Di chi era il dentino di Isernia: campeggiatori, macellai o carognari?

Il dentino da latte ritrovato ad Isernia nel 2014. La datazione è di 570.000 anni. Foto di: http://www.unife.it, Claudio Berto, Julie Harnaud via Wki Commons.

Siamo nell’attuale periferia meridionale di Isernia. E ci troviamo verso l’incredibile data di 570 mila anni fa. La zona non è profondamente incisa come la vediamo oggi; è invece pianeggiante, tanto che in alcuni punti si è formata una palude. Intorno delle montagne. Il clima è leggermente più fresco e secco dell’attuale. Nella parte pianeggiante prevalgono le praterie con degli alberi sparsi. Sono luoghi ideali per il pascolo degli erbivori. Ma lungo i fiumi ed intorno alla palude, la presenza dell’acqua e dell’umidità notturna, favorisce la presenza di molti altri alberi che perdono le foglie d’autunno: ontani, pioppi, salici, platani. La vegetazione è fitta e vi è del sottobosco. Si tratta di quelle che vengono chiamate “foreste a galleria”, proprio perché formano delle gallerie all’interno delle quali scorre il fiume; alle spalle della galleria si trovano le savane, le praterie. Sulle alture circostanti, la temperatura più fresca ed una buona presenza di umidità permette la crescita dei castagni e dei faggi. E’ molto difficile paragonare un paesaggio preistorico ad uno attuale europeo: le profonde trasformazioni fatte dall’uomo hanno sconvolto tutto: regimazioni dei corsi d’acqua, coltivazione dei campi, sistemazione delle colline.  Ma se vogliamo farci un’idea del paesaggio di quel luogo in quel momento, possiamo pensare a certe zone poche abitate della Maremma fra il profondo sud della Toscana e l’inizio del Lazio. Vasti spazi aperti, con foreste a gallerie dove c’e’ l’acqua e boschi sulle alture. Il tutto un po’ più freddo di come sia ora la Maremma. In altre parole: vedendo quel paesaggio non troveremmo niente di particolarmente strano; ci parrebbe familiare, solo molto “naturale”.

Resteremmo invece sbalorditi al vedere gli animali che si aggirano in codesto bucolico paesaggio. Non crederemmo ai nostri occhi e sarà anche difficile credere a quanto state leggendo. E’ invece tutto provato, fin nei minimi dettagli. Nelle praterie vedremmo molti bisonti, ma anche degli elefanti e dei rinoceronti. A dar loro la caccia, addirittura, dei leoni e dei leopardi. Sulle alture, delle specie di capre. Più vicini alla vegetazione lungo i fiumi e la palude troveremmo dei cervi, dei daini e dei caprioli, addirittura degli orsi; nella macchia più fitta dei cinghiali ghiotti delle ghiande di leccio.

Non deve stupire la strana mescolanza di animali, che noi associamo a climi freddi, come i bisonti,  in compagnia di altri, di tipo “africano”. Ci sono due spiegazioni. La prima ci dice che questi animali non sono esattamente come quelli esistenti attualmente; erano i loro progenitori con alcune caratteristiche leggermente differenti e che potevano essersi adattati a climi differenti da quelli in cui vivono i loro attuali discendenti. Ad esempio, i mammut sono pur sempre degli elefanti, eppure vivevano nel freddo della Siberia. La seconda spiegazione ci dice invece che molti degli animali scomparsi dall’Europa, lo sono semplicemente per il fatto che sono stati sterminati dall’uomo. Se non fosse per costui, i leoni si aggirerebbero nei boschi appenninici; e se non fosse per i Parchi nazionali africani, i leoni sarebbero spariti anche da quel continente.

Nella palude sguazzavano gli ippopotami, si posavano i germani reali e i tuffetti, nuotava la tartaruga d’acqua insieme a numerosi pesci e stazionavano le rane. Sulle rive si aggiravano diverse specie di roditori ed alcuni insettivori del tipo della talpa. Insomma una flora ed una fauna molto varia: un bellissimo esempio di biodiversità. L’accostamento di una ambiente a prateria, di uno ricco di vegetazione arborea e di un terzo acquatico, come la palude, ha permesso un vero formicolio di vita dove la ricerca del cibo è certamente più agevole.

Verso i margini della palude vi era uno spazio libero, probabilmente fangoso, ove si svolgeva una parte interessante della vita del microcosmo che abbiamo appena descritto. Ebbene, quello spazio è ancora lì e viene scavato poco a poco fin dal 1978, quando tornò alla luce in occasione della costruzione di una strada che lo prese in pieno. Fortuna volle che fosse presente un colto appassionato, che se ne accorse e dette l’allarme.

Quello spazio, di qualche centinaia di metri quadrati,  fu provvidenzialmente salvato dalle ingiurie del tempo grazie a degli importantissimi fenomeni vulcanici, ben conosciuti in Campania e Molise, che ricoprirono il tutto con un bello strato di materiale vulcanico “leggero”, in un modo simile a quello che avvenne a Pompei, ormai quasi ai giorni nostri. E’ molto probabile che sia stato il vulcano di Roccamonfina, a 35 km da Isernia, ad eruttare quella pomice. Il vulcano si è poi estinto circa 50.000 fa, ma la zona è ancora oggi sismica e sottoposta a movimenti tettonici.

Ma cosa c’era in quello spazio e cosa c’e’ rimasto ancora, che ha riempito di entusiasmo gli archeologi e di meraviglia i visitatori? Moltissime cose, che danno una enorme quantità di informazioni sulle vicende che vi si svolsero – vale la pena ricordarlo – 570.000 anni fa, decina di millenni più, decina di millenni meno. Il problema, magari, sta nelle interpretarle correttamente. Il fatto fondamentale è che in quell’ambiente vi era un elemento ulteriore, finora taciuto: l’uomo! E dopo vedremo di che tipo.

Lo spazio è in lieve discesa e presenta una base di terra fine, che diventava fanghiglia quando si bagnava, ricoperto da uno strato quasi continuo di sassi di travertino di medie dimensioni e da una quantità stupefacente di ossa degli stessi animali di cui abbiamo parlato precedentemente. Le ossa non sono in connessione anatomica e ciò vuol dire che sono state disarticolate dallo scheletro a cui appartenevano, spostate, manipolate. Fra i blocchi di travertino e le ossa sono anche state trovate delle buone quantità di schegge di selce. La materia prima, da cui sono state tolte le schegge, proviene dai dintorni, se ne trova ancora. Questo tipo di pietra si forma naturalmente all’interno delle rocce calcaree. In questo caso si presenta sottoforma di lastre di pochi centimetri di spessore. Queste lastre sono state scheggiate dall’uomo per trarne degli attrezzi che sono poi stati abbandonati fra i sassi e le ossa.

Soffermiamoci sulle ossa. La caratteristica principale è che il campionario presente non è casuale; in altre parole non ci sono un po’ tutte le ossa, in percentuale simile a quella nella quale sono rappresentate negli scheletri dei diversi animali. Ce ne sono solo alcune ed in particolare i crani e le ossa lunghe, almeno per quanto riguarda gli animali di dimensioni più grosse.  Inoltre le ossa non sono affatto intere, ma molte sono state spezzate; e ciò è successo quando erano ancora fresche. Questo particolare lo si deduce dalle caratteristiche del punto di rottura, ben diverse se l’osso si è rotto da fresco o da secco. Altro aspetto fondamentale è la differente presenza delle ossa dei differenti animali. Quello di gran lunga più rappresentato è il bufalo con diverse decine di esemplari, poi viene il cervo e il cinghiale. Sporadici gli elefanti e gli orsi, un solo esemplare di leone. In questi casi si parla di “numero minimo di individui”. Il concetto è intuitivo: si contano tutti i tipi di ossa della stessa specie e si identifica quello più presente. Diciamo sia stato il femore destro: se ve ne sono 10, ci devono essere stati almeno 10 individui, anche se probabilmente ce n’erano molti di più e gli altri femori destri sono finiti altrove.

Le ossa non solo erano spezzate, ma avevano subito altre manipolazioni. E’ comune, negli studi sul Paleolitico, osservare con estrema attenzione la superficie delle ossa animali, ritrovate negli scavi, per identificare delle eventuali tracce. Tale scienza si chiama, con poca fantasia, “tracceologia” ed è molto utilizzata anche in ambito forense. Sono necessarie analisi con microscopi avanzati; ma ormai vi è una buona conoscenza di quale operazione eseguita con quale strumento è stata effettuata su tale osso, solo osservando la forma e la posizione dei graffi lasciati . Un buon tracceologo osseo riesce a far parlare l’osso che ha studiato.  Nel caso di cui stiamo parlando, lo studio è stato particolarmente difficile in quanto la superficie delle ossa, per quanto ben protetta dal materiale vulcanico che le aveva ricoperte, si era in qualche modo “erosa” facendo perdere di consistenza e di dettagli i graffi lasciati dall’uomo. Con dura pena i tracceologi hanno comunque potuto stabilire che dalle ossa si era tolta la carne e si erano asportati i tendini utilizzando gli attrezzi in pietra che erano stati trovati lì intorno, fra i sassi e le ossa stesse. Naturalmente non vi è corrispondenza diretta fra quel graffio e quello strumento specifico; ma si sa con certezza che quel tipo di attrezzo in pietra ha lasciato sulle ossa quelle striature.

Inoltre è noto che durante la preistoria, le ossa lunghe e certe ossa del cranio, come le mandibole, venivano spezzate per trarne il succulento midollo, buono e nutriente, esattamente come facciamo noi con l’ossobuco. Il cranio veniva sfondato per mangiare il cervello, ovviamente.

Le pietre scheggiate, le selci, non erano di buona fattura. Già la materia prima non è di gran qualità: le lastre hanno uno spessore di pochi centimetri. Venivano poste su una pietra e con un’altra si batteva sul bordo: si staccava una scheggia. Se ne traevano delle schegge abbastanza informi e fini (e ciò era un vantaggio perché tagliavano meglio), lunghe quei pochi centimetri che rappresentavano lo spessore della lastra di partenza. Non vi sono casi di schegge tolte tenendo la lastra in piedi e sfruttandone la lunghezza o la larghezza, invece dello spessore; probabilmente la cattiva qualità della selce lo avrebbe impedito. La fattura di queste schegge dà l’idea di un attrezzo fatto in fretta, su due piedi, alla buona, senza particolare attenzione. Gli archeologi sperimentali sono intervenuti ed hanno studiato il caso, arrivando a conclusioni impressionanti.

Non desti stupore la massa di studi a cui hanno dato il via questi scavi. Il sito di Isernia – La Pineta (così si chiama ufficialmente) è certamente il più importante del Paleolitico Inferiore italiano.

