Un paese di nome Pescatori

Sono solo 80 gli abitanti di Psarades, ma si meritano un post tutto per loro, perchè non hanno avuto la vita facile. Si meritano questo e molto di più. Loro sono pescatori ed infatti Psarades vuol dire pescatori. Di questo vivevano fino a che arrivasse un pò di turismo estivo, principalmente nazionale, niente di cui ingrassare.

Probabilmente il paesino più remoto della Grecia continentale, si trova sul lago Prespas, vicinissimo al punto in cui si incrociano le frontiere di Albania, Repubblica di Macedonia e Grecia. Non vi è molto: alcune massicce case, in certi casi ormai dirute, un brutto piazzale lungo il lago, un  molo con delle barchette, qualche ristorante, una spiaggia sassosa. E’ in una stretta baia, per vedere l’ampiezza del lago bisogna uscire, sul lago o sulle colline intorno. Sopra il paese una chiesa circondata da un pregevolissimo boschetto di ginepri arborei, un vero monumento naturale.

Ci sono stato d’inverno: a 850 metri un freddo spiffero siberiano mi stava congelando. Mi sono rifugiato in un ristorante a bere tè e vino, aspettando l’ora di cena. Verso le 6 ho visto con terrore il proprietario che stava chiudendo. Mi sono raccomandato per avere un pò di cibo. Ho avuto un pò di resti della cucina; alle 6 e mezzo ero già fuori. Delle mucche nelle strade, la pungente solitudine dei borghi morenti, quell’aria chiara del tramonto che scolpisce i muri cadenti e che toglie la speranza di un futuro diverso dalla rovina. Nessuno vuol rimanere in questi posti a far il povero contadino o il povero pescatore; ed il turismo non riesce certo a mantenere gli abitanti in paese; le case abandonate aumenteranno e fra le macerie resteranno solo qualche ristorante ed un paio di pensioni.

Eppure dobbiamo inchinarci agli abitanti passati e presenti di Psarades. Di discendenza macedone, della stirpe di Alessandro Magno, hanno resistito alle invasione slave che inondarono la repubblica di Macedonia, (vedere qui il bisticcio del nome) imponendovi le loro lingua e baldanza; hanno resistito alla presenza ottomana conservando la religione ortodossa; hanno resistito all’estrema vicinanza degli albanesi, mantenendo la propria lingua e l’attaccamento alle radici greche. Si son pure presi l’occupazione dei fascisti italiani. Durante decenni questo paesino fu su una delle frontiere più rigide della terra, da una parte l’Albania maoista, dall’altra parte la Jugoslavia socialista, da questa la Nato.  Ed in più frontiera lacustre, liquida per definizione, con il pericolo che un colpo di vento portasse la barchetta di pescatori dall’altra parte del mondo politico di quegli anni.

Ma Psarades ha resistito ed è rimasta greca e macedone, ortodossa e grecofona. Intendiamoci, questo blog apprezza moltissimo gli slavi balcanici ed ha grande simpatia per gli albanesi. Questi popoli sono parte di quell’enorme calderone dei Balcani esattamente come i greci continentali. Ma bisogna riconoscere che i greci rappresentano la sorgente culturale degli italiani e dobbiamo loro riconoscenza e rispetto. Amore filiale, direi.

E a maggior ragione agli 80 abitanti di Psarades che, contro la storia, la politica e mille guerre, hanno voluto continuare ad essere dalla nostra parte, non contro qualcuno, ma a favore di quella identità che è ormai vecchia di vari millenni.

Bisogna andarci a Psarades, perchè a volte i luoghi più remoti sono anche quelli più centrali.

PS. Questa mia ultima frase non poteva essere di miglior augurio.  Pochi mesi dopo che scrivessi questo post, a fine 2017, il paesino di Psarades è stato scelto come luogo di incontro fra Tsiparas ed il suo omologo macedone, per firmare un accordo sul nome che la Repubblica di Macedonia potrà avere, senza scalfire la suscettibilità greca. L’accordo è stato poi ratificato dai due parlamenti, è in vigore e permetterà alla Macedonia di entrare in Europa. Il documento firmato dai due Capi di Governo è stato chiamato “Accordi di Psarades (o di Prespa, dal nome del lago)”. Queste poche case hanno avuto visibilità continentale e sono diventate luogo di intendimento fra paesi in conflitto. Doppi complimenti a chi vi abita.

I Grandi Laghi balcanici

La città di Ohrid ed il suo lago.

Grande quasi quanto il lago di Garda, il maggiore della sua regione, il più antico di Europa, il più ricco di specie endemiche del mondo, profondissimo. Questo è il lago di Ohrid. Ma accanto vi sono anche il Grande ed il Piccolo Lago di Prespa, il primo dei quali è poco più piccolo di quello di Ohrid, il secondo, invece è assai piccolo. Il lago di Ohrid è sui 600 metri di altezza, gli altri due, separati da una sottile striscia di terra, sono sugli 800 metri. Quindi d’estate non fa caldo e d’inverno c’e’ la neve. I laghi di Ohrid e di Prespa sono separati da una alta, ma stretta, catena montuosa, boscosa e selvaggia. Il piccolo lago di Prespa ospita un gran numero di certi pellicani ed anche un’isoletta ricchissima di storia e di monumenti bizantini e barbarici. Sulle rive dei laghi di Prespa si fan gran colture di frutta e di fagioli, di molte sorte distinte. Le rive di quello di Ohrid invece sono più alte e montagnose.

