sull’argine ti vien fatto di volgere le spalle alla terra ed esiste solo quel mondo fatto di fiume, canali, palude, canne, vegetazione palustre, lembi di fango, spiaggie. E la solitudine si moltiplica per cento in questo mondo di impossibile accesso a piedi e di difficile percorribilità in barca.

Una strada asfaltata fa il giro, per una quindicina di km, della Sacca di Scardovari, con le sue coltivazioni di vongole e le baracche su palafitte dei pescatori. Dopo le 10 di mattina non c’e’ più nessuno ed il ciclista può compiere l’intero giro senza incorciare una macchina, una persona. Il grigio piatto dell’acqua si confonde con il grigio del cielo, l’orizzonte non esiste; spuntano alte sull’acqua solo le garitte dei guardiani armati che vegliano contro i furti delle vongole.

Sono andato sulla spiaggia di Barricata, ho fatto un fuoco ed ho arrostito delle salsicce bruciando legni spiaggiati e arrotondati dalla risacca. Boe sfuggite alle proprie ancore, pezzi di reti, scatole per il pesce, tronchi, canne, la sabbia fine del delta, l’acqua torbida.

Si fanno decine di chilometri in bicicletta senza vedere nessuno, fermandosi in un bar a bere un vino frizzante alla spina, chiaccherando con l’uomo del pedaggio del ponte di barche che, durante l’inverno, non arriva a riscuotere dalle auto quel che prende di stipendio. Innumerovoli cadaveri rinsecchiti delle nutrie che si fanno schiacciare dalle poche macchine che passano.

Delta strano, mondo fuori dal mondo, strappato a caro prezzo e senza vera necessità al mare ed alle paludi a cui, credo, finirà per tornare se daremo ascolto al corso della Natura.

L’isola inaspettata molto vicino

Il traghetto da Lussini. Unico avenimento della giornata.

Il Viaggiatore Critico girovaga a lungo, come un cane da tartufi, spesso a vuoto. Ma a volte trova dei gioiellini che non immaginava. Allora è tutto contento e lo scrive.

In questa occasione il gioiellino è l’isola di Susak; in Croazia, ma molto a nord, vicinissima a Trieste. Vi si arriva prendendo un traghetto dall’Istria, per l’isola di Cres; si percorre quest’ultima per tutta la sua lunghezza, fra bellissimi boschi, fino ad arrivare alla fine. Lì vi è un ponticello che porta alla seguente isola di Lussini. In quest’isola ci sono due paesi i cui nomi, senza molta fantasia sono Lussin Piccolo e Lussin Grande. La particolarità sta nel fatto che Lussin Piccolo era tale nei tempi passati. Ora si è molto sviluppato ed è diventato pià grande di Lussin Grande. Tutto il percorso è fattibile anche in bicicletta: è dura perchè è un susseguirsi di salite, ma si percorrono bei boschi e si hanno bellissimi panorami sul mare. A Lussin Piccolo si lascia la macchina e si prende (spesso ad orari antelucani) un traghettino solo per passeggeri e merci (quindi senza macchine) che vi porta a Susak. Durante il percorso si ferma in un paio di altre isole, in una delle quali vivono due persone, tanto per dire l’affollamento.

Si arriva quindi a Susak chiamata Sansego dai veneziani. La minuscola isoletta di 4 km quadrati con 120 abitanti, ha molte caratteristiche che faranno la vostra gioia. All’arrivo del traghetto troverete immancabilmente i pensionati del paese, per l’unico svago della giornata. Ci saranno anche un paio di trattorini con rimorchio per caricare le merci arrivate e portarle in paese, a qualche centinaio di metri di distanza. Altre macchine non ci sono, così come mancano le strade. Solo stradelli per i trattorini. Atmosfera di saluti e di benvenuti per chi arriva e chi parte; anche se l’allontanamento sarà di un solo giorno, giusto per vedere il dottore o fare una radiografia. Si percepisce che lasciare l’isola è comunque un passo importante e ritornarvi uno scampato pericolo. Il cosiddetto spirito di insularità.