La prima esperienza è consistita nello scheggiare esattamente quel tipo di lastra con la stessa tecnica che si era potuta desumere dall’osservazione delle schegge “vere”. Queste ultime sembravano essere caratterizzata dalla presenza, in molte di loro, di sorte di denticoli lungo i bordi. Si poteva presumere che tali denticoli fossero stati fatti intenzionalmente per ottenere un ben preciso strumento che si adattasse a delle particolari operazioni che si voleva eseguire. Invece è stato dimostrato che i denticoli sono il risultato spontaneo della scheggiatura di quel tipo di materiale con quel tipo di tecnica (la semplice percussione con un ciottolo). Quindi venne confermata l’impressione di selci “tirate via”, fatte alla buona. E, meravigliosamente, questa impressione fu confermata quando gli archeologi sperimentali riprodussero, con le schegge che loro stessi avevano fatto, le operazioni di scarnificazione su delle ossa di animale attuale. Ebbene, fu visto che dopo 10 o 15 minuti di lavoro il filo tagliente delle schegge era ormai rovinato e che non serviva più a gran cosa. L’ipotesi molto consistente suggerisce, quindi, che quegli uomini scheggiassero sommariamente le lastrine di selce che si trovavano sottomano e che dopo pochi minuti di uso l’attrezzo fosse ormai inservibile e venisse gettato, per farsene un altro nuovo. Dei veri e propri coltellini “usa e getta”. I bordi delle schegge sono consumati da tutti i lati; ciò vuol dire che l’utilizzatore se lo girava fra le dita via via che notava che un taglio era ormai rovinato, per andare a cercarne un altro ancora buono. Naturalmente i tracceologi hanno esaminato anche le schegge utilizzate ed hanno confermato l’uso che ne veniva fatto: scarnificazione e taglio dei tendini. Per rompere le ossa, queste venivano percosse da ciottoli o sbattute contro le pietre.

Ricapitoliamo i fatti ed affrontiamo il difficile capitolo della interpretazione del sito. Abbiamo una superficie coperta da pietre travertinose ed ossa di animali scarnificate ed intenzionalmente spezzate. La scarnificazione veniva effettuata con schegge grossolanamente preparate sul luogo. Le ossa sembrano essere state scelte in base al loro tipo ed in base all’animale a cui appartenevano.  Cosa avveniva, realmente in quel luogo?

Ebbi la fortuna di assistere ad una conferenza di Carlo Peretto e della sua equipe dell’Università di Ferrara, incaricati dello scavo, nei primi anni ’80. Lo scavo era iniziato da poco e si avevano le prime impressioni. Fu una conferenza emozionante. Peretto fu misuratissimo e non avanzò nessuna ipotesi. Ma appariva in grande tensione e disse una serie di frasi che furono chiare ai presenti: sprizzava entusiasmo da tutti i pori. Trent’anni dopo, in un’altra conferenza, a Verona, confermò pubblicamente che, in quegli anni, stavano lavorando su una ipotesi straordinaria. La rievocò con l’amabile nostalgia che si riserva ad un sogno di gioventù, ahimè, fallace.

Si pensava che gli antichi uomini avessero ricoperto quello spazio fangoso con le pietre e le ossa per farne un luogo di soggiorno. Certe piccole porzioni di terra, rotondeggianti e prive di pietre o di ossa, furono interpretate come i punti dove dei pali erano stati alzati per sorreggere tende di pelli o coperture di frasche. I crani sarebbero stati appoggiati con la calotta cranica verso l’alto in modo da rendere più agevole il camminarci sopra. Si sarebbe trattato della prima bonifica e della prima costruzione di un vero e proprio riparo, quasi una casa, della storia dell’umanità. La scoperta del secolo.

Poi gli scavi proseguirono e l’area diventò veramente troppo grande per essere stata un’abitazione; molti altri studi contribuirono alla comprensione del sito e si arrivò ad una più matura riflessione. Quella fantastica ipotesi venne accantonata.

Si è quindi pensato che si trattasse di una area di macellazione; un “macello”. Rappresenterebbe il luogo dove si svolgeva solo una della diversi fasi del processo di ricerca del cibo da parte di quella gente. Gli animali sarebbero stai cacciati ove possibile, scuoiati e ridotti in pezzi trasportabili. Le parti più interessanti sarebbero state portate nello spazio che ora è in scavo, dove sarebbe stata tolta loro la carne ed i tendini (da usare nei molti modi possibili); le ossa e i crani rimanenti sarebbero stati spezzati per prendere midollo e cervello. Ed infine la carne sarebbe stata portata in un terzo luogo per essere cotta e mangiata. Infatti nell’area non ci sono zone che mostrino le caratteristiche tipiche dei focolari (arrossamenti o decolorazioni delle pietre dovuti a lunghe esposizioni al fuoco), salvo in un punto, ma molto dubbio.

Questa ipotesi presenta alcuni aspetti critici. Il più importante verte sulla natura delle ossa presenti nello spazio scavato. Sono soprattutto crani ed ossa lunghe. Ora, appare problematico credere che dei cacciatori si caricassero sulle spalle una testa di bisonte per portarla al macello per trarne il cervello ed un po’ di midollo dalla mascella. Per non parlare poi del teschio di elefante e delle zanne. Perché portare delle zanne al macello ed abbandonarle lì? Ma anche: perché spostare una pesante zampa che può essere facilmente scarnificata là dove l’animale è stato ucciso? La carne può essere poi tagliata in pezzi di peso comodo ad essere portati da una sola persona. Questi uomini erano certamente robustissimi, ma di piccola taglia ed una coscia di bisonte ha un peso notevole. Poco spiegabile anche la relativa assenza di altre ossa. E’ certamente vero che i diversi tipi di ossa hanno una diversa resistenza al passare del tempo ed alcune spariscono; ma ciò non pare essere una spiegazione sufficiente al fatto che le ossa sembrino selezionate. Ed ancora: quel luogo è ricoperto, oltre che dalle ossa, da una grande quantità di sassi di travertino. Tali sassi non sono affatto arrotondati dall’acqua, ma sono irti di piccoli spunzoni. Non ci può essere luogo più scomodo per camminare, per sedersi, per inginocchiarsi mentre si lavora intorno alla scarnificazione di una zampa di bisonte. Ai tempi ci poteva essere dell’erba che facilitava le cose; ma non si capisce per quale motivo quei macellai avrebbero dovuto scegliere un luogo pieno di sassi quando potevano andare poco lontano su della comoda terra. L’unico vantaggio di quell’area sembra essere la presenza di ciottoli di calcare di cui servirsi per fare gli attrezzi “usa e getta” (non si usava solo la selce, ma anche tali ciottoli).

Si potrebbe pensare che quell’area fosse il greto della palude, che gli animali vi andassero ad abbeverarsi e lì fossero cacciati e spezzettati. Ma se così fosse  si dovrebbero trovare TUTTE le ossa od almeno quelle più resistenti. Il che non è.

Resta quindi un’altra possibilità, meno romantica. Si poteva trattare di una spiaggia della palude o del fiume, dove delle piene potevano portare le carcasse di animali affogati dalle alluvioni. Sulle quali, quei nostri progenitori si attivavano per contendere la carne ai batteri della putrefazione. Ulteriori ondate di piena avrebbero portato via le ossa meno pesanti lasciando sul posto solo quelle molto pesanti o quelle che erano rimaste incastrate fra le pietre.

Gli scavi continuano anche se lentamente – solo poche settimane ogni anno  –  nuovi elementi emergono e analisi più avanzate vengono compiute. Le esperienze si accrescono, altri esperti prendono in mano le cose. Ne sia ad esempio il tema della datazione del sito, che non è stato nemmeno sfiorato in questo capitolo. Le misurazioni sono ormai numerose e sono state fatte con metodi diversi. La datazione del sito è cambiata negli anni e si è venuta via via affinando fino a raggiungere l’attuale ipotesi, assai attendibile. Bisogna quindi avere solo pazienza e avremo delle idee sempre più precise su ciò che quella antica gente faceva realmente in quel luogo.

Ma chi erano costoro? Proprio nella campagna di scavi del 2014 emerse un elemento che riportò Isernia – La Pineta sui giornali. Una cosa anche commovente. In una di quelle lontanissime giornate, passate fra le carcasse degli animali, vi era anche un bambino. E forse addentando una di quelle ossa, per farsi una tartara su due piedi, magari ben frollata, ci perse un dentino da latte, un incisivo superiore. Che è stato ritrovato. Questa è la storia che avremmo voluto raccontare. In realtà il dentino non era ancora pronto a cadere, la radice non si era ancora riassorbita (anche i denti da latte hanno delle radici, sia pure più piccole; ad un certo momento cominciano a riassorbirsi e quando sono sparite, il dentino cade). Quindi quel bambino, di 6 anni circa, il dentino lo perse perché morì. Non sottovalutiamo il dentino: è il reperto umano più antico d’Italia!

Da un solo dentino, per di più da latte, non è stato possibile dedurre molte informazioni antropologiche di quella popolazione. Si trattava certamente dell’Uomo di Heidelberg che a quei tempi dominava l’Europa, dopo esservi immigrato dall’Africa. Dopo del tempo quell’uomo si trasformerà nel più noto Neandertal. Ma questa è tutt’altra storia.

Intorno al sito di Isernia è stato costruito un imponente Museo, forse un po’ deludente nei contenuti didattici ed esplicativi. Una parte dell’area scavata è stata tolta da dov’era e ricostruita nel museo ed è facilmente osservabile in molti dettagli. Ma l’area maggiore è ancora in posto ed è coperta da un enorme capannone vetrato. Il visitatore può quindi osservare, anche se un po’ da lontano ed attraverso dei vetri dove la polvere dei millenni si deposita, l’area di scavo. Durante le campagne di lavoro si può anche assistere alle operazioni e con un po’ di fortuna farsi amici di uno studente che potrà spiegare qualche dettaglio.

Per leggerne di più sul sito bisogna far riferimento alle numerose pubblicazioni di Carlo Peretto su Isernia che costellano tutta la sua carriera, fino ai giorni nostri.

Un viaggio molto antico (II parte)

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Il momento del massimo prosciugamento del Mediterraneo dirante il Messiniano. (Vedi I parte) Foto di Paubahi, Wikicommons.

Può causare meraviglia il fatto che su quattro siti “antichi” della Sardegna, ben tre siano concentrati nella zona di Tempio Pausania. Ci sono alcune spiegazioni: intanto è solo in quella zona che sono state fatte ricerche approfondite, da personale qualificato della Sovrintendenza, in seguito al primo ritrovamento casuale. Come a dire che se si cercasse anche altrove, forse qualcosa si troverebbe. Un secondo motivo può stare nel fatto che quella zone è di dolci colline interessate da lavori agricoli. Muovere la terra con i mezzi agricoli fa emergere le selci. Se gli stessi luoghi fossero stati a macchia mediterranea o a boschi, le selci sarebbero rimaste interrate e sconosciute. Normalmente, in Sardegna, i campi stanno in pianura (terreni alluvionali recenti, dove non ci possono essere resti così antichi) e le colline non sono coltivate. Ed infine non va dimenticato che l’aspra orografia della Sardegna ha certamente causato importanti fenomeni erosivi che hanno portato a valle, distruggendoli, molti degli eventuali resti antichi.

