Pellegrini e turisti

San Rocco, pellegrino e protettore dei turisti. (Wiki Commons)

Si fa normalmente risalire l’inizio del turismo all’epoca in cui Goethe e gli altri suoi pari scendevano in Italia boriosi e curiosi di visitare le classiche e rinascimentali bellezze ed i corrotti abiti dei discendenti di coloro i quali quei capolavori avean prodotto.  Il Grand Tour, insomma.

Non è così. Il turismo è ben più antico e si chiamava pellegrinaggio; ma questo era del tutto simile a quello attuale, nel bene, ma soprattutto nel male. Si andava a Roma, a Gerusalemme, a Santiago di Compostela, in molti altri luoghi che conservassero reliquie e ricordi religiosi. Lo si faceva per devozione oppure per espiazione, per scontare un peccato.

In realtà lo si faceva soprattutto per levarsi dalle palle dalla noiosa vita quotidiana. Chi partiva, lasciava a casa i problemi, i debiti, la moglie insopportabile, i figli da sfamare, i mille problemi di una vita complicata. Prendeva due cose e partiva con la bisaccia a tracolla, esattamente come si fa ora con lo zaino in spalla, finalmente liberi! In un colpo solo, tutti i problemi erano risolti e nessuno ti poteva criticare perché era Dio che ti chiamava.

Il pellegrino si dotava di una sorta di passaporto in cuoio rilasciato dall’autorità civile o religiosa della sua città. Quel documento ed il particolare tipo di abiti che portava (saio, sanrocchino, bastone) lo facevano catalogare immediatamente: “Son pellegrino, lasciatemi in pace”. Esattamente come oggi si dice: “Son turista, tutto mi è permesso”. I pellegrini erano vestiti male; vi pare che i turisti siano vestiti bene? I pellegrini erano poveri; quanti turisti si fanno vanto di viaggiare a budget bassissimo, quasi fosse una prodezza?

Ed in effetti il pellegrino ed il turista escono dalla struttura sociale normale: sono per definizione fuori luogo; non possono essere ritenuti responsabili di quel che fanno, perché non conoscono le usanze locali; non entrano in conflitto grave con i locali, perché tanto domani se ne saranno andati; sono quasi intoccabili, Dio proteggeva i pellegrni, i soldi che portano proteggono i turisti; sono addirittura in uno stato mentale particolare. Si comportano in modo leggero, scherzoso; son dei bambini, son degli adulti in libera uscita.

I pellegrini erano molto malvisti e mille sono le leggi che tentano di arginare i loro comportamenti: rubavano nei campi per dove passavano e nelle case dove erano ospitati, fuggendo prima dell’alba; importunavano le donne; se mettevano le mani su del vino, cantavano fino a tardi e armavano un gran casino.  Frequentemente si intruppavano in bande e razziavano dove passavano. Trovate veramente differenze con i giovani turisti attuali?  Dalle antiche cronache traspare chiaramente il fatto che vi erano degli individui che il pellegrino lo facevan di mestiere, campando di espedienti, meglio che lavorare. Del resto i rischi eran deboli: chi alzerebbe le mani su un pellegrino, chi prende oggi a schiaffi un turista?

Le attuali vie dei pellegrini: il Cammino di Santiago, la via Francigena, le altre, sono dei falsi. I pellegrini vivevano di elemosine, di piccoli lavori, di furti, di ospitalità negli ostelli. Non potevano passare tutti negli stessi luoghi, non vi sarebbero state risorse sufficienti per tutti. Si sparpagliavano quindi su tante direttrici diverse, anche se convergenti verso la stessa meta. Era piuttosto un fascio di cammini che pervadevano intimamente il territorio, per la gioia dei suoi abitanti.

Del resto l’etimologia della parola “pellegrino” viene da per agri, “per i campi”. Ad indicare qualcuno che lascia la normale città, il solito borgo, per vagare nelle campagne in cerca di una nuova strada, di una vita diversa, di una libertà preclusa agli altri. Esattamente come il turista.

Nemmeno la Chiesa era contenta del fenomeno: i pellegrini erano troppo liberi e sfuggivano al suo rigido controllo territoriale, ai tempi dei servi della gleba. Poi cercò di cavalcare un fenomeno, che non cessava di crescere, stabilendo dei ricoveri, degli ospedali dei pellegrini, specialmente nei punti più difficili del tragitto; anche nell’intento di diminuire la pressione sulla gente comune e di limitarne il suo malcontento.

