Hanno i turisti una responsabilità politica?

Pesante come le loro colonne, la situazione politica in Egitto.

Hanno i turisti una responsabilità politica?

La domanda è del tutto legittima; e non parlo degli aspetti ambientali, economici, sociali. In una parola, della sostenibilità del turismo o dei comportamenti del turista solidale, che son parole tanto di moda quanto povere di significato.

Parlo proprio della politica in senso proprio; delle scelte che hanno un valore strettamente politico. Faccio alcuni esempi.

Una amica mi propone un viaggio in Dancalia; il posto mi affascina, da sempre lo tengo d’occhio, mi piacerebbe andarci. E’ un posto scomodo, è quasi inevitabile fare il viaggio con un gruppo. Mi spiega meglio come stanno le cose e fra le varie informazioni mi dice che il gruppo sarà accompagnato da alcune guardie armate. Io sobbalzo ed annullo, indignato, ogni mio interesse al viaggio. Io dico che non è possibile che un turista giri protetto da armati. E non per la sua sicurezza; ma, piuttosto, per la sua immagine negli occhi delle persone del luogo. Il turismo è sinonimo di pace e di scambio fra persone, non si può mescolare con le armi. Se c’e’ un certo numero di locali che vogliono attaccare il turista, in quel posto non ci si va, finché non abbiano risolto i loro problemi interni. Stessa cosa in Egitto. Si visitano i templi sotto il controllo delle mitragliatrici. Non è bello.

Altro esempio, sempre in Egitto. E’ corretto andare in un paese che non dice quel che è successo a Regeni? Il governo è pesantemente implicato nel caso; non sarebbe meglio il boicottaggio? Come in Turchia, dove Erdogan sta trasformando una democrazie in una dittatura personale.

Si dirà: io vado ed incontro la gente; do risorse a piccole economie familiari come le pensioni o i semplici ristoranti. Sto accanto alla gente, non mi immischio con il potere antidemocratico. E’ accettabile questo ragionamento? A me non sembra, direi che è paraculaggine. Visitare un luogo è comunque rendergli omaggio; avvicinarsi alla loro idea del mondo; portargli un saluto amichevole. Ecco, io non ho nessuna voglia di conoscere chi vota Erdogan e fa le manifestazioni in favore della pena di morte. Preferisco astenermi dal conoscerli. E non voglio esprimere nessuna vicinanza ad un paese che, nel suo complesso, permette che succeda quel che è successo a Regeni e ad un esercito di altri ed anonimi egiziani.

Bambini soldato in Africa.

Si dirà allora che ci sono tutti gli altri: quelli che lottano contro Erdogan e contro la dittatura egiziana. E’ vero, esistono e ci piacciono. Ma allora andiamo a trovare loro e trasformiamo un viaggio meramente turistico in una espressione di solidarietà politica, andando a conoscere e sostenere quegli oppositori. Terzomondismo militante, si chiamava un tempo. Magari stiamo attentini a non metterli in pericolo con comportamenti od esternazioni che a noi costano al massimo l’espulsione, a loro la tortura.

Quindi, provo disgusto per quelli che vanno apposta, proprio ora, in Egitto od in Turchia perché i prezzi son più bassi a causa delle rispettive crisi politiche. Sciacalli, li chiamerei.

Ed ancora: andiamo in Iran dove sono legali e frequentissime le punizioni corporali? E nei paesi dove è in vigore e largamente utilizzata la pena di morte? Ma allora cosa fare per tutti quei paesi che non sono democratici, ma di cui non sappiamo quasi niente, da un punto di vista politico? Nello stato padronale della Guinea Equatoriale ci andiamo o no? Andiamo in Cameroun dove ho visto, nei Commissariati, torturare ladruncoli? E quelli che vanno in Mauritania a visitare le antiche biblioteche pur sapendo che ci sono ancora gli schiavi, in quel paese?

La mia risposta è certamente NO per l’Iran. Non voglio aver niente a che fare con quel regime; non voglio incrociare uno dei loro sbirri. Per i paesi africani sono più possibilista (ma non per la Mauritania): son luoghi dove non c’e’ mai stato altro che il potere del capo. Piano, piano alcuni, stanno cercando di avere forme di potere un po’ più decenti e civili. Bisogna dar loro fiducia ed avere pazienza.