La parte greca del lago di Prespa.

Ma dove si trova tutta questa meraviglia? Esattamente all’incrocio fra Repubblica di Macedonia, Albania e Grecia. Nel centro dei Balcani. Vicinissimo all’Italia, ma anche molto esotico, con tutte le peculiarità di quella troppo poco conosciuta regione.

La città di Ohrid è anche l’unico luogo della Macedonia che ha una vocazione turistica, grazie al gran numero di chiese bizantine, con pregevolissimi affreschi. In uno dei suoi monasteri fu messo a punto l’alfabeto cirillico, che tanta pena da al turista. Sulle rive del lago, in prossimità della cittadina, vi è un vero e proprio turismo balneare. Ma poco oltre risiam subito fra pescatori e contadini.

Molti villaggi ed alcune cittadine. Nella parte macedone è tutto mescolato: albanesi e slavi, campanili e minareti, quartieri occidentali e bazar ottomani; ci sono ancora dei turchi, dei tempi del loro impero. Con la solita prorompenza e ospitalità balcanica. Dalla parte greca tutto molto più omogeneo e più europeo. Ma girando, in macchina, si trovano angoli veramente fuori dal mondo dove lo spirito delle Ninfe e dei Fauni si fa chiaramente sentire.

I prezzi in Macedonia ed in Albania sono molto bassi ed i servizi, almeno in Macedonia, sono del tutto soddisfacenti. Si mangia molto bene, forse un pochino monotono, con tutta quella carne ai ferri. Vegetariani astenersi.

Un viaggio da fare in macchina, senza aspettarsi niente di eccezionale, ma con la sicurezza di aggirarsi in una regione piena di bellissimi scorci, di pace, di atmosfere ormai perse in Italia da molti decenni. Una soffusa delizia per l’anima e, al tempo stesso, un grande stimolo che fornisce questo variegatissimo e rurale mondo dei Balcani profondi: traversando tre frontiere in pochi chilometri, navigando su tre laghi, camminando fra bellissimi boschi. Non so immaginare niente di più gradevole.

Sull’isola greca di Sant’Achille sul piccolo lago Prespa.

 

 

 

Macedonia, paese in cerca di storia e geografia.

Il Museo archeologico di Skopje
Il classicheggiante lungo fiume di Skopje.

Nel turbinio dei Balcani, nel mare infinito degli sconvolgimenti della loro storia, la parola Macedonia ha contraddistinto numerose regioni diverse: fra l’Albania, il nord della Grecia e il Mar Nero. Tutti quei luoghi si sono chiamati, prima o poi, Macedonia. Ma per lunghi periodi questo nome è anche rimasto dimenticato, non utilizzato. L’attuale Repubblica di Macedonia corrisponde, più o meno, a quella regione che, in un periodo dell’Impero Ottomano, era chiamata Macedonia di Vardar, dal fiume che scorre in quei paraggi. Un nome geografico, più che politico. Poi, con la Jugoslavia ed ancor di più con la sua dissoluzione, è spuntata la Repubblica di Macedonia. Non ha tutti i torti la Grecia ad opporsi a quel nome;  lo usurpa, infatti, alla regione greca della Macedonia che fu la culla storica di quella denominazione. La Grecia ha infatti imposto alla comunità internazionale di chiamare quella Repubblica FYROM, la sigla inglese per  “Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia”. Naturalmente i Macedoni non sono per niente contenti.

Mastodontici templi greci.

Ma la disputa Greco – Macedone sulla geografia, in realtà ne nasconde un’altra, ben più corposa, sulla storia. Perchè chi dice Macedonia pensa subito ad Alessandro Magno, il re macedone che sottomise mezzo mondo. in pochi anni. Un eroe di portata mondiale che la Repubblica Macedone vorrebbe come  Antenato Fondatore. Il fatto è che Alessandro e suo padre Filippo, nacquero a Pella, capitale della Macedonia storica, attuale provincia greca. E i due, nell’attuale Repubblica di Macedonia, non fecero altro che fondarci qualche cittadina.

Invece l’attuale classe politica della Repubblica di Macedonia ha voluto appropriarsi senza scrupolo dell’eredità storica di Alessandro Magno. In ogni città vi sono viali a lui dedicati. Ma, soprattutto, ha fatto della ricostruzione del centro della capitale Skopje, un inno al grande Re ed alla sua supposta cultura. In un paese assai povero e bisognoso di moltissime cose più urgenti, negli ultimi pochi anni, è stato speso mezzo miliardo di euro per costruire imponenti edifici in stile greco classico che circondano una enorme statua di un cavaliere brandeggiante la spada. Si tratta evidentemente di Alessandro Magno, ma non potendolo dire per non fare imbestialire i Greci, l’hanno chiamato “Il Cavaliere”.

Villaggio dell’età del bronzo, ricostruito nel luogo dell’originale, con grande fantasia.

Insomma una operazione di ricostruzione fittizia e politicamente sfacciata del proprio passato; hanno scippato la storia greca ed ora la vendono come fosse loro!