Il quarto sito è a Ottana dove sono state raccolte un buon numero di selci scheggiate in cinque diversi luoghi, prossimi gli uni agli altri. Il materiale usato viene da giacimenti in prossimità, esattamente come nei due primi siti. Ma le similitudini si fermano qui: infatti le tecniche usate ad Ottana sembrano ad un livello tecnologico nettamente superiore a quello dei due primi siti. Tutt’altra cosa, molto distante.

La lunga descrizione dei complessi di selci che abbiamo appena fatto (non per amore di pedanteria) introduce un tema centrale nello studio della Preistoria: l’analisi delle selci e la loro attribuzione ad una o ad un’altra fase culturale. Il tema è di una complessità straordinaria ed è centrale nel lavoro di un preistorico; ne è l’essenza. Un insieme di selci, che agli occhi di un semplice interessato può sembrare muto, allo sguardo del professionista svela molte informazioni. Facciamo un esempio: i bifacciali di cui abbiamo parlato prima (o amigdale) sono stati prodotti solo in un certo momento, sia pure molto lungo, della preistoria (con una piccola eccezione, ma lasciamo stare). Trovarne uno in un sito permette di assegnare quello scavo all’unica cultura umana che li faceva. Un altro esempio: quando si trovano, in Europa,  delle selci scheggiate secondo la bellissima tecnica levallois si può esser certi che siamo prima di 40.000 fa e che le fece l’uomo di Neandertal o il suo antenato. Ed anche quando si trovano degli strumentini in selce molto piccoli  e di forma ben geometrica sappiamo che siamo nel Mesolitico.

Ricostruzione artistica di vari tipi del cervo antico, il Megaloceros. Foto di Apokryltaros, Wikicommons

Ma questi – ed alcuni altri – sono esempi molto facili; nella maggioranza dei casi il riconoscimento non è così semplice. La fattura degli strumenti in pietra dipende da una grande quantità di variabili: il tipo di pietra e la sua attitudine ad essere scheggiata; la capacità tecnica dell’artigiano, il tipo di utilizzazione che si doveva fare di ogni singolo strumento, il contesto in cui gli strumenti venivano usati (area abitativa / di lavoro / di caccia), il tipo di supporto sul quale l’attrezzo veniva, eventualmente, immanicato.

Eppure, nonostante tutte queste variabili, negli strumenti in pietra, nelle selci usate da ogni grande complesso culturale umano preistorico, vi è un’aria specifica, un sapore caratteristico, uno stile riconoscibile. E’ un po’ come con i vestiti: entrando in una sartoria ognuno di noi riconoscerebbe se vi si producono toghe romane, abiti rinascimentali o abiti da lavoro ottocenteschi. E’ una semplice questione di stile della produzione. Ecco, con le selci è un po’ la stessa cosa, solo molto più difficile, soprattutto perché per noi le selci sono oggetti strani, da bambini non ne abbiamo mai viste in mano ai nostri padri.

Torniamo al nostro mistero sardo; nel Paleolitico antico vi erano sostanzialmente quattro grandi stili di produzione di strumenti. Nel più antico si toglievano delle schegge ad un ciottolo e si otteneva uno strumento: è il chopping tool. Nel secondo stile lo strumento guida per il riconoscimento è il famoso bifacciale. Nel quarto si incomincia ad utilizzare la tecnica levallois che si svilupperà nel Paleolitico Medio. Il terzo stile è quello che interessa a noi: si chiama Clactoniano e consisteva nel togliere da un nucleo di selce delle schegge, grossomodo rotondeggianti, i cui bordi venivano leggermente scheggiati (o ritoccati) per raddrizzare ed irrobustire il filo che sarebbe stato utilizzato nelle varie operazioni che si volevano compiere. Ecco, negli strumenti dei primi tre siti sardi, prima descritti, lo stile che si “respira” è il Clactoniano. Nel quarto sito – Ottana – vi sarebbe addirittura un sentore dello stile (o tecnica) levallois. In assenza di datazioni ottenute con un qualche sistema scientifico, l’archeologo si è basato sulla sua sensibilità agli stili delle selci, per attribuire al Paleolitico antico quei siti in Sardegna e quindi arguire che l’uomo vi arrivò in tempi antichissimi.

Non solo. Si dibatte il seguente, affascinante, tema, su cui avevamo promesso di tornare. Fra le varie ipotesi precedentemente avanzate, rispetto ai rapporti che ci possono essere fra le selci dei due primi siti, ammettiamo che si decida di considerare quelle del primo sito (Sa Coa de Sa Multa) più antiche di quelle del secondo (A Sa Pedrosa-Pantallinu). In altre parole lo stile di lavorazione del primo sito è più antico del secondo, e ciò IN BASE all’esperienza che si ha dell’evoluzione degli stili di scheggiatura sul continente. Si ipotizza anche che i fabbricatori del primo sito siano arrivati in Sardegna in occasione del massimo ritiro del mare avvenuto circa 325.000 anni fa. La domanda centrale è questa. Come è possibile che l’evoluzione dello stile di scheggiatura che è avvenuto in Sardegna, fra il primo ed il secondo sito, abbia percorso lo stesso cammino di quanto avveniva sul continente, pur senza esistere alcun legame fra le due popolazioni di scheggiatori?  Può sembrare lo stesso problema delle piramidi egiziane e maya od azteche. Perché due popoli senza legami arrivarono a fare costruzioni simili? In realtà qui la faccenda è diversa; le piramidi sono costruzione “spontanee”, quasi obbligate, se si vuole avere una vicinanza al cielo. Lo stile di fabbricazione delle selci deriva dalla scelta di un modus operandi di scheggiatura fra i mille possibili. Per il secondo sito si avanza con prudenza una datazione di 200.000 – 100.000 anni fa, sulla base delle caratteristiche del suolo su cui le selci poggiavano. Possiamo realmente pensare che il gruppo umano passato per primo in Sardegna 325.000 anni fa (e che produsse le selci del primo sito) abbia evoluto la propria tecnica durante 125.000 – 225.000 anni (per arrivare alle selci del secondo sito) in modo del tutto parallelo a quanto avveniva sul continente? L’ipotesi, francamente, pare peregrina. Ecco quindi che sorge la possibilità che il primo gruppo si sia estinto (magari per i motivi di consanguineità già accennati) e che una nuova traversata abbia avuto luogo al successivo abbassamento marino, avvenuto circa 165.000 anni fa. E che questo secondo gruppo sia il produttore delle selci del secondo sito. Anch’esso si sarebbe poi estinto. I conti degli anni tornano; certo sono ipotesi, per il momento.

Ma…

Ma, come succede con gli abiti, a volte, gli stili si confondono, si mescolano, si ripetono, si mimetizzano. Per le selci, il caso (e molti altri motivi) ha voluto che durante il Neolitico o le prime età dei metalli, si fosse continuato a scheggiare e si siano riprese delle tecniche antiche. Ecco quindi che altri archeologi, vedendo gli stessi complessi di strumenti sardi ora descritti, abbiano pensato che siano di poco precedenti il Neolitico. Cadrebbe quindi ogni ipotesi antica ed anche ogni reale interesse.

Il mistero resta per il momento intatto. Ma anche in questo caso c’e’ solo da aspettare nuove ritrovamenti, nuove ricerche sui materiali già trovati e sui suoli nei quali sono stati trovati, nuovi studi con nuove tecniche. Un giorno il mistero sarà sciolto.

Per terminare: come è andata a finire la colonizzazione della Sardegna, o, per meglio dire, come è incominciata, quella che continua fino ad ora?

Dopo le prime due colonizzazioni abortite, di cui abbiamo parlato fino ad ora, se ne prospetta una terza, ormai in tempi molto più recenti, verso i 20.000 anni da noi; in occasione di un terzo minimo climatico, con il conseguente abbassamento del mare ed avvicinamento delle due coste. Le testimonianze di questo terzo evento stanno nella Grotta Corbeddu presso Dorgali. In questo caso ci sono anche dei resti ossei umani (ovviamente sapiens) ed in particolare una falange ed un osso del cranio. Quest’ultimo presenterebbe delle caratteristiche deviate dalla norma; si potrebbe quindi trattare di un fenomeno di deriva genetica, di endemizzazione. Un prodotto dell’isolamento a cui tale popolazione fu sottoposta; si tratterebbe della conferma della teoria prima esposta secondo la quale una popolazione composta inizialmente da un numero ristretto di persone non riesce a sopravvivere in un ambiente isolato. Quindi anche questo terzo tentativo di insediamento sarebbe fallito. Fortunatamente in questo caso ci sono delle selci di stile molto chiaro e che puntano tranquillamente verso quelle date. Ma la presenza umana nel Paleolitico abbastanza recente non fa particolare meraviglia; il possesso, da parte di quelle genti, di tecniche minimali di navigazione non stupisce eccessivamente.

Ed ancora. Fra gli esperti c’è, quindi, il seguente modello di arrivo dell’umanità in Sardegna: al momento dei minimi marini ci sarebbero stati degli attraversamenti di gruppi umani, ma troppo piccoli per avere una autonomia genetica che impedisse loro di estinguersi in poco tempo. E ciò sarebbe avvenuto tre volte. L’ipotesi è suggestiva, ma presenta un problema maggiore. I minimi marini non erano fenomeni ch duravano una stagione. Sono processi lunghissimi che si misurano almeno in decenni se non in secoli. E non sono improvvisi, ma assai lenti. Quindi la riva toscana e quella di Capo Corso rimasero progressivamente più vicine e dopo progressivamente più lontane per tempi lunghi. Se presumiamo che quegli antichi gruppi avessero capacità marinare, dovremmo aspettarci che fossero numerosi i drappelli che attraversavano il mare arrivando in Sardegna; anno dopo anno, nella stagione più favorevole. E questo lento e lungo esodo avrebbe permesso di rimpolpare ed accrescere il pool genico degli isolani. A meno che la popolazione che avesse accesso alla costa toscana fosse solo una, geneticamente molto omogenea e numericamente molto scarsa. Vi sono altre due possibilità: la prima è che realmente ci sia stato, e ciò per tre volte a centinaia di migliaia di anni di distanza, dei brevi momenti in cui il passaggio poté essere effettuato a piedi, all’asciutto, e questo per un brevissimo tempo. Quella gente non avrebbe avuto capacità marinare, ma avrebbero sfruttato un brevissima finestra temporale di terra emersa per passare. Passato quel’attimo sarebbero rimasti isolati fino all’estinzione.  Ma su ciò non ci sono evidenze geologiche. L’ultima ipotesi prevedrebbe degli arrivi assolutamente involontari e non desiderati: come un’onda anomala o di piena, uno tsunami, un inseguimento di nemici sanguinari. Questa ipotesi renderebbe ragione del numero ridotto degli individui formanti il gruppo colonizzatore. Attraversare il mare sarebbe stato un “incidente” da evitare e quando successo, da non ripetere.

