Delta del Danubio

Casa tradizionale a Mila 23. (Foto di Spiridon Ion Cepleanu da Wikimedia Commons)

Un viaggio insolito in un luogo insolito. Vicino ma fuori dal mondo, toccante ed affascinante. Un altro Delta, quello del Danubio.

Gli ambienti terrestre-fluviale-marino-lacustri mi emozionano, mi mettono una calma frenesia addosso; mi trasmettono la loro natura contraddittoria, complessa, variegata, multiforme. Ne ho parlato molto riguardo al Delta del Po, d’estate e d’inverno. Ma anche di quell’incredibile mondo a sé stante che è il Delta del Tigre a Buenos Aires o lo sbalorditivo Delta del Rio delle Amazzoni a Belém.

Qui si affronta un fiume di ben maggiore importanza, lunghezza e capienza del Po. Ma siamo lontani dal Danubio un po’ artefatto dell’Austria dove traversa linde contrade portando pensionati tedeschi in crociera. O anche da quello cosmopolita e foriero di lusinghe di Budapest o di Belgrado.  Qua siamo proprio in fondo, nell’angolo povero dell’ancor povera Romania, se non, addirittura, in Ucraina. Non ci sono più le paffutelle contadinotte tedesche o le raffinatissime ragazze ungheresi. Qui la fanno da padrone i rudi ed irsuti pescatori romeni con le loro mogli avvezze al freddo, all’umidità, al lavoro. Non ci sono più dighe, chiuse, centrali, banchine ben mantenute con i cigni che si allisciano voluttuosi le bianche piume. Fine delle piste ciclabili con le fontanelle per i ciclisti assetati. Qua siamo nel duro mondo della natura non doma e renitente ad aiutare l’umanità. Natura acquatica che frena i passi e terrestre che frena le barche. Posti durissimi, fin da sempre: Augusto ci mandò in esilio il pettegolo Ovidio, perché in un posto peggiore non lo poteva mandare. Balcani profondi, terre di mille suggestioni.

Io ci andai molto anni fa, in un bellissimo viaggio in una Romania non ancora europeizzata; nel Delta fummo raggiunti dalla notizia della morte di mia suocera, e ciò vela quel ricordo. Per scrivere questo post con notizie più fresche, ho saccheggiato quest’altro articolo di un giovine blogger, che ringrazio.

Foto di Cody escadron delta da Wikimedia Commons

E’ enorme, 3.500 km quadrati, venti volte il Delta del Po; in gran parte parco naturale. Il punto di accesso più facile è la brutta città di Tulcea, in Romania, prossima all’inizio del delta. Da lì partono i tre bracci del fiume, lunghi fra i 70 e i 120 chilometri prima di arrivare al Mar Nero. A differenza del delta del Po, largamente bonificato e coltivato o del delta del Tigre, diffusamente popolato di seconde residenze, il delta del Danubio è selvaggio e relativamente intonso. Il braccio centrale, quello di Sulina, è costantemente dragato per permettere la circolazione delle navi; per il resto è tutto lasciato a se stesso, fortunatamente. Non vi sono strade in tutta quell’enorme distesa che sta fra il braccio superiore, quello di Chilia, a nord e quello di San Giorgio a sud.

Nella muffita città di Tulcea si trovano numerose possibilità per fare un giro nel Delta; ora molte di più di quando ci andai io. Vi sono dei trasporti pubblici per le poche cittadini e villaggi dell’interno del delta; battelli per i gruppi che fanno delle crocerine di qualche ora, motoscafi veloci per i turisti ricchi, barchette dei pescatori per i giri nei canali più piccoli. Molti romeni vanno a Sulima a passare le vacanze al mare: a pochi minuti a piedi vi sono delle grandi spiagge, certo meno care di quelle più rinomate di Mamaia a Costanza. Lungo certi canali sono nate attività per i turisti: baracche dove mangiare, chioschi dove noleggiare barche o kayak, postazioni per l’osservazione degli uccelli; nelle cittadine soluzioni di varie tipo per dormire, anche in case su palafitte. Tutto ciò nello spirito un po’ dimesso e povero, ma molto accogliente, tipico della Romania e di quasi tutti i Balcani. E l’economia, fino a poco tempo fa, esclusivamente basata sulla pesca fluviale o sui trasporti lungo il braccio principale del Danubio, si sta poco a poco trasformando e rinforzando con il turismo. E ciò non può che essere positivo, per evitare lo spopolamento di una zona già tradizionalmente ben poco abitata.

Foto di Ben Skála, Benfoto da Wikicommons

Ricordo di aver visto accampamenti di pescatori su certe rive, fra fiume e laghi, in mezzo al fango: vivevano in tende, pescavano con barche a remi; le mogli affumicavano il pesce. Condizioni di vita poverissime e molto dure. Spero che siano migliorate, ma l’articolo citato dice che gli accampamenti esistono ancora. Isolati, lontani gli uni dagli altri.

