Dove andare a vivere?

Patagonia

La globalizzazione ha vinto, siamo ormai tutti cittadini del mondo e potenzialmente liberi di andare a vivere dove vogliamo; ormai ci siamo spogliati delle ristrettezze dei patri confini!

Verissimo, ma dove andiamo? Chi è nato nei paesi poveri non ha dubbi! Va nei paesi ricchi. Ma chi è nato nei paesi ricchi, che fa? Il Viaggiatore Critico è una vita che si sta facendo questa domanda e non è ancora riuscito a darsi una risposta. E sta perdendo la speranza di trovarne mai una.

Vediamo i luoghi che ha preferito. La città più bella e più piacevole che abbia mai visto ha un dolce nome: Rio de Janeiro. Paesaggi stupendi, mare meraviglioso, vita frenetica, gente simpatica, un grande paese, molte cose da fare, prezzi abbordabili, non manca niente (buona cucina a parte). Il brasiliano si impara facilmente. Ma gli inconvenienti sono importanti. Il primo è l’insicurezza; tutto il continente, tutto il paese ha un livello di microcriminalità altissimo e soprattutto scellerata. Non si limitano al borseggio, vanno giù duro di rapina e, se reagisci, di omicidio. Non succede tutti i giorni, ovviamente, ma lo straniero è una preda preferenziale e finisce per vivere con il timore costante. Ha paura a passeggiare la notte, si guarda sempre intorno, evita posti che ritiene pericolosi, magari a torto. Insomma, vive malamente e non si gode la vita che si è scelto.

Altro luogo bellissimo: Cadice. Posizione eccezionale, clima buono, città quasi integralmente pedonale e molto affascinante, folclore, prezzi ben inferiori a quelli italiani, gastronomia succulenta, vini eccellenti. Lo spagnolo ce lo abbiamo in tasca, basta aggiungere una s finale alle parole italiane, come ben sappiamo. Il Viaggiatore Critico ben conscio di quanto appena detto ci ha abitato alcuni mesi. Poi gli sono scoppiate le palle dalla noia e se ne è dovuto andare. Popolazione locale affabile ma di scarsa profondità filosofica.

Alla ricerca di gente carina si è spostato a Santiago del Cile, dove gli abitanti sono di una gentilezza e cortesia rimarchevoli. Clima decente, prezzi decenti, capitale e quindi molte cose da fare. Lingua sempre lo spagnolo. Ma ci sono due inconvenienti importanti: per prima cosa si è in fondo al mondo e lo si sente: pare di essere finiti nell’ultima stiva della nave Terra e ci si sente un po’ isolati. Oltre a lì c’e’ solo la Patagonia, per dire…. E poi c’e’ ovunque un senso di abbandono che scoraggia e deprime. E probabilmente i due inconvenienti sono strettamente legati.

Ad esclusione del Cile e di Cuba (dove però, non si può andare a vivere) e parzialmente dell’Argentina (che ha i suoi forti inconvenienti antropologici), tutto il continente sudamericano va scartato dalla lista dei luoghi dove trovare una vita migliore che in Italia. A causa dello stesso problema del Brasile. L’insicurezza. E così ci siamo giocati un continente intero.

Bulgaria

I pensionati italiani hanno a loro disposizione un criterio importante per scegliere la loro nuova residenza: la defiscalizzazione. Chi prende la residenza all’estero non paga le tasse in Italia ed alcuni paesi non tassano i pensionati stranieri che vi si trasferiscono. Le due cose sommate fanno sì che i pensionati italiani, che vi abitano almeno 181 giorni l’anno, si mettono in tasca la pensione lorda e non netta. Una benedizione per un popolo (quello italiano) che ha fatto dell’evasione fiscale il suo massimo valore. Ed in questo caso è anche legale. Questi paesi sono la Tunisia, la Bulgaria, il Portogallo, il Cile, che io sappia. Ci vanno in molti, ma sono ormai troppo anziani ed acciaccati per godersela.

C’e’ poi la possibilità di trovare dei luoghi remoti, dei villaggi persi nella natura, delle pieghe della geografia dove installarsi e dimenticarsi di se e del mondo. Un sorte di Lete d’oggi. Molti di questi luoghi sono stati trovati dal Viaggiatore critico: Corvo, Pellestrina, Grand’Riviere, Kassos, il Sikkim, la penisola di Paria. Ma li ha abbandonati, per un motivo o per un altro, ma soprattutto per la noia che ti pervade in poco tempo. Che te ne fai di un paradiso terrestre di pochi km quadrati? La calma e la serenità, quanto a lungo puoi sopportarle prima di cominciare ad ululare alla luna?

Bisogna quindi cercare un luogo dove essere attivi, produttivi, intraprendenti; per guadagnare dei soldi e della visibilità sociale? Questo può andar bene per alcuni, ma non per tutti. Per i giovani affamati di quelle cose o per vecchi che continuano a non capire. Si andrà allora in Canada, in Quebec; dove le possibilità sembrano vaste, aperte, allettanti. Aspettano voi, andate. Ma poi ci si ritrova in un contesto sociale di gente gradevole e simpatica, ma straordinariamente semplice e di poche dimensioni. Un europeo non si stressa; vince facile (nel paese dei ciechi l’orbo è re….), ma son posti che gli vanno stretti; oppure è lui ad essere troppo largo di testa per entrarci. E non si parli poi degli Stati Uniti imperiali, arroganti e paranoici.

Resta quindi l’Europa, casa nostra. Il nord continentale ci ha sempre attratto. Come non desiderare la Finlandia? Come non buttare un pensiero agli stati baltici? C’e’ chi agogna l’olimpica serenità della Danimarca, la vitalità di Londra, l’efficienza olandese. Ma poi uno ci pensa meglio e si scoraggia, se non è spinto dall’urgente bisogno di trovare un lavoro che l’Italia infame gli nega. Le lingue locali sono ostiche ed un emigrato finisce per condannarsi all’esclusivo uso dell’inglese, almeno per anni ed anni. Il calore è assente dal clima come dalle genti, e ciò son due pesi grevi. Certo, donne bellissime e questo può essere un valido motivo per scegliere quei paesi. Ma son posti cari, molto. Quindi o si guadagna bene o ci si condanna ad una vita misera, inferiore a quella dei locali. Gli stessi stormi di italiani che lavano i piatti a Londra dividono casucce e stanzette, non se la passano mica bene. E per chi vive senza aver bisogno di lavorare, il nord Europa è, spesso, insopportabilmente caro. Poi bisogna andare a vedere le difficoltà di ogni paese: francesi, tedeschi ed olandesi stanno ben al disotto della soglia della simpatia. I norvegesi ti guardano dall’alto in basso. I baltici sembrerebbero più simpatici, ma sono accoglienti? Mai sentito dire… E così ci siamo giocati anche questa parte di mondo.

Pellestrina

Molti vanno in Asia. Ma pochi ci restano. In Giappone ed in Cina non ti ci fanno stare, in India nessuno ci resiste, mai sentito di stranieri felici in Corea. Certi si accomodano in Thailandia con successo esistenziale. Ma ho sempre avuto l’impressione che restino pesci molto fuor d’acqua. Corpi estranei accettati, ma mai integrati. Deve essere una vita comoda: economica, pacifica, gentile, liscia. Ma il senso di estraneità sarebbe troppo forte per me.

Più facile l’integrazione in Africa, ma le difficoltà quotidiane della vita ed i costi, per voler conservare un livello di vita all’europea, farebbero perder la pazienza a San Francesco. Andrebbe visto meglio il Sud Africa e specialmente Città del Capo; ma anche lì il problema della sicurezza e delle tensioni etnico – sociali non devono essere acqua fresca.

Resta il Mediterraneo, che è ancor più casa nostra dell’Europa. Come non voler vivere nella nostra patria culturale che è la Grecia? E la Tunisia, così vicina, così simile, così diversa?

Che il segreto stia nel cambiare ma non troppo? Andare a trovare delle diversità gestibili, senza perdersi in quelle che ti travolgono e che finiscono per alienarti? Sfuggire dall’Italia ormai insopportabilmente malata, ma senza gettarsi nell’estremo esotico che ti affascina per un momento e ti sfibra a lungo andare. E quelli, invece, che si son persi in America sud/nord od in Asia e che non son mai tornati? Si saranno spiaggiati come balene moribonde in lidi alieni o si saranno fatti il loro nidino di serenità? Incapaci di tornare pur volendolo o felicemente integrati? Io penso la prima; un po’ come l’ergastolano che ha paura di uscire. Non è un bel risultato.

Ed in preda a questi dubbi il Viaggiatore critico si aggira per il mondo, cercando la sua cuccia.

 

 

 

Il turismo della miseria

E’ ormai un classico. La guida che porta la turista occidentale in una bidonville a fotografare i bambini poveri, che sono così carini… Foto di Hannah Reyes Morales – tratto da “Il controverso fenomeno dello slum tourism”, National Geographic, 9.5.2018

Vogliamo parlare di quelli che vanno a visitare la miseria?

Fra le tante distorsioni del turismo ve ne è una particolarmente grave, complessa, preoccupante, densa di significati. Sono i turisti che vanno a visitare luoghi particolarmente poveri, dove vive una umanità in piena miseria. I visitatori delle bidonville, delle favelas, degli immondezzai dove rovistano battaglioni di capatori. E’ il cosiddetto slums tourism.

La cosa è antica; la visita delle sofferenze altrui è sempre stato molto interessante. Lo stesso Dante non si privò di un bel giro fra i disgraziati dell’inferno. I nobilastri europei, che scendevano in Italia per il loro Grand Tour formativo, amavano osservare la plebe italiana ed i loro poveri tuguri comparandoli stupefatti con le magnifiche rovine dei loro antenati dell’Impero Romano. E al tempo del positivismo si andava nei quartieri operai di Londra per concepire (e forse realizzare) azioni filantropiche.

Nel turismo moderno, alcuni cominciarono, già diversi anni fa, ad andare a visitare le favelas di Rio di Janeiro. Provando i brividi della miseria, delle bande di delinquenti, delle squadroni della morte, dei narcotrafficanti grondanti sangue e dollari. Tanto che alla fine certe favelas sono diventati simil-lusso e vi si possono affittare appartamenti su Airbnb. Vi venivano accompagnati i turisti in occasione delle Olimpiadi di Rio.

Nel frattempo prendeva piedi la piaga del turismo solidale, nel quale i turisti sono portati a vedere orfanotrofi, scuole di periferie, ospedali di amputati; nel quadro di progetti ai quali contribuiscono con pochi spiccioli.  E in questo contesto, la visita di Korogocho, il quartiere che vive sulla discarica di Nairobi è diventato un must, andando a far visita al padre Alex Zanotelli che vi viveva e lavorava (fino a quando ha deciso di tornare in Italia, abbandonando i poveri alla loro miseria).

Ormai ci sono agenzie specializzate nella visita degli slums indiani (anche con corsi di cucina), alberghi di lusso in Sud Africa che hanno ricostruito angoli di bidonville posticcia, ma fedele. E secondo l’UNICEF, nei luoghi turistici della Cambogia nascono falsi orfanotrofi con falsi orfani per estorcere qualche dollaro ai turisti che li visitano. E a Napoli si trovano su Airbnb i “bassi” dove pernottare facendo finta di essere in una commedia di Eduardo in un delirio kitsch di luoghi comuni partenopei e di voyeurismo pauperistico. Un palestinese affitta su Airbnb una camera nel campo profughi di Betlemme e porta i turisti a parlare con una povera vecchia i cui due nipoti sono stati uccisi dagli israeliani. Per non parlare poi dei giri a Chernobyl.