Il quarto tentativo di colonizzazione sarà quello buono; ma ormai siamo a 8.000 anni fa, al Mesolitico: i cervi saranno sterminati e si vivrà principalmente del prolago. Arriveranno poi i commerci marittimi di ossidiana, l’agricoltura e l’introduzione di tutto il bestiame domestico. Ma questa è un’altra storia.

 

Un viaggio molto antico

Il simpatico prolago, estinto, anche se qualcuno dice di averlo visto. Foto di Prolagussardus, wikicommons.

I nostri remotissimi antenati saranno andati in Sardegna? A piedi?

La Sardegna è un’isola. E’ un’ovvietà, ma tale caratteristica ha fatto nascere una grande quantità di dilemmi di tipo archeologico. Il primo, il più importante, riguarda il momento nel quale l’umanità vi mise piede per la prima volta. La discussione, fra i pochi paletnologi esperti di Sardegna è vivissima. Le prove sono scarse ed i dubbi molteplici e profondi; le ipotesi non mancano.

Ne è stata avanzata una straordinaria, secondo la quale il primo popolamento dell’isola sarebbe avvenuto in un tempo antichissimo; ben superiore a quanto avremmo mai potuto immaginare prima che certi ritrovamenti, che poi vedremo, venissero a galla. Si parla addirittura di circa 320.000 anni fa; una data sconcertante, se si pensa che l’arrivo in Sardegna comporta necessariamente la costruzione e l’uso di una imbarcazione. Capacità che dovrebbe essere stata del tutto al di fuori della portata delle genti di quel tempo. Ma può anche darsi che non ci sia stato bisogno di nessuna imbarcazione. Come è possibile?

La storia dell’umanità è sempre stata tributaria delle condizioni climatiche dei luoghi dove ha vissuto. L’alternanza di momenti freddi e momenti caldi ha avuto grandi influenze sulla vita, umana ed animale. Proprio in quell’epoca menzionata, la glaciazione che era in atto (chiamata di Mindel, secondo la vecchia nomenclatura) raggiunse il suo acme. Di conseguenza i ghiacciai pervennero al massimo della loro estensione ed altezza: di volume, in altre parole, assorbendo grandi quantità di acqua che fu tolta ai mari il ui livello si abbassò. Sardegna e Corsica divennero una sola isola, le coste della Toscana si spostarono verso la Corsica e la distanza marina fra il continente e la duplice isola divenne minima, pari a pochi chilometri. Certamente si arrivava a piedi asciutti fin’oltre l’isola della Capraia e da lì la costa avanzata del Capo Corso era perfettamente visibile, vicina.

E’ certo che alcuni animali arrivarono sull’isola. Si tratta di un cervo, il Megaloceros, oggi estinto e del cuon: una miscela di cane e volpe, di cui alcuni lontani cugini vivono ancora in Asia. Da tener presente chi i due animali sono buoni nuotatori, all’occorrenza. Arrivando sull’isola, vi trovarono, probabilmente, la fauna locale in cattivo stato ed incapace di opporre loro molta resistenza. Quella fauna terrestre vi era arrivata ai tempi della famosa crisi messiniana o in qualche glaciazione successiva.

Il cuon asiatico, ancora esistente, lontano parente di quello sardo. Foto di Keven Law Wikicommons.

La crisi messiniana risale a circa cinque milioni di anni fa, quando lo Stretto di Gibilterra si chiuse completamente. Il Mediterraneo rimase un mare isolato e l’acqua che vi arrivava dai fiumi, pur copiosissima, non era sufficiente a compensare le perdite che aveva per evaporazione. Il livello si abbassò gradualmente e si creò una profonda depressione dove le temperature salirono, aumentando ancora di più l’evaporazione; come sta succedendo attualmente al Mar Morto, ma in scala infinitamente maggiore[1].

Dopo la chiusura dello Stretto, il Mediterraneo, lentamente, si svuotò quasi completamente e rimasero solo dei grandi laghi fra la Sardegna e la Spagna. La fauna ebbe quindi tutto l’agio di invadere questi nuovi spazi ed arrivare in Sardegna. Lo stretto di Gibilterra tornò poi ad aprirsi ed in pochi anni di inimmaginabile inondazione, il Mediterraneo si riempì nuovamente: la fauna arrivata in Sardegna vi rimase intrappolata continuando la propria evoluzione in un contesto chiuso. Fra questa fauna, un animale in particolare sarebbe poi diventato importante per il proseguo della nostra vicenda: il Prolagus sardus, una sorta di unione fra un coniglio ed un criceto, più grosso del coniglio attuale. L’ultima popolazione di prolago rimase in vita sulla disabitata isola di Tavolara, dove si è estinto solo nel 1774. Si dice che qualche esemplare sia ancora avvistato, ma è abbastanza improbabile.

Al massimo delle glaciazioni lo spazio fra la Toscana e la Corsica-Sardegna era minuscolo.

Quando il cervo ed il cuon arrivarono in Sardegna si trovarono molto a loro agio e la fauna precedente oppose poca resistenza al loro insediamento, in quanto ormai sfinita dal lungo isolamento, dai cambiamenti di clima, dalla consanguineità, dalla mancanza di apporti di “sangue fresco” da altre zone. Il cuon, in particolare, aveva una quantità di prolificissimi prolaghi da mangiare. Ricordiamo che in Sardegna non vi era nessun altro degli animali ai quali noi siamo abituati a pensare: bovini, cavalli, cani, gatti, conigli, lepri ed altro. Tutti questi animali arriveranno, moltissimi millenni dopo, sulle navi dei Neolitici.

Ma perché parliamo del cervo e del cuon? Ci interessano molto perché sono la palese dimostrazione che degli animali riuscirono a passare dalla Toscana alla Corsica. Viene quindi da chiedersi se l’uomo non sarebbe stato in grado di fare altrettanto; magari seguendo delle mandrie di cervi che stava cacciando e che si sarebbero avventurate in mare.

Può sorgere un ulteriore dubbio. Si da per certo che un tratto di mare abbia continuato a separare Toscana e Corsica anche nel peggiore dei momenti freddi. Questo lo si deduce confrontando il livello calcolato del mare in quel momento e la profondità attuale del braccio di mare fra la Capraia e Capo Corso (altrove la profondità è sempre maggiore). Naturalmente non può essere escluso, con assoluta certezza, che i calcoli dell’antico livello del mare siano imperfetti o che il fondo del mare non si sia approfondito nel frattempo, per un qualche problema tettonico o per l’erosione, che esiste anche sui fondali. Non ci sentiremmo quindi di escludere, con assoluta certezza, che quel braccio di mare si sia veramente asciugato, sia pure per un tempo brevissimo, o comunque ridotto a tali modeste dimensioni da non scoraggiare nemmeno un modesto nuotatore.

Detto tutto ciò, non possiamo dimenticare un illustrissimo precedente. In Indonesia, sull’isola di Flores, sarebbero arrivati degli Homo erectus ben 700.000 anni fa, superando un braccio di mare di 19 chilometri. Si dovrebbe quindi ammettere una capacità di navigare terribilmente più antica di quanto ritenuto fino a pochissimi anni fa; quando si pensava che il primo navigatore fosse stato il sapiens.

Comunque stiano le cose, il punto centrale della nostra storia sarda è che degli animali arrivarono in Sardegna e che se lo fecero loro, anche l’uomo avrebbe potuto farlo. Per togliere un dubbio che potrebbe esser nato, diciamo subito che non vi è la possibilità che avessero potuto utilizzare dei blocchi di ghiaccio alla deriva. Faceva freddo, ma non così tanto. Certo avrebbero potuto utilizzare dei tronchi, altrettanto alla deriva. Comunque con difficoltà perché l’acqua doveva essere assai freddina.

A questo punto, nel dibattito fra archeologi si inserì un argomento veramente curioso. Una equipe olandese scavò e studiò negli anni ’80 e ’90 le ossa dei vecchi animali sardi. Non erano archeologi, ma paleontologi: i sistemi di scavo sono simili. La quantità di informazioni sugli antichi cervi e cani sardi aumentò di molto. Ora, i paleontologi sanno per esperienza che una specie animale, quando resta confinata in una isola, specie se povera di alimenti, come la Sardegna, molto montuosa e rocciosa, ha la tendenza a divenire più piccola. Per evidenti motivi di “parsimonia” nel consumo delle scarse risorse disponibili. Questo avvenne con l’elefante siciliano che, sull’isola, diventò un nanetto di 90 centimetri. Ma ciò succede solo se non ha predatori. Se invece li ha, quella specie è obbligata a restare di buone dimensioni per essere in grado di resistere ai predatori, o con la lotta, o con la fuga. Il nostro antico cervo sardo rimase delle sue dimensioni o le diminuì di poco. Tale fatto lascia pensare che avesse un predatore. E questo predatore non è certo il vecchio cuon sardo, troppo piccolo e già troppo impegnato a correre dietro alla facile preda prolago. Tale predatore non poteva essere che l’uomo.

Ci si chiederà, ormai, se quest’uomo arrivato in Sardegna ci abbia lasciato qualche traccia e come è finito. Cominciamo dall’ultimo punto. Ed immaginiamoci una piccola popolazione di uomini e donne che arrivano su una grande isola deserta. Hanno una infinità di risorse a loro disposizione e nessuna concorrenza. Gli animali, cervi esclusi, non conoscono la vena cacciatrice dell’uomo e quindi, probabilmente, si fanno avvicinare con grande innocenza, come successe e succede ancora alle isole Galapagos. La vita di quel gruppo è facilissima. Potrebbe sembrare un vero paradiso. Ma vi è un’enorme insidia che li attende, dentro di loro, nel loro DNA. Lo spettro della consanguineità. Un piccolo gruppo umano, se non è in grado di mescolarsi con altri gruppi è destinato a scomparire in poche generazioni. Il numero di queste dipende dalla quantità iniziale dei componenti del gruppo e dalla loro variabilità genetica. Ora, vi sono alcuni esempi che sembrano andare contro questo punto di vista. Il primo è, ancora una volta, quello degli uomini di Flores, in Indonesia, che sembrano esser sopravvissuti in totale isolamento molte centinaia di migliaia di anni, sia pur andando verso una miniaturizzazione che li portò ad essere alti meno di un metro. Ma è anche vero che le informazioni su quella vicenda sono ancora troppo scarse e frammentarie per poter affermare qualcosa di conclusivo. Un secondo esempio è l’isola di Pasqua; ma in questo caso l’isolamento della popolazione è durato poche centinaia di anni ed è probabile che nuove ondate di popolamento siano giunte, durante quei secoli, rinvigorendo il corredo genetico degli isolani.  Ma vi è anche un esempio, clamoroso, che conferma la teoria innanzi detta: in Croazia, a pochi chilometri da Lussino e a poche decine di chilometri da Venezia, Fiume o Zara c’e’ un’isoletta, Susak, tristemente famosa per l’alto tasso di consanguineità della popolazione, il cui stato di salute fisico e mentale è molto degradato. Eppure sono sempre stati circondati da tanti altri gruppi umani. Ma vi è anche l’esempio contrario, anche se molto poco conosciuto, dell’isola di Sentinel.