L’effetto architettonico è sconcerante: immani palazzi bianchi con colonne doriche o ioniche con dentro uffici ed abitazioni; il nuovissimo Museo Archeologico di gusto classico che domina il vecchio ponte ottomano; il lungo fiume che pare una ricostruzione hollywoodiana dei fori romani; un candido arco di trionfo. L’insieme è pacchianissimo e stona terribilmente con il vechio bazar mussulmano che sta subito dietro. Sembra il trionfo delle cosche vincenti, del narcotrafficante in delirio di onnipotenza.

Ma la frenesia ricostruttiva dei Macedoni non si ferma qui. Sul lago di Ohrid hanno ricostruito un intero villaggio su pallafitte dell’età del bronzo; a pochi metri un fortino di epoca romana. La chiesa di San Clemente a Ohrid, dove fu messo a punto l’alfabeto cirillico, è stata rifatta di sana pianta. Il monastero intorno alla pregevolissima chiesa della Santa Madre di Dio a Prilep, è stato bellamente rifatto in cemento armato. E tutto ciò senza una ombra di dubbio, allegramente, con forza ed orgoglio.

Noi gridiamo allo scandalo, ma lo dobbiamo invece prendere come un ulteriore segno dell’innarestabile vitalità balcanica, che nel tumulto delle vicende continua a spingere verso il futuro, carica di impeto, come un cavallo al suono incalzante del violino tzigano. E tutto ciò mi piace, mi prende, mi mette voglia di vivere.

PS. A fine gugno 2018 c’e’ stato un accordo fra Macedonia e Grecia su come il secondo paese permetterà si chiami il primo. L’incontro fra i capi di Stato si è, giustamente, tenuto a Pescatori.

Turismo d’atmosfera nei Balcani

I Balcani possono essere un eccellente campo per l’esercizio di un nuovo turismo: quello d’atmosfera.

Siamo stanchi del mare sovraffollato, appiccicoso e caro; ma anche delle Dolomiti che lo sono altrettanto. Non ci interessano più le città d’arte, diventate dei parchi tematici, come Firenze. Ci sono venuti a noia i borghi storici, snaturati, leziosi e pieni di negozi di fasulli km 0. E non cadiamo nel trappolone del turismo esperienziale, fatto per spennare i poveri turisti con attività bidone.

No, tutto ciò non ci interessa più, lo lasciamo ai forzati dei selfie.

Vogliamo andare in luoghi dove i turisti siano pochi e al massimo locali; non vogliamo per forza vedere cose eccezionali, quelle che affollano le guide della banale Lonely Planet; vogliamo trovare gente non ancora prostituita dal facile denaro del turismo. Vogliamo gustare, con calma, atmosfere reali, modeste, interessanti, stimolanti. Cose nuove, non ovvie. Se no, resto a casa.

E di turismo d’atmosfera nei Balcani se ne può fare a bizzeffe.

Gli elementi favorevoli sono molti: non ci sono che poche attrazioni clamorose, ma una infinita’ di piccoli gioielli da visitare con piacere ed in tranquillità. I Balcani sono vasti, molti paesi, molti popoli, molte nicchie:  molti viaggi sono possibili senza tornare sulle proprie orme. I Balcani sono poco turisticizzati: è quindi possibile viaggiare incrociando un piccolo numero di altri turisti: pochi internazionali, qualcuno di più, nazionale. Non vi è pericolo che la massa turistica inquini l’atmosfera.

Nei Balcani la cucina è contadina, diretta, vera, abbondante. Non vi rovinerete la cena trovando rivisitazioni, fusioni, esotismi, prese per il culo, porzioncine. Sarà quindi un gran piacere sedersi in ristoranti e trattorie, dove sarete sicuri di mangiare esclusivamente cose che i locali mangiano quotidianamente. Il menu magari sarà solo in lingua locale, ma questo fa parte dell’atmosfera. Infinita la gamma del cibo di strada, da frequentare con assiduita’. E non sottovalutiamo che nei Balcani si spende poco e che quindi i viaggi possono durare più a lungo ed il viaggiatote non sarà economicamete stressato.

Ma il centro dell’interesse del turista d’atmosfera nei Balcani sarà riconoscere le infinite sfumature fra un popolo ed un altro, destreggiarsi fra le differenti lingue, tutte strettamente ostrogote, riconoscere le influenze ottomane, slave, austro-ungariche, veneziane, greche, turche, russe e tutte le altre. Osservare la penetrazione della modernità nei substrati culturali precedenti. Vedere quali sono le culture in espansione e quelle in regressione, luogo per luogo: dove le ragazze sono in minigonna e dove vanno velate; come l’hamburger americano se la batte con la gemella pleiskavica serba.

Il buon turista d’atmosfera riconoscerà alla prima occhiata il paesino mussulmano, cristiano, albanese, rom, da sempre slavo, socialista, tedesco, russo, d’influenza greca, ecc, ecc, ecc, senza fine. Seguirà il serpentaggiante confine fra l’ospitalità ottomana e la concreta schiettezza slava, non dimenticando le isole della complessità neolatina o greca, molto più sfuggente. Passerà con disinvoltura dal bazar ottomano al viale cristiano, al quartiere Rom e tutto nella stessa citta’.