In questo quadro disgustoso proliferano gli articoli dei giornali, le dotte dissertazioni etico – sociali, gli studi antropologici.

La posizione predominante è ovvia: gli sporchi occidentali si “divertono” (proprio così) a vedere i poveri per qualche ora e poi a tornarsene nel loro agio, felici di non esserlo. Gli sporchi occidentali di sinistra aggiungono ipocrisia trasformando queste visite in viaggi di studio della condizione umana di cui prendere maggiormente coscienza e consapevolezza. Gli sporchi occidentali di destra confermano le loro idee sulla supremazia della razza bianca e sul fatto che uno è povero soprattutto perché è stronzo. Gli sporchi occidentali cristiani raggiungono il massimo dell’ipocrisia, versando una lacrimuccia, donando una miseria e pregando insieme ai poveri che tanto il Regno dei Cieli sarà loro.

In ogni caso questo turismo viene descritto come deteriore, abusivo, tragico. Ci si spinge a definirlo “crimine contro l’umanità”.  Paradossalmente, invece, gli abitanti degli slums visitati non ci trovano niente in contrario ed, in larghissima maggioranza, sono contenti di ricevere dei turisti, come se i loro quartieri fossero divenuti i centri delle città.

Gli organizzatori del turismo della miseria usano facili e superficiali argomenti: che la conoscenza mutua fra poveri e turisti è comunque un fatto positivo; che qualcosa i turisti lasciano sempre; che i luoghi dei poveri hanno finalmente la possibilità di mostrare i lati positivi che pure non mancano loro perdendo così, o almeno riducendo, la loro aura di maledizione (solidarietà fra persone, attività ricreative, allegria dei bambini); che sono esperienze che resteranno impresse nei turisti per sempre, avvicinandoli emozionalmente alle sofferenze della vita. Argomenti di un cinismo aberrante.

L’UNICEF si occupa dei falsi orfanotrofi in Asia nei quali i bambini vengono tenuti, pur avendo almeno un genitore, per ricevere soldi dai turisti.

Ma, indipendentemente da tutte queste considerazioni dei fautori e degli avversari del turismo della miseria, se i turisti son contenti ed i poveri pure, perché non lasciarli fare smettendo di emettere moralismi di bassa lega o giustificazioni pelose? Se la gente si mescola consenziente perché preoccuparsi? Se i poveri non vogliono i turisti non hanno che prenderli a sassate e quelli smetteranno subito. Se i turisti sono dei biechi individui che godono delle sofferenze altrui, a noi che ce ne cale? Gli vogliamo forse redimere come missionari della Compagnia del Buon Turismo? Se i tour operators della miseria  son degli sciacalli, sono in eccellente e vastissima compagnia.

Il punto, secondo il Viaggiatore Critico è tutt’altro, ed è per questo che bisogna osservare con attenzione il turismo della miseria.

Eccolo: questo tipo di viaggi si colloca pienamente nel campo del turismo “esperienziale” che sta sostituendo quello delle “visite”.  Non si va più a vedere, ma si cerca di vivere. Del resto Airbnb sta puntando molto di più sulle esperienze che sugli affitti e quel settore gli sta crescendo in mano  molto più rapidamente di quello delle notti.

Quindi si mangia, si cucina, si fanno corsi, si preparano candele, si torniscono vasi, si potano le vigne, si ferrano i cavalli, si tessono sciarpe, si fanno tour etilici, si provano sostanze, si cammina, cavalca, pedala, veleggia e così via. Mi pare chiaro che il vecchio turismo non funziona più. I centri storici sono ormai diventati luoghi sterili  ripieni degli stessi negozi ovunque nel mondo. I musei hanno scassato la minchia ed escluso i forzati della cultura, gli altri ne fanno anche volentieri a meno. Il turista si sta annoiando, bisogna trovargli altri passatempi; è necessario rinnovare l’offerta. Il turismo sta morendo, dobbiamo trapiantargli nuovi organi perché continui a far girare l’economia.

I turisti vogliono vedere come vive la gente per davvero? Vogliono viaggiare secondo la formula magica del like a local? Ed ecco che gli forniamo i giri nella miseria. I poveri hanno alcune eccellenti caratteristiche agli occhi del turista: sono soggetti fotografici molto interessanti; si capisce bene come vivono perché lo fanno per strada; si lasciano osservare volentieri in quanto hanno dovuto mettere da parte l’orgoglio da molto tempo; si corrompono con poco e con poco li fai sorridere; in generale, sono docili; sono tanti ed in molti luoghi, così che è facile organizzare dei tours, anche esclusivi.

La macchina economica avanza implacabile e cieca: per il turismo è l’ora delle esperienze; del toccare con mano la miseria. Domani vedremo cosa si potrà inventare. Probabilmente lo sviluppo del turismo di guerra (i primi esempi si stanno vedendo) o l’accoglienza presso gli ultimi popoli tradizionali ancora esistenti (con il loro definitivo annullamento).

Per il momento i poveri (che turisti non possono essere) sembrano i migliori sostenitori del turismo. I paradossi.

PS. A scanso di critiche, il tono generale di questo articolo è amaramente ironico.

 

 

 

Nuovi turismi in Africa dell’Ovest

Una casa del nord del Togo, la takyenta. Foto da http://www.fondationteiga.org

Vastissimi spazi pieni di cose interessanti da vedere e da fare esistono al mondo. Non è necessario ammassarsi tutti nei pochi luoghi dove tutti i turisti pecoroni vanno felici a farsi spennare.

In Africa dell’ovest, per esempio ci sono molti luoghi interessanti. Un bel viaggetto in quei paesi è del tutto da raccomandare. Della Guinea Bissau abbiamo già parlato ampiamente.

Poi c’è il Togo, paese che si visita facilmente perché è stretto, lungo e percorso da una sola strada importante che va dalla capitale sul mare fino alla frontiera con il Burkina Faso. La faccenda del Togo che più mi è piaciuta è una zona a nord, oltre la città di Kara; si chiama Kotammakou ed è abitata da una etnia chiamata Batammariba; regione agreste e bucolica. Ma l’aspetto interessante di questo simpatico popolo è la fabbricazione delle loro case tradizionali, ancora oggi comunemente abitate. Sono delle specie di nuraghi, solo che in paglia e fango. Costruiscono delle torrette raggruppate che poi uniscono con un muro tutto intorno. Si ritrovano ad avere, quindi, una specie di fortezza turrita. Le porte sono minuscole e per entrarci bisogna praticamente inginocchiarsi. La gente di questo popolo è abbastanza minuta, per un europeo corpulento è un esercizio ginnico. Dalla stessa porta entrano le persone e le capre. Queste ultime restano al pianterreno e vanno negli spazi fra una torretta e l’altra, ben protette, per la notte, dal muro circolare esterno. Con una scaletta si sale ad una sorta di primo piano: ogni torretta ha una stanza dove si dorme, si abita, si conservano i grani alimentari. Una ulteriore scaletta porta alla terrazza superiore dove si pongono a seccare i soliti grani o si costruisce un ulteriore, piccolo granaio. Le dimensioni di tutto ciò sono molto ridotte, una specie di fortezza per lillipuziani. Ogni famiglia ha la sua e la adorna con dei tetti di paglia, con delle decorazioni, con un cippo fallico fuori dalla porta. E’ un mirabile esempio di architettura tradizionale di grande efficienza, anche se un po’ scomoda. La gente ti fa visitare le case volentieri, in cambio di un piccolo regalo. E’ un popolo assai tradizionale, molto povero, sembrano molto gentili e miti. Nel passato devono aver passato tempi difficili se avevano organizzato una tale difesa. Da queste case si difesero anche dai tedeschi che fecero del Togo una delle loro poche ed effimere colonie, all’inizio del ‘900. La zona è patrimonio mondiale dell’UNESCO. Le case si chiamano “Takienta” o “Tata” se volete cercarle su Google.

Per il resto non c’è molto da vedere nel paese, se si eccettua la vita ed il casino ed i mercati di Lomè, la capitale. In città ci sarebbero anche delle belle spiagge, ma se ne sconsiglia la visita per due motivi ben differenti. Il primo è perché si sarà molto probabilmente rapinati; il secondo è un motivo meno facilmente intuibile: le spiagge urbane sono utilizzate come gabinetti pubblici, al riparo delle numerose barche da pesca tirate in secco.

Altro paese di ben maggiore interesse: la Guinea. La capitale, Conakry, è uno dei luoghi più sgradevoli del mondo, e ciò per molti motivi diversi e non vale assolutamente la pena di fermarsi. Bisogna andare direttamente nella regione del Fouta Djallon. E’ in altitudine: ci fa fresco e piove molto. La natura geologica della zona fa sì che i frequenti ed abbondanti fiumi abbiano scavato profonde vallate verdi di vegetazione e fresche d’acqua. Bei panorami, grande varietà di paesaggi (il che è una rarità in Africa), possibilità di fare il bagno nei torrenti, belle e lunghe camminate da fare in un clima non torrido. La regione ha avuto un’importante sviluppo turistico fin dai tempi dei francesi. I coloni andavano a riposarsi dalle loro nefandezze o a curarsi nella città di Dalaba. Vi sono diverse agenzie locali di trekking che permetteranno al turista di passare diversi giorni in modo molto gradevole.  Certi panorami sulle profonde valli meritano il viaggio. Si visiteranno anche dei villaggi dove la gente vi accoglierà con la tipica ospitalità africana. La nostra guida volle fare il malizioso e ci portò a vedere, nonostante che fossi con mia moglie, l’angolo del fiume dove facevano il bagno serale le donne del villaggio (gli uomini lo facevano in un altro angolo). Meravigliose Giunoni nere che giocavano nude nell’acqua. Spettacoli che valgono la pena di esser visti.

A Dalaba si può visitare la villa dove l’antico presidente Sekou Touré ospitò per anni Miriam Makeba, la cantante sudafricana, ed il suo marito Carmichael, leader delle Pantere Nere americane. Sono pezzi di storia dei movimenti contro l’apartheid ed il razzismo. In Guinea ci si sposta con i taxi brousse che sono normali auto dove si sta in 4 dietro e in tre davanti (compreso l’autista). Costano poco ma sono terribilmente scomodi e partono solo quando sono pieni. La sera può esser difficile trovarli. Molto folcloristico, ma si perde un sacco di tempo. L’alternativa è noleggiarne uno tutto per voi comprando i sei posti; in questo caso ci sarà sicuramente da litigare perché l’autista vorrà vendere ad altri i posti che voi avete già comprato e finirete comunque per viaggiare come sardine in scatola.

Altro paese, subito accanto, dove però non sono mai stato: la Sierra Leone. Dopo una serie infinita di catastrofi politiche, guerre civili ed Ebola, questo paese sembra che offra delle meravigliose spiagge nei dintorni della capitale e degli angoli stupendi nelle prossime Banana Island. Se si è in Guinea, una scappatina può meritare di esser fatta.

Bei paesaggi del Fouta Djallon. Foto di Maarten van der Bent via WikiCommons

Ma, soprattutto, in questi paesi si assisterà all’inesauribile ed incomprensibile torrente di vita che anima gli africani e le loro città. Posti che sembrano molto difficili ospitano una umanità che vuole vivere nonostante tutto le difficoltà che incontra. Si vivrà per strada, mangiando gli spiedini di capra o la viande coupé coupé, arrostita sui carboni in un fusto di latta e servita su un pezzo di carta di sacco di cemento, bevendo una birra, seduti sul marciapiedi su una sedia sbilenca. E la gente vi sorriderà perché capiranno che uno straniero sta apprezzando il loro modo di vita. Ed il turista capirà che ha visto una cosa bella, nuova, interessante; molte volte più importante che un museo od un centro commerciale in Europa.