Il pellegrino conosce tante cose che la gente comune non sa. E le racconta, durante il viaggio e quando torna a casa, suscitando lo stupore di chi lo ascolta, la stima ed anche un po’ di invidia. Nei racconti, certamente, ci infila anche un po’ di fantasia. Non fanno forse così i turisti quando scassano le palle raccontando dei viaggi precedenti od organizzando le vecchie e famigerate sessioni di diapositive o postando foto attentamente costruite per far passare per belli e solitari dei luoghi orrendamente intasati di gente?

La prima pellegrina famosa fu Elena, la madre del fedifrago Costanitno nel 300 e rotti,  l’ultimo turista sta uscendo di casa in questo momento. La cosa non si ferma.

Eppure il turismo, che sembra in gravissima crisi identitaria, potrebbe trovare nel suo lontano passato i motivi per assicurasi un futuro. Il disperdersi sul territorio; la ricerca di sensazioni di libertà; il vagare a caso, lasciando alla sorte la scelta dei luoghi visitati; il rapporto con la gente locale, magari da rispettare; il perdersi per agri. Esattamente il contrario delle crociere, insomma.

Ecco questa potrebbe essere la via maestra di un turismo che abbia ancora un senso. Il ritorno al pellegrinaggio, ovviamente laico.

Paleolitico. La straordinaria occasione perduta da Isernia.

Il capannone che contiene la zona di scavo e conservazione.

Ai margini della città di Isernia si trova  una testimonianza preistorica di enorme importanza: è il più rilevante sito del Paleolitico antico italiano ed uno fra i principali europei.

E’ antichissimo: gli era stata una datazione vicina ai 700.000 anni, recentemente rivista a circa 580.000. Comunque tantissima roba. In quel luogo, a quei tempi, piccoli gruppi di uomini macellavano il frutto delle loro cacce e portavano via i migliori pezzi di carne. Rompevano le ossa e ne mangiavano il midollo. Caccia grossa: bisonti, elefanti, ippopotami, orsi (dai quali ricuperavano la pelliccia), leoni e molti altri. Quel luogo, sul bordo dell’acqua, venne poi ricoperta da sedimenti ed è rimasto tranquillo fino al 1978, quando ritornò alla vista in occasione della costruzione di una strada. Da allora continua ad essere scavata. Nel 2014 è stato trovato un dentino da latte di un bambino: è il resto umano più antico d’Italia. Molto abbondanti gli strumenti in pietra abbandonati da quelle genti: uomini, senza dubbio, ma molto, molto diversi da noi.

La ricostruzione, all’interno del Museo, di una delle zone scavate. Si nota la grande quantità di ossa.

Si capirà quindi l’interesse di un luogo del genere. E’ stato costruito un museo, un edificio che serve da Centro Studi ed un capannone completamente chiuso, ma a vetri, che copre una grande porzioni degli scavi. Questo permette di lasciare alla vista, ma protetta, quella spiaggia con tutte le ossa rotte e sparse esattamente come stava oltre mezzo milione di anni fa. La copertura a vetri permette anche ai visitatori di vedere gli archeologi all’opera, durante quel mese all’anno in cui scavano.

Purtroppo questa enorme opportunità turistica, didattica, divulgativa, lavorativa, culturale è terribilmente sottoutilizzata. Eppure Isernia avrebbe ben bisogno di iniziative per la sua valorizzazione.

L’unico totem disponibile nel suo elegante mobiletto.

Gli edifici sono grandi, spaziosi, ben concepiti. Ma sono semivuoti, disadorni, trasandati, poco accoglienti, poco vissuti, poco usati. Come in molti altri musei preistorici in Italia e nel mondo vi sono tre temi che si accavallano finendo per rendere incomprensibile il tutto: le informazioni sugli scavi effettuati in quel luogo, la vita dell’uomo nella Preistoria, le tecniche di scavo e di studio. Tutto insieme, tutto mescolato, tutto confuso.

Ed infatti l’importanza del sito non viene adeguatamente sottolineata. Il materiale esposto è poco (ve ne sarebbe molto altro) e non adeguatamente spiegato. Alcuni attrezzi ritrovati sono piccoli ed in una vetrina si perdono e non si riescono a vedere bene.  Il punto forte dell’esposizione è la ricostruzione di molti metri quadri di quell’antico spazio di macellazione; eppure non si sono fatti molti sforzi per renderlo comprensibile.