Naturalmente si mangia pesce di fiume accompagnata dalla solita mamaliguta cu smantana che sarebbe la polenta con la crema di latte sopra. Oppure le zuppe, che sono una delle specialità romene, ovviamente di pesce.

Ma cosa ci si va a fare in un delta? Perché in effetti, poi, a ben vedere, il paesaggio è assai monotono: tutto piattissimo, infinite rive boscose oltre alle quali poco si vede. Canaletti interni serpeggianti con le solite rive boscose ed acquitrini all’interno. Lìacqua del fiume e dei canali è ovviamente melmosa, caffellatte. Borgate povere e recenti (il fiume ogni tanto spazza tutto) buttate là su rive fangose. Quando la vista si apre appaiono vastissimi spazi nudi di tutto fuorché dell’immancabile fila di alberi, laggiù in fondo.  Certo, nel Delta del Danubio ci sono una infinità di specie di uccelli che vanno a nidificare in quelle tranquille distese e tanti pesci diversi e millanta piante diverse. E’ uno dei luoghi al mondo con la maggiore biodiversità. Ma son cose che possono attirare ornitologi o botanici. Il comune turista non saprà certamente distinguere un uccello da un altro, con la notevole eccezione del simbolo di questa regione: il pellicano.

No, ciò che ci attira nei delta non sono i paesaggi o la flora o la fauna. Quel che ci affascina è la complessità dell’ambiente. Quella irresolutezza della natura che ha giocato con tutti gli elementi senza riuscire a separarli. E’ l’incertezza dell’essere; la situazione amletica del Creato. Ecco, la Genesi ci dice che il terzo giorno Dio separò l’acqua dall’asciutto che chiamò terra. Errore. Nei Delta non fu affatto così: l’acqua e la terra si opposero fermamente alle discriminazioni divine; da un parte i maschi e dall’altra le femmine. Nel delta, acqua e terra vollero rimanere felicemente insieme, a giocare l’una con l’altro. Da questa unione sorsero infiniti esseri che non possono stare senza l’uno e senza l’altro, insieme. I più felici fra loro sono gli uccelli acquatici che stanno con le zampe nell’acqua, grufolano nel fango cercando vermetti e possono anche permettersi di sbattere le ali nell’aria.

E noi ci beiamo di questa felice comunità naturale.

Foto di AcaroDerivative work da Wikimedia Commons

 

 

Per la prossima volta

Avete passato, ancora una volta, delle vacanze esecrabili? Vi hanno spennato in cambio di servizi da centro di accoglienza immigrati? Non avete visto nulla perchè sempre immersi in una folla sudata ed appiccicosa? E’ perchè non seguite il Viaggiatore Critico.

Ecco delle idee per la prossima volta che volete partire.

Case tradizionali in Bulgaria.

Costi bassi, Europa, auto propria. I Balcani. Sono la nuova frontiera del turismo europeo. Ci si sta benissimo, si mangia bene, si spende poco, la gente è molto gentile ed accogliente, sono poco frequentati dal turismo sborrone, livello di sicurezza personale molto alta (contrariamente a quello che pensano gli italiani). Gli inconvenienti sono la mancanza di lingue in comune e le non molte cose da vedere. E’ soprattutto un tursmo di sensazioni, di atmosfere. Un ritorno ad una vita modesta, ma piena di speranze e di voglia di viverla. Una specie di Italia degli anni ’70. Il modello di turismo migliore consiste nell’andare con la propria auto (passando da Trieste o attraversando l’Adriatico, verso l’Albania o la Grecia) e girare senza meta, annusando l’aria e dando un’occhiata alla guida. Solo un’occhiata, senza impegno. Le spiagge dell’Albania meritano molto, soprattutto  a nord di Saranda. E in Albania si sta tranquillissimi, perchè tutti i loro delinquenti sono in Italia. In Macedonia piaceranno molti i laghi di Ochrid e di Prespa; la regione fra i due è montuosa e gradevole. Una puntatina nel nord della Grecia ci sta sempre bene. La Bulgaria offre molto ed è particolarmente accogliente. La vita notturna di Sofia merita qualche giorno; poi si può andare sul Mar Nero, anche se non è un granchè. Poco lontano c’e’ la grande Romania. Da non dimenticare un giro nelle campagne ungherese, frequentando le loro piccole terme. Insomma un viaggio che può essere lungo, vario, divertente, interessante. Soprattutto nuovo.

Dalla finestra di camera, a Pellestrina.

In Italia, stanziali. Pellestrina è il luogo giusto. Soggiornate in un paesino dimenticato da Dio, sulla laguna di Venezia. Da lì potete andare con i vaporetti a Venezia, a Chioggia, al mare del Lido. Ma vedrete che starete così bene, in paese, che non avrete voglia di allontanervene e ci passerete delle belle giornate fra la spiaggia (bruttina), il bar ed il ristorante a mangiar spaghetti alle arselle. Poi potete trasferirvi, in pochi chilometri,  nel Delta del Po, a vedere quel mondo strano, fatto più d’acqua che di terra.  Magari è meglio non andarci d’agosto, per il caldo, l’umidità e le zanzare, addestrate dall’ISIS. Prezzi contenuti nel Delta, abbastanza alti a Pellestrina; esosi i vaporetti veneziani.