Ma i turisti sono dei pecoroni e continuano ad andare agli Uffizi.

 

 

L’iboga, la sostanza degli antenati

L’arbusto dell’iboga.

Quello allucinogeno è uno dei molti turismi possibili. Ne abbiamo parlato a proposito dell’ayahuasca in Brasile e delle canne in India. E’ un turismo come un altro, esperienziale diremmo. In Gabon si può andare per provare l’iboga, una sostanza allucinogena. L’alcaloide responsabile degli effetti psicotropi è stato denominato, con pochissima fantasia, ibogaina. Si estrae da un cespuglio – alberello dai caratteristici frutti gialli a forma di uovo appuntito. La pianta è originaria dell’Africa Centrale: Gabon, Cameroun, Congo. L’alcaloide è contenuto nella corteccia delle radici. Che io sappia le altre parti della pianta non sono utilizzate.

Intorno all’iboga ruota tutto il mondo spirituale di gran parte dei popoli del Gabon. E’ probabile che siano stati i Pigmei a scoprirne gli effetti. Le conoscenze botaniche di questo popolo sono stupefacenti; si può dire che fanno parte della foresta, che ne sono figli e fratelli. Nei millenni hanno imparato ogni dettaglio delle piante, compreso ciò che produce la masticazione delle radici di questa pianta. Ciò vuol dire che hanno masticato le radici di ogni pianta (ed anche tutte le altre parti) scoprendone gli insospettabili effetti.

Come ogni sostanza psicotropa naturale anche l’iboga è stato arruolato nel mondo spirituale diventando un mezzo per entrare in contatto con gli spiriti. L’uso di questa radice è passato dai Pigmei agli altri popoli che arrivavano in quella foresta oggi gabonese ed, infine, anche ai Fang che sono diventati dominanti nel paese. In quel coacervo di culture si è venuta formando una religione animista e sincretista chiamata Bwiti nelle cui cerimonie l’iboga ha un ruolo centrale. Lo si usa per iniziare le persone che vogliono entrare nella religione (non tutti lo fanno) e poi lo si usa durante le cerimonie collettive ed ancora viene usato dagli sciamani per i riti durante i quali si curano i corpi e gli animi di chi richiede le cure. Lo si chiama “legno sacro” e solo gli adepti possono raccoglierlo, trattarlo, conservarlo, assumerlo. Non ne sarebbe permessa la vendita alle persone estranee al rito che nemmeno avrebbero il diritto di raccoglierlo. Pper questo motivo nessun adepto indicherà ad un estraneo quale sia la pianta dell’iboga e dove la si può trovare.  Inutile di chiedere un pezzettino, giusto per provare. Non è concepibile un uso ludico della sostanza; non si deve consumare al di fuori delle occasioni religiose, magiche, curative, vaticinatorie. L’iboga è, per i gabonesi, una cosa molto seria, tanto che è stata dichiarata “tesoro nazionale” dal Governo del Gabon. Almeno in teoria.

Alla cerimonia di iniziazione, che dura diversi giorni, si somministrano elevatissime quantità di iboga all’iniziando, il quale è recluso in una capanna e sottoposto ad un severo regime alimentare. Fra gli effetti dell’iboga vi è l’insensibilizzazione della pelle. L’iniziatore, allora, punzecchierà l’iniziando con uno spillo e continuerà a somministrare iboga fino a quando questo smetterà di sentire dolore. Invece, durante le cerimonie del Bwiti gli officianti danzano e suonano tutta la notte, fino a quando il cielo divenga ben chiaro. Di tanto in tanto si allontanano dalla scena e si sa che sono andati a masticare un po’ di “lagno sacro” che darà loro la forza di continuare a danzare e a picchiare come dannati sui tamburi.

Gli effetti dell’ibogaina sono molteplici e dipendono molto dalle quantità assunte. A livello fisico si ha: nausea, vomito, difficoltà di dormire, rallentamento della frequenza cardiaca, insensibilità cutanea, incapacità di muoversi. A livello mentale sono molto interessanti: si hanno esperienze oniriche legate al vissuto personale. Nella fase di massima azione della sostanza questi “sogni” sono slegati dalla realtà cognitiva. In una fase successiva si integrano alle vicende cognitive del soggetto. Aumenta fortemente la capacità introspettiva e l’analisi della propria identità. La durata di tali effetti non va oltre le 24 ore, ma la capacità di profonda autoanalisi del soggetto dura anche per mesi. Si hanno allucinazioni solo con l’assunzione di forti dosi.

Cerimonia notturna del Bwiti nei pressi di Lambarené. Anni ’90. I danzatori assumevano costantemente piccole quantià di iboga per poter reggere alla fatica di una danza che dura oltre 10 ore praticamente ininterrotte.

Un ulteriore, importantissimo, effetto dell’iboga sarebbe la rapidissima azione disintossicante da eroina e cocaina. Molte fonti riportano che con una o due assunzioni di iboga viene completamente eliminata la dipendenza da quelle sostanze. La cosa sembra miracolosa e, come per caso, la legislazione italiana ha definito illegale il possesso e l’uso dell’iboga nel 2016. Tale utilizzazione dell’iboga potrebbe essere eccezionalmente utile. Dispiace vedere che apparentemente nessuno si occupi di questo aspetto.

Si riportano casi di decessi per l’uso dell’iboga, probabilmente a causa degli effetti sul rallentamento del cuore e per la diminuzione della pressione.

Detto tutto questo, torniamo al nostro turismo allucinogeno. Può un turista andare in Gabon e provare l’iboga? Certamente. Ci sono due vie, una difficile, che io intraprenderei ed una facile. Fate voi.

Quella difficile consiste nell’andare in una cittadina dell’interno (io consiglierei Lambarené, perché ci ho abitato) ma anche Mouila o Fougamou potrebbero andar bene. Ci si installa e si comincia a parlare con la gente, con calma, gentilezza e garbo. In francese. E si comincia a porre, alla lontana, delle domande. Ci saremo forniti di una moto e con quella si andrà in giro nei villaggi, bevendo il vino di palma, Dopo molti giorni o qualche settimana si potrà chiedere dell’iboga. E’ escluso che vi propongano di farvi iniziare; ci vogliono anni per arrivare a quel punto. E’ anche escluso che vi offrano apertamente di darvi dell’iboga: è proibito darlo ai non iniziati. Ma siamo in Africa ed i bisogni sono molti. Prima o poi qualcuno che ve lo rifila sottobanco si trova. E’ molto probabile che vi diano una patacca; bisognerà stare attenti e non pagare se non dopo l’uso (al quale il venditore deve essere presente). Ma questi sono accorgimenti che ogni utilizzatore di sostanze conosce a menadito. Quindi lo potete provare; stando attenti, in presenza di una persona fidata e sobria e, possibilmente, vicino ad un medico.

La seconda via è banale. Andate a trovare Tatayo, a qualche km da Libreville (la capitale del Gabon). E’ un francese che si è fatto iniziare secoli fa e che ha montato una ONG che ha uno spazio dove ospita voi e gente come voi che si fa iniziare. Il soggiorno di una decina di giorni costa qualche migliaio di euro (tutto compreso, s’intende). Un paio di clienti gli sono morti, ma gli altri son contenti. E’ una vera iniziazione? No, certo. Manca completamente il contesto. Il Bwiti è una religione e le religioni non si improvvisano durante un viaggio (checché ne dicano quelli che vanno in India). Ma potrete dire di essere stati iniziati e, comunque, proverete l’iboga.

Non è una cattiva idea.

 

 

 

 

Il cosiddetto Mal d’Africa

Sono tutti lì a parlare del Mal d’Africa. Dice di soffrirne anche chi è stato 15 giorni in un resort a Malindi. Ci si sente così importanti e giramondo e viaggiatori incalliti e cosmopoliti quando si soffre il Mal d’Africa. Mi paion tutti dei Livingstone appena sbarcati a Londra dopo 5 anni di esplorazioni nelle foreste dell’Africa non nera, ma nerissima.

Del resto l’origine di questa singolare sindrome deve essere collocata in ambiente letterario, romantico e coloniale. Quei funzionari spesso inglesi o francesi che, dopo aver passato decenni in Africa a fare le peggio ignominie, tornavano a casa e sospiravano, nei tramonti grigi della loro vecchiaia, pensando ai mezzogiorni torridi di colori della loro gioventù in Africa.

Non si sa cosa sia il Mal d’Africa, ma prima che quest’articolo finisca, ve lo dirò io.

Non è solo la malinconica nostalgia di quelle terre esotiche. C’e’ chi afferma che è la memoria genetica dei nostri tessuti. Il nostro DNA è nato in Africa (siamo tutti immigrati) e quando ci ritorniamo è come se rientrassimo, dopo lunghissimo viaggio, nella nostra vera casa. Più in particolare nelle savane, dal momento che è lì che delle scimmie sono scese dagli alberi decidendo di camminare sulle zampe di dietro e di utilizzare quelle davanti per uccidere altri animali da mangiare. Questa puttanata la diceva Richard Leakey, uno della famiglia dei paleontologi umani del Kenya.

Altri invece dicono che il Mal d’Africa va cercato nell’inconscio; nella memoria collettiva inconscia che ci fa ricordare i luoghi che abitammo centomila anni fa. In particolare, secondo questa teoria, gli africani, notoriamente dei selvaggi incalliti, non disporrebbero del senso del tempo. E quando noi bianchi evoluti ci troviamo a contatto con loro, questa mancanza della dimensione temporale risveglia in noi l’antico ricordo di quando del tempo non ce ne fregava niente nemmeno a noi e si stava meglio. Da qui un sentimento di familiarità con quei luoghi e quelle genti. Ridicole fantasie,

C’e’ poi tutto il filone romantico della faccenda. I tramonti nella savana, con il cappello coloniale di sughero sulla testa e la sahariana addosso; sorseggiando un the insieme a Robert Redford, come se fossimo comparse nel film “La mia Africa”, mentre i negri lavorano nella piantagione di caffè e si odono cantare in lontananza. Questo è il modello di Mal d’Africa più diffuso fra la gente. Nella versione da turismo di massa questa versione del Mal d’Africa si coniuga in molti modi diversi: su un cammello scureggione che vi trasporta per una mezzoretta nelle dune ingombre di immondizia del Marocco. O in un villaggio senegalese, attraversato per caso durante un giro in gruppo, dove i bambini corrono dietro alle macchine (non avendo, in quel momento, nessun altro gioco più divertente da fare) chiedendo le caramelle. Oppure in una spiaggia di Zanzibar, con le palme regolamentari, mentre al tramonto si beve un martini, mi raccomando, molto secco. Per non parlare del peggior modello: quello della festa notturna nel villaggio turistico con il gruppo di musicisti locali vestiti al modo tradizionale con le scatenate ballerine nude al modo tradizionale. Questo è il vertice massimo del Mal d’Africa trash.

Quando si torna a casa ci si sofferma un attimo, si ripensa a quei momenti e con lo sguardo sognante si mormora sul filo delle labbra: “Ho il Mal d’Africa”. Tutte stronzate.