La pleiskaviza e’ un hamburger, ma molto più antico e saporito, diffuso in tutti i Balcani. Per mangiarlo bisogna andare a Leskovac, in Serbia, dove è nato.

E si muoverà come un pesce in questo mare magnum perché ama le differenze e le apprezza, rifuggendo la standardizzazione del  turismo globalizzato. Passerà molto tempo nel bar alternando birra, vino, tè, caffè turco, grappa ed anice; stando attento a non sbagliare la comanda, secondo il luogo!

E dopo un lungo viaggio, non avrà visto nulla che valga la pena di raccontare alle cene, ma avrà annusato la meraviglia della complessità dell’avventura umana in una delle regioni dove è riuscita a dare il meglio ed il peggio di sé.

E se non vi interessa il turismo d’atmosfera andate pure in un resort a Malindi a vedere le danza dei Masai sul bordo della piscina. O fatevi una bella crociera ai Caraibi!

​Vertigine balcanica

Alessandro Magno, orgoglio della Macedonia, anche se non ebe niente a che vedere con quel paese….

Sono ancora una volta nei Balcani e son colto da un profondo stupore. Sono attonito e febbrile, curioso di tutto; spaventato dai conflitti che hanno attraversato questa terra; meravigliato dall’unità, omogeneità di questa regione pur lacerata da mille divisioni. In qualche modo l’unità nella molteplicità: i Balcani sono lo specchio della condizione umana. Insomma mi par d’essere un bambino davanti ad un giocattolo miserioso.

Cerco i tratti culturali comuni a queste colture, ed, allo stesso tempo, tento di individuare le fratture, vecchissime o nuovissime. Mi intenerisco vedendo le casette quadrate dei villaggi, ognuna separata dalle altre, tutte con il tetto di tegole rosse, a volte sotto un minareto, a volte sotto un campanile. Dalla finestra della mia camera guardo l’orribile croce luminosa sulla collina che sovrasta Skopje, mentre il muezzim canta la sua faccenda e i macedoni di lingua albanese, in piazza, rivendicano qualcosa sventolando la bandiera albanese.

Sono sbalordito dal numero dei popoli che abitano questa non grande parte di Europa; ogni giorno ne salta fuori uno nuovo, con la sua lingua, la sua zona, la sua storia. Oggi e’ stato il turno degli Arumeni che scopro essere dei Daci romanizzati mescolati un poco con gli slavi. Ieri sono stati gli Aiducchi, milizia anti-ottomana, poi popolo. Gli incroci sono pirotecnici : la stessa Madre Teresa di Calcutta era Macedone, ma di etnia Albanese e di religione né ortodossa né mussulmana, ma cattolica.

Vecchi che si riposano dopo esser stati al mercato, hanno le borse.

Miscele, miscele, miscele. Una boccata di vitalità nel sopore mortale della globalizzazione che appiattisce tutto in un solo centro commerciale della cultura mercantile. Nei Balcani ognuno resta attaccatissimo alle proprie cosine; e pur coabitando a stretto contatto con gli altri ( a volte in conflitto, ahimè) mantiene la propria identità.

In poche centinaia di chilometri, undici nazioni (Croazia, Serbia, Bosnia, Albania, Montenegro, Kossovo, Macedonia, Grecia, Turchia, Bulgaria, Romania), cinque religioni (ortodossa slava, ortodossa greca, cattolica, mussulmana, ebrea), cinque grandi ceppi linguistici (slavo, turco, latino, greco, albanese) con decine di lingue e dialetti diversi, tre alfabeti (latino, cirillico, greco), quattro enormi imperi nel passato (romano, bizantino, ottomano, austro-ungarico) e un popolo che sfida la storia e che si ritrova ovunque: i Rom.

Un delirio di variabilità, ma con una casa comune: i Balcani. Piatto ricco, mi ci ficco.

(Per seguire i fatti balcanici, consiglio il sito dell’Osservatorio dei Balcani e del Caucaso, in italiano)

​La calamità delle crociere

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La nave è più grande di Roseau, la capitale di Dominica.

Le crociere sono il fenomeno piu’ nefasto e devastante del turismo moderno.  Sono l’opposto e la negazione  del concetto di viaggio.  Sono il trionfo del peggior capitalismo, sfacciato e vigliacco. Le compagnie di navigazione prendono in giro i turisti, schiavizzano i lavoratori, distruggono le economie dei porti visitati,  inducono alla prostituzione le politiche di quelle città.

Se ci fate caso vedrete che molti dei croceristi sono obesi.  Infatti, il maggior richiamo delle compagnie e’ il cibo: ottimo,  abbondante,  a tutte le ore e soprattutto compreso nel prezzo.  Si va in crociera per uccidersi di buffet pantagruelici.  Mi dicono che ci sono sprechi assurdi.

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Navi come palazzi a St. John’s di Antigua.

Se ci fate ancor più caso vedrete che i croceristi, una volta a terra, si guardano intorno con sospetto. Sono infatti persone,  molto spesso, impaurite del nuovo e timorose dell’estero.   Vi si avventurano solo se protetti nella pancia della loro nave-mamma, meglio se battente la propria bandiera e parlante la propria lingua.  Quando la lasciano e’ solo per poche ore,  ben intruppati, organizzati e si affrettano a ritornarvi.