Ma invece non ho nessuna pazienza e non metterò piede negli Stati Uniti della pena di morte ai minorenni, degli omicidi dei Neri da parte della polizia, della carcerazione arbitraria, degli sceriffi eletti dal popolo. E non sarei andato nel Cile di Pinochet o nell’Argentina di Videla. Ho dei problemi anche con l’Ungheria di Orban; continuo ad andarci ma non mi sento più a mio agio.

Spero che non mi tocchi andarmene anche dall’Italia….

 

Per la prossima volta

Avete passato, ancora una volta, delle vacanze esecrabili? Vi hanno spennato in cambio di servizi da centro di accoglienza immigrati? Non avete visto nulla perchè sempre immersi in una folla sudata ed appiccicosa? E’ perchè non seguite il Viaggiatore Critico.

Ecco delle idee per la prossima volta che volete partire.

Case tradizionali in Bulgaria.

Costi bassi, Europa, auto propria. I Balcani. Sono la nuova frontiera del turismo europeo. Ci si sta benissimo, si mangia bene, si spende poco, la gente è molto gentile ed accogliente, sono poco frequentati dal turismo sborrone, livello di sicurezza personale molto alta (contrariamente a quello che pensano gli italiani). Gli inconvenienti sono la mancanza di lingue in comune e le non molte cose da vedere. E’ soprattutto un tursmo di sensazioni, di atmosfere. Un ritorno ad una vita modesta, ma piena di speranze e di voglia di viverla. Una specie di Italia degli anni ’70. Il modello di turismo migliore consiste nell’andare con la propria auto (passando da Trieste o attraversando l’Adriatico, verso l’Albania o la Grecia) e girare senza meta, annusando l’aria e dando un’occhiata alla guida. Solo un’occhiata, senza impegno. Le spiagge dell’Albania meritano molto, soprattutto  a nord di Saranda. E in Albania si sta tranquillissimi, perchè tutti i loro delinquenti sono in Italia. In Macedonia piaceranno molti i laghi di Ochrid e di Prespa; la regione fra i due è montuosa e gradevole. Una puntatina nel nord della Grecia ci sta sempre bene. La Bulgaria offre molto ed è particolarmente accogliente. La vita notturna di Sofia merita qualche giorno; poi si può andare sul Mar Nero, anche se non è un granchè. Poco lontano c’e’ la grande Romania. Da non dimenticare un giro nelle campagne ungherese, frequentando le loro piccole terme. Insomma un viaggio che può essere lungo, vario, divertente, interessante. Soprattutto nuovo.

Dalla finestra di camera, a Pellestrina.

In Italia, stanziali. Pellestrina è il luogo giusto. Soggiornate in un paesino dimenticato da Dio, sulla laguna di Venezia. Da lì potete andare con i vaporetti a Venezia, a Chioggia, al mare del Lido. Ma vedrete che starete così bene, in paese, che non avrete voglia di allontanervene e ci passerete delle belle giornate fra la spiaggia (bruttina), il bar ed il ristorante a mangiar spaghetti alle arselle. Poi potete trasferirvi, in pochi chilometri,  nel Delta del Po, a vedere quel mondo strano, fatto più d’acqua che di terra.  Magari è meglio non andarci d’agosto, per il caldo, l’umidità e le zanzare, addestrate dall’ISIS. Prezzi contenuti nel Delta, abbastanza alti a Pellestrina; esosi i vaporetti veneziani.

Caraibi. State lontani dalla Cuba insignificante, da Santo Domingo trasformato in bordello a cielo aperto, da Saint Martin affollato, dalle isole anglofone iperturistiche,  dai resort lussuosi e carissimi o dalle tremende crociere. Andate in un’isola-gioiello dove regna la calma e la serenità. Spiagge molto belle, ricettività familiare, interni agricoli e bucolici, bassissima affluenza. E’ l’isola di Marie Galante; è francese e quindi è come stare in Europa. Ma attenti al problema delle alghe. A volte ne arrivano tonnellate, a riva; marciscono e puzzano rendendo impossibile la vita. Informatevi bene prima di partire. Oppure, la molto basica isola di Barbuda dove la vita del turista è difficile ma le spiaggie sono di commovente bellezza. Prezzi altini, in tutti i casi: più a Barbuda che a Marie Galante.