Poi ci sono i poeti; quelli che dicono: “Mal d’Africa è disegnare con gli occhi il contorno di un baobab che si staglia sullo sfondo del cielo basso e turchese”. Oppure: “Il Mal d’Africa è il ricordo di una luce tutta particolare, mai vista né prima né dopo in nessun’altra parte del pianeta, che appare nel tardo pomeriggio e ricopre tutto come fosse una coperta d’oro.” Ragli asinini, direi.

Altri ancora preferiscono restare più vicino a terra ed identificano il Mal d’Africa con quella infinita serie di malattie che si prendono in Africa e per le quali molti ci hanno lasciato le penne. Ad esempio Rimbaud ci rimise prima una gamba e poi la vita, Blixen ci prese la sifilide, un milione ci son morti di malaria. Questo, secondo loro, è il vero Mal d’Africa ed hanno evidentemente ragione.

Invece, molti altri si sperticano in mirabolanti spiegazioni che vanno dalle dimensioni del cielo, alla intensità dei colori, al carattere degli africani, alla semplicità della vita in Africa, alla facilità dei rapporti umani, alla riscoperta dei veri valori della vita, alla Natura incontaminata, selvaggia, onnipresente, avvolgente; alla presenza dei grandi animali (che a sentir loro, pare si aggirino per tutte le strade). Teorie le più cervellotiche, strampalate, inconsistenti e fantasiose. Bisogna però dire che da quando l’Italia è sommersa dall’attuale mefitica ondata di razzismo, degli africani e del loro modo di vivere si parla sempre meno. Forse per il timore che quel modo di vivere, così simpatico presso di loro, ce lo portino qua. E ciò non ci piace, perche soffriamo del Mal d’Africa, ma a casa nostra comandiamo noi. Fetenti.

Comunque son tutte fandonie. Ve lo spiego io: il Mal d’Africa sono le quattro S.

Sesso, Soldi, Sbronze, Superiorità. Che son quattro cose che fanno venir fuori il peggio dell’animo umano. Il Mal d’Africa è una malattia propria di quelli che soffrono anche il male della quinta S: gli Stronzi.

Sesso. Gli africani sono sodi, spesso atletici, hanno grandi tette, culi, cazzi. La loro pelle è fresca, morbida, tesa. Inoltre non sono stati (in generale) rovinati dal cattolicesimo o dall’Islam, entrambe religioni sessuofobe. Gli africani fanno sesso come prendere un caffè; senza dargli tanta importanza. E’ una faccenda sociale, di pronta beva. Alla portata di tutti. Il Mal d’Africa è una sana trombata senza tante storie.

Soldi. Il bianco che è in Africa ha dei soldi in tasca. O ci lavora ed ha un buon stipendio perché se no non avrebbe lasciato casa propria. O ha delle attività economiche che gli rendono bene, se no se ne sarebbe già andato. O ci fa il pensionato e quindi ha la pensione. O è turista e quindi si può permettere quel viaggio. In tutti i casi in Africa i bianchi hanno dei soldi in tasca; e gli africani questo lo sanno benissimo. Il Mal d’Africa è un portafoglio ben messo.

Sbronze. Tradizionalmente e per un motivo non ben chiaro, in Africa è socialmente ben accetto bere molto. Qui non si parla di giovani; si tratta di uomini e donne ben adulti, di buona condizione sociale. In Europa si limiterebbero a qualche bicchiere, almeno pubblicamente. Si sbronzerebbero solo in privato od in cerchi ristretti.  In Africa, no. Si può bere fino a sfondarsi senza nessuna vergogna, ritegno o censura sociale. E’ evidente che in questa maniera la vita è molto più facile e dolce. Il Mal d’Africa sono sbronze libere!

Superiorità. E qui viene il punto più dolente ed infame. Gli africani sono stati schiacciati dalla colonizzazione. Sono stati trattati come bestie. Hanno imparato ad aver paura dei bianchi; come i leoni hanno paura dei domatori. I tempi son cambiati, ma non poi troppo. Nelle vie africane, quando un bianco passeggia (raramente, vanno soprattutto in macchina) gli africani si scansano. Se va in un ufficio, gli permettono di saltare la coda; lo fanno sedere anche se non ci sarebbero sedie libere. Se parla viene ascoltato. Il bianco pezzente a casa propria, in Africa diventa una persona importante. Si diceva: ” Quando  arriva in Africa un bianco diventa immediatamente giovanissimo, bellissimo, ricchissimo”.  Le donne se lo contendono: un bianco da prestigio sociale fra le amiche e comprerà molti regalini. Esattamente la stessa cosa per le donne: bianche che non battono chiodo in Europa, in Africa si ritrovano con modelli.  Anche i turisti vivono questa ondata di improvvisa popolarità e considerazione. Il personale di servizio s’inchina davanti a loro che a casa non li guarda nemmeno il cane. In Africa anche gli accattoni europei sono re. I meschini sono persone importanti. I brutti, belli e gli stupidi intelligenti.

Eccolo il vostro tanto romantico Mal d’Africa. Semplicemente sopraffazione psicologica dell’uomo sull’uomo.

Infami, verranno gli africani e vi mangeranno tutti.

Domenica pomeriggio con i Pigmei

Pigmeo Africa centrale
Non ho fotografie mie di quella domenica. E detesto le foto dei “selvaggi”: sono persone. Ho deciso quindi di mettere un disegno, risalente ai viaggi degli esploratori bianchi in Africa Centrale. Si tratta di un documento storico.

Cosa c’e’ di meglio che passare il pomeriggio della domenica in compagnia dei Pigmei, nella foresta? E’ la domanda che ci facemmo con la mia fidanzata, quando abitavamo a Lambarené, in Gabon.

Avevamo saputo di un gruppo di tale simpatica gente che si era insediato lungo una pista forestale, non lontano dalla città. Mi feci indicare qualcuno che frequentava quella zona, lo contattai e fissammo. Da persone civili quali siamo, mi feci consigliare su cosa portare, per non arrivare a mani vuote. Acquistai quindi un paio di lampade a petrolio, tipo minatori di carbone, un po’ di stoppino e una stagnina di petrolio; aggiunsi un sacchetto di qualche chilo di riso.

La storia era questa, press’a poco. I Pigmei sono gli antichi abitatori della densa foresta pluviale del Gabon (e non solo). Il loro territorio è stato eroso dalle successive invasioni dei popoli del sud del paese e poi dall’ultima invasione dei temibili Fang che hanno occupato la parte nord del paese mangiando (letteralmente) tutti quelli che non fuggivano. Tutti questi popoli sono agricoltori e sono sempre rimasti ai margini della foresta; abitavano le zone dove c’era almeno un po’ di savana, nella quale si sentivano più a loro agio, pur coltivando (e distruggendo) scampoli di foresta (che trasformano rapidamente in savana).

I Pigmei, no. Loro stanno dentro la foresta, non ne escono e ci si trovano benone. E’ il loro regno e lo conoscono alla perfezione. Gli altri Gabonesi sono spaventati dai pericoli insiti nella foresta (uno dei quali sono i Pigmei stessi) e riconoscono a questa gente delle straordinarie doti di adattamento a quell’ambiente. Dicono che un pigmeo può nascondersi dietro ad una sola foglia.

La domenica prendiamo il tipino con il pick-up 4×4, andiamo verso sud e poi deviamo su una di quelle piste che le compagnie forestali aprono per poter penetrare nella foresta e tagliare quei pochi alberi che conveniva loro vendere. Oggi la situazione è assai cambiata; sono entrati i cinesi che tagliano e portano a casa assolutamente tutto ciò che spunta dalla terra. Basti pensare che in questi mesi stanno comprando anche gli abeti (il cui legno è poco pregiato) abbattuti da Vaia, in Italia, nonostante i costi italiani.

In una oretta arriviamo al villaggio pigmeo, composto da tre o quattro capannucce di frasche, tipo capanni da cacciatori dell’Appennino. Una dozzina di persone fra uomini, donne e bambini stanno lì intorno. Ci accolgono con il sorriso e grande gentilezza. Sono piccoli, ma non piccolissimi; minuti nelle membra e nel volto, sembrano molto agili, si intuiscono scattanti. Si muovono un pò a scatti; per certi aspetti mi ricordano gli indigeni della foresta amazzonica, a dimostrazione che l’ambiente condiziona anche l’umanità. La pelle è molto più chiara di quella degli altri gabonesi ed i tratti del volto ci appaiono simpatici. Sono vestiti di stracci. Devo dire che mi vergogno un po’ di aver fatto questa descrizione fisica dei Pigmei come se fossi un antropologo anglosassone ottocentesco, ma so che ciò risponde alle domande, magari inespresse, dei lettori.

Accoglienza gentilissima, quindi. parliamo soprattutto con gli uomini, sorridenti e dai modi molto civili. Ricevono con piacere le nostre lampade e le mettono nelle capanne. Il tipino che ci accompagna deve essere imparentato con loro e traduce abbastanza facilmente fra la loro lingua ed il francese. Cerco soprattutto di capire per quale motivo hanno deciso di lasciare la foresta per stabilirsi lungo la pista. Intuisco le ragioni e mi riempio di tristezza, ma anche di solidarietà umana.

Oigmei, Repubblica Centrafricana
Questa foto si riferisce ad un luogo di vita di Pigmei della Repubblica Centrafricana. Si tratta di una foresta molto meno umida, densa e sviluppata di quella gabonese di cui si parla nell’articolo. Si noti la forma tradizionale della capanna, ma anche la presenza di elementi moderni: una stagna, delle pentole. Foto di Jmgracia100 via WikiCommons.

Non bisogna pensare che i Pigmei siano privi di contatti con il resto della popolazione: forniscono agli altri gabonesi gli animali cacciati e le erbe medicinali. In cambio ricevono vestiti, pentole, machetes, lampade, alcool, medicine, sale. Stare vicino alla strada facilita di molto questi scambi. Ma vi è anche un motivo più profondo ed è ciò che provoca la mia tristezza. Quel gruppo di pigmei è caduto nella seduzione del modo di vita occidentale. I nostri mezzi, la velocità del nostro vivere, l’apparente onnipotenza della nostra cultura (sia pure mediata dagli altri gabonesi) ha vinto sulla cultura vecchia di molti millenni dei Pigmei. Hanno dato le dimissioni da ciò che erano e si sono accodati al nostro treno. E’ la loro scelta, non possiamo obbligarli a restare nella loro “riserva indiana”, ma è evidente che un pezzo di umanità è stata perso. Vorrei consigliare loro di lasciar perdere e di seguire i loro antenati; ma non solo non mi compete e comunque non mi darebbero retta; ma non sono nemmeno sicuro che non abbiano ragione a volersi integrare nella globalizzazione. Il problema è che non ci riusciranno e finiranno sgretolati dalla macchina del progresso.

A questo punto succede una delle faccende più curiose a cui abbia mai assistito. La mia fidanzata era ecuatoriana e si dilettava nell’uso di piante medicinali, con un certo livello di esperienza. Si mette quindi a discuterne con un pigmeo, sempre grazie alla traduzione del tipo. Parlano delle virtù dell’albero della papaya presente tanto in Ecuador, quanto in Gabon. Viene fuori una discussione anche accesa sul fatto se siano più medicamentose le foglie ed il frutto (come dice la mia fidanzata) o le radici (come sostiene il pigmeo). La discussione si fa calda ed il traduttore fatica un po’ a stare dietro ai due che finiscono per comunicare più semplicemente a gesti. Ognuno difende la propria cultura fitomedicinale con veemenza ed io li osservo sbalordito, ma felice: non esistono frontiere fra la gente, ed ancor meno fra la gente tropicale!