Questo tipo di museo è più un centro di interpretazione degli oggetti che un luogo per la loro esposizione. In questi casi c’e’ molto più da capire che da vedere: oggetti banali, se capiti, dicono molto della vita di quella gente. Se non capiti restano oggetti banali. Per fare ciò sono utilissimi i supporti mediatici: computer che spiegano come sanno fare loro. Ebbene in questo museo ce n’e’ solo uno. E’ incredibile ma se viene una classe di 20 ragazzi o un pulman di 40 turisti dovranno fare la coda alla sola postazione disponibile per cercare di afferrare qualcosa. E’ assolutamente incredibile. Bisogna però dire che a quel computer hanno fatto tutt’intorno un bel mobiletto di legno che lo si potrebbe mettere anche in salotto. Ed è un peccato, perchè il programma che vi gira sopra sarebbe anche ben fatto.

Alla biglietteria dei musei suole esserci un negozietto dove si vendono libri e cose del genere. Qui niente, solo un tavolo dove ci sono alcune pubblicazioni di vario tipo; si potrebbero consultare, ma sono troppo specialistiche per il vasto pubblico. Inoltre non sono protette ed il primo che vuole se le può portar via senza che nessuno se ne accorga. Del resto è anche difficile consultarle perche questo deve essere l’unico museo al mondo dove non esiste una sola sedia, poltrona, divano, panca o panchina, sella, dondolo dove ci si possa riposare un attimo. Se passate al museo due ore, starete in piedi due ore e tornerete a sedervi solo nella vostra macchina.

In cambio si troverà, in un angolo, solo e triste, un enorme elefante di resina, ma con la codina di pelo. Che ci sta a fare? Con tutti gli animali che erano presenti in quel luogo perchè riprodurre solo un elefante? E perchè proprio l’elefante, che tutti sanno come è fatto? Misteri di organizzazioni museali fatte da incapaci, da dilettanti improvvisati.

Si diceva dell’enorme, costoso e ben concepito capannone vetrato degli scavi. C’e’ bisogno di dire che quei vetri non sono puliti dai tempi del Paleolitico antico, chè ormai non ci si vede quasi più attraverso?

Eppure il personale non mancherebbe, stravaccato nella biglietteria ad aspettar la sera, che tanto, di visitatori, non ne vien quasi….

 

Un angolo molto denso

La ricostruzione dell’interno di una casa di Catal Huyuk. (Foto di Stipich Bela, via Wikicommons)

Non è il momento di andare a visitare la Turchia ed il suo bel popolo. Non bisogna dare appoggio internazionale al dittatore Erdogan ed al suo fascismo. Dobbiamo aspettare che i turchi se ne sbarazzino.

Quando lo faranno potremmo tornare a visitare un luogo non molto turistico (come lo sono l’insopportabile Cappadocia o la frustra costiera egea); parlo di Konya e di Catal Huyuk.

La seconda è uno dei luoghi centrali del mondo; è là che, un giorno, si decisero le sorti della civiltà umana. La nostra è ormai una civiltà urbana: nel 2014 i cittadini superarono, per la prima volta nella storia, i rurali; questi ultimi, a partire dal 2020, diminuiranno anche in numeri assoluti e non solo percentuali.

Quel processo incominciò a Catal Huyuk, la prima città del mondo finora riconosciuta. Risale a poco meno di 10.000 anni fa. Fu lì che l’umanità decise che forse era meglio stare tutti insieme, invece che sparpagliati in mille villaggetti, maggiormente esposti ai pericoli. Venne loro in mente di fare le case una accanto all’altra e non pensarono di fare le strade o i vicoli. Essenzialissimi, anche le porte e le finestre parvero loro superflue. Dovevano avere dei nemici, ma non persero tempo a costruire delle muraglie intorno alla loro città. Le loro case erano ad una sola stanza, affiancata da una sorta di ripostiglio dove conservare le granaglie che già si coltivavano, in quell’antico Neolitico. Su un lato della stanza, un forno/focolare per la cottura del cibo. Sopra al focolare un largo foro nel soffitto lasciava passare il fumo e rappresentava l’unico accesso alla casa. Si entrava e si usciva di casa passando dal tetto che doveva essere piatto e contiguo con quello di tutte le altre case. Non è detto che tutte le case avessero la stessa altezza; ci si trovava, quindi, su un enorme tetto comune, di volumi irregolarmente disposti,  e cosparso di buchi dai quali si entrava nelle diverse case. Per passare da una casa all’altra si era obbligati a salire sul tetto e scendere nell’altro buco.

Statuetta da Catal Huyuk, (foto di Roweromaniak, via Wikicommons)

Per uscire dalla città si doveva percorrere il tetto fino ad un suo bordo e quindi scendere con delle scale rimovibili. fino al livello del suolo. Gli attaccanti, sprovvisti di scale, si sarebbero trovati di fronte ad un unico muro, senza interruzioni, mentre dal tetto i difensori li potevan far bersaglio di tutto quel che avevano sotto mano. Ma anche se gli assalitori fossero riusciti a salire sul tetto, sarebbe stato ben difficile per loro scendere nelle case, fra il fumo del focolare ed il buio della stanza. Il foro era servito da una scala interna rimovibile, che sarebbe stata tolta in caso di pericolo. Il nemico, sul tetto, non l’avrebbe trovata ed il padrone di casa, da sotto lo poteva infilzare con un bastone appuntito.