 

Immensità patagoniche

Patagonia, per sempre. Questo è un viaggione: difficile, lungo, caro, scomodo. Ma vedrete i luoghi più belli del mondo. Paesaggi incredibili, distanze immense, orizzonti infiniti. Deserti, ghiacciai, foreste nebbiose, torrenti impetuosi, mari gelidi. Viaggerete per giorni e giorni su brutte strade, mangerete gli agnelli cotti al riverbero dei falò, conoscerete le incredibili storie della fine del mondo. Chi non ci è stato non può immaginare; chi ci è stato torna con un’altra luce negli occhi. E’ un luogo che non si dimentica; si può finire per odiarlo, ma non ti lascerà più. Non è certo come una vacanza a Gatteo a mare. Ci vogliono dei bei soldi ed almeno tre settimane. Si può discendere la Carrettera Austral cilena o la mitica Ruta 40 argentina. Bisogna comunque arrivare ad Ushuaia. Le grandi attrazioni sono il ghiacciaio del Perito Moreno, la penisola di Valdez con le balene, il Parco delle Torri del Paine. Ma tutto il resto è ancora più interessante. Da programmare per bene, evitando i tour organizzati, cari ed insoddisfacenti. Evitare anche le crociere patagoniche; sono un pò delle truffette. Il meglio è andare in 5 o 6 ed affittare un pulmino robusto, dove, all’occorrenza, ci si possa arrangiare per dormire. E’ il viaggio della vita, obbligatoriamente durante il nostro inverno.

La Plaza de toros di melilla è facilmente visitabile.

Originale, dove non va nessuno. Melilla, enclave spagnola in Marocco. Vi è una bella spiaggia, la città è molto carina e vivibile, si mangia dell’eccellente pesce e, se si vuole, anche la cucina araba. Se ne può uscire per fare un giro in Marocco, magari a Fez, la cui Medina ritengo essere l’unico luogo interessante di quel paese. Zero turisti, si vive una città multiculturale, multietnica e piena di storie curiose. E’ stata anche sede del Tercio, la Legione Straniera della Spagna: fascistissimi, ma un pezzo di storia. Interessante osservare gli intensi traffici che si svolgono alla frontiera fra la città e il Marocco. Essenziale parlare lo spagnolo, per scambiare con la gente. Una vacanza balneo-antropologica. Ve ne potrete vantare con gli amici, che non sapranno nemmeno dove si trova questa città. Ci si arriva molto comodamente con Ryanair fino a Nador; da quest’aereoporto in 10 minuti di taxi si arriva a Melilla.

A praia da piscina; la spiaggia della piscina a Sao Tomè.

L’Africa possibile. E’ molto complicato andare in Africa; eppure qualche volta nella vita va fatto. E’ pur sempre il continente dove l’umanità è nata. Naturalmente non parlo di Malindi, colonia di italiani o della Namibia dei banali tours organizzati. Propongo una meta pochissimo conosciuta dagli italiani. Un luogo piccolo, raccolto, facile da girare, del tutto sicuro. Le belle isole di Sao Tomè e Principe, dove si trovano delle spiaggie, delle foreste densissime, dei bei panorami, una bella architettura coloniale, una storia intensa. E dove la vita pulsa, come quasi ovunque in Africa. Ci sono buoni alberghi, con delle belle piscine. Una decina di giorni in giro per Sao Tomè sarà una vacanza molto piacevole ed interessante. Ed anche innovativa. Il costo non è bassissimo, soprattutto a causa dell’aereo; obbligatorio passare da Lisbona.

Buon viaggio, questa volta.

I turisti israeliani in Patagonia

Un albergo a Puerto Ibanez, in Cile, ma prossimo all’Argentina.

Una polemica si aggira da alcuni anni nel turismo patagonico. E non sembra accennare a placarsi. Il punto è molto semplice: esercenti turistici, guardiani dei numerosi parchi, altri turisti, si lamentano fortemente dei modi maleducati, arroganti, indisciplinati, altezzosi, provocatori, sprezzanti, rumorosi, incivili, truffaldini e anti-ecologici che dimostrano i turisti israeliani in tutto il Cono Sur: Argentina, Uruguay e Cile. Soprattutto in Patagonia che è una dello loro mete preferite.