Un altro pigmeo mi fa provare il suo arco. E’ un bastoncino ricurvo di meno di 60 centimetri; il filo è un tendine di animale; la freccia una sorta di spiedino da arrosto in bambù. Mi mostra una scatolina dove c’e’ del cotone imbevuto di veleno. Mi spiega che intingono la punta della freccia per avvelenare l’animale. E’ una caccia da foresta: si avvicinano in silenzio all’animale (scimmiette, uccelli, piccole gazzelline) e tirano la freccia avvelenata. Non è affatto necessario che colpisca organi vitali, del resto è troppo piccola e leggera per farlo. Basta che ferisca. Il cacciatore seguirà l’animale fino a che cadrà morto per avvelenamento. Mi fa un po’ di tiro al bersaglio contro un albero e mi regala il suo arco con una decina di frecce contenute in una faretra di bambù da appendersi al dorso con delle funicelle tipo vimini. La faretra mi si romperà appena arrivata a Firenze, schiantata dalla mancanza di umidità di un appartamento riscaldato.

Vado a vedere un campicello che hanno preparato, fra le capanne ed il fiume. Diventando stanziali ed abbandonando il loro modo di vita tradizionale, hanno fatto il passo da cacciatori / raccoglitori a contadini. Ho potuto vedere con i miei occhi il passaggio fra il Paleolitico ed il Neolitico: l’inizio della dannazione dell’umanità; la scoperta del lavoro. Per loro Adamo aveva appena mangiato la mela.

Non avevo mai visto un campo così strampalato. Invece di abbattere gli alberi per far posto alle colture si erano arrampicati fino ad una decina di metri di altezza e li avevano capitozzati (in modo da durare meno fatica). Sotto avevano seminato assolutamente alla rinfusa quel che era capitato loro sottomano, lasciando che le erbacce prendessero il sopravvento. Apprendisti contadini. Il cuore mi si strinse.

E mi si stringeva ancora di più al pensiero di ciò a cui i temibili Fang sottopongono queste mitissime persone. Sono convinti che il mal di schiena di un uomo si curi scopando una pigmea. Quindi vanno nei loro villaggi, violentano la prima donna che trovano e se ne vanno.

Alla fine del pomeriggio, ci salutammo come cordiali vicini e ce ne andammo. Non tornammo più ed io sono sicuro che quelle persone sono tutte morte di alcolismo, AIDS, mendicità, malattia, alienazione e tristezza.

Io, i francesi, non li reggo più.

Luigi XIV, il Re Sole. Tutto girava intorno a lui.

Devo confessare che io non reggo più i francesi. Non li sopporto proprio più. Ho anche smesso di andare in Francia, di vedere la televisione francese, di leggere i loro libri, di vedere i loro film, di ascoltare la loro musica, di interessarmi alle loro faccende, fossero pure i Gilets jaunes.

Perché? Non lo so di preciso, ma non ne posso proprio più.

Eppure ho subito una loro profonda influenza culturale, ne ho imparato bene la lingua, ho seguito gli affari politici e culturali, ho vissuto in mezzo a loro, ho apprezzato il camembert, ho avuto capi, colleghi, sottoposto francesi. Poi ho detto basta.

Ora ne sono profondamente insofferente.

Mi da fastidio come parlano; con quel tono un po’ scocciato e supponente di dover spiegare cose ovvie che l’ascoltatore dovrebbe sapere, se non fosse così ottuso; sbufficchiando e facendo la bocchina a culo di gallina. E i loro modismi? Quel ripetere le solite quattro viete formulette che vogliono sembrare disinvolte, ma sono solo penose. (pas terrible, pas possible, vachement, c’est deguelasse, du n’importe quoi, allez! c’est parti!). Che se gliele togli restano lì a boccheggiare muti come trote appena pescate. Il vizio di usare molte parole per dire poche cose. L’uso di parole che vorrebbero essere spiritose quando invece sono solo trite e ritrite: godasses per scarpe, bagnole per macchina, à poil per nudo, mec e nana per uomo e ragazza. Insopportabilmente stucchevole e ripetitivo.

Il loro senso dell’humour? E’ sbalorditivo come possano ridere di battute sempre uguali e mille volte ripetute. Possono assistere allo stesso numero comico ripetuto e ripetuto quasi identico e continuano a riderne. Monotonia, nessuna variazione agli schemi. Sono così contenti di aver capito la battuta che vi si afferrano, impauriti di non capire la seguente, diversa.

Sembrano sempre un po’ arrabbiati, come se la tua esistenza li disturbasse, in qualche loro affare di primaria importanza. Si guardano gli uni gli altri con insofferenza e superiorità; sono obbligati ad ignorarsi o a scontrarsi, quando non possono ignorarsi.

Prendete le donne eleganti. Guardate le loro gambe: hanno sempre dei tacchi accentuati e dei polpacci magri, con i muscoli nervosi, ben scolpiti, tesi ed indaffarati. Tacchettano qua e là smaniando e dando ordini, appena possibile.

Gli ordini vengono impartiti ricoperti da formule di politesse a cui più nessuno crede; ampollose, ma dette con toni ultimativi che lasciano intravedere la fucilazione alla prima esitazione (s’il vous plait, j’aimerais bien, puis-je vous demander, voudriez-vous bien).

E’ un continuo gioco di intimidazione e apparenti buone maniere. I francesi cercano di sopraffarsi vicendevolmente a colpi di fioretto. Si dicono cose terribili con modi apparentemente gentilissimi. Si disprezzano con raffinatezza.

Svevo Moltrasio, autore, regista, attore di una serie web sui difetti dei francesi. Molto seguita ed amata da chi conosce i francesi. Meno comprensibile, forse, per chi non li conosce. La serie si chiama Ritals, che è il nome dispregiativo che viene dato agli italiani in Francia.

Naturalmente tutto ciò ha una spiegazione. La Francia è di gran lunga il paese più antico dell’Europa occidentale. Inghilterra e Spagna sono arrivati all’attuale consistenza in epoche più recenti; Italia e Germania da ben poco tempo. La Francia è stata, invece, un paese unitario (con modeste differenze dai confini attuali) da sempre, con una forte monarchia centrale di stanza a Parigi. Questa città è assolutamente centrale in Francia, tutto è concentrato lì. Non vi sono equivalenti di Milano, Barcellona, Amburgo, Francoforte. A Parigi risiedeva un re potentissimo, circondato da una folla di nobili che componevano la Corte. A cui si aggiungevano artisti, intellettuali, condottieri. La crema di una nazione intera era concentrata a Corte, dove sbafavano il frutto del lavoro di milioni di disgraziati che languivano nel resto del paese. Ed è a Corte che nasce la cultura dei francesi; non nei borghi come in Italia, nei conventi come in Spagna, nei castelli in campagna come in Inghilterra o nei magazzini delle merci come in Olanda.

Immaginiamoci quindi una società di ricchi oziosi che si disputano l’un con l’altro la benevolenza della Maestà, accompagnata immancabilmente dai soldi degli appannaggi. E come si combattono questi ricchi, pigri, dispettosi ed infantili Signori? Con le battute salaci; con le risposte acide; con l’astio del mio sangue più blu del tuo; con l’eleganza raffinata dei modi e degli abiti, ma non certo dell’animo; con il disprezzo verso gli altri. Bisognava scintillare per attrarre l’attenzione del Re, ed i suoi soldi. Si doveva essere brillanti di spirito, svelti di lingua, eleganti nei modi. La sostanza contava poco, l’immagine moltissimo. In quelle Corti avvelenate dagli odi doveva predominare l’abitudine sciacallesca di sbranare chi si trovasse in difficoltà; un avversario eliminato! Tutto ciò è la cultura francese attuale.

Di particolare sgradevolezza è, ai giorni nostri, l’ultima abitudine appena menzionata. Se il loro interlocutore falla in un qualche modo, il francese medio è subito pronto ad avventarglisi contro facendogli rimarcare l’errore commesso, l’imprecisione dimostrata, una qualche inadeguatezza nello svolgere un compito. Pare che ne godano a rinfacciarsi le cose: totale mancanza di signorilità, umanità, sensibilità. Degli avvoltoi in cerca delle mancanza altrui. Ed è per questo che quando un francese si trova in fallo, reagisce con veemenza; per parare i colpi che stanno per arrivare copiosi.

L’arroganza e la supponenza grondano copiosi in Francia, grande guele la chiamano loro stessi. La mancanza di educazione impera sovrana. Ad una cena formale a cui partecipavo ho sentito un francese dire che gli italiani sono tutti magnaccia. Non conto le volte che dei francesi, appena si son resi conto del mio accento italiano, hanno esclamato felici: “Mafioso”. Innumerevoli le volte che non riconoscendo il vostro accento vi chiederanno da dove venite; e non perché gliene importi qualcosa, ma solo per farvi rimarcare il fatto che siete stranieri; giusto per tenervi a distanza. In un ristorante a Tolosa si sono rifiutati di servirmi perché in compagnia di una donna nera.

In questo contesto è facile immaginarsi come i francesi abbiano trattato, trattino e tratteranno i loro colonizzati prima in Africa e poi in casa loro. Abissi di razzismo, molto spesso mascherato da quell’aria di accondiscendenza che è gentile avere nei confronti degli inferiori. Paternalismo, aria di sufficienza, velato (se non aperto) disprezzo. E’ una cosa insopportabile. Non c’e’ quindi da meravigliarsi se, frequentemente, divampino episodi di cieca violenza; come quando bruciavano le macchine o si organizzano attentati terroristici. Se ci avete fatto caso gli autori di quest’ultimi sono quasi tutti nati in Francia. Si dicono combattenti islamisti, ma le loro azioni credo siano, più semplicemente, risposta al disprezzo di cui quelle persone, e le loro comunità, sono state fatte perennemente oggetto.

Qualcuno dirà che non tutti i francesi sono così e che vi sono delle eccellenti e sensibili persone. Ovviamente è così, soprattutto nelle contrade marginali del paese. Ma essendo la Francia una nazione straordinariamente accentrata, lo spirito, le abitudini, l’essenza del paese si costruisce a Parigi e da lì si irradiano incontenibili verso il resto della Francia.

Io non ci vado più, per non rovinarmi il fegato, ed altrettanto consiglio a voi.

La complicata festa dell’Alarde di Hondarribia

L’Alarde de Hondarribia. La sfilata. Foto dal sito della Fondazione che organizza la manifestazione.

Questa è una vicenda tutta spagnola in terra basca ed è anche molto istruttiva di come vanno certe faccende turistiche.

Hondarribia (in basco, mentre in spagnolo sarebbe Fuenterrabia) è una cittadina proprio alla frontiera con la Francia, sull’oceano Atlantico. Nel 1638 la popolazione difese con successo la città dagli attacchi francesi. Da quel momento tutti gli anni, fino ad oggi, in settembre, la popolazione sfila in ricordo dell’evento. Tale sfilata è chiamata Alarde che vorrebbe letteralmente dire rivista militare.  Ci sono stati molti cambiamenti nei secoli; da metà del 1800 si sono formate delle “compagnie” per quartiere o per mestiere, che sfilano l’una dopo l’altra, vestiti alla basca, suonando dei pifferi e/o portando dei fucili. Sono migliaia di persone. In testa una compagnia di “boscaioli” che in realtà è la crema della società cittadina, una specie di massoneria nella quale non si entra che per nascita e reddito. La manifestazione è piuttosto monotona.