E doveva anche essere una città democratica, perchè le case sembrano essere più o meno simili, senza edifici speciali a scopo civile o religioso. In molte case simboli religiosi come teste di toro in argilla, sporgenti dalle pareti o disegnate sulle stesse. Un disegno potrebbe rappresentare una specie di pianta della città, con un vulcano in eruzione sullo sfondo. Si tratterebbe della prima mappa e della prima rappresentazione di un fenomeno catastrofico della storia (ma nuove teorie negano questa spiegazione).

Meraviglioso tutto ciò, non è vero? Il posto merita moltissimo una visita, gli scavi sono molto spesso in corso, vi sono delle spiegazioni e delle ricostruzioni.

I dervisci roteanti, (foto di Claude Valette via Wikimedia Commons)

A 60 chilometri da Catal Huyuk vi è la città di Konya, austera e molto religiosa, dove il monaco Mevlana ha fondato la confraternita dei Dervisci roteanti, branca del sufismo, movimento mistico islamico. Mevlana vi è sepolto e si può osservare i gesti di profonda venerazione che molti tributano alla sua tomba. La danza dei dervisci è un esercizio spirituale, pari alla meditazione buddista. Va presa con molto rispetto. Dei gruppi danzano ad uso dei turisti. Questa è tutt’altra cosa, nell’essenza, anche se nella forma può essere simile. Il sufismo è un variegato movimento dell’Islam e, probabilmente, ne rappresenta uno degli aspetti più ineressanti e meritevoli di approfondimento.

Ecco, passare qualche giorno a Konya, visitare la tomba di Mevlana, parlare con la gente di sufismo e cercare di vedere i dervisci roteanti è una interessante esperienza.

Le due mete richiedono una certa preparazione preventiva da parte del turista. Non è come andare a Rimini.

Lo strano mondo delle rievocazioni storiche

Non c’e’ gitante che non sia incappato, per volontà o per caso, in una rievocazione storica, in uno di quei mille borghi morenti che cercano nel turismo un motivo per non decedere definitivamente. Ma come funziona quel mondo?

Lo si scopre visitando l’annuale fiera del settore: Armi e Bagagli che si tiene a Piacenza a fine inverno e parlando con i numerosissimi partecipanti. Quel mondo è in crisi! Il fatto non ci stupisce, cosa non lo è?

Nasce una trentina di anni fa, nelle atmosfere un pò asfittiche di quei paesi dove dei giovani cominciarono ad avere l’idea (copiandosi gli uni con gli altri) di ammazzare il tempo ricostruendo il passato dei loro luoghi; prendendo spunto dall’esempio inarrivabile di Siena e del suo Palio. Ci si specializzò soprattutto in quel vasto e multiforme periodo che sta fra il Medioevo e Rinascimento, sorta di mare magnum in cui ci sta di tutto. Questa scelta fu anche influenzata dal crescente campinilismo di stampo un pò leghista che stava nascendo a quei tempi. Le pagliacciate di Pontida ebbero il loro successo. Difatti a nord battono più sui Celti, mentre nel Lazio si guarda più volentieri ai Romani, rinverdendo i conflitti di oltre due millenni fa. Quasi nessuno si occupa degli Etruschi o degli Italici, nessuno dei pre/protostorici.

Generalmente il livello culturale dei gruppi era abbastanza basso, molto amatoriale, con quel sapore di approssimazione paesana.

Il tempo passa, si studia, le capacità migliorano, si imparano cose, l’attrezzatura si amplia e si raffina, si definiscono ruoli e performance delle compagnie di rievocazione. Si formano associazioni italiane ed europee, si organizzano convegni e manifestazioni continentali. Si delineano gruppi che fanno sfilate, simulano combattimenti, tirano con l’arco, rievocano matrimoni e visite reali, allestiscono botteghe artigiane, esibiscono falconi cacciatori; il tutto durante le fiere paesane o le manifestazioni di rievocazione. Le compagnie si esibiscono alcune volte l’anno, certamente nelle festività del loro paese, ma sono anche invitati da altri Comuni, in altre manifestazioni, a far colore.

Non è più il Rinascimento di una volta….