Ma chi sono questi turisti? Pare che sia abitudine diffusa, in Israele, che i giovani, dopo il lungo servizio militare, si prendano una lunga vacanza, per poi incominciare l’Università. Quindi dopo aver fatto tutto quello che hanno l’abitudine di fare alla popolazione civile palestinese, posano il fucile e si ritrovano negli sconfinati spazi della Patagonia.

Nei pressi di Coyhaique.

Un’altra meta molto frequentata è la Georgia ed in particolare le spettacolari montagne della Svanezia. Ve ne sono a frotte ed i comportamenti sono del tutto simili. Rispetto = 0.

Ma perchè proprio la Patagonia? Sarà forse una moda casuale, forse favorita dalla forte presenza ebrea a Buenos Aires.  Ma, nella polemica, circola un’altra teoria. La posizione di Israele è fragile, da un punto di vista militare e politico. Un qualche ribaltone mondiale potrebbe causarne la scomparsa. Ecco quindi, che quel popolo starebbe preparando un piano B. E le immense distese disabitate della Patagonia potrebbero fare al caso loro, per costituirvi un nuovo paese. Intanto i giovani vanno a conoscerla e se ne fanno un’idea. Alcuni cileni arrivano anche a pensare che Israele non è tanto interessata alla terra, quanto all’acqua; che dal lato cileno (non certo da quello argentino) abbonda. Fanta-politica? Non sappiamo, ma di certo le forti sensibilità nazionalistiche argentine (meno quelle cilene) sono stuzzicate da tale teoria. Sta di fatto che molta della Patagonia è divisa in enormi proprietà grandi come province (Benetton fra gli altri) e che farne uno Stato non sarebbe nemmeno troppo difficile.

Verso Cerro Castillo, paesaggi straordinari.

La reazione degli operatori. E’ pessima. Cercano di non accogliere i turisti israeliani, dicono che hanno l’albergo occupato. Accettano i singoli o le coppie, ma non i gruppi. Le guardie dei Parchi nazionali li espellono; perchè accendono fuochi ovunque e poi le foreste bruciano. I rent-a-car non affittano loro le macchine perchè ci montano sopra in sei. Gli alpinisti sono convinti che rubano loro le attrezzature, se le lasciano incostudite. I turisti “altri” li scansano. Ed è anche facile perchè le loro alte grida ed i loro gesti plateali li fanno riconoscere facilmente e da lontano. Il livore nei loro confronti è molto alto.

La difesa? La solita, quella di sempre. Si grida all’antisemitismo e con quello si vuol copriri tutti i misfatti e mettere a tacere chi i misfatti li denuncia. Anche se chi denuncia è ebreo, paradossalmente.

E allora? E allora tre considerazioni: La prima è sulla disgrazia di quel povero angolo di mondo (parlo della Patagonia, s’intende) che non riesce a liberarsi dalla violenza e dalla sopraffazione. Ne ha viste di tutti i colori: le infinite stragi contro gli indios; la deportazione, nelle sue aride lande, degli indios sopravvisuti ai massacri e scacciati dalla terre fertili più a nord;  l’immigrazione di quei disgraziati che andarono a colonizzare quell a regione lande; la repressione contro le lotte per la terra degli indios rimasti. Ed ora anche i turisti cafoni.

La seconda è che i turisti cominciano veramente a venire a noia. Devono comportarsi bene e pagare molto, se no, che se ne vadano.

La terza è che si stanno delineando delle politiche di sviluppo turistico che non solo previlegiano certe origini dei turisti (questo è sempre successo), ma che tendono ad escluderne alcune, come in Croazia. Ne vedremo delle belle…..

Ps. Avevo da poco scritto questo aricolo che ho, casualmente trovato in FaceBook le lamentele accorate di un gruppo di receptionist italiani sull’arroganza, maleducazione, prepotenza dei turisti israeliani. Evidentemente la piaga è mondiale. Ecco il gruppo, ma è chiuso, è necessario iscriversi per vedere i contenuti.