In conclusione è possibile ipotizzare che i primi “scopritori” umani della Sardegna-Corsica, se arrivati in piccoli gruppi – magari già molto omogenei geneticamente – e rimasti isolati, non avrebbero avuto molte possibilità di durare a lungo: si sarebbero estinti.

Ma lasciamo le supposizioni e veniamo alle prove della presenza umana antica in Sardegna ed in Corsica. Tralasciamo quelle che sono troppo esili numericamente o troppo dubbie da un punto di vista archeologico. Restiamo su quelle consistenti. Si tratta di soli quattro siti, che abbiano restituito una consistente quantità di pietre scheggiate dall’uomo. Solo pietre, non c’e’ nient’altro. La sfortuna ha voluto che, nei luoghi scavati, non vi sia stata nessuna possibilità di trovare degli elementi che potessero essere sottoposti ad almeno una delle numerose e diverse tecniche di datazione. Niente di niente, nemmeno i pollini per avere un’idea della flora o qualche pezzo di ossa di animale. Gli archeologi si sono quindi trovati in mano solo delle selci, certamente scheggiate intenzionalmente.

I quattro siti principali sono i seguenti: Sa Coa de Sa Multa, Sa Pedrosa-Pantallinu, Riu Altana; i tre nell’Anglona (la zona di Tempio Pausania) ed Ottana, nel Nuorese.

In nessun caso ci sono tracce dei grossi strumenti bifacciali – che una volta si chiamavano amigdale – che caratterizzano con certezza il Paleolitico più antico. Ma è pur vero che vi è tutto un filone di popoli, in quell’epoca, che non facevano quel tipo di strumento ed usavano esclusivamente delle schegge per i loro attrezzi di lavoro.

A Sa Coa de Sa Multa vi era un’officina di lavorazione di selce che affiorava a breve distanza. Si scheggiavano dei blocchi facendo pochi tipi di strumenti. La tecnica usata era una sola ed assai semplice. La sensazione di antichità di questo sito è corroborata dalle caratteristiche del suolo su cui agivano coloro che preparavano le selci. Ripetiamo, sulla sola osservazione del tipo di suolo formatosi a quel tempo e poi rimasto sepolto.

Nello scavo di A Sa Pedrosa-Pantallinu lo strato principale è a sua volta suddiviso in tre o quattro fasi di abitazione separate fra loro da sottili strati alluvionali. Si trattava quindi di un luogo di frequentazione che venne più volte invaso dalle acque di un fiume. Anche in questo caso, come nel precedente, della selce era naturalmente presente e qui veniva estratta ed elaborata. Vi si trovano quindi pezzi di materia prima, assieme a strumenti già finiti. Una sorta, quindi, di cava-laboratorio. Gli strumenti, alcune centinaia quelli scavati ed ancora in studio, sembrano di fattura un po’ più evoluta di quelli del sito precedente. I tipi di strumento sono pochi, anche in questo caso. L’aspetto interessante è che alcune selci portano i segni caratteristici di essere state esposte al gelo. Dovrebbero quindi essere precedenti almeno all’ultima glaciazione che è di circa 20.000 anni fa. Molto precedenti se si pensa che una datazione sull’osservazione del suolo rimanderebbe a 200 – 100.000 anni fa. Andrebbero studiate le eventuali differenze fra i materiali provenienti dai diversi strati – intervallati dalle alluvioni – per identificare dei segni di evoluzione fra le tecniche dello strato inferiore, più antico e quelli degli strati superiori, più recenti. Siamo in attesa che qualcuno lo faccia.

Dal terzo sito, Riu Altana, provengono numerose selci, trovate lungo il fiume. Non sono stai fatti scavi. Molto difficile, quindi, dare indicazioni precise. Si sono potute dividere in due gruppi principali, in base al loro stato fisico: molto rovinato dall’acqua o ancora abbastanza ben conservate. La suddivisione non sembri arbitraria; probabilmente il fiume ha intaccato, molto tempo fa, il vecchio piano di campagna che conteneva il primo gruppo e solo più recentemente il luogo che conteneva il secondo gruppo. E’ quindi legittimo supporre che i due insiemi fossero da sempre distinti. Un gruppo sembrerebbe assomigliare alle selci di Sa Coa de Sa Multa, l’altro gruppo a quelle di A Sa Pedrosa-Pantallinu. L’ipotesi avanzata verterebbe sulla possibilità di due frequentazione di questa regione, una successiva all’altra con una evoluzione per quanto riguarda le tecniche di scheggiatura. Resta senza risposta la domanda se si trattasse dello stesso gruppo umano che abbia raffinato le proprie capacità artigianali o se fossero due gruppi umani diversi con diverse abilità. Ma non si può nemmeno teoricamente escludere che fosse lo stesso gruppo umano, con le stesse capacità, che preparasse strumenti più  o meno raffinati a seconda dei bisogni del momento. Una ipotesi che presenteremo nel prossimo post tenterà di chiarire questo dilemma.

[1] Fra le due guerre mondiali si discusse molto di un progetto che voleva tornare ad isolare il Mediterraneo, per mezzo di una diga fra Marocco e Spagna, allo scopo di disporre di nuova terra grazie alla discesa del livello del Mediterraneo e di produrre energia elettrica sfruttando il salto che si sarebbe creato fra l’Atlantico ed il nostro mare.

Pellegrini e turisti

San Rocco, pellegrino e protettore dei turisti. (Wiki Commons)

Si fa normalmente risalire l’inizio del turismo all’epoca in cui Goethe e gli altri suoi pari scendevano in Italia boriosi e curiosi di visitare le classiche e rinascimentali bellezze ed i corrotti abiti dei discendenti di coloro i quali quei capolavori avean prodotto.  Il Grand Tour, insomma.

Non è così. Il turismo è ben più antico e si chiamava pellegrinaggio; ma questo era del tutto simile a quello attuale, nel bene, ma soprattutto nel male. Si andava a Roma, a Gerusalemme, a Santiago di Compostela, in molti altri luoghi che conservassero reliquie e ricordi religiosi. Lo si faceva per devozione oppure per espiazione, per scontare un peccato.

In realtà lo si faceva soprattutto per levarsi dalle palle dalla noiosa vita quotidiana. Chi partiva, lasciava a casa i problemi, i debiti, la moglie insopportabile, i figli da sfamare, i mille problemi di una vita complicata. Prendeva due cose e partiva con la bisaccia a tracolla, esattamente come si fa ora con lo zaino in spalla, finalmente liberi! In un colpo solo, tutti i problemi erano risolti e nessuno ti poteva criticare perché era Dio che ti chiamava.

Il pellegrino si dotava di una sorta di passaporto in cuoio rilasciato dall’autorità civile o religiosa della sua città. Quel documento ed il particolare tipo di abiti che portava (saio, sanrocchino, bastone) lo facevano catalogare immediatamente: “Son pellegrino, lasciatemi in pace”. Esattamente come oggi si dice: “Son turista, tutto mi è permesso”. I pellegrini erano vestiti male; vi pare che i turisti siano vestiti bene? I pellegrini erano poveri; quanti turisti si fanno vanto di viaggiare a budget bassissimo, quasi fosse una prodezza?

Ed in effetti il pellegrino ed il turista escono dalla struttura sociale normale: sono per definizione fuori luogo; non possono essere ritenuti responsabili di quel che fanno, perché non conoscono le usanze locali; non entrano in conflitto grave con i locali, perché tanto domani se ne saranno andati; sono quasi intoccabili, Dio proteggeva i pellegrni, i soldi che portano proteggono i turisti; sono addirittura in uno stato mentale particolare. Si comportano in modo leggero, scherzoso; son dei bambini, son degli adulti in libera uscita.

I pellegrini erano molto malvisti e mille sono le leggi che tentano di arginare i loro comportamenti: rubavano nei campi per dove passavano e nelle case dove erano ospitati, fuggendo prima dell’alba; importunavano le donne; se mettevano le mani su del vino, cantavano fino a tardi e armavano un gran casino.  Frequentemente si intruppavano in bande e razziavano dove passavano. Trovate veramente differenze con i giovani turisti attuali?  Dalle antiche cronache traspare chiaramente il fatto che vi erano degli individui che il pellegrino lo facevan di mestiere, campando di espedienti, meglio che lavorare. Del resto i rischi eran deboli: chi alzerebbe le mani su un pellegrino, chi prende oggi a schiaffi un turista?

Le attuali vie dei pellegrini: il Cammino di Santiago, la via Francigena, le altre, sono dei falsi. I pellegrini vivevano di elemosine, di piccoli lavori, di furti, di ospitalità negli ostelli. Non potevano passare tutti negli stessi luoghi, non vi sarebbero state risorse sufficienti per tutti. Si sparpagliavano quindi su tante direttrici diverse, anche se convergenti verso la stessa meta. Era piuttosto un fascio di cammini che pervadevano intimamente il territorio, per la gioia dei suoi abitanti.

Del resto l’etimologia della parola “pellegrino” viene da per agri, “per i campi”. Ad indicare qualcuno che lascia la normale città, il solito borgo, per vagare nelle campagne in cerca di una nuova strada, di una vita diversa, di una libertà preclusa agli altri. Esattamente come il turista.

Nemmeno la Chiesa era contenta del fenomeno: i pellegrini erano troppo liberi e sfuggivano al suo rigido controllo territoriale, ai tempi dei servi della gleba. Poi cercò di cavalcare un fenomeno, che non cessava di crescere, stabilendo dei ricoveri, degli ospedali dei pellegrini, specialmente nei punti più difficili del tragitto; anche nell’intento di diminuire la pressione sulla gente comune e di limitarne il suo malcontento.

Il pellegrino conosce tante cose che la gente comune non sa. E le racconta, durante il viaggio e quando torna a casa, suscitando lo stupore di chi lo ascolta, la stima ed anche un po’ di invidia. Nei racconti, certamente, ci infila anche un po’ di fantasia. Non fanno forse così i turisti quando scassano le palle raccontando dei viaggi precedenti od organizzando le vecchie e famigerate sessioni di diapositive o postando foto attentamente costruite per far passare per belli e solitari dei luoghi orrendamente intasati di gente?