Fin qui i fatti. Ora i significati. Come succede a Siena con il Palio, la festa non è solo una festa. In realtà è un complesso rito identitario e federativo della città. E’ una cerimonia interclassista ed intergenerazionale. E’ il patrimonio immateriale della città, l’Alarde rappresenta il fondo dell’anima degli abitanti di quella città. E’ cosa loro, proprio come a Siena. Da un punto di vista politico è evidente che è una forma per smussare le tensioni sociali; tutto ciò che è federativo finisce per diventare un modo di conservare il potere da parte di chi ce l’ha. E non è per caso che la prima compagnia che sfila sia proprio quella della crema della città. Per l’appunto vestiti in un modo molto diverso dagli altri e con degli stranissimi ed enormi cappelli, tipo quelli della guardia reale inglese. Quindi, prima e diversi passano i maggiorenti, dietro il popolo. E che stia buonino; questa pare essere la base politica dell’Alarde.

Poco si sa della festa durante il Franchismo. Certo l’identità assolutamente basca della festa doveva stridere con lo spirito spagnolissimo del regime. Ma la Chiesa, sempre franchista, era massicciamente presente nella cerimonia e la borghesia cittadina, in fondo, trovava nel regime sufficienti vantaggi per dimenticare il nazionalismo basco. Uno dei principali esponenti dell’Alarde prefranchista, un certo generale repubblicano, fu infatti fucilato ed insieme a lui un gran numero di socialisti baschi della città. Tanto che negli anni successivi alla guerra le sfilate furono tristi e sparute, ma si continuarono a fare, anche con la presenza di Franco, in una occasione.

Si capisce, insomma, che l’Alarde non fu affatto un luogo di resistenza al franchismo e di nazionalismo basco. Ma qualcosa di strano successe comunque. E fu un fatto a cui gli studiosi del turismo dettero enorme importanza.

Anche Franco assisteva all’Alarde di Hondarribia, in quei tempi Fuenterrabia.

Ecco cosa avvenne. Verso la sua fine, il regime franchista espresse un’ansia di modernizzazione e di sviluppo di quel paese che aveva condannato alla miseria per tre decenni. In particolare ad Hondarribia fu costruito ed inaugurato dal proprio Generalissimo, un Parador Nacional: un grande albergo di lusso per turisti stranieri. Dalle sue finestre si poteva veder passare la sfilata del Alarde ed il governo locale decise di raddoppiare le parate, facendone una la mattina ed una il pomeriggio, ad usum turisti.

In quegli anni girava nella zona un giovane studioso americano, tale Davydd J. Greenwood, a cui parve che il popolo di Hondarribia fosse molto malcontento per la “turistizzazione” della loro sfilata. Credette anche che non si riuscisse più a trovare le persone per fare la parata e che il Comune avrebbe dovuto pagarle per metterla in piazza. Una tradizione secolare sarebbe stata quindi uccisa dal turismo. Su questa sua intuizione, ci fece un dotto articolo che fu pubblicato. Gli studiosi di turismo vi si gettarono sopra prendendo Hondarribia come esempio dei danni che il turismo può fare al patrimonio culturale di un luogo e lodando l’integrità degli abitanti che preferivano eutanasiare una festa che corromperla con sguardi estranei.

In realtà della teoria dell’americano non vi è traccia nella storia dell’Alarde; gli stessi partecipanti alla festa non ne sanno niente e non si ricordano di niente. Probabilmente fu un abbaglio dello studioso. E ciò è un peccato perché in tempi di rivolta contro l’overturismo, quali quelli che noi viviamo attualmente, un esempio di reazione composta e netta della popolazione contro l’eccesso dei turisti sarebbe stata molto interessante. Un gran bel precedente, sarebbe stato, se solo fosse stato vero. Peccato.

Erano anche gli anni del ritorno prepotente del nazionalismo basco e nel 1975, subito dopo la sfilata si formò una manifestazione politica contro la Spagna, durante la quale la tremenda Guardia Civile uccise un manifestante; tale Jesus Zabala, di 22 anni, che ad ogni Alarde viene a tutt’oggi ricordato.

Ma la parte più interessante della storia arriva ora. Tutte le compagnie che sfilano durante l’Alarde sono maschili; ovviamente, perché ricordano le milizie che difesero la città. Quindi la città, nel giorno della sfilata, si divide in due: quasi tutti gli uomini sfilano, quasi tutte le donne fanno da spettatori. Ogni compagnia ha una sola donna: una cantiniera che sfila all’inizio. Ricorda le donne che davano da bere ai militari, dopo le guardie. Ruolo in certi periodi molto apprezzato, in altri ridotto a rango quasi di prostituta. Vabbè.

Sfilano le donne e le spettatrici si nascondano dietro i teli neri. Foto di Cadenaser.

Dalla fine degli anni ’90, nella scia del femminismo rampante in Spagna, delle donne hanno voluto partecipare alla sfilata. Il Comune e gli abitanti si sono massicciamente opposti. Le donne, allora, han fatto ricorso al tribunale che ha sancito il loro diritto a partecipare alla manifestazione. Si è formata un’ulteriore compagnia, mista di molte donne e pochissimi uomini che fa la sua rivista in ultima posizione, non partecipa ufficialmente e non ha diritto di fare tutta la cerimonia. L’organizzazione della sfilata era a cura del Comune. Dopo che il tribunale ha ingiunto al Comune di ammettere la compagnia mista, il Comune stesso ha preferito disfarsi del compito e passarlo ad una Fondazione che, in quanto soggetto privato, non ha l’obbligo di inserire nel programma completo la compagnia mista. Quando quest’ultima sfila, viene giù il mondo dai fischi e dagli urli degli spettatori, in grande maggioranza, come già detto, donne. Molte portano cartelli negri, danno alla sfilata le spalle, o si coprono i volti con lunghi teli di plastica nera. Le polemiche fioccano, anche a livello nazionale. Una roba da non credere, tanto casino per una festa.

La spiegazione è semplice e ritrova un po’ di quegli elementi che lo studioso americano aveva annusato a fine anni ’60. Gli abitanti, compatti, dicono che l’Alarde è affar loro, che è sempre stato senza donne (salvo la cantiniera), che rappresenta la loro identità e che non saranno delle femministe venute da fuori o un tribunale a dettar legge nella loro tradizione. E si badi bene che le donne di Hondarribia sono le più accanite a non volere la compagnia mista. Al limite gli uomini sembrano più possibilisti.

La vicenda è tipicamente spagnola; intorno alle feste si fa una grande polemica che sfocia nella politica (l’Alarde sarebbe diventato ora un feudo della destra) e finisce per mescolare tutto in un tale casino che nessuno ci capisce più niente.

Ma è anche un grande segno di vitalità della festa, se qualcuno arriva alle mani (è successo) per difenderne una sua visione. Quindi non solo folclore, non solo pattume turistico, ma anche forte sentimento di identità. Una faccenda che va seguita.

 

 

 

Gli italiani all’estero ed i turisti

Al turista italiano può capitare di incrociare, durante i propri viaggi, altri italiani che sono stabilmente residenti nel paese visitato. Questo fatto è assai probabile, dal momento che l’emigrazione italiana nel mondo è, storicamente, enorme (anche se ce ne vogliamo dimenticare, in questi periodi bui). Alcuni turisti rifuggono dall’inconro con altri italiani (sono in viaggio anche per dimenticarseli, almeno per un momento); altri, invece, amano riconoscerli e scambiarci due parole nella lingua materna.

Le due categorie, turisti e residenti, non sono molto compatibili, a dire la verità. I primi sono attratti dai residenti ed a volte ne sono addirittura affascinati: parlano la lingua locale, sanno tutto, si muovono con agilità. I residenti sono invece un po’ annoiati dai turisti che fanno sempre le stesse domande e non sanno mai niente. Li trovano fastidiosi ed impiccioni. Difficilmente verrà loro in mente di invitarli una sera a cena a casa propria. Mentre il locale si batte contro le difficoltà quotidiane, il turista è incantato da una chiesa o dal merengue. Difficile intendersi con due punti di vista così lontani.

Ma è bene che il turista sappia distinguere le diverse categorie di italiani residenti per meglio poter scegliere una strategia di approccio. Par carpir loro i segreti interni della località visitata. I residenti si beccano sui mille gruppi FB “Italiani a…”

Emigrati storici ed i loro discendenti. I secondi ormai non hanno più niente di italiano, salvo il cognome. Parlano male o nulla l’italiano ed al massimo vi intratterranno con la nonna siciliana e la sua lasagna. Perfettamente inutile frequentarli. I primi saranno ormai molto vecchi ed ampiamente rincoglioniti. Si ricorderanno vagamente di un’Italia povera da cui sono fuggiti. Conservano nel loro cuore il dolore del distacco dal loro paesello, dalla famiglia, dagli amici; sono ancora rabbiosi per esser stati obbligati dalla miseria all’emigrazione. Molti dei loro amici di infanzia sono rimasti a casa e la loro vita non è poi stata troppo male. Forse era meglio restare, senza patire il trauma della lontanaza.  Parlano con fervore della loro nuova patria, un po’ perché ha comunque permesso loro di vivere, un po’ perché se dicessero di esser finiti in una merda di posto dovrebbero ammettere di aver sbagliato tutto in vita loro. In generale sono persone abbastanza agrie e non conviene intrattenervicisi soverchiamente. Ovverosia, lasciateli perdere. Molti sono sfacciatamente di destra; vissuti con il mito del self made man, una specie di eroe contro la solidarietà fra individui.

I pensionati.  Una categoria assai recente di italiani residenti all’estero sono i pensionati. La pensione di chi prende la residenza all’estero non viene tassata; ed in certe nazioni i pensionati esteri non sono tassati dallo Stato in cui risiedono. Quindi queste coppiette si ritrovano con una pensione fortemente aumentata e magari in un paese con il costo della vita moderato. Sono improvvisamente diventati ricchi! All’inizio affrontano la loro vita con estrema gioia e soddisfazione. Da buoni italiani sono soprattutto felici di gabbare lo Stato e di non pagare le tasse. Scoprono un paese nuovo, hanno i dindini in tasca; paion fanciulli al primo giorno di vacanza natalizie.

Ma….   Ma poi arriva la realtà. Hanno l’obbligo di vivere in quel paese per almeno 6 mesi l’anno e sei mesi sono tanti. Si parla di paesi come il Portogallo, la Tunisia (solo per i pensionati statali), l’Albania, la Bulgaria, il Cile. Non parlano la lingua e a quell’età non riescono ad impararla (prova a parlare il bulgaro a 65 anni….). Ogni problema diventa insormontabile: una fuga d’acqua, i rapporti con il proprietario della casa, i prodotti al mercato sempre un po’ diversi da quelli italiani, la solitudine. Finiscono fatalmente fra di loro, intristiti, a parlar male del paese dove son finiti e dei loro abitanti. Pochi quelli soddisfatti della vita. Trasmetteranno al turista amarezza e rancore. E comunque non avranno capito e saputo quasi nulla del posto dove abitano.  Non saranno di nessuna utilità.

Un po’ meglio può andare con i pensionati ricchi, slegati dal semestrale obbligo di residenza. Loro sono liberi di tornare in Italia quanto vogliono, avranno acquistato una seconda (o terza) casa alle Canarie, a Malindi, a Miami e vivono sereni. Ma difficilmente vorranno avere a che fare con un turista come voi che, magari, alloggia nell’alberghetto ed ha, come secondo fine, quello di scroccare una cena come si deve.