Il continente perduto

Botero, altra star idolatrata per molto tempo….

Ci fu un lungo momento, decenni fa, durante il quale il continente sudamericano era di moda, amato, desiderato. Per i giovani un lungo viaggio nelle sue terre era quasi indispensabile. Il calcio del Brasile, le sue donne (Florinda Bolkan, i culi delle danzatrici di samba al carnevale di Rio), la sua musica (Vinicius de Moraes, Toquinho); Cuba e la sua rivoluzione con El Che Guevara; i libri di Castaneda in Messico, quelli di Garcia Marquez in Colombia (quanti locali italiani si chiamarono Macondo?), Borges e Amado; la cocaina, il peyote, la marijuana. Il reggae, gli Inti Illamani. Kingston e Cuzco. L’emozione per Allende, lo sdegno per i golpisti assassini in Argentina ed in Cile. Il dolore delle guerre civili in Centro America. Sendero Luminoso, i Sandinisti. In Italia non si parlava d’altro, in tema di turismo.

Molti vissero anni intensi di amore, interesse, rabbia, coinvolgimento e fascinazione per quel continente. Moltissimi ci andarono;  molti ci viaggiarono per mesi, perdendosi nei “peggiori bar di Caracas”. Alcuni ci sono rimasti.

Le infinite strade sudamericane: qui fra Cile ed Argentina, In Patagonia.

Poi il vento è cambiato, quella moda si è estinta. Il racconto epico ed avventiroso ha lasciato spazio alla cronaca del turismo sessuale, dell’enorme violenza, delle guerre di droga. I brasiliani hanno smesso di giocare il loro calcio; il samba e la bossa nova si sono ritirati in nicchie di nostalgici. La politica sudamericana non interessa veramente più. Tutto il resto è dimenticato. In Sudamerica non ci va più nessuno, soppiantato dall’Estremo Oriente: esotico, tranquillo, a buon mercato. Nei gruppi di turismo di FaceBook quel continente è completamente scomparso.

Non c’e’ da dispiacersene. Io continuo ad andarci, ma con sempre meno voglia. Fu un innamoramento adolescenziale collettivo: breve e senza basi. Ma è anche vero che il Sudamerica è cambiato molto, molto rapidamente ed in pochi casi in meglio.

L’aumento sia della popolazione che della ricchezza sono stati straordinari. L’influenza culturale nordamericana ha ulteriormente appiattito le già scarse differenza culturali che vi erano. Ormai sulle Ande si fa il “baby shower” e si adora il “Kentucky Fried Chicken”. La piatta tristezza dell’omologazione regna.

Il turismo sessuale ha sostituito quello politico.

E’ aumentata enormente la ricchezza, ma in un quadro di ingiustizia sociale inconcepibile per un europeo. Quindi: esplosione della delinquenza comune e radicamento di quella organizzata. Con l’eccezione di Cuba (il paese più sicuro al mondo) e del Cile, tutti i paesi sudamericani sono molto pericolosi per i locali e per i turisti. Impossibile circolare in tranquillità nelle città, difficile allontanarsi dai perimetri turistici controllati dalle polizie.  Lo straniero che va a zonzo solo con molta fortuna eviterà frangenti magari non pericolosi per la sua vita, ma certo sgradevoli per la tranquilla prosecuzione del suo viaggio: furti, taccheggi, rapine.

Quindi l’unica possibilità per i turisti non particolarmente attirati dal pericolo (ve ne sono molti anche di quelli) resta il resort sulla spiaggia, da cui non si esce per tutta la durata del soggiorno o, se lo si fa, solo in gruppi protetti per le famigerate gite organizzate. Anche molto diffusa la micidiale crociera caraibica dove si mette addirittura il mare fra il turista e il delinquente locale.

Del resto, il continente è sempre più monotono e quegli infiniti viaggi in bus che vi si facevano (e che io mi ostino a farvi) hanno perduto completamente di senso. La noia di quei tragitti dava, una volta, senso al viaggio. Si esplorava l’enormità di quei luoghi, noi europei abituati alle corte distanze. Più ci si annoiava in quelle giornate e nottate di bus puzzolenti, più ci pareva di misurare la vastità del mondo. Ora vince l’esperienza intensa, rapida e concentrata: l’esatto contrario.