Nasce quindi una competizione fra le varie compagnie, per ottenere più contratti; si corre a farsi o a comprare le armi più verosimili e gli abiti più belli; ci si sforza di mettere in mostra abili  artigiani ed attività attraenti. Si va alla fiera di Piacenza per comprare attrezzature: vanno forte le armi, prodotte soprattutto in Slovacchia e Polonia. Si abbandona poco a poco il Medioevo, dove erano un pò straccioni per concentrarsi sull’immaginifico Rinascimento. Per fare colpo sul pubblico si tralascia la verosimiglianza, per non dire la filologia, puntando quasi esclusivamente all’immagine.

Dietro a tutto ciò ci sono, ovviamente, le Amministrazioni Comunali che finanziano le feste e le compagnie di rievocazione che vi partecipano. Quello del rievocatore passa da essere una passione, un pò sguaiata, di ragazzi brufolosi a sembrare una specie di lavoro di adulti che vivono la crisi occupazionale italiana. Riescono ad inventarsi una qualche entrata economica. E’ l’età d’oro della rievocazione storica.

Ma le finanze dei Comuni vanno in crisi e questi pagano meno e meno spesso; le compagnie, nel frattempo, si sono moltiplicate e la concorrenza fra di loro aumenta; l’età e i bisogni economici dei componenti si accrescono; gli investimenti necessari a mantenere la competitività della compagnia si fanno più importanti; molte compagnie soccombono alla concorrenza; le motivazioni di passione ed economiche dei rievocatori zoppicano. Il pubblico segue sempre con passione, ma ha bisogno di novità.

La crisi dilaga.

La vittima di tutto ciò è la cultura. Quella che poteva essere una strada divertente per studiare e trasmettere il passato del proprio paese si è trasformata in una immane pagliacciata senza alcun contenuto storico, identitario, culturale. L’operazione non è più sostenibile. Invece di studiare il passato, le compagnie cercano di racimolare due soldi per comprare improbabili oggetti da parata che li mantengano sul mercato. La mercificazione della Storia; un accumulo di colori sgargianti che si mescolano in un grigio informe. Ancora una volta la perfida macchina acchiappa consenso delle Amministrazioni Comunali ha ucciso la creatura che stava nascendo. Ormai impossibile fare ragionamenti di qualità e di fedeltà filologica ai fatti rievocati. Tutto è piegato alla logica commerciale e turistica.

Una nuova via viene indicata da Guedelon e da Poggibonsi. Nel primo luogo si ricostruisce in scala reale un castello medievale, con sistemi che si vorrebbero quelli originali (sicurezza esclusa, ovviamente); la cosa regge grazie a finanziamenti pubblici e ad un grande afflusso di folla che paga un biglietto. L’iniziativa va avanti da moltissimi anni ed il castello si avvia al completamento. Gli organizzatori dicono di aver fornito importanti informazioni agli storici sulle tecniche di costruzione che hanno dovuto riscoprire. Vi sono alcune cadute di stile e molto orgoglio nazionalistico francese.  A Poggibonsi, invece, un gruppo di giovani medievalisti, guidati da un professore universitario, hanno ricostruito l’abitato longobardo scavato lì accanto. La domenica il sito è aperto, accoglie visitatori e scolaresche e gli organizzatori compiono attività dell’epoca nei loro costumi. La correttezza filologica sembra rispettata, nei limite del possibile e l’iniziativa ha un grande successo.

Ora bisogna aspettare che si saldi lo spirito di Poggibonsi con i resti dell’armata disfatta dei rievocatori da parata, per vedere cosa può venir fuori.

 

L’incredibile museo di Verucchio (Rimini)

Elmo. Foto di Mosconi, Provincia di Rimini

Il Signore morì, fu bruciato e sepolto. In una grande cassa di legno furono deposti il secchio di bronzo con le sue ceneri, i suoi mantelli ed i suoi abiti, spille e gioielli, le sue armi, le decorazioni in bronzo dei suoi tre carri ed infiniti altri oggetti di gran pregio e di grande bellezza. Poi la cassa fu chiusa e sul coperchio si collocò il suo trono cerimoniale che aveva assistito, vuoto, alla lunga cerimonia del funerale. E la profonda fossa fu riempita di terra. Era l’anno 700 avanti Cristo, circa.

Se qualcuno avesse avuto la sfortuna di trovarsi sulla Riviera Romagnola, uno dei luoghi più brutti e tristi del mondo,  puo ricuperare il desiderio di vivere andando a visitare gli stupendi oggetti del Museo di Verucchio, a pochi chilometri da Rimini. Sono gli oggetti contenuti in centinaia di tombe dell’età del ferro; la più famosa è la tomba 89.