La prima pellegrina famosa fu Elena, la madre del fedifrago Costanitno nel 300 e rotti,  l’ultimo turista sta uscendo di casa in questo momento. La cosa non si ferma.

Eppure il turismo, che sembra in gravissima crisi identitaria, potrebbe trovare nel suo lontano passato i motivi per assicurasi un futuro. Il disperdersi sul territorio; la ricerca di sensazioni di libertà; il vagare a caso, lasciando alla sorte la scelta dei luoghi visitati; il rapporto con la gente locale, magari da rispettare; il perdersi per agri. Esattamente il contrario delle crociere, insomma.

Ecco questa potrebbe essere la via maestra di un turismo che abbia ancora un senso. Il ritorno al pellegrinaggio, ovviamente laico.

Paleolitico. La straordinaria occasione perduta da Isernia.

Il capannone che contiene la zona di scavo e conservazione.

Ai margini della città di Isernia si trova  una testimonianza preistorica di enorme importanza: è il più rilevante sito del Paleolitico antico italiano ed uno fra i principali europei.

E’ antichissimo: gli era stata una datazione vicina ai 700.000 anni, recentemente rivista a circa 580.000. Comunque tantissima roba. In quel luogo, a quei tempi, piccoli gruppi di uomini macellavano il frutto delle loro cacce e portavano via i migliori pezzi di carne. Rompevano le ossa e ne mangiavano il midollo. Caccia grossa: bisonti, elefanti, ippopotami, orsi (dai quali ricuperavano la pelliccia), leoni e molti altri. Quel luogo, sul bordo dell’acqua, venne poi ricoperta da sedimenti ed è rimasto tranquillo fino al 1978, quando ritornò alla vista in occasione della costruzione di una strada. Da allora continua ad essere scavata. Nel 2014 è stato trovato un dentino da latte di un bambino: è il resto umano più antico d’Italia. Molto abbondanti gli strumenti in pietra abbandonati da quelle genti: uomini, senza dubbio, ma molto, molto diversi da noi.

La ricostruzione, all’interno del Museo, di una delle zone scavate. Si nota la grande quantità di ossa.

Si capirà quindi l’interesse di un luogo del genere. E’ stato costruito un museo, un edificio che serve da Centro Studi ed un capannone completamente chiuso, ma a vetri, che copre una grande porzioni degli scavi. Questo permette di lasciare alla vista, ma protetta, quella spiaggia con tutte le ossa rotte e sparse esattamente come stava oltre mezzo milione di anni fa. La copertura a vetri permette anche ai visitatori di vedere gli archeologi all’opera, durante quel mese all’anno in cui scavano.

Purtroppo questa enorme opportunità turistica, didattica, divulgativa, lavorativa, culturale è terribilmente sottoutilizzata. Eppure Isernia avrebbe ben bisogno di iniziative per la sua valorizzazione.

L’unico totem disponibile nel suo elegante mobiletto.

Gli edifici sono grandi, spaziosi, ben concepiti. Ma sono semivuoti, disadorni, trasandati, poco accoglienti, poco vissuti, poco usati. Come in molti altri musei preistorici in Italia e nel mondo vi sono tre temi che si accavallano finendo per rendere incomprensibile il tutto: le informazioni sugli scavi effettuati in quel luogo, la vita dell’uomo nella Preistoria, le tecniche di scavo e di studio. Tutto insieme, tutto mescolato, tutto confuso.

Ed infatti l’importanza del sito non viene adeguatamente sottolineata. Il materiale esposto è poco (ve ne sarebbe molto altro) e non adeguatamente spiegato. Alcuni attrezzi ritrovati sono piccoli ed in una vetrina si perdono e non si riescono a vedere bene.  Il punto forte dell’esposizione è la ricostruzione di molti metri quadri di quell’antico spazio di macellazione; eppure non si sono fatti molti sforzi per renderlo comprensibile.

Questo tipo di museo è più un centro di interpretazione degli oggetti che un luogo per la loro esposizione. In questi casi c’e’ molto più da capire che da vedere: oggetti banali, se capiti, dicono molto della vita di quella gente. Se non capiti restano oggetti banali. Per fare ciò sono utilissimi i supporti mediatici: computer che spiegano come sanno fare loro. Ebbene in questo museo ce n’e’ solo uno. E’ incredibile ma se viene una classe di 20 ragazzi o un pulman di 40 turisti dovranno fare la coda alla sola postazione disponibile per cercare di afferrare qualcosa. E’ assolutamente incredibile. Bisogna però dire che a quel computer hanno fatto tutt’intorno un bel mobiletto di legno che lo si potrebbe mettere anche in salotto. Ed è un peccato, perchè il programma che vi gira sopra sarebbe anche ben fatto.

Alla biglietteria dei musei suole esserci un negozietto dove si vendono libri e cose del genere. Qui niente, solo un tavolo dove ci sono alcune pubblicazioni di vario tipo; si potrebbero consultare, ma sono troppo specialistiche per il vasto pubblico. Inoltre non sono protette ed il primo che vuole se le può portar via senza che nessuno se ne accorga. Del resto è anche difficile consultarle perche questo deve essere l’unico museo al mondo dove non esiste una sola sedia, poltrona, divano, panca o panchina, sella, dondolo dove ci si possa riposare un attimo. Se passate al museo due ore, starete in piedi due ore e tornerete a sedervi solo nella vostra macchina.

In cambio si troverà, in un angolo, solo e triste, un enorme elefante di resina, ma con la codina di pelo. Che ci sta a fare? Con tutti gli animali che erano presenti in quel luogo perchè riprodurre solo un elefante? E perchè proprio l’elefante, che tutti sanno come è fatto? Misteri di organizzazioni museali fatte da incapaci, da dilettanti improvvisati.

Si diceva dell’enorme, costoso e ben concepito capannone vetrato degli scavi. C’e’ bisogno di dire che quei vetri non sono puliti dai tempi del Paleolitico antico, chè ormai non ci si vede quasi più attraverso?

Eppure il personale non mancherebbe, stravaccato nella biglietteria ad aspettar la sera, che tanto, di visitatori, non ne vien quasi….

 

Un angolo molto denso

La ricostruzione dell’interno di una casa di Catal Huyuk. (Foto di Stipich Bela, via Wikicommons)

Non è il momento di andare a visitare la Turchia ed il suo bel popolo. Non bisogna dare appoggio internazionale al dittatore Erdogan ed al suo fascismo. Dobbiamo aspettare che i turchi se ne sbarazzino.

Quando lo faranno potremmo tornare a visitare un luogo non molto turistico (come lo sono l’insopportabile Cappadocia o la frustra costiera egea); parlo di Konya e di Catal Huyuk.

La seconda è uno dei luoghi centrali del mondo; è là che, un giorno, si decisero le sorti della civiltà umana. La nostra è ormai una civiltà urbana: nel 2014 i cittadini superarono, per la prima volta nella storia, i rurali; questi ultimi, a partire dal 2020, diminuiranno anche in numeri assoluti e non solo percentuali.

Quel processo incominciò a Catal Huyuk, la prima città del mondo finora riconosciuta. Risale a poco meno di 10.000 anni fa. Fu lì che l’umanità decise che forse era meglio stare tutti insieme, invece che sparpagliati in mille villaggetti, maggiormente esposti ai pericoli. Venne loro in mente di fare le case una accanto all’altra e non pensarono di fare le strade o i vicoli. Essenzialissimi, anche le porte e le finestre parvero loro superflue. Dovevano avere dei nemici, ma non persero tempo a costruire delle muraglie intorno alla loro città. Le loro case erano ad una sola stanza, affiancata da una sorta di ripostiglio dove conservare le granaglie che già si coltivavano, in quell’antico Neolitico. Su un lato della stanza, un forno/focolare per la cottura del cibo. Sopra al focolare un largo foro nel soffitto lasciava passare il fumo e rappresentava l’unico accesso alla casa. Si entrava e si usciva di casa passando dal tetto che doveva essere piatto e contiguo con quello di tutte le altre case. Non è detto che tutte le case avessero la stessa altezza; ci si trovava, quindi, su un enorme tetto comune, di volumi irregolarmente disposti,  e cosparso di buchi dai quali si entrava nelle diverse case. Per passare da una casa all’altra si era obbligati a salire sul tetto e scendere nell’altro buco.

Statuetta da Catal Huyuk, (foto di Roweromaniak, via Wikicommons)

Per uscire dalla città si doveva percorrere il tetto fino ad un suo bordo e quindi scendere con delle scale rimovibili. fino al livello del suolo. Gli attaccanti, sprovvisti di scale, si sarebbero trovati di fronte ad un unico muro, senza interruzioni, mentre dal tetto i difensori li potevan far bersaglio di tutto quel che avevano sotto mano. Ma anche se gli assalitori fossero riusciti a salire sul tetto, sarebbe stato ben difficile per loro scendere nelle case, fra il fumo del focolare ed il buio della stanza. Il foro era servito da una scala interna rimovibile, che sarebbe stata tolta in caso di pericolo. Il nemico, sul tetto, non l’avrebbe trovata ed il padrone di casa, da sotto lo poteva infilzare con un bastone appuntito.

E doveva anche essere una città democratica, perchè le case sembrano essere più o meno simili, senza edifici speciali a scopo civile o religioso. In molte case simboli religiosi come teste di toro in argilla, sporgenti dalle pareti o disegnate sulle stesse. Un disegno potrebbe rappresentare una specie di pianta della città, con un vulcano in eruzione sullo sfondo. Si tratterebbe della prima mappa e della prima rappresentazione di un fenomeno catastrofico della storia (ma nuove teorie negano questa spiegazione).

Meraviglioso tutto ciò, non è vero? Il posto merita moltissimo una visita, gli scavi sono molto spesso in corso, vi sono delle spiegazioni e delle ricostruzioni.

I dervisci roteanti, (foto di Claude Valette via Wikimedia Commons)

A 60 chilometri da Catal Huyuk vi è la città di Konya, austera e molto religiosa, dove il monaco Mevlana ha fondato la confraternita dei Dervisci roteanti, branca del sufismo, movimento mistico islamico. Mevlana vi è sepolto e si può osservare i gesti di profonda venerazione che molti tributano alla sua tomba. La danza dei dervisci è un esercizio spirituale, pari alla meditazione buddista. Va presa con molto rispetto. Dei gruppi danzano ad uso dei turisti. Questa è tutt’altra cosa, nell’essenza, anche se nella forma può essere simile. Il sufismo è un variegato movimento dell’Islam e, probabilmente, ne rappresenta uno degli aspetti più ineressanti e meritevoli di approfondimento.

Ecco, passare qualche giorno a Konya, visitare la tomba di Mevlana, parlare con la gente di sufismo e cercare di vedere i dervisci roteanti è una interessante esperienza.

Le due mete richiedono una certa preparazione preventiva da parte del turista. Non è come andare a Rimini.