In questi tempi nei quali la gastronomia ha soppiantato la cultura, il continente sudamericano non ha niente da offrire. Vi si mangia, infatti, malissimo. Certamente peggio che in qualunque altro luogo del mondo. Si salvano il ceviche e l’asado, ma per il resto è notte fonda. Il piatto più famoso, la fejoada brasiliana, può uccidere un toro.

Fa quindi bene, la gente, a non andare più in Sudamerica: pericoloso, monotono, privo di attrattive.

Oltre Buenos Aires

Il paradiso del viaggiatore terrestre, il terminal dei bus di grande distanza del Retiro a Buenos Aires (di Elsapucai – Wikicommons)

Per gli Argentini il loro paese è Buenos Aires e poco più. Un terzo di loro vi abitano, molti altri vorrebbero andarci. Un funzionario che viene mandato nelle province avrà uno stipendio molto più alto di quello percepito nella capitale, anche se qui la vita è più cara. Il campionato di calcio argentino si gioca sostanzialmente fra squadre della capitale. La mia prozia Lucia si rifiutò di lasciare la capitale quando suo marito ebbe una promozione, ma in Patagonia.

Un turista, invece è spesso più attratto dal paese che dalla Capitale. Tralasciando la ovvia e banale cascata di Iguazu al nord, il turista si spingerà a sud, senza curarsi della brutta e fangosa spiaggia di Mar del Plata. E per viaggiare, se ha del tempo, utilizzerà il  bus, una delle esperienze centrali di un viaggio in Sudamerica in generale ed in  Argentina in particolare.

A Buenos Aires c’è una sterminata stazione dei bus dove decine di compagnie diverse offrono trasporti per ogni angolo del paese. E’ la mecca del viaggiatore: si può aggirare fra le file delle biglietterie e sognare mille viaggi diversi, fino a sceglierne uno e comprare il biglietto (si può fare per Internet, ovviamente, ma farlo di persona è bellissimo). I viaggi possono durare due o tre giorni, per l’estremo sud della Patagonia e della Terra del Fuoco. Soste ogni due ore in moderne e spesso sperdutissime stazioni dei bus. I sedili sono abbastanza comodi e si dorme a bordo. Il personale è composto da un paio di autisti ed un paio di persone per la cabina. Sono stati certamente reclutati fra le SS e trattano i passaggeri come se li portassero al campo di concentramento. Gli autisti, per resistere alla stanchezza di viaggi simili, fanno palesemente uso di sostanze ed hanno reazioni di conseguenza. Ho visto l’autista in riposo dormire nel vano portabagagli, sotto la cabina dei passeggeri; quando si arriva ad una stazione gli aprono il portellone e lui esce come fosse una valigia. Gli autisti fanno i machos ed hanno la tendenza a raggiungere velocità staordinarie. Le strade sono spesso pericolose e gli incidenti frequenti. Solo recentemente si è riusciti ad imporre i limiti di velocità, grazie alla tecnologia. Ma è stata tutta una lotta. I viaggiatori cronometravano e denunciavano le medie troppo alte. Poi hanno messo una sirena che urlava nella cabina quando veniva superata la velocità consentita. Infine, con il satellite la velocità è seguita in tempo reale dalla sede della compagnia.

La pampa, qui sulla Ruta 40. (di Giacomo Miceli – Wikicommons)

Il viaggio comincia, si va verso sud. Prima si attraversa la cosiddettta “Pampa umida” che può essere molto simile ad una pianura italiana, dedita soprattutto all’allevamento. Erano le verdi praterie degli indigeni che gli infami colonizzatori spinsero a morir di fame nella successiva “Pampa secca”.

La monotonia e la desolazione di questa pianura priva di ogni cosa che non siano pali che reggono il filo spinato, a cui sono rimasti attaccati ciuffi di pelo di pecora. Non c’e’ nient’altro. Solo erba triste, grigiastra e rachitica. Qualche avvallamento, le Ande lontanissime. Ore, giorni, notti con lo stesso panorama. Paesi desolati e spampanati, bottegucce con sapore agli anni ’60 nostrani. Gente che se è lì è perchè le cose non sono andate per niente bene.