Il paese è semi abbandonato anche se si fanno degli sforzi per mantenerlo in vita.  E’ diviso fra un quartiere in alto ed un quartiere in basso, collegati da una scalinata che stronca gambe e fiato. Non ci sono alberghi, ma solo delle case private ed una pensione: la tranquillità è assicurata ed il sovraffollamento turistico che sfianca la Croazia è escluso. L’isola è da sempre stata veneziana e quindi tutti i vecchi e non pochi giovani ( se ne trovate) parlano in veneto, come prima lingua. Non è detto che siano di origine italiana: i loro cognomi sono slavi. Semplicemente la presenza veneziana aveva imposto la lingua, i costumi, la cultura. E tale è rimasta, anche durante il lungo periodo jugoslavo. Ora i giovani se ne sono andati nelle città e la loro lingua “normale” è diventata il croato. la cosa curiosa è che non parlano affatto l’italiano; ma proprio il veneto.

Quel minimo di vita che troverete sull’isola, si svolge nel quartiere in basso, vicino alla spiaggiona. Vi è un solo miserello negozio, un forno, due bar ed un paio di posti dove si può mangiare (d’inverno nemmeno quelli). Dal momento che non c’e’ nulla, le vostre vacanze saranno anche economiche. Nel quartiere di sopra, ancor più calmo c’e’ la chiesa, un cimitero, un prete che parla italiano ed una cantina dove si può bere il vino locale.

Il paese alto di Susak, fra i rovi delle vecchie vigne. Sullo sfondo l’isola di Lussini.

Ma l’aspetto più interessante di Susak è il fatto che non è un’isola come tutte le altre croate: rocciosa, sassosa, riarsa, inospitale. Questa è miracolosamente fatta di terra, gialla e fertile. Il villaggetto si trova ad avere quindi una grande spiaggia di vera sabbia che degrada molto, molto lentamente in mare per la gioia dei bambini e delle loro mamme. Un tempo era tutta coltivata a vigneti, ormai in gran parte abbandonati, rinselvatichiti, invasi dai rovi, ma pur sempre presenti. Un pò di vino viene ancora fatto.  Si può quindi camminare tranquillamente in sandali per l’isola senza distruggersi i piedi come ovunque altrove in Dalmazia. Ci sono degli stradelli che percorrono l’isola: portavano alle diverse vigne e da queste protavano le vendemmie in paese, alle catine. ora è veramente tutto abbandonato. I pali delle viti sono caduti, i tralci cercano di farsi largo fra la sterpaglia. Stanno per soccombere, ma cercano di resistere. Dei ricoveri agricoli o delle vasche per l’irrigazione sono sommersi dai rovi. Tutto molto decadente, ma anche bello. Ed il mare, sempre in primo piano.

Susak è molto nota fra i croati; tristemente. Perchè è portata come esempio estremo di comunità isolata. Vi sono stati fatti molti studi e risulta che il grado di consaguineità è il più alto di tutto il paese. Vi sono molti problemi di salute fisica e mentale, fra i suoi abitanti. E per quanto si cerchi di porre qualche rimedio, si teme con ragione un prossimo spopolamento totale dell’isola. Fino agli anni ’60 c’era una fabbrica di di conserve di pesce. Chiusa quella il declino demografico è inarrestabile. Che ci siano ancora degli abitanti 60 anni dopo è certamente fonte di sorpresa. Il turismo muove un pò di economia; ma solo durante la breve stagione. Finita quella se ne vanno quasi tutti.

A sud di Lussini un’altra isolina con pochissimi abitanti: Ilovik

Ha senso andare in questo luogo? Sì e molto, credo io, perchè Susak è in qualche modo una metafora. E’ nel centro di una regione molto affollata (Venezia, Trieste, Fiume, Zara sono vicinissime) e fa parte della pulsante Croazia turistica, eppure è del tutto isolata, china su se stessa, morente per abbandono, per consunzione economica, per sfinimento genetico. L’animo del turista consapevole troverà in questa strana situazione materia di interessante riflessione e metafora delle fallaci vicende umane.

Nel frattempo se ne può sapere di più leggendo quest’interessante articolo apparso sul sito di un vivace gruppo che si occupa delle vicende dei Balcani.