Caraibi. State lontani dalla Cuba insignificante, da Santo Domingo trasformato in bordello a cielo aperto, da Saint Martin affollato, dalle isole anglofone iperturistiche,  dai resort lussuosi e carissimi o dalle tremende crociere. Andate in un’isola-gioiello dove regna la calma e la serenità. Spiagge molto belle, ricettività familiare, interni agricoli e bucolici, bassissima affluenza. E’ l’isola di Marie Galante; è francese e quindi è come stare in Europa. Ma attenti al problema delle alghe. A volte ne arrivano tonnellate, a riva; marciscono e puzzano rendendo impossibile la vita. Informatevi bene prima di partire. Oppure, la molto basica isola di Barbuda dove la vita del turista è difficile ma le spiaggie sono di commovente bellezza. Prezzi altini, in tutti i casi: più a Barbuda che a Marie Galante.

 

Immensità patagoniche

Patagonia, per sempre. Questo è un viaggione: difficile, lungo, caro, scomodo. Ma vedrete i luoghi più belli del mondo. Paesaggi incredibili, distanze immense, orizzonti infiniti. Deserti, ghiacciai, foreste nebbiose, torrenti impetuosi, mari gelidi. Viaggerete per giorni e giorni su brutte strade, mangerete gli agnelli cotti al riverbero dei falò, conoscerete le incredibili storie della fine del mondo. Chi non ci è stato non può immaginare; chi ci è stato torna con un’altra luce negli occhi. E’ un luogo che non si dimentica; si può finire per odiarlo, ma non ti lascerà più. Non è certo come una vacanza a Gatteo a mare. Ci vogliono dei bei soldi ed almeno tre settimane. Si può discendere la Carrettera Austral cilena o la mitica Ruta 40 argentina. Bisogna comunque arrivare ad Ushuaia. Le grandi attrazioni sono il ghiacciaio del Perito Moreno, la penisola di Valdez con le balene, il Parco delle Torri del Paine. Ma tutto il resto è ancora più interessante. Da programmare per bene, evitando i tour organizzati, cari ed insoddisfacenti. Evitare anche le crociere patagoniche; sono un pò delle truffette. Il meglio è andare in 5 o 6 ed affittare un pulmino robusto, dove, all’occorrenza, ci si possa arrangiare per dormire. E’ il viaggio della vita, obbligatoriamente durante il nostro inverno.

La Plaza de toros di melilla è facilmente visitabile.

Originale, dove non va nessuno. Melilla, enclave spagnola in Marocco. Vi è una bella spiaggia, la città è molto carina e vivibile, si mangia dell’eccellente pesce e, se si vuole, anche la cucina araba. Se ne può uscire per fare un giro in Marocco, magari a Fez, la cui Medina ritengo essere l’unico luogo interessante di quel paese. Zero turisti, si vive una città multiculturale, multietnica e piena di storie curiose. E’ stata anche sede del Tercio, la Legione Straniera della Spagna: fascistissimi, ma un pezzo di storia. Interessante osservare gli intensi traffici che si svolgono alla frontiera fra la città e il Marocco. Essenziale parlare lo spagnolo, per scambiare con la gente. Una vacanza balneo-antropologica. Ve ne potrete vantare con gli amici, che non sapranno nemmeno dove si trova questa città. Ci si arriva molto comodamente con Ryanair fino a Nador; da quest’aereoporto in 10 minuti di taxi si arriva a Melilla.

A praia da piscina; la spiaggia della piscina a Sao Tomè.

L’Africa possibile. E’ molto complicato andare in Africa; eppure qualche volta nella vita va fatto. E’ pur sempre il continente dove l’umanità è nata. Naturalmente non parlo di Malindi, colonia di italiani o della Namibia dei banali tours organizzati. Propongo una meta pochissimo conosciuta dagli italiani. Un luogo piccolo, raccolto, facile da girare, del tutto sicuro. Le belle isole di Sao Tomè e Principe, dove si trovano delle spiaggie, delle foreste densissime, dei bei panorami, una bella architettura coloniale, una storia intensa. E dove la vita pulsa, come quasi ovunque in Africa. Ci sono buoni alberghi, con delle belle piscine. Una decina di giorni in giro per Sao Tomè sarà una vacanza molto piacevole ed interessante. Ed anche innovativa. Il costo non è bassissimo, soprattutto a causa dell’aereo; obbligatorio passare da Lisbona.

Buon viaggio, questa volta.