Queste enormi navi navigucchiano la notte e passano la giornata nei porti, spesso di piccole cittadine.  Due o tre mila persone vi scendono ed hanno due possibilità: passeggiare nelle vie del borgo o partecipare alle famigerate escursioni, organizzate dalla nave o proposte dagli avidi tassisti locali.

In entrambi casi affollerranno luoghi non fatti per simili moltitudini.  Poi i turisti se ne andranno,  avendo comprato pochi oggetti fatti in Cina e bevuto una bottiglia d’acqua.  Il pranzo si fa a bordo, gratis! Tassisti e commercianti di cianfrusaglie ricadono nel dormiveglia,  in attesa della prossima nave.  Ma il borgo intorno al porto ha ormai perso l’anima, acquisendo l’aspetto di centro commerciale.

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I turisti sbarcano e si aggirono nelle via del borgo del porto, trasformato in povero centro commerciale..

Lasciano poco i croceristi,  ma comunque qualcosa lasciano.  Ed ecco che gli amministratori locali si fanno in quattro e piangono e si sbracciano e chiedono soldi al Governo fino ad avere il molo che permetterà a queste gigantesche navi di pirati di attraccare nel loro porto.  E quando questo  succede sono felici e si aspettano la rielezione.  Salvo accorgersi,  come e’ successo a Cadice, che quando i croceristi sbarcano i negozi sono chiusi,  essendo l’ora della siesta; e nei ristoranti, che pur sarebbero aperti, i croceristi non ci vanno, avendo gia’ pranzato a bordo.

Pare inoltre che la vita a bordo sia piuttosto noiosa,  che la piscina sia una pozza,  che manchino gran divertimenti e che si cerchi di appioppare ai clienti batterie da cucina ed elisir di giovinezza.

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Lo scandalo delle navi da crociera a Venezia.

Si dice che le crociere siano a buon mercato.  Ciò non e’ del tutto vero.  Le compagnie riprendono con le carissime ed inevitabili escursioni ciò che lasciano sul soggiorno. Ed inoltre hanno l’odiosa pratica di esigere un ulteriore 10% del prezzo, come mancia obbligatoria, per il personale.  Che, comunque,  e’ filippino,  in larga misura, ed ha orari e salari asiatici.

Il fenomeno delle crociere e’ particolarmente triste ai Caraibi dove la gente sarebbe molto ospitale e dove l’economia locale avrebbe un gran bisogno di turisti che riempiano alberghetti e ristorantini. Invece vedo questi mastodonti schiacciare i piccoli quartieri del porto. Li ho visti ovunque: Samanà a Santo Domingo, Pointe à Pitre alla Guadalupa, Fort de France alla Martinica, Roseau a Dominica, Saint John’s ad Antigua, Philipsbourg a Saint Martin. Ma anche a Venezia ed in Croazia. I turisti scendono, fanno un passeggino e risalgono a bordo, braccati dal caldo e dal sapore dei tropici. Tornaranno a casa e cosa avranno visto? A che serve viaggiare in questo modo?

[Altro sulle crociere in Patagonia, sul Danubio, invernale a Capo Nord]

Bulgaria si, ma perchè?

Frequentissime le strade alberate.
Frequentissime le strade alberate.

Paese poco turistico, è da consigliare di tutto cuore, per i luoghi, la cucina,la sua gente.

Non c’e’ niente di assolutamente eccezionale, ma vi è un’aria di vecchi tempi, di uno stile di vita che altrove non esiste più, di speranza di un futuro migliore.  Quindi un viaggio quasi più sentimentale che turistico.

E in un’atmosfera da Balcani profondi che già di per se si presenta come ben differente rispetto a quella dei paesi dell’Eurpa Ocidentale. Le influenze ottomane sono enormi: l’architettura strana che sa di Austro-Ungheria ma che non lo è affatto; l’impianto urbanistico contorto e delizioso, rotto com’e’ da moschee, chiese, mercati, giardini. E pur essendo ricco di brutti edifici monumentali ottocenteschi, questi sono contornati e resi più leggeri da stradine alberate che fanno della città quasi un luogo di campagna.

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Il teatro di Plovdiv.

Insomma, siamo pienamente in Europa, ma il vento orientale vi ha soffiato a lungo e vi ha lasciato una languidezza difficile da descrivere, ma immediata da sentire. Si avverte una saggezza del vivere quotidiano che mai si trova nelle città occidentali.

E per quanto quella ottomana fosse dominazione, par di capire che non schiacciò più di tanto ed, anzi, portò elementi di tolleranza e di coabitazione fra popoli. Cristiani, mussulmani, ebrei, slavi, turchi, gitani, impero russo, impero ottomano, impero sovietico, socialismo, capitalismo, mafia. Mille elementi diversi e contrastanti che si intrecciano nelle terre balcaniche. In Bulgaria sembrerebbe che questi elementi hanno ormai trovato la pace. Mentre nella vicina Macedonia dei contrasti persistono.

Chiesa di Nesebor.
Chiesa di Nesebor.