Lo strano mondo delle rievocazioni storiche

Non c’e’ gitante che non sia incappato, per volontà o per caso, in una rievocazione storica, in uno di quei mille borghi morenti che cercano nel turismo un motivo per non decedere definitivamente. Ma come funziona quel mondo?

Lo si scopre visitando l’annuale fiera del settore: Armi e Bagagli che si tiene a Piacenza a fine inverno e parlando con i numerosissimi partecipanti. Questa fiera è stupefacente. Vi si acquistano armi, vestiti e suppellettili di tutti tempi. Da gonnelle maschili dell’età del ferro a elmi e spade medievali a cimeli della seconda guerra mondiale. I venditori sono vestiti in stile e si possono osservare gladiatori romani intrattenersi con dame rinascimentali ed aviatori inglesi. Il colpo d’occhio è sconcertante e meraviglioso.

Numerosi gli stand di compagnie di rievicazione, delle diverse epoche e con diverse specializzazioni, che si offrono, dietro modesto compenso, per recitare nelle fiere.

Sembrerebbe una grande e gioiosa festa. Ed invece, quel mondo è in crisi! Il fatto non ci stupisce, cosa non lo è?

Il settore nasce una trentina di anni fa, nelle atmosfere un pò asfittiche di alcuni paesi dove dei giovani cominciarono ad avere l’idea (copiandosi gli uni con gli altri) di ammazzare il tempo ricostruendo il passato dei loro luoghi; prendendo spunto dall’esempio inarrivabile di Siena e del suo Palio. Ci si specializzò soprattutto in quel vasto e multiforme periodo che sta fra il Medioevo e Rinascimento, sorta di mare magnum in cui ci sta di tutto. Questa scelta fu anche influenzata dal crescente campanilismo di stampo un pò leghista che stava nascendo a quei tempi. Le pagliacciate di Pontida inspirarono molti gruppi: a nord questi gruppetti nascenti si concentrarono maggiormente sui Celti, mentre nel Lazio si guardò più volentieri ai Romani, rinverdendo i conflitti di oltre due millenni fa. Meno fortuna ebbero gli Etruschi o gli Italici, ancora meno i pur interessanti pre/protostorici.

Generalmente il livello culturale dei gruppi era abbastanza basso, molto amatoriale, con un forte sapore di approssimazione paesana.

Il tempo passa, si studia, le capacità migliorano, si imparano tecniche ed arti teatrali, l’attrezzatura si amplia e si raffina, si definiscono ruoli e performance delle compagnie di rievocazione. Si formano associazioni italiane ed europee, si organizzano convegni e manifestazioni continentali. Si delineano gruppi che fanno sfilate, simulano combattimenti, tirano con l’arco, rievocano matrimoni e visite reali, allestiscono botteghe artigiane, esibiscono falconi cacciatori; il tutto durante le fiere paesane o le manifestazioni di rievocazione. Le compagnie si esibiscono alcune volte l’anno, certamente nelle festività del loro paese, ma sono anche invitati da altri Comuni, in altre manifestazioni, a far colore.

Non è più il Rinascimento di una volta….

Nasce quindi una competizione fra le varie compagnie, per ottenere più contratti; si corre a farsi o a comprare le armi più verosimili e gli abiti più belli; ci si sforza di mettere in mostra abili artigiani ed attività attraenti. Si va alla fiera di Piacenza per comprare attrezzature: vanno forte le armi, prodotte soprattutto in Slovacchia e Polonia. Si abbandona poco a poco il Medioevo, dove erano un pò straccioni per concentrarsi sull’immaginifico Rinascimento. Per fare colpo sul pubblico si tralascia la verosimiglianza, per non dire la filologia, puntando quasi esclusivamente all’immagine.

Dietro a tutto ciò ci sono, ovviamente, le Amministrazioni Comunali che finanziano le feste e le compagnie di rievocazione che vi partecipano. Quello del rievocatore passa da essere una passione, un pò sguaiata, di ragazzi brufolosi a sembrare una specie di lavoro di adulti che vivono la crisi occupazionale italiana. Riescono ad inventarsi una qualche entrata economica. E’ l’età d’oro della rievocazione storica.

Ma le finanze dei Comuni vanno in crisi e questi pagano meno e meno spesso; le compagnie, nel frattempo, si sono moltiplicate e la concorrenza fra di loro aumenta; l’età e i bisogni economici dei componenti si accrescono; gli investimenti necessari a mantenere la competitività della compagnia si fanno più importanti; molte compagnie soccombono alla concorrenza; le motivazioni di passione ed economiche dei rievocatori zoppicano: incominciarono come ragazzi annoiati e volenterosi; ormai sono adulti ed hanno famiglia, hanno meno tempo e soldi da investire, vorrebbero, anzi, tirarci fuori qualcosa, almeno di che pagare le bollette di casa. Il pubblico segue sempre con passione, ma ha bisogno di novità.

La crisi dilaga.

La vittima di tutto ciò è la cultura. Quella che poteva essere una strada divertente per studiare e trasmettere il passato del proprio paese si è trasformata in una immane pagliacciata senza alcun contenuto storico, identitario, culturale. L’operazione non è più sostenibile. Invece di studiare il passato, le compagnie cercano di racimolare due soldi per comprare improbabili oggetti da parata che li mantengano sul mercato. La mercificazione della Storia; un accumulo di colori sgargianti che si mescolano in un grigio informe. Ancora una volta la perfida macchina acchiappa consenso delle Amministrazioni Comunali ha ucciso la creatura che stava nascendo. Ormai impossibile fare ragionamenti di qualità e di fedeltà filologica ai fatti rievocati. Tutto è piegato alla logica commerciale e turistica.

In mezzo a questa catastrofe si sono accese due luci che potrebbero risollevare le sorti di un settore che sembra ormai cotto.

La nuova via viene indicata da Guedelon e da Poggibonsi. Nel primo luogo si ricostruisce in scala reale un castello medievale, con sistemi che si vorrebbero quelli originali (sicurezza esclusa, ovviamente); la cosa regge grazie a finanziamenti pubblici e ad un grande afflusso di folla che paga un biglietto. L’iniziativa va avanti da moltissimi anni ed il castello si avvia al completamento. Gli organizzatori dicono di aver fornito importanti informazioni agli storici sulle tecniche di costruzione che hanno dovuto riscoprire. Vi sono alcune cadute di stile e molto orgoglio nazionalistico francese, ma la faccenda è certamente molto interessante.

A Poggibonsi, invece, un gruppo di giovani medievalisti, guidati da un professore universitario, hanno ricostruito l’abitato longobardo scavato lì accanto. La domenica il sito è aperto, accoglie visitatori e scolaresche e gli organizzatori compiono attività dell’epoca nei loro costumi. La correttezza filologica sembra rispettata, nei limite del possibile e l’iniziativa ha un grande successo.

Ora bisogna aspettare che si saldi lo spirito di Poggibonsi con i resti dell’armata disfatta dei rievocatori da parata, per vedere cosa può venir fuori.

L’incredibile museo di Verucchio (Rimini)

Elmo. Foto di Mosconi, Provincia di Rimini

Il Signore morì, fu bruciato e sepolto. In una grande cassa di legno furono deposti il secchio di bronzo con le sue ceneri, i suoi mantelli ed i suoi abiti, spille e gioielli, le sue armi, le decorazioni in bronzo dei suoi tre carri ed infiniti altri oggetti di gran pregio e di grande bellezza. Poi la cassa fu chiusa e sul coperchio si collocò il suo trono cerimoniale che aveva assistito, vuoto, alla lunga cerimonia del funerale. E la profonda fossa fu riempita di terra. Era l’anno 700 avanti Cristo, circa.

Se qualcuno avesse avuto la sfortuna di trovarsi sulla Riviera Romagnola, uno dei luoghi più brutti e tristi del mondo,  puo ricuperare il desiderio di vivere andando a visitare gli stupendi oggetti del Museo di Verucchio, a pochi chilometri da Rimini. Sono gli oggetti contenuti in centinaia di tombe dell’età del ferro; la più famosa è la tomba 89.

Spillone per chiudersi gli abiti. Si noteranno i tre cerchietti in prossimità dello snodo dell’ago. E’ lo stesso motivo che troviamo alle estremità inferiori della cresta dell’elmo. Foto di Mazzanti, Provincia di Rimini

Il Signore era di pochi anni più giovane di Omero e fu sepolto in un modo simile a come il poeta greco descrisse il funerale di Ettore di Troia.  Era ricco, la sua comunità si dedicava al commercio fra il mondo del nord-est e la Toscana. Verucchio è sulla strada che porta dalle rive dell’Adriatico verso l’Etruria. Era specialmente importante il commercio dell’ambra; una parte restava a Verucchio e si utilizzava per rivestire degli enormi spilloni usati per tener chiusi i mantelli.

Particolare dello schienale del trono. Su un piattaforma rialzata una donna di grandi dimensioni compie atti presumibilmente religiosi mentre degli uomini con lo scudo la proteggono. Foto della Sovrintendenza Archeologica di Bologna.

Sul secchio in cui si misero le sue ceneri e quel che rimaneva delle sue ossa abbrustolite, furono adagiati due suoi mantelli ed un  abito, con gli spilloni ancora agganciati. La sorte fu favorevole al Signore: le stoffe e gli elementi di legno del suo corredo si sono molto ben conservati. Il trono di legno, che poggiava sulla grande cassa, porta delicate incisioni di scene di vita e rituali della sua città. Vi è anche raffigurato un telaio doppio verticale dove due donne stanno tessendo, vogliamo immaginare, i suoi mantelli. Nella scena in basso, il Signore arriva al tempio, seduto su un carro. Dal lato opposto giunge un altro carro, di pari dimensioni, che porta una donna. Nel tempio si sta svolgendo un rito condotto da donne protette da uomini armati. I due sessi paiono avere pari dignità, addirittura alcune donne sembrano avere dimensioni maggiori delle altre figure, a dimostrare il loro ruolo predominante.

Sulla pira del Signore furono poggiati tre carri smontati; il legno bruciò ma gli ornamenti e le parti in bronzo furono raccolti dalla cenere e sistemati al centro della tomba, insieme a due lance, ad un giavellotto e a due meravigliosi elmi da parata, oltre ad un gran numero di vasi.

Il trono. Foto di P. Paritani, Provincia di Rimini

Città ricca doveva essere e raffinata. Dai molti oggetti esposti emerge una omogeneità di stile, una consapevolezza nella ricerca dell’adorno, un proprio design. Nessuna rozzezza, non la ricerca dell’utile, ma una chiara affermazione del bello. Certe decorazione sono di grande modernità, hanno un chiaro sapore Liberty. Di lì a pochissimo tempo saranno gli Etruschi, che qua già avvertiamo ampiamente.