Spillone per chiudersi gli abiti. Si noteranno i tre cerchietti in prossimità dello snodo dell’ago. E’ lo stesso motivo che troviamo alle estremità inferiori della cresta dell’elmo. Foto di Mazzanti, Provincia di Rimini

Il Signore era di pochi anni più giovane di Omero e fu sepolto in un modo simile a come il poeta greco descrisse il funerale di Ettore di Troia.  Era ricco, la sua comunità si dedicava al commercio fra il mondo del nord-est e la Toscana. Verucchio è sulla strada che porta dalle rive dell’Adriatico verso l’Etruria. Era specialmente importante il commercio dell’ambra; una parte restava a Verucchio e si utilizzava per rivestire degli enormi spilloni usati per tener chiusi i mantelli.

Particolare dello schienale del trono. Su un piattaforma rialzata una donna di grandi dimensioni compie atti presumibilmente religiosi mentre degli uomini con lo scudo la proteggono. Foto della Sovrintendenza Archeologica di Bologna.

Sul secchio in cui si misero le sue ceneri e quel che rimaneva delle sue ossa abbrustolite, furono adagiati due suoi mantelli ed un  abito, con gli spilloni ancora agganciati. La sorte fu favorevole al Signore: le stoffe e gli elementi di legno del suo corredo si sono molto ben conservati. Il trono di legno, che poggiava sulla grande cassa, porta delicate incisioni di scene di vita e rituali della sua città. Vi è anche raffigurato un telaio doppio verticale dove due donne stanno tessendo, vogliamo immaginare, i suoi mantelli. Nella scena in basso, il Signore arriva al tempio, seduto su un carro. Dal lato opposto giunge un altro carro, di pari dimensioni, che porta una donna. Nel tempio si sta svolgendo un rito condotto da donne protette da uomini armati. I due sessi paiono avere pari dignità, addirittura alcune donne sembrano avere dimensioni maggiori delle altre figure, a dimostrare il loro ruolo predominante.

Sulla pira del Signore furono poggiati tre carri smontati; il legno bruciò ma gli ornamenti e le parti in bronzo furono raccolti dalla cenere e sistemati al centro della tomba, insieme a due lance, ad un giavellotto e a due meravigliosi elmi da parata, oltre ad un gran numero di vasi.

Il trono. Foto di P. Paritani, Provincia di Rimini

Città ricca doveva essere e raffinata. Dai molti oggetti esposti emerge una omogeneità di stile, una consapevolezza nella ricerca dell’adorno, un proprio design. Nessuna rozzezza, non la ricerca dell’utile, ma una chiara affermazione del bello. Certe decorazione sono di grande modernità, hanno un chiaro sapore Liberty. Di lì a pochissimo tempo saranno gli Etruschi, che qua già avvertiamo ampiamente.

Il museo è disposto per tombe, si può apprezzare, quindi, ogni corredo singolarmente ed in successione cronologica. L’allestimento comincia ad essere un pò datato, ma è comunque gradevole. Pochi purtroppo gli elementi didattici per migliorare la comprensione degli oggetti. A volte carente l’illuminazione e la leggibilità delle etichette.

Mille volte da raccomandarsi, questa emozionante visita.

Andare in India? Direi di no.

Il celeberrimo tempio di Virupaksha ad Hampi. E’ difficile attraversare questo piazzale perchè si è aggrediti da delle scimmie che vogliono rubare le banane che si sta portando ad un elefante che vive nel tempio. India…. (Foto di Vu2sga da Wikicommons)

Tutto il tema della spiritualità indù si è rivelata essere una enorme trappola costruita per sottomettere le oceaniche folle che popolano quello sterminato paese che è l’India.  Stratagemma da furbacchioni. Tutta quella massa di occidentali tipo New Age, che andavano in India per misticismo, non hanno fatto che cadere nella stessa trappola. Non è quindi per questo motivo che andremo in quel paese. Ben diversa, invece, la situazione in uno Stato a forte componente buddista come il Sikkim.

Si può andare in India, allora, per farsi delle canne; l’erba si trova facilmente, a poco prezzo e il consumo è ammesso, almeno in certi Stati ed in certe condizioni. Questo mi sembra un buon motivo.

Andare a vedere dei monumenti?  Certo, è possibile, ve ne sono molti. Ma non si capiscono. Il turista occidentale, che non abbia una precisa e dettagliata cultura sulla storia dell’arte indiana, nelle sue infinite dimensioni geografiche e storiche, non capirà niente di quel che vedrà. Gli stili sono troppo diversi dai nostri e non riusciamo a collocarli in una linea temporale o stilistica. Ci appaiono come strane cose fatte chissà quando e per non si sa quale scopo; ci ridurremo ad apprezzare solo le statuette di giovini poppute allacciate negli amplessi del kamasutra. Un pò pochino. Il migliore esempio è Hampi: oltre al tempio Virupaksha, ci sono una infinità di altre costruzioni di solidissimo granito che sono molto belle, ma che non risvegliano in noi nessuna eco. Costruiti lungo molti secoli, non riusciamo nemmeno a distinguere i più antichi dai più recenti.