Ed in campagna, i paesi, fatti di case quadrate, solide e grandi, mai appoggiate le une alle altre, ma invece separate dagli orti ricchi di alberi da frutta e di noci. In questi orti si ritrova l’incanto del giardino chiuso, privato, in cui il guerriero o il commerciante turco si riposava con la sua famiglia dopo le fatiche delle guerre e dei viaggi in contrade sterili e polverose. E dove invitava volentieri amici e sconosciuti secondo la regola orientale del dovere di ospitalità, così poco presente da noi.

Sono le atmosfere da ricercare in Bulgaria, non i grandi monumenti. Certo, è tutto un pò povero, sporco, sciagattato; ma non è forse proprio così la vita stessa?

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Vigorose le foreste di conifere sui monti Rodopi.

Ma anche atmosfere più moderne. I centri di Sofia e di Plovdiv hanno delle zone con una quantità impressionante di deliziosi locali moderni. Barretti, ristorantini, posticini estremamenti rilassanti, gradevoli, accoglienti, intimi, caldi, ben arredati, con gusto moderno. Niente di pretenzioso, di pacchiano, di sborrone. Il genere di locale che si vorrebbe avere sotto casa per andarci tutti i giorni. Ed il fatto che un popolo così marginale e bistrattato come i bulgari riesca a creare dei luoghi così carini è una bellissima scoperta. Attenzione: non mi sto riferendo ai bar classici delle passaggiate centrali delle due città (Sofia e Plovdiv), pur piacevoli, ma alle stradette intorno.

Sofia non offre molto, apparte un Museo Archeologico con pezzi Traci meravigliosi, molte chiese ed un bel mercato (quello “delle donne”, non quello centrale). Plovdiv merita molto di più: l’ippodromo e il teatro romani, la città vecchia sono da non perdere.

Tristissime ed ovunque le bancarelle a Sunny Beach.
Tristissime ed ovunque le bancarelle a Sunny Beach.

I monti Rodopi mi sono piaciuti molto. Senza cime dolomitiche, sono ricchi di fiumi e di pascoli. E delle foreste di conifere fra le più belle che abbia mai visto. Il clima è favorevole e lo sviluppo degli alberi impressionante. Purtroppo i paesi sono un pò bruttini, bisogna cercar bene. Alcuni centri termali. Assolutamene eccezionale, invece, il paesino di Kovachevitsa, che merita un post a parte. Carino anche Shiroka Laka, con il suo liceo musicale dedicato alla fisarmonica e alla cornamusa.

Resta il problema del Mar Nero. Andarci o non andarci? In alcuni punti (Sunny Beach, Sozopol) è una specie di Riviera Romagnola e quindi no. Ma altrove ha anche un suo fascino decadente, a Burgas con grandi parchi sul mare e passeggiate da pensionati. Oppure il delizioso paesino di Nesebar, purtroppo contaminato dal turismo d’assalto. O Varna, la città più importante e vivace. Molti turisti russi o comunque slavi. Vi è molto da osservare.

Si gira bene in bus; frequenti, diffusi e in orario. Ma il meglio è avere una macchina.

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Il paesotto di Shiroka Laka.

Ripeto, paese poco turistico. Può succedere di avere cartelli, insegne, menu in solo cirillico. Una studiatina previa a quell’alfabeto può essere consigliabile. Ed utile, perchè la lunga presenza romana ha lasciato un sacco di parole per noi comprensibili, una vota decifrate in cirillico

Prezzi molto, molto contenuti. rapporto qualità/prezzo eccellente. Cucina eccellente. Sicurezza sembra molto buona, da temere solo i borseggi.

La cucina bulgara

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Zuppa di trippa.

Par di capire che l’eccellente cucina bulgara si basa su quattro caposaldi.

In primo luogo le zuppe, molto numerose. Per l’estate vi è la deliziosa Tarator: fredda a base di yogurt e cetrioli. Sempre presenti quella di fagioli e quella di trippa. Poi le altre. Sono tutte piuttosto liquide, ma con degli elementi solidi abbastanza grossi dentro: pezzi di cetriolo, polette di carne, fagioli interi, brandelli di pesce o di trippa. Sono quindi dei “mangia e bevi” . Quasi tutte deliziose, che fanno bene al corpo e all’anima. Evidenti gli influssi delle ciorbe turche.

In secondo luogo le insalate. La più comune è simile a quella greca, ma con il formaggio

Terrina di trippa e funghi con il formaggio.
Terrina di trippa e funghi con il formaggio.

grattugiato invece che a pezzi. Altre sono comunque tipo “del contadino”, molto basiche. Vi entrano anche ortaggi grigliati, soprattutto i peperoni dolci. Ogni ristorante ne ha una bella sfilza nel menu.

In terzo luogo, gli spezzatini in umido, spesso in terrina. Carne, pesce, pollo, molte frattaglie. Spesso con il formaggio fuso sopra. Abbastanza umidi, da mangiare con il cucchiaio. Saporiti, non molto piccanti. Aria di cucina contadinissima. Buoni, semplici, amichevoli.

In quarto e centrale luogo, la carne alla brace. Molto spesso carne macinata con cui fare polpette lunghe o polpettoni anche ripieni di formaggio. Molte le salsicce di diverso tipo.

Il tutto mi è parso un pò scipito ed un pò troppo umido. Anche maiale ai ferri e agnello frequente.