Il museo è disposto per tombe, si può apprezzare, quindi, ogni corredo singolarmente ed in successione cronologica. L’allestimento comincia ad essere un pò datato, ma è comunque gradevole. Pochi purtroppo gli elementi didattici per migliorare la comprensione degli oggetti. A volte carente l’illuminazione e la leggibilità delle etichette.

Mille volte da raccomandarsi, questa emozionante visita.

Andare in India? Direi di no.

Il celeberrimo tempio di Virupaksha ad Hampi. E’ difficile attraversare questo piazzale perchè si è aggrediti da delle scimmie che vogliono rubare le banane che si sta portando ad un elefante che vive nel tempio. India…. (Foto di Vu2sga da Wikicommons)

Tutto il tema della spiritualità indù si è rivelata essere una enorme trappola costruita per sottomettere le oceaniche folle che popolano quello sterminato paese che è l’India.  Stratagemma da furbacchioni. Tutta quella massa di occidentali tipo New Age, che andavano in India per misticismo, non hanno fatto che cadere nella stessa trappola. Non è quindi per questo motivo che andremo in quel paese. Ben diversa, invece, la situazione in uno Stato a forte componente buddista come il Sikkim.

Si può andare in India, allora, per farsi delle canne; l’erba si trova facilmente, a poco prezzo e il consumo è ammesso, almeno in certi Stati ed in certe condizioni. Questo mi sembra un buon motivo.

Andare a vedere dei monumenti?  Certo, è possibile, ve ne sono molti. Ma non si capiscono. Il turista occidentale, che non abbia una precisa e dettagliata cultura sulla storia dell’arte indiana, nelle sue infinite dimensioni geografiche e storiche, non capirà niente di quel che vedrà. Gli stili sono troppo diversi dai nostri e non riusciamo a collocarli in una linea temporale o stilistica. Ci appaiono come strane cose fatte chissà quando e per non si sa quale scopo; ci ridurremo ad apprezzare solo le statuette di giovini poppute allacciate negli amplessi del kamasutra. Un pò pochino. Il migliore esempio è Hampi: oltre al tempio Virupaksha, ci sono una infinità di altre costruzioni di solidissimo granito che sono molto belle, ma che non risvegliano in noi nessuna eco. Costruiti lungo molti secoli, non riusciamo nemmeno a distinguere i più antichi dai più recenti.

Più peperoncino che pollo. (Foto di stu_spivack via Wikimedia Commons)

Ci andiamo perchè ci piace l’avventura? Beh, non ce n’e’ molta. L’India è terribilmente abitata, c’e’ gente dappertutto e son quasi sempre gentili e garbati. Se si esclude il traffico in città e la circolazione suicida fuori, non credo che vi siano pericoli di sorta. Anche lo scansare le mucche sui marciapiedi, non può essere definito avventura. Certo è che l’estremo affollamento di ogni luogo lascia delle tracce; lo stato di sporcizia è avanzato, direi che lo strato di sporcizia è alto. Non potrebbe essere altrimenti con tali folle in strada; lo capiamo e non ne possiamo certo restare disgustati (del resto l’ordine e l’igiene eccessivi non ci sono mai piaciuti), ma ci stanchiamo dopo aver passato un tot di giorni esposti a tale tripudio di sudicio. Giusto per fare un esempio: gli indiani sono ghiotti di certe foglie che, masticate, producono molta saliva rossa che va sputata. Non potendolo fare a terra perchè i passanti sono talmente numerosi che non c’e’ quasi mai il decimetro quadro di suolo libero per farlo, si sputa quell’intingolo rossastro sui muri delle case e dei palazzi che costeggiano i marciapiedi. Quelle pareti finiscono per avere una balza rossa; dopo un pò viene a noia.  Anche evitare le cacche delle mucche, come fossimo sui pascoli alpini, non è il massimo.

Forse cerchiamo il colore locale. Non lo troveremo più. L’India si è incredibilmente sviluppata ed è ormai diventata una enorme periferia industriale. Le strade fra una città ed un’altra sono perennemente costeggiate da file di brutte casette, con grandi insegne commerciali, mentre la campagna si intravede appena alle loro spalle. Le città sono diventate come tutte le citta dei paesi di intermedia ricchezza: grandi, squallide, brutte. Alla fine l’unico aspetto folcloristico è prendere quegli incredibili, infiniti treni che attraversano il paese. Si dovrà penare molto a studiare il percorso, il nome del treno, gli orari, il numero delle classi in cui sono suddivisi. Si penerà altrettanto ad acquistarne i biglietti. Non è molto come motivo di viaggio, non ne vale la pena.

L’uso della spiaggia da parte degli indiani è contemplativo e non ludico: non si fa il bagno, non si prende il sole, non ci si spoglia, non ci si beve una birra. Monacale. (Foto di Syamantaksen92 via Wikimedia Commons)

Per le spiagge ed il mare non si va in India.  E non perchè non vi siano le une e l’altro. Ma perchè gli indiani sono terribilmente puritani e in spiaggia non si può stare in costume. In certi luoghi è stato trovato una specie di accordo per il quale vi sono le spiagge per gli indiani e quelle per i turisti che possono stare in costume: apartheid vestimentario, orribile. E questo ossessionante puritanesimo toglie ogni possibilità ai giovani di praticare amori da turista. I vecchi hippies che andavano nudi in giro, accanto alle vecchiette, lo facevano a Goa dove son cristiani e non ci badavano, ma era una eccezione.

E la gastronomia? Un calvario, dimenticatevi i ristorantini indiani in Italia. Il livello di piccante nei cibi è assolutamente inimmaginabile; anche il latte della mattina è speziato; l’alcool è ovviamente proibito o malvisto quasi ovunque; i ristoranti sono rigidamente divisi fra vegetariani e non e quindi o l’uno o l’altro (in una cucina vegetariana, la carne non può entrare). Vi basta?

Alcuni che conosco vanno in India perchè costa poco e possono andare in giro come se fossero hippies degli anni ’60. E cio’, francamente, è un pò penoso.

A questo punto mi pare superfluo che vi dica che, secondo me, è meglio non andare in India. A questo mio sconsiglio, si obbietta spesso che l’India è talmente complessa e variegata e grande e multiforme che bisogna andarci e lasciarsi prendere dalla sua magia. Io non sono affatto in disaccordo con questa visione. Sono sempre stato attirato dalla complessità. Il fatto è che non ce la vedo, mi sembra tutto il contrario. E quindi non ci ho trovato nessuna magia.

(La foto della tigre è di Dibyendu Ash via Wikimedia Commons)

Macedonia, paese in cerca di storia e geografia.

Il Museo archeologico di Skopje
Il classicheggiante lungo fiume di Skopje.

Nel turbinio dei Balcani, nel mare infinito degli sconvolgimenti della loro storia, la parola Macedonia ha contraddistinto numerose regioni diverse: fra l’Albania, il nord della Grecia e il Mar Nero. Tutti quei luoghi si sono chiamati, prima o poi, Macedonia. Ma per lunghi periodi questo nome è anche rimasto dimenticato, non utilizzato. L’attuale Repubblica di Macedonia corrisponde, più o meno, a quella regione che, in un periodo dell’Impero Ottomano, era chiamata Macedonia di Vardar, dal fiume che scorre in quei paraggi. Un nome geografico, più che politico. Poi, con la Jugoslavia ed ancor di più con la sua dissoluzione, è spuntata la Repubblica di Macedonia. Non ha tutti i torti la Grecia ad opporsi a quel nome;  lo usurpa, infatti, alla regione greca della Macedonia che fu la culla storica di quella denominazione. La Grecia ha infatti imposto alla comunità internazionale di chiamare quella Repubblica FYROM, la sigla inglese per  “Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia”. Naturalmente i Macedoni non sono per niente contenti.

Mastodontici templi greci.

Ma la disputa Greco – Macedone sulla geografia, in realtà ne nasconde un’altra, ben più corposa, sulla storia. Perchè chi dice Macedonia pensa subito ad Alessandro Magno, il re macedone che sottomise mezzo mondo. in pochi anni. Un eroe di portata mondiale che la Repubblica Macedone vorrebbe come  Antenato Fondatore. Il fatto è che Alessandro e suo padre Filippo, nacquero a Pella, capitale della Macedonia storica, attuale provincia greca. E i due, nell’attuale Repubblica di Macedonia, non fecero altro che fondarci qualche cittadina.

Invece l’attuale classe politica della Repubblica di Macedonia ha voluto appropriarsi senza scrupolo dell’eredità storica di Alessandro Magno. In ogni città vi sono viali a lui dedicati. Ma, soprattutto, ha fatto della ricostruzione del centro della capitale Skopje, un inno al grande Re ed alla sua supposta cultura. In un paese assai povero e bisognoso di moltissime cose più urgenti, negli ultimi pochi anni, è stato speso mezzo miliardo di euro per costruire imponenti edifici in stile greco classico che circondano una enorme statua di un cavaliere brandeggiante la spada. Si tratta evidentemente di Alessandro Magno, ma non potendolo dire per non fare imbestialire i Greci, l’hanno chiamato “Il Cavaliere”.

Villaggio dell’età del bronzo, ricostruito nel luogo dell’originale, con grande fantasia.

Insomma una operazione di ricostruzione fittizia e politicamente sfacciata del proprio passato; hanno scippato la storia greca ed ora la vendono come fosse loro!

L’effetto architettonico è sconcerante: immani palazzi bianchi con colonne doriche o ioniche con dentro uffici ed abitazioni; il nuovissimo Museo Archeologico di gusto classico che domina il vecchio ponte ottomano; il lungo fiume che pare una ricostruzione hollywoodiana dei fori romani; un candido arco di trionfo. L’insieme è pacchianissimo e stona terribilmente con il vechio bazar mussulmano che sta subito dietro. Sembra il trionfo delle cosche vincenti, del narcotrafficante in delirio di onnipotenza.

Ma la frenesia ricostruttiva dei Macedoni non si ferma qui. Sul lago di Ohrid hanno ricostruito un intero villaggio su pallafitte dell’età del bronzo; a pochi metri un fortino di epoca romana. La chiesa di San Clemente a Ohrid, dove fu messo a punto l’alfabeto cirillico, è stata rifatta di sana pianta. Il monastero intorno alla pregevolissima chiesa della Santa Madre di Dio a Prilep, è stato bellamente rifatto in cemento armato. E tutto ciò senza una ombra di dubbio, allegramente, con forza ed orgoglio.

Noi gridiamo allo scandalo, ma lo dobbiamo invece prendere come un ulteriore segno dell’innarestabile vitalità balcanica, che nel tumulto delle vicende continua a spingere verso il futuro, carica di impeto, come un cavallo al suono incalzante del violino tzigano. E tutto ciò mi piace, mi prende, mi mette voglia di vivere.

PS. A fine gugno 2018 c’e’ stato un accordo fra Macedonia e Grecia su come il secondo paese permetterà si chiami il primo. L’incontro fra i capi di Stato si è, giustamente, tenuto a Pescatori.