Bella e dura la vita del ciclista in Sardegna

A Carbonia la pista ciclabile più fiorita d’Italia.

Cosa può sognare di meglio un cicloturista? Strade solitarie serpeggianti per variati paesaggi di aspra natura o di meravigliosa costa. E questo è quello che troverà in Sardegna.

Ma tanta meraviglia, mille volte consigliabile, ha il suo prezzo. Abbastanza alto.

La Sardegna è terra nervosa. Pianure poche, salite e discese tantissime. Il dislivello accumulato a fine giornata, grazie a mille salitelle, richiede gambe sicure: un continuo saliscendi.

Fra Chia e Budello, estremo sud.

La Sardegna è terra poco abitata ed arida: ci possono essere 20, 30 chilometri fra un paese ed un altro e non ci sono case sparse o fontanelle. Bisogna avere abbastanza acqua ed un pò di cibo con se.

La viabilità sarda non favorisce il ciclista.E’ vero che ci sono molte strade deserte, ma è anche vero che in alcuni casi non vi è una viabilità alternativa alle grandi vie di scorrimento rapido. Il ciclista si troverà quindi obbligato a percorrere assi a 4 corsie con camion che lo sorpassano a forte velocità. Pericolosissimo.

Si sa, la Sardegna è luogo ventoso. Il maestrale è il più temibile, ma ce ne sono molti altri che soffiano da tutte le direzioni, ma principalmente che vengono proprio dalla direzione verso la quale voi andate. Ce lo avete contro, in altre parole. Ed è forte….

Sughereta.

E’ ancor più noto che la Sardegna è terra di greggi e di pastori e di formaggio. Tutto bene, se non che insieme a questi tre elementi ve n’e’ un quarto: i tremendi cani pastori che quando passate in bicicletta vicino al gregge, che pascola a bordo strada, vi si avventano alla caviglia lato pecore. Inconveniente gravissimo che vi fa stare all’erta tutto il tempo. Finirete certamente ad osservare con apprensione il paesaggio cercando di scorgere le greggi con il loro cane incorporato. Una angoscia continua.

Il simpatico cagnolino convinto che volete rubargli le pecore.

Sarà per tutti questi motivi, ma il cicloturismo non è molto diffuso in Sardegna. Quindi sarete guardati con una certa meraviglia; la notorietà dell’eroe isolano, il ciclista Aru, fa sì che questa meraviglia sia spesso benevola, ma non mancano coloro i quali si divertiranno a prendervi per il culo.

La Sardegna è regione militarizzata. Mille sono le basi dell’esercito italiano che vi scorrazza come in terra di conquista: sono numerosi i mezzi militari che percorrono le strade dell’isola. Deve essere stato dato un ordine, da un qualche generalissimo, secondo il quale tali mezzi devono suonare il clacson come disperati quando stanno per sorpassare un ciclista. Nessuno osa infrangere l’ordine. Se vi supera una colonna, ne uscite sordi. Alcuni autisti, particolarmente ligi, suonano anche quando vengono dalla direzione opposta. Parlo di clacson di grossi camion, delle sirene da nave praticamente.

Il cicloturista in Sardegna deve quindi mettere in conto di ritrovarsi a fine giornata, con le gambe dure come fossero di legno di noce, senz’acqua ed in crisi di fame, sull’ennesima salita, controvento, con un cane rabbioso che punta alla caviglia, un camion militare che suona come se ci fosse l’allarme atomico ed un automobilista che ti sfreccia a 10 cm ridendo di te. Insomma tutt’altra cosa rspetto alle ciclovie del nord.

Ma, nonostante tutto ciò, vale la pena di andarci e ritornarci. (In nave il trasporto della bici è facile.)

 

Un curioso modo di andare in Sardegna

Vi è un terzo modo di andare in Sardegna, oltre l’aereo ed i massificanti enormi traghetti. Eccolo: una nave cargo parte da Marina di Carrara, tre volte a settimana, per andare a Cagliari.

La nave è molto grande, trasporta containers e rimorchi di camion, senza motrice. Dei trattori caricano  e scaricano i rimorchi, che poi verranno recuperati all’arrivo da altri autisti con altre motrici. Quindi gli autisti non viaggiano sulla nave.