Molto importanti anche gli antipasti: freddi con pochi, ma molto buoni, insaccati e qualche formaggio fra cui uno che ha lo stranissimo nome di casc-caval e di cui non son riuscito a capire la probabile parentela con il caciocavallo. E gli antipasti caldi con grande abbondanza di frattaglie: lingua, fegatini e cuoricini di pollo, trippa, formaggio fuso. Ho provato sia della trippa che della lingua al burro che da soli meritavano il viaggio in Bulgaria.  Sembra infatti una cucina più complessa di quella di altri paesi balcanici.

Sovrano il formaggio e lo yogurt: entrano dappertutto. Dai formaggi non sono stato molto impressionato. Lo yogurt è quello

Yogurt di pecora con miele.
Yogurt di pecora con miele.

tipico loro, fatto con il Lactobacillus bulgaricum. Ho mangiato dello yogurt di pecora con sopra del miele millefiori; da commozione. Importantissimo il miele, molti i negozi specializzati.

Deludente il settore forno. Al ristorante il pane va chiesto a parte e bisogna indicare il numero delle fette che vuoi, di un misero pane a cassetta. Oppure ti portano una pita normalmente bruciacchiata. Dolci di evidente origine turca, come succede in Grecia, che non mi hanno lasciato nessun ricordo.

Vini degnissimi di controntarsi con discreti vini italiani.

Purtroppo non pare che ci sia un orgoglio della cucina nazionale. In molti ristoranti sembra che sia un punto di onore mettere nei menu (lunghi e variati) un massimo di piatti italiani come pasta e pizza. Bisogna quindi cercare nelle pieghe del menu per trovare i piatti locali.

La pizza è una vera e propria piaga nazionale, sembra che non vivan d’altro. Ed è praticamente l’unico cibo di strada che ho visto. Buona la frutta, bruttina, ma saporita.

Ben fatta la pagina di Wikipedia al riguardo.

Kovachevitsa, un gioiello

IMG_20160617_115414Colpisce di Kovachevitsa, in Bulgaria,  la straordinaria architettura delle case del paese. Si tratta di un villaggio di poche centinaia di abitanti sui margini dei bei Monti Rodopi, in Bulgaria.

Sono case costruite fra la fine del ‘700 e la metà dell’800. Alcune sono in abbandono, altre sono state ben restaurate, altre ancora sono diventate seconde residenze ristrutturate in modi a volte un pò leziosi e fastidiosi, snaturando l’originaria rusticità della costruzione. I fondi europei, allocati spesso senza una vera consapevolezza dell’opera che si va ad realizzare, sono parzialmente responsabili di questa deriva.

Il paese, nel suo complesso da una immagine di grande potenza, di elevata omogenieità. L’effetto generale è portentoso; si rimane veramente sbalorditi ed affascinati da questo borgo, certamente uno dei più meritevoli di visita in tutta Europa.

Il modello è quello tipico dei paesi bulgari: grandi case grossomodo quadrate, IMG_20160617_131121separate le une dalle altre da strade e da orti. Le strade non sono nè rette, nè ortogonali fra di loro e ad ombreggiare gli orti troviamo grandi e frondosi alberi.

Oltre a questo impianto tipico, Kovachevitsa si è data uno stile architettonico del tutto peculiare. Il primo e, a volte, il secondo piano sono di pietra locale, a vista. La pietra è scisto, a lastre sottili. Il piano superiore è insieme di intonaco bianco e di legno reso scuro dal tempo che compongono grandissime verande aperte sul paesaggio e su cui si affacciano le stanze. Il contrasto fra la parte bianca e il legno vecchio è particolarmente suggestivo. La veranda è spesso aggettante e sostenuta da pali inclinati; la strada sottostante ne viene parzialmente coperta. Le verande sono molto grandi e durante l’estate servono da spazi abitativi; sono quindi arredate con tavoli, sedie, divani, armadi, tappeti tradizionali. Sono dei comodi luoghi di lavoro manuale per gli uomini, per riparare gli attrezzi agricoli o per i lavori femminili. Il turista ci passerà momenti deliziosi osservando il paesaggio rurale. Si è immersi nella interessantissima “atmosfera balcanica”.

Strana particolarità di questa architettura è il fatto che le stanze superiore sono IMG_20160617_115043un pò disassate rispetto a quelle inferiori: si provoca così il curioso e molto comune effetto nei Monti Rodopi di “scatole mal sovrapposte”.

Stradine in salita, tortuose, acciottolate, a tratti ombreggiate dai vecchi alberi degli orti chiusi da staccionate di legno o da muri di pietra.

Kovachevitsa non è ancora diventato un luogo acchiappa-turisti, almeno durante la settimana. Un pò di movimento il fine settimana, ma soprattutto di turismo bulgaro. Alcune case offrono ospitalità: le donne anziane si avvicinano al turista appena arrivato e le offrono. Meglio andare da loro piuttosto che nei due “alberghi” ufficiali, che fanno anche da ristorante. In particolare da evitare, per maleducazione, quello chiamato White house. Un pò carente il trasporto pubblico, pochi bus ad orari poco praticabili. Ma ci si arriva con pochi euro, in taxi, da Delchev.

Nel paese c’e’ ben poco: una bottega, un bar, un inaspettato ufficio postale. Accoglienza, in generale, ruvida. Ma il paese è magico, lo dicono le foto.