Non come in Croazia

Terrificanti mostri a Dubrovnik. (Foto di László Szalai, via Wikimedia Commons)

La Croazia è un eccellente esempio di come non fare turismo. Si veda questo articolo sulla stupenda città di Dubrovnik, di estrema bellezza, e di come sia stata prostituita in favore dei turisti. Fino a perdere l’anima, oltre ai propri abitanti. La stessa cosa che avviene a Venezia, a Barcellona ed in mille altri luoghi.

Il turismo in Croazia cominciò intorno al 1966, quando il Maresciallo Tito aprì la Jugoslavia all’entrata degli europei occidentali. I primi avventurosi trovarono il meraviglioso mare della Dalmazia ed un popolo povero che si faceva in quattro per offrire qualche stanza e qualche cibo agli inaspettati visitatori. Pionieri gli uni e gli altri; si arrangiavano come potevano, spendendo poco i primi (soprattutto italiani e gli immancabili tedeschi) ed incassando molto i secondi; ciascuno con il proprio metro. E tutti soddisfattissimi, nonostante la precarietà di tutta la faccenda, a cominciare dalle strade, spesso in pessime condizioni, e dalla embrionarietà dei servizi.

Il mare è meraviglioso, ma molto difficile: poche e piccole spiagge e di ciottoli, la sabbia non esiste. Altrimenti scogli appuntiti e acque profonde, un problema per i bambini. Un’infinità di isole collegate da puzzolenti traghetti semi-artigianali. E poi barchette per andare nelle isole più piccole, per la giornata. C’era molto da sbattersi, ma i luoghi erano meravigliosi.

Anche in bassa stagione i gruppi di tedeschi non mancano mai. Qui a Lussino.

La Croazia marittima (meglio dire la Dalmazia) è fatta di calcare. I paesaggi sono forti: il bianco ed il grigio della roccia, spesso che si alza in imponenti montagne; il verde intenso delle pinete, fin sul mare; il rosso della poca ed arida terra; l’incredibile azzurro del mare. La pietra dei mille borghi di stile e storia veneziani. Alcuni dei borghi sono di una bellezza stupefacente.

Erano vacanza da sogno: i dirimpettai della riviera romagnala facevano pena, in confronto.

Con gli anni, i turisti aumentarono ed i servizi migliorarono. Più strade, più alberghi, cibo migliore. Ma le difficolta del territorio restavano: la Dalmazia è ovunque scoscesa, non ci sono pianure, non ci sono spazi per mettere le case, le auto, le strade, le persone. Diventa tutto, rapidamente, un formicaio soffocante. Le poche spiagge sassose sono più affollate di un ufficio postale.

Cadde il muro di Berlino e frotte di ungheresi, polacchi, cecoslovacchi che mai avevano visto un mare decente si riversarono su quello che era loro più vicino ed anche economicamente più accessibile. Fu una carneficina che non è ancora finita. La Dalmazia è ormai diventata del tutto infrequentabile, durante il pieno della stagione. Al di fuori di questa si possono ancora trovare degli angoli interessanti, ma ci vuole naso, per evitare l’assoluta cementificazione che ha inondato la maggior parte dei luoghi, soprattutto sulla terraferma. Nelle isole, meno immediatamente raggiungibili, a volte, va un pò meglio.

Il modello predominante è ancora la casa di famiglia con alcune stanze che si danno in affitto o il piccolo alberghetto familiare. I ristoranti si sono un pò migliorati, ma i menu rimangono corti e ripetititvi.

Meravigliosa e rovinata Dubrovnik. Foto di Luna04 via WikiCommons)

Il turismo rappresenta il 20% del PIL della Croazia. Anni fa fecero, a tempo di record, un’autostrada che portasse fino a Dubrovnik i flussi turistici. Ci tengno molto al turismo; è una vacca che speremono senza ritegno. Da non dimenticare, inoltre, che i croati sono, in generale, simpatici come un calcio nelle palle, a digiuno. E terribilmente di destra.

Ne sia una prova quest’altro articolo sul fenomeno dei turisti di un sol giorno, che vengono dalla Bosnia o da Zagabria e che i simpatici esercenti turistici della costa non vogliono ricevere perche occupano il loro metro quadrato di similspiaggia senza lasciare un centesimo. L’avidità senza freni, come a Firenze, del resto.

E per tornare a Dubrovnik, il mio cuore sanguina. Ho amato quella città e vederla ridotta a parco tematico dell’espansione veneziana, mi fa star male. Alla piaga dell’alluvione turistica normale si è aggiunta quella delle crociere. Quel porto è diventato il secondo dell’Adriatico, dopo Venezia, per numero di navi approdate. Ed ancora una volta si deve assistere alla discesa di questa massa di gente persa e ciabattosa che consumano inutilmente le vecchie pietre.

Quando finirà questo assurdo turismo che continua a tagliare, uno dopo l’altro, i rami su cui è seduto?

Le crociere sul Danubio

Le navi della Viking Cruise al porto di Vienna

Non solo le famigerate crociere caraibiche, o le carissime crociere patagoniche, quelle invernali a Capo Nord o quelle archeologiche sul Nilo.  Vi sono anche le crociere sul Danubio, a conferma che alla gente piace stare seduti sul ponte di una nave e vedere il mondo che gli passa accanto.