I disoccupati espulsi. Frotte di giovani italiani, stanchi di fare i maloccupati nella  pesantissima atmosfera nazionale, mollano gli ormeggi e la famiglia e migrano in posti che paiono loro attraenti: Londra, Irlanda, Portogallo, Atene, Sud Africa ed altre esoticità. Fanno spesso lavori infami come lavapiatti, addetti ai famigerati call center, smanettoni informatici, improvvisati pizzaioli. Ho conosciuto venditori di aloe vera alle Canarie, camerieri di bar periferici ad Atene, istruttrici di pilates a Lisbona. Ma almeno hanno uno stipendiuccio, vivono in un ambiente diverso e spesso stimolante e si son levati di torno dalla patria depressione. Ecco, se il turista è di quella fascia di età, questi sono i migliori compagni possibili: conoscono tutti i locali e vi ci portano volentieri, sono prodighi di consigli, tengono blog su cosa fare la sera o quali sono le migliori spiagge della zona. Si muovono molto con i giovani locali e se vi comportate come si deve vi aggregheranno alle loro uscite.

La marmaglia.  Vi è poi un’altra categoria di italiani all’estero che ho già ampiamente descritto in questo post su Santo Domingo. Ma sono frequenti anche altrove, soprattutto nei paesi più poveri dell’Italia. Sono una mandria di razzisti, cafoni, fascisti e puttanieri (anche donne, s’intende) che hanno lasciato (in alcuni casi hanno dovuto lasciare, in fretta) l’Italia per andare a fare i gradassi a spese di quelli che son costretti a chinare il capo per miseria. Sanno tutto loro, sanno fare tutto loro, i locali sono delle cacche, buoni/e solo ad esser trombati. Poi li ritrovi a vendere tranci di pizza e ad affittare gli ombrelloni. Loro sono emigrati ma gioiscono per gli annegamenti nel Mediterraneo. Sputano sentenze e si dannano il fegato per l’invidia; parlano malissimo gli uni degli altri, facendosi incessantemente le scarpe a vicenda. Conoscono bene l’ambiente dove abitano, parlano i dialetti locali, sarebbero una fonte infinita di informazioni, aneddoti, storie di vita vera. Ma la loro frequentazione è scoraggiante e sconsigliata. E sono legioni. Sono gli emigrati degli ultimi 20 – 25 anni, frutto della deliquescenza italiana. Ne sono il pus. Occhio, sono maestri nell’arte di non pagare.

I lavoratori. Ci sono, infine, i lavoratori. Quelle persone serie che stano all’estero per fare la loro normale vita. Gente che ha un lavoro, una casa, magari una famiglia, amici italiani e locali. Persone, purtroppo, che hanno poco tempo da passare con i turisti. E magari anche poca voglia, vista la brevità e l’inevitabile superficialità del rapporto.

Si conferma quindi che i rapporti fra turisti e residenti sono difficilmente praticabili. Due mondi separati che hanno la tendenza a restarlo; a conferma della sostanziale “anormalità” del fenomeno turistico.

Di chi era il dentino di Isernia: campeggiatori, macellai o carognari?

Il dentino da latte ritrovato ad Isernia nel 2014. La datazione è di 570.000 anni. Foto di: http://www.unife.it, Claudio Berto, Julie Harnaud via Wki Commons.

Siamo nell’attuale periferia meridionale di Isernia. E ci troviamo verso l’incredibile data di 570 mila anni fa. La zona non è profondamente incisa come la vediamo oggi; è invece pianeggiante, tanto che in alcuni punti si è formata una palude. Intorno delle montagne. Il clima è leggermente più fresco e secco dell’attuale. Nella parte pianeggiante prevalgono le praterie con degli alberi sparsi. Sono luoghi ideali per il pascolo degli erbivori. Ma lungo i fiumi ed intorno alla palude, la presenza dell’acqua e dell’umidità notturna, favorisce la presenza di molti altri alberi che perdono le foglie d’autunno: ontani, pioppi, salici, platani. La vegetazione è fitta e vi è del sottobosco. Si tratta di quelle che vengono chiamate “foreste a galleria”, proprio perché formano delle gallerie all’interno delle quali scorre il fiume; alle spalle della galleria si trovano le savane, le praterie. Sulle alture circostanti, la temperatura più fresca ed una buona presenza di umidità permette la crescita dei castagni e dei faggi. E’ molto difficile paragonare un paesaggio preistorico ad uno attuale europeo: le profonde trasformazioni fatte dall’uomo hanno sconvolto tutto: regimazioni dei corsi d’acqua, coltivazione dei campi, sistemazione delle colline.  Ma se vogliamo farci un’idea del paesaggio di quel luogo in quel momento, possiamo pensare a certe zone poche abitate della Maremma fra il profondo sud della Toscana e l’inizio del Lazio. Vasti spazi aperti, con foreste a gallerie dove c’e’ l’acqua e boschi sulle alture. Il tutto un po’ più freddo di come sia ora la Maremma. In altre parole: vedendo quel paesaggio non troveremmo niente di particolarmente strano; ci parrebbe familiare, solo molto “naturale”.

Resteremmo invece sbalorditi al vedere gli animali che si aggirano in codesto bucolico paesaggio. Non crederemmo ai nostri occhi e sarà anche difficile credere a quanto state leggendo. E’ invece tutto provato, fin nei minimi dettagli. Nelle praterie vedremmo molti bisonti, ma anche degli elefanti e dei rinoceronti. A dar loro la caccia, addirittura, dei leoni e dei leopardi. Sulle alture, delle specie di capre. Più vicini alla vegetazione lungo i fiumi e la palude troveremmo dei cervi, dei daini e dei caprioli, addirittura degli orsi; nella macchia più fitta dei cinghiali ghiotti delle ghiande di leccio.

Non deve stupire la strana mescolanza di animali, che noi associamo a climi freddi, come i bisonti,  in compagnia di altri, di tipo “africano”. Ci sono due spiegazioni. La prima ci dice che questi animali non sono esattamente come quelli esistenti attualmente; erano i loro progenitori con alcune caratteristiche leggermente differenti e che potevano essersi adattati a climi differenti da quelli in cui vivono i loro attuali discendenti. Ad esempio, i mammut sono pur sempre degli elefanti, eppure vivevano nel freddo della Siberia. La seconda spiegazione ci dice invece che molti degli animali scomparsi dall’Europa, lo sono semplicemente per il fatto che sono stati sterminati dall’uomo. Se non fosse per costui, i leoni si aggirerebbero nei boschi appenninici; e se non fosse per i Parchi nazionali africani, i leoni sarebbero spariti anche da quel continente.

Nella palude sguazzavano gli ippopotami, si posavano i germani reali e i tuffetti, nuotava la tartaruga d’acqua insieme a numerosi pesci e stazionavano le rane. Sulle rive si aggiravano diverse specie di roditori ed alcuni insettivori del tipo della talpa. Insomma una flora ed una fauna molto varia: un bellissimo esempio di biodiversità. L’accostamento di una ambiente a prateria, di uno ricco di vegetazione arborea e di un terzo acquatico, come la palude, ha permesso un vero formicolio di vita dove la ricerca del cibo è certamente più agevole.

Verso i margini della palude vi era uno spazio libero, probabilmente fangoso, ove si svolgeva una parte interessante della vita del microcosmo che abbiamo appena descritto. Ebbene, quello spazio è ancora lì e viene scavato poco a poco fin dal 1978, quando tornò alla luce in occasione della costruzione di una strada che lo prese in pieno. Fortuna volle che fosse presente un colto appassionato, che se ne accorse e dette l’allarme.

Quello spazio, di qualche centinaia di metri quadrati,  fu provvidenzialmente salvato dalle ingiurie del tempo grazie a degli importantissimi fenomeni vulcanici, ben conosciuti in Campania e Molise, che ricoprirono il tutto con un bello strato di materiale vulcanico “leggero”, in un modo simile a quello che avvenne a Pompei, ormai quasi ai giorni nostri. E’ molto probabile che sia stato il vulcano di Roccamonfina, a 35 km da Isernia, ad eruttare quella pomice. Il vulcano si è poi estinto circa 50.000 fa, ma la zona è ancora oggi sismica e sottoposta a movimenti tettonici.

Ma cosa c’era in quello spazio e cosa c’e’ rimasto ancora, che ha riempito di entusiasmo gli archeologi e di meraviglia i visitatori? Moltissime cose, che danno una enorme quantità di informazioni sulle vicende che vi si svolsero – vale la pena ricordarlo – 570.000 anni fa, decina di millenni più, decina di millenni meno. Il problema, magari, sta nelle interpretarle correttamente. Il fatto fondamentale è che in quell’ambiente vi era un elemento ulteriore, finora taciuto: l’uomo! E dopo vedremo di che tipo.

Lo spazio è in lieve discesa e presenta una base di terra fine, che diventava fanghiglia quando si bagnava, ricoperto da uno strato quasi continuo di sassi di travertino di medie dimensioni e da una quantità stupefacente di ossa degli stessi animali di cui abbiamo parlato precedentemente. Le ossa non sono in connessione anatomica e ciò vuol dire che sono state disarticolate dallo scheletro a cui appartenevano, spostate, manipolate. Fra i blocchi di travertino e le ossa sono anche state trovate delle buone quantità di schegge di selce. La materia prima, da cui sono state tolte le schegge, proviene dai dintorni, se ne trova ancora. Questo tipo di pietra si forma naturalmente all’interno delle rocce calcaree. In questo caso si presenta sottoforma di lastre di pochi centimetri di spessore. Queste lastre sono state scheggiate dall’uomo per trarne degli attrezzi che sono poi stati abbandonati fra i sassi e le ossa.

Soffermiamoci sulle ossa. La caratteristica principale è che il campionario presente non è casuale; in altre parole non ci sono un po’ tutte le ossa, in percentuale simile a quella nella quale sono rappresentate negli scheletri dei diversi animali. Ce ne sono solo alcune ed in particolare i crani e le ossa lunghe, almeno per quanto riguarda gli animali di dimensioni più grosse.  Inoltre le ossa non sono affatto intere, ma molte sono state spezzate; e ciò è successo quando erano ancora fresche. Questo particolare lo si deduce dalle caratteristiche del punto di rottura, ben diverse se l’osso si è rotto da fresco o da secco. Altro aspetto fondamentale è la differente presenza delle ossa dei differenti animali. Quello di gran lunga più rappresentato è il bufalo con diverse decine di esemplari, poi viene il cervo e il cinghiale. Sporadici gli elefanti e gli orsi, un solo esemplare di leone. In questi casi si parla di “numero minimo di individui”. Il concetto è intuitivo: si contano tutti i tipi di ossa della stessa specie e si identifica quello più presente. Diciamo sia stato il femore destro: se ve ne sono 10, ci devono essere stati almeno 10 individui, anche se probabilmente ce n’erano molti di più e gli altri femori destri sono finiti altrove.