E’ una di quelle navi con il ponte principale basso e con una alto castello di 4 o 5 piani verso poppa. Lì trovano posto la plamcia di comando, gli alloggi per l’equipaggio ed i vari altri locali.

La nave è assai recente, bella, pulita, efficiente. Essenziale, non certo da crociere. La proprietà è danese, la gestione marittima e gli ufficiali sono scozzesi, l’equipaggio bulgaro, la gestione commerciale è genovese. Il viaggio dura 24 ore.

Vengono accettati pochi passeggeri con o senza auto. A loro sono destinate la decina di cabine disponibili. Mi è stata data una bella cabina, individuale, comoda, pulita, gradevole, con vasto bagno privato. Nel prezzo sono compresi i tre pasti che si consumano nelle 24 ore. La sala da pranzo dei passeggeri è accanto a quella dell’equipaggio, il cibo è lo stesso, a buffet libero. Nella sala da pranzo c’e’ un frigorifero dove i passeggeri si possono servire di bevande o di spuntini a loro volontà, durante tutto il viaggio. Purtroppo a bordo è proibito ed inesistente ogni traccia di alcool.

Durante il viaggio non c’e’ molto da fare: il wifi è gratuito, ma la televisione ha solo canali inglesi o romeni o bulgari. Vasta cineteca nelle stesse lingue. Un salottino dove leggere, un tavolo da ping pong sul ponte, vasti ponti nudi dove prendere il sole.

Eravamo solo tre passeggeri: il camionista di un trasporto speciale, un passeggero con auto ed io in bicicletta.

Per prenotare bisogna mandare una mail all’armatore e concordare il giorno ed il prezzo. Sembra di essere in un altro mondo ripetto alla solite compagnie. Pochi contatti con il personale, ma sempre molto gentili.

Tutto molto “vecchia maniera” e molto più piacevole dei viaggi classici.

Comacchio

Una mezza giornata a Comacchio è cosa gradevolissima e proficua per l’animo, la mente ed il gusto. Il centro storico è piccolo, raccolto, calmo e sorprendente. E’ fatto di canali e ponti, come a Venezia e a Chioggia, ma è tutto più ampio, tranquillo, meno frequentato. Sembra un pò disabitato, quasi abbandonato. E’ tutto raccolto in poche decine di metri, che ho percorso più e più volte, incantato dall’atmosfera.

Il ponte iniziale, su tre diversi corsi d’acqua è famoso, geniale e curiosissimo; introduce alla città.

Vi è un interessante Museo della Nave Romana che espone il carico di una imbarcazione trovata vicino alla città, in attesa della fine del pluridecennale restauro della nave stessa. Dal Marzo 2017 questo museo è stato accorpato con quello sull’archeologia del Delta Padano.

Ravioli alle seppie. Sublimi.

E’ poi affascinante la grande laguna delle Valli di Comacchio, circondata da un parte da una strada asfaltata, ma dall’altra da una serie di strade bianche che è emozionante percorrere in bicicletta, in solitudine. I locali consigliano di farlo molto presto la mattina, quando la natura è ancora fresca. Qua morì Anita Garibaldi.

Ho mangiato in una trattoria consigliata dalla guida di Slow Food. Da Vasco e Giulia, dove ho cercato inutilmente di sposare la cuoca.

Da Comacchio si può andare verso l’inferno della Riviera Romagnola o verso il paradiso del Delta del Po.

Come girare il Delta del Po.

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Pochissimo traffico sulla stragrande maggioranza delle strade del Delta avanzato.

Ci vogliono alcuni giorni. Inutile andare affrettatamente, non si capirebbe niente. Almeno tre notti bisogna dormirci. E ci vuol pazienza, perchè il turismo non è la prima preoccupazione della gente del Delta, fortunatamente.