Le crociere sul Danubio si fanno su delle chiatte: imbarcazioni molto lunghe e con i bordi molto bassi (tanto non ci sono onde), strette (devono entrare negli angusti bacini delle numerose chiuse che permettono di superare i dislivelli del fiume), leggere (il pescaggio deve essere modesto a causa dei fondali a volte bassi), lussuose (i clienti sono soprattutto pensionati teutonici, i quali amano le comodità e non difettano di liquidità).

In tre affiancate aspettando le festanti comitive dei pensionati tedeschi.

Il Danubio comincia ad essere navigabile, per queste navi, da Passau, al confine fra Germania ed Austria; da qui partono le crociere. Parte da passau anche la ciclovia del Danubio, la più famosa e frequentata del mondo. Le crociere attraversano l’Austria con sosta a Vienna; la Slovacchia con sosta a Bratislava; l’Ungheria con sosta a Budapest, la Serbia con visita a Belgrado; per poi arrivare in Bulgaria con viaggetto in bus a Sofia. Alcune arrivano fino a Tulcea, ormai nel delta romeno del Danubio. Naturalmente ci sono crociere parziali che partono ed arrivano dai e nei diversi porti di questa lunga catena di paesi e capitali.

Si viaggia di notte, salvo in alcuni tratti particolarmente suggestivi (dopo Passau e al confine fra Serbia e Romania) dove la navigazione è diurna. Si sosta la giornata nelle capitali che possono essere visitate e da cui partono anche escursioni per i dintorni, molto spesso ad alto contenuto culturale, naturalmente con un supplemento monetario non simbolico.

Poco a velle di Passau.

Non sono come le navi da crociera marittima: niente piscine, discoteche, grandi sale, bar, ristoranti, giochi e teatri. Sul Danubio l’atmosfera è completamente diversa: più raccolta, compassata, signorile. La pubblicità di certe compagnie è del tutto platinata, così come i capelli delle mature signore mostrate nelle fotografie. Come si conviene ad un rito mitteleuropeo, niente di balneare/notturno.

I passeggeri sono meno di duecento, vi è un ristorante, una sala-bar-soggiorno ed un ponte per prendere il sole. Ma le cabine sono spaziose e soprattuto dotate di una grande vetrata da cui si osserva sfilare la riva che ti è toccata in sorte (o destra o sinistra). La navigazione deve finire per essere molto monotona; proprio da pensionati teutonici.  I costi delle crociere sono nettamente alti. Ecco alcuni esempi, di crociere brevi o complete, da Passau a Tulcea.

Il Danubio è fascinoso. E’ maestoso, calmo, imponente. Attraversa molti paesi, bagna molte capitali; una bella parte della complessa storia europea gli ha girato intorno. Arrivare sulle sue rive è per me sempre fonte di grande emozione. Sedersi sugli argini è un eccellente passatempo; invece del cadavere del tuo nemico si vedranno passare un gran numero di chiatte da trasporto merci, molte barche da diporto, canoe di sportivi, gusci di pescatori. Ci saranno anatre, cigni ed altra avifauna variata. Io sostengo anche che l’odore del Danubio è particolare. Il colore è fangosino, nessun blu. Le acque del Danubio sono internazionali, come quelle degli oceani e quindi navigabili da tutti senza bisogno di permessi nazionali. Se non si approda non ci sarebbe nemmeno bisogno del passaporto.

In certi luoghi le rive sono alte, boscose ed il fiume serpeggia fra le colline. Ridenti borghi, fiorite case di contadini, festose birrerie all’aperto, pascoli di mucche felici, costellano il fiume, nei luoghi romantici. Ci si trova nell’apoteosi della cartolina austriaca, quella con la ragazzotta in abito tradizionale, le trecce al vento, le guanciotte rosa, la birra in mano ed il décolleté procace e sano.

In altre parti scorre rettilineo in pianure anonime interrotto frequentemente da dighe e chiuse, accompagnato solamente da fabbriche e centrali elettriche. Ma anche in pianura è a volte costeggiato da fitte e fresche foreste, intrise di acqua e di zanzare, ma comunque emozionanti, perchè non sono foreste qualunque. Sono quelle del Danubio! Che a volte cresce di molto ed allora troverete le campagne circostanti invase da fango, quando ci passate in bicicletta.

Meglio in bici.

E’ comunque un mondo particolare come spesso succede ai grandi fiumi (ad esempio il Delta del Po), suggestivo ed interessante).

Consiglio una visita, direi sulle rive, magari in bicicletta, ma non con le crociere; troppo monotono, troppo da pensionati, troppo da tedeschi.

I dolori del Libano

Insegna bilingue in arabo ed in armeno nel quartiere di Borj Hammoud che accolse i sopravvissuti armeni dal loro genocidio, sotto protezione francese.