Il meraviglioso Lago Traful (di Asnodeoro – Wikicommons)

Se il viaggio vuole essere estraneamento da sè, confronto con il mai immaginato questo viaggio va fatto. Un europeo non può immaginare una simile monotonia ambientale. Raggiungere il sud in aereo è come mangiare il cono buttando via il gelato. Il sud o le Ande non si capiscono se non si raggiungono attraverso la pampa.

Poi si arriva e si trovano meraviglie: non certo Bariloche, che deve la sua fama più ai nazisti rifugiati che al lago turbolento. Le meraviglie sono altre: la Ruta 40, i laghi andini, prima su tutti Traful, il ghiacciaio del Perito Moreno, Ushuaia. Alte ore e giorni di bus e di pampa infinita, almeno fino ai boschi della Terra del Fuoco.

La Tigre di Buenos Aires

La sottile malinconia del delta del Tigre. Uno dei tipici imbarcaderi. ( di http://www.flickr.com/people/66729277@N00/ )

La gita fuori porta più sconcertante che si può fare da Buenos Aires è al Delta del Tigre. A poca distanza dalla città inizia l’enorme delta del Paranà: un intrico di corsi acqua, grandi e piccini, tortuosi e fangosi che dividono un gran numero di basse isole alluvionali, ricchissime di vegetazione.

Dal porto della cittadina di Tigre si prendono dei battellini pubblici che, al pari dei vaporetti di Venezia, percorrono fiumi e canali per molti chilometri. Si scende alle fermate. Le isole più lontane sono agricole, vi si allevano le immancabili mucche argentine, vi si tagliano gli alberi per farne del legname. Alcuni vi organizzano trekking o camping estivi, sempre accompagnati dall’immancabile asado. Il tutto è molto fangoso, ma anche molto naturale e caratteristico. Tipo Delta del Po, ma molto meno toccato dall’adunca mano dell’uomo, assomiglia al delta del Danubio.

Ma la zona più interessante è quella nel raggio di un’oretta di barca dal porto di Tigre. Usciti dalla convulsione del centro, si percorrono canali sui quali generazioni di Bonairensi hanno costruito le loro ville, villette, villoni, villini, case, casette, bungalow, capanne e ripari per il fine settimana o per le vacanze. Le magioni più grandi ed antiche vicine al porto; quelle più moderne, più lontane; quelle più modeste, nelle isole più basse e fangose. E’ tutto rigorosamente senza macchine. Ogni isoletta ha la sua fermata ed un stradellino pedonale che ne fa il giro, su cui si affacciano una teoria continua di parcelle con le abitazioni. Giardini di tutti i tipi e di tutti gli stati di cura o di abbandono. Chi con la piscina, chi con i setti nani. Di tanto in tanto, un ristorante.

Il negozio galleggiante che fa il giro dei canali. (By https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=16699569)

Naturalmente il tutto gronda umidità e solo pochi centimetri di terra fuoriescono dall’acqua del fiume. Le inondazioni devono essere frequenti. L’impressione generale è quella della triste ed un pò squallida malinconia di chi non può permettersi niente di meglio, ma che è molto contento di ritrovarsi con i vicini, la domenica, a mangiare il solito asado. Perchè, in realtà, non si cosa altro vi si possa fare, in quelle casette. Per cambiare isola ci vuole il vaporetto, il bagno non si può fare perchè l’acqua è fangosissima e le passeggiate si riducono a girare in tondo il percorso perimetrale della propria isola. Qualcuno ha delle barchette a remi o con un motorino per circolare un pò fra i canali.

Una delle vecchie ville.

La zona è molto vasta, le case devono essere migliaia e migliaia; naturalmente esistono isole di migliore frequentazione sociale ed altre più proletarie.

Il turista vi passa volentieri una giornata, facendovi un giro; si meraviglierà molto di questo grande insediamento turistico, ne osserverà con interesse le peculiarità e si rallegrererà in cuor suo di andarsene a fine giornata, per mai più ritornarvi.

Al Tigre, una trentina di km a nord del centro di Buenos Aires, ci si arriva in treno dalla stazione del Retiro, o, con un lungo viaggio, con il mitico bus numero 60.