Gli alberghi sono più frequenti all’inizio del Delta: ad Adria, Porto Viro, Rosolina; ma li sconsiglio. Se si vuole vedere il vero Delta bisogna andarci a dormire nel mezzo. Qui gli alberghi sono pochi: alcuni B&B, degli affittacamere, degli agriturismi, due ostelli.  Poche cose e poco pubblicizzate, alcune non sono nemmeno su Booking. Io consiglerei di dormire nell’isola della Gnocca, attualmente rinominata dal perbenismo veneto in Donzella. E’ centrale. Io sono stato più volte all’Hotel Bussana: nuovo, pulito, funzionale, economico.

L’ideale è spostarsi in bici, sugli argini. Ci sono 400 o 500 km da fare senza troppe ripetizioni. Tutto piano, ma con gli insidiosi strappi delle salite sugli argini, brevissime ma traditrici. Occhio al vento. Se no, anche in macchina, ma con l’avvertenza di andare piano, di fermarsi spesso e di viaggiare sugli argini anche se è proibito. E’ un luogo da prendersi con calma, non c’e’ da arrivare da nessuna parte. A piedi, no; troppo monotono.

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La “corte” di Polesine Camerini.

Da fare: il giro delle isole della Gnocca/Donzella e di Polesine Camerini. Il bellissimo percorso Ca’ Venier – Ca’ Pisani – Scanarello – Porto Levante. Il lungo fiume da Ca’ Venier a Pila con il giro dell’isola ed il suo porto. Il giro della sacca di Scardovari seguito dal primo ponte di barche di Santa Giulia e dal secondo di Gorino veneto per arrivare a Gorino con il suo faro e a Goro con il suo porto. Guardate, ma non comprate niente in questo luogo: se non hanno voluto 12 donne e 8 bambini richiedenti asilo politico non meritano i vostri soldi.  La spiaggia di Boccasette, il museo della Bonifica oltre il ponte di Ca’ Tiepolo. Le “Corti”, i vecchi centri aziendali delle tenute veneziane. Girare intorno alla centrale dell’ENEL dell’isola di Polesine Camerini per vedere cosa sono stati capaci di fare in un luogo come questo; ora è abbandonata, dopo aver seminato cancro nel Delta. Osservare l’asta del pesce ai mercati di Goro, di Pila e di Scardovari; fra le due e le tre di pomeriggio, dal lunedi al giovedi. L’oasi naturalistica di Valle Bonello non è entusiasmante. Cercare di visitare una valle da pesca, se vi riesce.  Un pò discosto, il Bosco della Mesola.

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L’asta del pesce a Goro. Il prezzo della cassetta, indicato nel tabellone, diminuisce automaticamente fino a che un commerciante, seduto davanti al banco, schiaccia il pulsante. La cassetta è sua.

I paesini non hanno niente di interessante, salvo il fatto di esistere in un luogo simile. Le visite ai bar permettono di capire un pò di sociologia locale. La gente è accogliente e ci si fanno delle grandi chiaccherate.

Nei porti organizzano dei giri con delle barche grandi o piccole; valgono la pena, bisogna informarsi sul posto, ma normalmente ci sono solo il sabato e la domenica.

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Garages acquatici a Boccasette.

Scegliere la stagione è problematico. D’estate l’afa è soffocante e le zanzare spingono al suicidio. D’inverno il freddo umido penetra nelle articolazioni arrugginendole, ma la magia di quei momenti è impagabile. Le mezze stagioni sono raccomandabili. Andare provvisti di mantelline per i ciclisti e di antizanzare per tutti.

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E la nebbia cala….

Per ultimo il cibo. Purtroppo non pare vi sia una vera e propria cucina locale, eppure i prodotti, per primi quelli del mare, non mancano. Chioggia è vicina, ma la sua straordinaria cucina è lontanissima. Nel Delta il piatto principe sono gli spaghetti alle vongole. Seguono il fritto di mare, lo scoglio, i pesci arrosto, seppie e calamari, le anguille. I ristoranti ritenuti migliori sono L’Arcadia a Santa Giulia, eccellente, ma con porzioni microscopiche, il dirimpettatio Sospiri; Ocaro; bellissima la posizione di Canarin. Gli altri navigano a mezz’acqua, passando da ottimi piatti se si ha fortuna a modesti se non la si ha; purtroppo molti sono anche pizzeria.