Dopo aver osservato per anni quel che di nefasto i libanesi fanno in Africa, son voluto andare a vederli a casa propria. Ne son rimasto molto impressionato. Un viaggio  breve, nel quale non sono stato affatto bene, ma che mi ha sollevato ondate di interesse e smania di volerne saper di più. Ma in Libano la conoscenza è difficile e porta dolore.

Da un lato si è sbalorditi dal numero, dalla complessità, dalle sfaccettature della miriade di comunità diverse che compongono quel piccolo paese. Se mi pareva complesso il mondo dei Balcani, qui è mille volte più articolato. Tutti parlano l’arabo, si diversificano piuttosto per religione od origine. Nel centro di Beirut, nel raggio di trecento metri ci sono quattro centri religiosi: la principale moschea sunnita e le cattedrali cattolica maronita, cattolica greca, ortodossa greca. Poco oltre quella cattolica armena. Poi ci sono gli Sciiti, i Drusi, gli Armeni ortodossi, gli Alauiti e gli Ismaeliti, qualche resto di Ebrei. Numerosi i rifugiati storici Palestinesi ed ora la grande massa dei rifugiati siriani. Ed ogni gruppo (eccetto l’ultimo) ha la sua zona, il suo quartiere di influenza (se non adirittura di predominio), la sua cultura, la sua visione delle cose, spesso in conflitto con quella di uno o più degli altri gruppi.

Dalla porta della Cattedrale cattolica Maronita ci si affaccia sulla confinante Moschea, la più grande del paese.

Ma quella che potrebbe sembrare una enorme ricchezza culturale è invece una maledizione. Perchè anche il semplice turista si rende conto di nuotare in un mare di odio. Quell’odio sotterraneo che non si manifesta platealmente in scatti di razzismo, ma che erode la convivenza.

Bisogna riconoscere all’Impero Ottomano il merito di aver tollerato tante comunità e di aver permesso loro di attraversare i secoli. Nello stesso momento i cristiani di Europa si applicavano a sterminare ogni tipo di comunità che non fosse omogenea al potere dominante; lo fecero i cattolici contro i protestanti, lo fecero i protestanti contro i cattolici.

Ma i lunghi secoli durante i quali il Libano fece parte dell’impero turco non furono di pace; vennero bensì percorsi da lotte, guerre, tradimenti, voltafacce, sangue. E le comunità si abituarono a sopravvivere nelle difficoltà, a dissimulare, ad ondeggiare nelle tempeste piegandosi ad ogni compromesso. Cercando accordi per dividersi fra loro il potere in complicatissimi sistemi: una sorte di manuale Cencelli plurisecolare. Questo strano sistema di divisione del potere è una caatteristica libanese, ormai entrata nel DNA politico del paese. Ancora oggi il Presidente della Repubblica deve essere un cristiano; il Presidente del Governo, un sunnita; il Presidente della Camera, uno sciita . Alle elezioni, i candidati alla Presidenza della Repubblica saranno solo cristiani, ma saranno votati da tutti gli elettori. Una strana democrazia.

Quando non ci si combatte con le armi, lo si fa con i simboli. Ci si rifugia nella propria comunità sventolando la minigonna o il velo, non perchè piaccia, ma per disprezzare chi ha il velo o la minigonna. I margini di libertà delle persone sembrano essere scarsi. Ed il turista questo lo avverte e se ne duole. E parlando con la gente, il discorso finisce immancabilmente nella maldicenza rancorosa nei confronti del gruppo che è il nemico del momento.

I minareti della Moschea sembrano spuntare dalla Cattedrale Greco Ortodossa.

Il turista cercherà, con attenzione e difficoltà, di assegnare le persone che incrocia o i luoghi che frequenta, a questo o a quel gruppo (una donna con i capelli liberi sarà cristiana o sunnita moderna? in quel bar si serve o no birra? quella ragazza con l’impermiabilone ai polpacci sarà sunnita stretta o sciita?); oppure cercherà di capire se è capitato in uno di quei luoghi “comuni”, dove i gruppi si devono mescolare per le esigenze della vita moderna (piazze del centro città, università, centri commerciali). Ho cercato di farlo, riuscendoci, forse, in un numero limitato di casi. Altri, più esperti e perspicaci, avrebbero fatto meglio. E’ certo escluso poterlo chiedere direttamente alle persone, sarebbe oltremodo sgarbato. Ma questa ricerca mi ha procurato stanchezza e dolore a causa della crescente consapevolozza delle infinite fratture che attraversano quella società. Dei rancori incrostati e della diffidenza che ammorba l’aria, nonostante il discorso ufficiale del “siamo tutti libanesi” o il ritrovarsi intorno alla meravigliosa cucina. Ogni giorno che il turista passa nel Libano, le contraddizioni di quella società gli appariranno più enormi e gravi; fino ad arrivare a non poterne più, detto molto francamente.