Più peperoncino che pollo. (Foto di stu_spivack via Wikimedia Commons)

Ci andiamo perchè ci piace l’avventura? Beh, non ce n’e’ molta. L’India è terribilmente abitata, c’e’ gente dappertutto e son quasi sempre gentili e garbati. Se si esclude il traffico in città e la circolazione suicida fuori, non credo che vi siano pericoli di sorta. Anche lo scansare le mucche sui marciapiedi, non può essere definito avventura. Certo è che l’estremo affollamento di ogni luogo lascia delle tracce; lo stato di sporcizia è avanzato, direi che lo strato di sporcizia è alto. Non potrebbe essere altrimenti con tali folle in strada; lo capiamo e non ne possiamo certo restare disgustati (del resto l’ordine e l’igiene eccessivi non ci sono mai piaciuti), ma ci stanchiamo dopo aver passato un tot di giorni esposti a tale tripudio di sudicio. Giusto per fare un esempio: gli indiani sono ghiotti di certe foglie che, masticate, producono molta saliva rossa che va sputata. Non potendolo fare a terra perchè i passanti sono talmente numerosi che non c’e’ quasi mai il decimetro quadro di suolo libero per farlo, si sputa quell’intingolo rossastro sui muri delle case e dei palazzi che costeggiano i marciapiedi. Quelle pareti finiscono per avere una balza rossa; dopo un pò viene a noia.  Anche evitare le cacche delle mucche, come fossimo sui pascoli alpini, non è il massimo.

Forse cerchiamo il colore locale. Non lo troveremo più. L’India si è incredibilmente sviluppata ed è ormai diventata una enorme periferia industriale. Le strade fra una città ed un’altra sono perennemente costeggiate da file di brutte casette, con grandi insegne commerciali, mentre la campagna si intravede appena alle loro spalle. Le città sono diventate come tutte le citta dei paesi di intermedia ricchezza: grandi, squallide, brutte. Alla fine l’unico aspetto folcloristico è prendere quegli incredibili, infiniti treni che attraversano il paese. Si dovrà penare molto a studiare il percorso, il nome del treno, gli orari, il numero delle classi in cui sono suddivisi. Si penerà altrettanto ad acquistarne i biglietti. Non è molto come motivo di viaggio, non ne vale la pena.

L’uso della spiaggia da parte degli indiani è contemplativo e non ludico: non si fa il bagno, non si prende il sole, non ci si spoglia, non ci si beve una birra. Monacale. (Foto di Syamantaksen92 via Wikimedia Commons)

Per le spiagge ed il mare non si va in India.  E non perchè non vi siano le une e l’altro. Ma perchè gli indiani sono terribilmente puritani e in spiaggia non si può stare in costume. In certi luoghi è stato trovato una specie di accordo per il quale vi sono le spiagge per gli indiani e quelle per i turisti che possono stare in costume: apartheid vestimentario, orribile. E questo ossessionante puritanesimo toglie ogni possibilità ai giovani di praticare amori da turista. I vecchi hippies che andavano nudi in giro, accanto alle vecchiette, lo facevano a Goa dove son cristiani e non ci badavano, ma era una eccezione.

E la gastronomia? Un calvario, dimenticatevi i ristorantini indiani in Italia. Il livello di piccante nei cibi è assolutamente inimmaginabile; anche il latte della mattina è speziato; l’alcool è ovviamente proibito o malvisto quasi ovunque; i ristoranti sono rigidamente divisi fra vegetariani e non e quindi o l’uno o l’altro (in una cucina vegetariana, la carne non può entrare). Vi basta?

Alcuni che conosco vanno in India perchè costa poco e possono andare in giro come se fossero hippies degli anni ’60. E cio’, francamente, è un pò penoso.

A questo punto mi pare superfluo che vi dica che, secondo me, è meglio non andare in India. A questo mio sconsiglio, si obbietta spesso che l’India è talmente complessa e variegata e grande e multiforme che bisogna andarci e lasciarsi prendere dalla sua magia. Io non sono affatto in disaccordo con questa visione. Sono sempre stato attirato dalla complessità. Il fatto è che non ce la vedo, mi sembra tutto il contrario. E quindi non ci ho trovato nessuna magia.