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La veranda di una casa B&B.

Un buon fotografo farebbe miracoli.IMG_20160617_131129

Viva i Bulgari.

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La grande delicatezza di mettere un bicchiere a disposizione dei passanti assetati.

Nel lodevole tentativo di risollevare la nomea  dei maltrattati Bulgari vediamone i numerosi lati positivi.

E’ vero che a prima vista sembano simpatici quanto un calcio nelle palle; ma, riflettendo, par di capire che sono semplicemente molto riservati. E ciò è comprensibile dopo tutto quel che hanno passato nella storia. Soprattutto i contadini ed i poveracci; i giovani e le persone colte sembrano molto più aperte. Comunque sia, in caso di bisogno, ti aiutano volentieri. Basta chiederglielo con decisione; infrangere la scorza che li protegge.

Anche l’ultimo dei choschi ti da lo scontrino fiscale. Quindi non sono degli evasori compulsivi come gli italiani.

Si fidano. Quando ti danno da bere al bar o lo spuntino al tavolo non vogliono immediatamente i soldi, come i meschini bottegai italiani. Aspettano che tu abbia finito e poi li paghi con comodo; dei veri signori. Un ulteriore esempio dell’ospitalità di origine ottomana.

I bulgari mangiano benissimo. Raramente ho trovato una cucina così vera, reale, attenta agli ingredienti poveri, gustosa e variata. Niente di raffinato, ma una vera meraviglia, una festa di sapori. La cucina bulgara si merita un post a se stante. E naturalamente un viaggio, che, da sola, la cucina giustifica ampiamente, un pò come nel triste Vietnam.

I bulgari non se la tirano. Sembrano persone semplici, educate, rispettose, alla mano. Fra di loro ci si sente in famiglia, per niente intimoriti. Questo è uno dei principali elementi del fascino del mondo balcanico.

E nemmeno sono stressati. Si fanno tranquillamente i fatti loro con lentezza e dedicazione. Non sembrano affatto schizzati. Tutto il contrario, a volte sembrano anche un pò eccessivamente lenti. Eccellente per chi vi va in vacanza. Dovendo lavorare con loro, forse, si finisce per erdere la pazienza.

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Numerosi e belli i bar con i tavolini all’aperto sotto gli alberi e le tende.

Sono sempre al cellulare, addirittura più degli italiani. Segno che sono affabili, fra di loro.

Ci sono ragazze spettacolari. Mi dicono che non sia più così facile come anni fa, ma il panorama è delizioso. Ed anche avanzando negli anni conservano il fascino. Perchè non sembrano freddi bistecconi come le slave classiche. L’apporto di sangue turco, greco, armeno, ecc, ecc ha scurito i colori e fortemente aumentato lo charme.

Sembrano affascinati dall’Italia. Le insegne dei negozi, i nomi dei prodotti, i piatti nei menu dei ristoranti moderni, gli elementi delle pubblicità, sono molto spesso italiani. E quando sanno che lo sei si illuminano in volto. Chissa cosa gli hanno raccontato, poveri….

I prezzi sono molto, molto bassi ed uscendo dai circuiti turistici lo sono ancora di più. Ma i servizi, gli alberghi, i ristoranti sono di eccellente livello e di alta professionalità. Quindi il rapporto qualità/prezzo è elevatissimo. E ciò non può che far piacere. Per questi motivi la Bulgaria è una delle mete dei pensionati italiani, come il Portogallo, l’Albania, Santo Domingo. In Bulgaria hanno certo un livello di vita molto migliore che in Italia, grazie ai prezzi molto più bassi. Ma ci si chiede come facciano con l’ostrogota lingua e con i tanto diversi costumi. Forse finiranno per stare sempre fra di loro, in una sorta di ghetto, anche se di benestanti, in confronto con il livello di vita circostante.

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Penne ai quattro formaggi in italiano, ma in cirillico.

I bulgari devono esser persone tolleranti. Si scoprono infatti zone a forte presenza di mussulmani che convivono in grande armonia con gli altri. Si vedono insieme veli e minigonne ed anche birra venduta davanti alla moschea. Un gran piacere.

Certo si vedono in giro degli investimenti che puzzano da lontano di riciclaggio e succede anche di trovare ristoranti riservati a cene con fuori macchinoni molto, molto dubbi. Ho nache trovato una chiesa in cui si svolgeva una “Messa Privata”; mi hanno impedito di entraci. Ma, scagli la prima pietra…..

Diffusissima la cultura dei bar all’aperto, con comode poltroncine, vasto spazio, bei tendoni ed alberi. Sempre con persone che conversano in tranquillità.

Le strade sembrano di decente livello e senza troppo traffico; di macchine vecchie non se ne vedono molte; la polizia poco visibile e di modi tranquilli. Qualche carretto con il cavallo, nelle zone rurali.

Eccetto un pò di borseggi non si hanno notizie di danni ai turisti. E su un autobus ho visto un poliziotto in borghese che faceva opeazione di controllo sui borseggiatori; come mi successe in Portogallo.

Insomma, i Bulgari sembrano rovesciare agevolmente tutti i luoghi comuni negativi e hanno pienamente conquistato la mia stima e simpatia.