La diversità non come segno di vitalità quale l’ho vissuta in Macedonia, ma come permanenza di un conflitto infinito. Per non parlare delle diversitè economiche che attraversano ogni gruppo, dove più, dove meno; in un paese nel quale il termine di giustizia sociale deve esser cercato nel vocabolario, tanto è assente nella realtà.

Perchè poi, da questo calderone ribollente, le persone non ne escono fuori migliori, anzi. Ed il turista si troverà quindi a che fare con sotterfugi, menzognette, depistamenti, strategie macchiavelliche e con la falsa cortesia di chi ti si fa amico per meglio fregarti.

E tutto ciò torna con quanto avevo notato fra i numerosissimi libanesi incontrati durante anni ed anni in Africa. Abilissimi commercianti, ma rotti immancabilmente ad ogni forma di corruzione e di percorso obliquo per piegare il mondo ai propri interessi. Come fan molti, dirà qualcuno; vero, ma non così sempre e così tanto. Una mentalità pronta a vendere tutto, foss’anche il proprio paese, se ne vale la pena.

Un mondo dove la capacità di sopravvivere dei gruppi e dei singoli è arrivata a vertici di eccellenza assoluti, ma a dei costi umani ed etici insopportabili. E ciò può incantare l’antropologo, ma sfibra il turista. Non so se avrò voglia di tornare in Libano.

L’isola inaspettata molto vicino

Il traghetto da Lussini. Unico avenimento della giornata.

Il Viaggiatore Critico girovaga a lungo, come un cane da tartufi, spesso a vuoto. Ma a volte trova dei gioiellini che non immaginava. Allora è tutto contento e lo scrive.

In questa occasione il gioiellino è l’isola di Susak; in Croazia, ma molto a nord, vicinissima a Trieste. Vi si arriva prendendo un traghetto dall’Istria, per l’isola di Cres; si percorre quest’ultima per tutta la sua lunghezza, fra bellissimi boschi, fino ad arrivare alla fine. Lì vi è un ponticello che porta alla seguente isola di Lussini. In quest’isola ci sono due paesi i cui nomi, senza molta fantasia sono Lussin Piccolo e Lussin Grande. La particolarità sta nel fatto che Lussin Piccolo era tale nei tempi passati. Ora si è molto sviluppato ed è diventato pià grande di Lussin Grande. Tutto il percorso è fattibile anche in bicicletta: è dura perchè è un susseguirsi di salite, ma si percorrono bei boschi e si hanno bellissimi panorami sul mare. A Lussin Piccolo si lascia la macchina e si prende (spesso ad orari antelucani) un traghettino solo per passeggeri e merci (quindi senza macchine) che vi porta a Susak. Durante il percorso si ferma in un paio di altre isole, in una delle quali vivono due persone, tanto per dire l’affollamento.

Si arriva quindi a Susak chiamata Sansego dai veneziani. La minuscola isoletta di 4 km quadrati con 120 abitanti, ha molte caratteristiche che faranno la vostra gioia. All’arrivo del traghetto troverete immancabilmente i pensionati del paese, per l’unico svago della giornata. Ci saranno anche un paio di trattorini con rimorchio per caricare le merci arrivate e portarle in paese, a qualche centinaio di metri di distanza. Altre macchine non ci sono, così come mancano le strade. Solo stradelli per i trattorini. Atmosfera di saluti e di benvenuti per chi arriva e chi parte; anche se l’allontanamento sarà di un solo giorno, giusto per vedere il dottore o fare una radiografia. Si percepisce che lasciare l’isola è comunque un passo importante e ritornarvi uno scampato pericolo. Il cosiddetto spirito di insularità.

Il paese è semi abbandonato anche se si fanno degli sforzi per mantenerlo in vita.  E’ diviso fra un quartiere in alto ed un quartiere in basso, collegati da una scalinata che stronca gambe e fiato. Non ci sono alberghi, ma solo delle case private ed una pensione: la tranquillità è assicurata ed il sovraffollamento turistico che sfianca la Croazia è escluso. L’isola è da sempre stata veneziana e quindi tutti i vecchi e non pochi giovani ( se ne trovate) parlano in veneto, come prima lingua. Non è detto che siano di origine italiana: i loro cognomi sono slavi. Semplicemente la presenza veneziana aveva imposto la lingua, i costumi, la cultura. E tale è rimasta, anche durante il lungo periodo jugoslavo. Ora i giovani se ne sono andati nelle città e la loro lingua “normale” è diventata il croato. la cosa curiosa è che non parlano affatto l’italiano; ma proprio il veneto.

Quel minimo di vita che troverete sull’isola, si svolge nel quartiere in basso, vicino alla spiaggiona. Vi è un solo miserello negozio, un forno, due bar ed un paio di posti dove si può mangiare (d’inverno nemmeno quelli). Dal momento che non c’e’ nulla, le vostre vacanze saranno anche economiche. Nel quartiere di sopra, ancor più calmo c’e’ la chiesa, un cimitero, un prete che parla italiano ed una cantina dove si può bere il vino locale.