(La foto della tigre è di Dibyendu Ash via Wikimedia Commons)

Macedonia, paese in cerca di storia e geografia.

Il Museo archeologico di Skopje
Il classicheggiante lungo fiume di Skopje.

Nel turbinio dei Balcani, nel mare infinito degli sconvolgimenti della loro storia, la parola Macedonia ha contraddistinto numerose regioni diverse: fra l’Albania, il nord della Grecia e il Mar Nero. Tutti quei luoghi si sono chiamati, prima o poi, Macedonia. Ma per lunghi periodi questo nome è anche rimasto dimenticato, non utilizzato. L’attuale Repubblica di Macedonia corrisponde, più o meno, a quella regione che, in un periodo dell’Impero Ottomano, era chiamata Macedonia di Vardar, dal fiume che scorre in quei paraggi. Un nome geografico, più che politico. Poi, con la Jugoslavia ed ancor di più con la sua dissoluzione, è spuntata la Repubblica di Macedonia. Non ha tutti i torti la Grecia ad opporsi a quel nome;  lo usurpa, infatti, alla regione greca della Macedonia che fu la culla storica di quella denominazione. La Grecia ha infatti imposto alla comunità internazionale di chiamare quella Repubblica FYROM, la sigla inglese per  “Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia”. Naturalmente i Macedoni non sono per niente contenti.

Mastodontici templi greci.

Ma la disputa Greco – Macedone sulla geografia, in realtà ne nasconde un’altra, ben più corposa, sulla storia. Perchè chi dice Macedonia pensa subito ad Alessandro Magno, il re macedone che sottomise mezzo mondo. in pochi anni. Un eroe di portata mondiale che la Repubblica Macedone vorrebbe come  Antenato Fondatore. Il fatto è che Alessandro e suo padre Filippo, nacquero a Pella, capitale della Macedonia storica, attuale provincia greca. E i due, nell’attuale Repubblica di Macedonia, non fecero altro che fondarci qualche cittadina.

Invece l’attuale classe politica della Repubblica di Macedonia ha voluto appropriarsi senza scrupolo dell’eredità storica di Alessandro Magno. In ogni città vi sono viali a lui dedicati. Ma, soprattutto, ha fatto della ricostruzione del centro della capitale Skopje, un inno al grande Re ed alla sua supposta cultura. In un paese assai povero e bisognoso di moltissime cose più urgenti, negli ultimi pochi anni, è stato speso mezzo miliardo di euro per costruire imponenti edifici in stile greco classico che circondano una enorme statua di un cavaliere brandeggiante la spada. Si tratta evidentemente di Alessandro Magno, ma non potendolo dire per non fare imbestialire i Greci, l’hanno chiamato “Il Cavaliere”.

Villaggio dell’età del bronzo, ricostruito nel luogo dell’originale, con grande fantasia.

Insomma una operazione di ricostruzione fittizia e politicamente sfacciata del proprio passato; hanno scippato la storia greca ed ora la vendono come fosse loro!

L’effetto architettonico è sconcerante: immani palazzi bianchi con colonne doriche o ioniche con dentro uffici ed abitazioni; il nuovissimo Museo Archeologico di gusto classico che domina il vecchio ponte ottomano; il lungo fiume che pare una ricostruzione hollywoodiana dei fori romani; un candido arco di trionfo. L’insieme è pacchianissimo e stona terribilmente con il vechio bazar mussulmano che sta subito dietro. Sembra il trionfo delle cosche vincenti, del narcotrafficante in delirio di onnipotenza.

Ma la frenesia ricostruttiva dei Macedoni non si ferma qui. Sul lago di Ohrid hanno ricostruito un intero villaggio su pallafitte dell’età del bronzo; a pochi metri un fortino di epoca romana. La chiesa di San Clemente a Ohrid, dove fu messo a punto l’alfabeto cirillico, è stata rifatta di sana pianta. Il monastero intorno alla pregevolissima chiesa della Santa Madre di Dio a Prilep, è stato bellamente rifatto in cemento armato. E tutto ciò senza una ombra di dubbio, allegramente, con forza ed orgoglio.

Noi gridiamo allo scandalo, ma lo dobbiamo invece prendere come un ulteriore segno dell’innarestabile vitalità balcanica, che nel tumulto delle vicende continua a spingere verso il futuro, carica di impeto, come un cavallo al suono incalzante del violino tzigano. E tutto ciò mi piace, mi prende, mi mette voglia di vivere.

PS. A fine gugno 2018 c’e’ stato un accordo fra Macedonia e Grecia su come il secondo paese permetterà si chiami il primo. L’incontro fra i capi di Stato si è, giustamente, tenuto a Pescatori.