Il paese alto di Susak, fra i rovi delle vecchie vigne. Sullo sfondo l’isola di Lussini.

Ma l’aspetto più interessante di Susak è il fatto che non è un’isola come tutte le altre croate: rocciosa, sassosa, riarsa, inospitale. Questa è miracolosamente fatta di terra, gialla e fertile. Il villaggetto si trova ad avere quindi una grande spiaggia di vera sabbia che degrada molto, molto lentamente in mare per la gioia dei bambini e delle loro mamme. Un tempo era tutta coltivata a vigneti, ormai in gran parte abbandonati, rinselvatichiti, invasi dai rovi, ma pur sempre presenti. Un pò di vino viene ancora fatto.  Si può quindi camminare tranquillamente in sandali per l’isola senza distruggersi i piedi come ovunque altrove in Dalmazia. Ci sono degli stradelli che percorrono l’isola: portavano alle diverse vigne e da queste protavano le vendemmie in paese, alle catine. ora è veramente tutto abbandonato. I pali delle viti sono caduti, i tralci cercano di farsi largo fra la sterpaglia. Stanno per soccombere, ma cercano di resistere. Dei ricoveri agricoli o delle vasche per l’irrigazione sono sommersi dai rovi. Tutto molto decadente, ma anche bello. Ed il mare, sempre in primo piano.

Susak è molto nota fra i croati; tristemente. Perchè è portata come esempio estremo di comunità isolata. Vi sono stati fatti molti studi e risulta che il grado di consaguineità è il più alto di tutto il paese. Vi sono molti problemi di salute fisica e mentale, fra i suoi abitanti. E per quanto si cerchi di porre qualche rimedio, si teme con ragione un prossimo spopolamento totale dell’isola. Fino agli anni ’60 c’era una fabbrica di di conserve di pesce. Chiusa quella il declino demografico è inarrestabile. Che ci siano ancora degli abitanti 60 anni dopo è certamente fonte di sorpresa. Il turismo muove un pò di economia; ma solo durante la breve stagione. Finita quella se ne vanno quasi tutti.

A sud di Lussini un’altra isolina con pochissimi abitanti: Ilovik

Ha senso andare in questo luogo? Sì e molto, credo io, perchè Susak è in qualche modo una metafora. E’ nel centro di una regione molto affollata (Venezia, Trieste, Fiume, Zara sono vicinissime) e fa parte della pulsante Croazia turistica, eppure è del tutto isolata, china su se stessa, morente per abbandono, per consunzione economica, per sfinimento genetico. L’animo del turista consapevole troverà in questa strana situazione materia di interessante riflessione e metafora delle fallaci vicende umane.

Nel frattempo se ne può sapere di più leggendo quest’interessante articolo apparso sul sito di un vivace gruppo che si occupa delle vicende dei Balcani.

Dove andare in Macedonia

L’antico Consolato russo di Bitola.

Turismo di atmosfera nella Republica di Macedonia; molti gli aspetti interessanti, numerose le piacevolezze incontrate in questo pease nel mezzo dei Balcani. Un luogo dove si sta bene, tranquilli, rilassati. Si mangia bene e si spende poco. Gente gentile, accogliente, simpatica e riservata; sicurezza e pochi turisti a darvi fastidio.  Insomma, un posto dove andare, senza sovraccaricarsi di soverchie aspettative, ma pregustando un viaggio molto interessante.

Certamente Skopje con i suoi palazzi neo-antica Grecia, il quartiere mussulmano, la zona albanese, le notti di Malo Debar, quartiere di posticini gradevoli. Poi Ohrid, unico vero polo turisico della Macedonia, con l’infinità di chiese e monasteri ed il bel e gran lago. Vicinissimi i più bucolici laghi di Prespa, il grande ed il piccolo. Poi Bitola, città del tutto europea in pieni Balcani, con una storia strana ed intrigante. Passeggiare sul corso è una esperienza sconcertante, ci si direbbe in altro luogo/tempo.

Una capatina a Prilep ci sta, per il quartiere del mercato ed il monastero di Borogodiza, ma giusto giusto. La fascia orientale, per vedere le comunità albanesi ed i paesini in cui convivono in pace minareti e campanili. Nella parte occidentale del paese pare che non ci siano che pochi monasteri da visitare; non ci sono andato.

La chiesetta di Sveti Naum sul lago di Ohrid

Ma non dimentichiamoci che dalla Macedonia è un passo andare nel nord della Grecia, a Florina o a Psarades.  E siamo al centro del fantastico mondo dei Balcani: il sud della Serbia, l’Albania, la Bulgaria. Una base per cavalcare l’infinita e complessa storia di questo mondo semisconosciuto agli italiani, che ne sono ingiustamente diffidenti. Raccomondato.

E’ finito il raccolto. E’ stato messo nei cartoni e portato col trattore al magazzino dell’acquirente. Si tratta del famoso tabacco Macedonia, di eccelsa qualità. Mettere il naso dentro quelle scatole è un’esperienza celestiale.