Le ossa non solo erano spezzate, ma avevano subito altre manipolazioni. E’ comune, negli studi sul Paleolitico, osservare con estrema attenzione la superficie delle ossa animali, ritrovate negli scavi, per identificare delle eventuali tracce. Tale scienza si chiama, con poca fantasia, “tracceologia” ed è molto utilizzata anche in ambito forense. Sono necessarie analisi con microscopi avanzati; ma ormai vi è una buona conoscenza di quale operazione eseguita con quale strumento è stata effettuata su tale osso, solo osservando la forma e la posizione dei graffi lasciati . Un buon tracceologo osseo riesce a far parlare l’osso che ha studiato.  Nel caso di cui stiamo parlando, lo studio è stato particolarmente difficile in quanto la superficie delle ossa, per quanto ben protetta dal materiale vulcanico che le aveva ricoperte, si era in qualche modo “erosa” facendo perdere di consistenza e di dettagli i graffi lasciati dall’uomo. Con dura pena i tracceologi hanno comunque potuto stabilire che dalle ossa si era tolta la carne e si erano asportati i tendini utilizzando gli attrezzi in pietra che erano stati trovati lì intorno, fra i sassi e le ossa stesse. Naturalmente non vi è corrispondenza diretta fra quel graffio e quello strumento specifico; ma si sa con certezza che quel tipo di attrezzo in pietra ha lasciato sulle ossa quelle striature.

Inoltre è noto che durante la preistoria, le ossa lunghe e certe ossa del cranio, come le mandibole, venivano spezzate per trarne il succulento midollo, buono e nutriente, esattamente come facciamo noi con l’ossobuco. Il cranio veniva sfondato per mangiare il cervello, ovviamente.

Le pietre scheggiate, le selci, non erano di buona fattura. Già la materia prima non è di gran qualità: le lastre hanno uno spessore di pochi centimetri. Venivano poste su una pietra e con un’altra si batteva sul bordo: si staccava una scheggia. Se ne traevano delle schegge abbastanza informi e fini (e ciò era un vantaggio perché tagliavano meglio), lunghe quei pochi centimetri che rappresentavano lo spessore della lastra di partenza. Non vi sono casi di schegge tolte tenendo la lastra in piedi e sfruttandone la lunghezza o la larghezza, invece dello spessore; probabilmente la cattiva qualità della selce lo avrebbe impedito. La fattura di queste schegge dà l’idea di un attrezzo fatto in fretta, su due piedi, alla buona, senza particolare attenzione. Gli archeologi sperimentali sono intervenuti ed hanno studiato il caso, arrivando a conclusioni impressionanti.

Non desti stupore la massa di studi a cui hanno dato il via questi scavi. Il sito di Isernia – La Pineta (così si chiama ufficialmente) è certamente il più importante del Paleolitico Inferiore italiano.

La prima esperienza è consistita nello scheggiare esattamente quel tipo di lastra con la stessa tecnica che si era potuta desumere dall’osservazione delle schegge “vere”. Queste ultime sembravano essere caratterizzata dalla presenza, in molte di loro, di sorte di denticoli lungo i bordi. Si poteva presumere che tali denticoli fossero stati fatti intenzionalmente per ottenere un ben preciso strumento che si adattasse a delle particolari operazioni che si voleva eseguire. Invece è stato dimostrato che i denticoli sono il risultato spontaneo della scheggiatura di quel tipo di materiale con quel tipo di tecnica (la semplice percussione con un ciottolo). Quindi venne confermata l’impressione di selci “tirate via”, fatte alla buona. E, meravigliosamente, questa impressione fu confermata quando gli archeologi sperimentali riprodussero, con le schegge che loro stessi avevano fatto, le operazioni di scarnificazione su delle ossa di animale attuale. Ebbene, fu visto che dopo 10 o 15 minuti di lavoro il filo tagliente delle schegge era ormai rovinato e che non serviva più a gran cosa. L’ipotesi molto consistente suggerisce, quindi, che quegli uomini scheggiassero sommariamente le lastrine di selce che si trovavano sottomano e che dopo pochi minuti di uso l’attrezzo fosse ormai inservibile e venisse gettato, per farsene un altro nuovo. Dei veri e propri coltellini “usa e getta”. I bordi delle schegge sono consumati da tutti i lati; ciò vuol dire che l’utilizzatore se lo girava fra le dita via via che notava che un taglio era ormai rovinato, per andare a cercarne un altro ancora buono. Naturalmente i tracceologi hanno esaminato anche le schegge utilizzate ed hanno confermato l’uso che ne veniva fatto: scarnificazione e taglio dei tendini. Per rompere le ossa, queste venivano percosse da ciottoli o sbattute contro le pietre.

Ricapitoliamo i fatti ed affrontiamo il difficile capitolo della interpretazione del sito. Abbiamo una superficie coperta da pietre travertinose ed ossa di animali scarnificate ed intenzionalmente spezzate. La scarnificazione veniva effettuata con schegge grossolanamente preparate sul luogo. Le ossa sembrano essere state scelte in base al loro tipo ed in base all’animale a cui appartenevano.  Cosa avveniva, realmente in quel luogo?

Ebbi la fortuna di assistere ad una conferenza di Carlo Peretto e della sua equipe dell’Università di Ferrara, incaricati dello scavo, nei primi anni ’80. Lo scavo era iniziato da poco e si avevano le prime impressioni. Fu una conferenza emozionante. Peretto fu misuratissimo e non avanzò nessuna ipotesi. Ma appariva in grande tensione e disse una serie di frasi che furono chiare ai presenti: sprizzava entusiasmo da tutti i pori. Trent’anni dopo, in un’altra conferenza, a Verona, confermò pubblicamente che, in quegli anni, stavano lavorando su una ipotesi straordinaria. La rievocò con l’amabile nostalgia che si riserva ad un sogno di gioventù, ahimè, fallace.

Si pensava che gli antichi uomini avessero ricoperto quello spazio fangoso con le pietre e le ossa per farne un luogo di soggiorno. Certe piccole porzioni di terra, rotondeggianti e prive di pietre o di ossa, furono interpretate come i punti dove dei pali erano stati alzati per sorreggere tende di pelli o coperture di frasche. I crani sarebbero stati appoggiati con la calotta cranica verso l’alto in modo da rendere più agevole il camminarci sopra. Si sarebbe trattato della prima bonifica e della prima costruzione di un vero e proprio riparo, quasi una casa, della storia dell’umanità. La scoperta del secolo.

Poi gli scavi proseguirono e l’area diventò veramente troppo grande per essere stata un’abitazione; molti altri studi contribuirono alla comprensione del sito e si arrivò ad una più matura riflessione. Quella fantastica ipotesi venne accantonata.

Si è quindi pensato che si trattasse di una area di macellazione; un “macello”. Rappresenterebbe il luogo dove si svolgeva solo una della diversi fasi del processo di ricerca del cibo da parte di quella gente. Gli animali sarebbero stai cacciati ove possibile, scuoiati e ridotti in pezzi trasportabili. Le parti più interessanti sarebbero state portate nello spazio che ora è in scavo, dove sarebbe stata tolta loro la carne ed i tendini (da usare nei molti modi possibili); le ossa e i crani rimanenti sarebbero stati spezzati per prendere midollo e cervello. Ed infine la carne sarebbe stata portata in un terzo luogo per essere cotta e mangiata. Infatti nell’area non ci sono zone che mostrino le caratteristiche tipiche dei focolari (arrossamenti o decolorazioni delle pietre dovuti a lunghe esposizioni al fuoco), salvo in un punto, ma molto dubbio.

Questa ipotesi presenta alcuni aspetti critici. Il più importante verte sulla natura delle ossa presenti nello spazio scavato. Sono soprattutto crani ed ossa lunghe. Ora, appare problematico credere che dei cacciatori si caricassero sulle spalle una testa di bisonte per portarla al macello per trarne il cervello ed un po’ di midollo dalla mascella. Per non parlare poi del teschio di elefante e delle zanne. Perché portare delle zanne al macello ed abbandonarle lì? Ma anche: perché spostare una pesante zampa che può essere facilmente scarnificata là dove l’animale è stato ucciso? La carne può essere poi tagliata in pezzi di peso comodo ad essere portati da una sola persona. Questi uomini erano certamente robustissimi, ma di piccola taglia ed una coscia di bisonte ha un peso notevole. Poco spiegabile anche la relativa assenza di altre ossa. E’ certamente vero che i diversi tipi di ossa hanno una diversa resistenza al passare del tempo ed alcune spariscono; ma ciò non pare essere una spiegazione sufficiente al fatto che le ossa sembrino selezionate. Ed ancora: quel luogo è ricoperto, oltre che dalle ossa, da una grande quantità di sassi di travertino. Tali sassi non sono affatto arrotondati dall’acqua, ma sono irti di piccoli spunzoni. Non ci può essere luogo più scomodo per camminare, per sedersi, per inginocchiarsi mentre si lavora intorno alla scarnificazione di una zampa di bisonte. Ai tempi ci poteva essere dell’erba che facilitava le cose; ma non si capisce per quale motivo quei macellai avrebbero dovuto scegliere un luogo pieno di sassi quando potevano andare poco lontano su della comoda terra. L’unico vantaggio di quell’area sembra essere la presenza di ciottoli di calcare di cui servirsi per fare gli attrezzi “usa e getta” (non si usava solo la selce, ma anche tali ciottoli).

Si potrebbe pensare che quell’area fosse il greto della palude, che gli animali vi andassero ad abbeverarsi e lì fossero cacciati e spezzettati. Ma se così fosse  si dovrebbero trovare TUTTE le ossa od almeno quelle più resistenti. Il che non è.

Resta quindi un’altra possibilità, meno romantica. Si poteva trattare di una spiaggia della palude o del fiume, dove delle piene potevano portare le carcasse di animali affogati dalle alluvioni. Sulle quali, quei nostri progenitori si attivavano per contendere la carne ai batteri della putrefazione. Ulteriori ondate di piena avrebbero portato via le ossa meno pesanti lasciando sul posto solo quelle molto pesanti o quelle che erano rimaste incastrate fra le pietre.

Gli scavi continuano anche se lentamente – solo poche settimane ogni anno  –  nuovi elementi emergono e analisi più avanzate vengono compiute. Le esperienze si accrescono, altri esperti prendono in mano le cose. Ne sia ad esempio il tema della datazione del sito, che non è stato nemmeno sfiorato in questo capitolo. Le misurazioni sono ormai numerose e sono state fatte con metodi diversi. La datazione del sito è cambiata negli anni e si è venuta via via affinando fino a raggiungere l’attuale ipotesi, assai attendibile. Bisogna quindi avere solo pazienza e avremo delle idee sempre più precise su ciò che quella antica gente faceva realmente in quel luogo.

Ma chi erano costoro? Proprio nella campagna di scavi del 2014 emerse un elemento che riportò Isernia – La Pineta sui giornali. Una cosa anche commovente. In una di quelle lontanissime giornate, passate fra le carcasse degli animali, vi era anche un bambino. E forse addentando una di quelle ossa, per farsi una tartara su due piedi, magari ben frollata, ci perse un dentino da latte, un incisivo superiore. Che è stato ritrovato. Questa è la storia che avremmo voluto raccontare. In realtà il dentino non era ancora pronto a cadere, la radice non si era ancora riassorbita (anche i denti da latte hanno delle radici, sia pure più piccole; ad un certo momento cominciano a riassorbirsi e quando sono sparite, il dentino cade). Quindi quel bambino, di 6 anni circa, il dentino lo perse perché morì. Non sottovalutiamo il dentino: è il reperto umano più antico d’Italia!

Da un solo dentino, per di più da latte, non è stato possibile dedurre molte informazioni antropologiche di quella popolazione. Si trattava certamente dell’Uomo di Heidelberg che a quei tempi dominava l’Europa, dopo esservi immigrato dall’Africa. Dopo del tempo quell’uomo si trasformerà nel più noto Neandertal. Ma questa è tutt’altra storia.

Intorno al sito di Isernia è stato costruito un imponente Museo, forse un po’ deludente nei contenuti didattici ed esplicativi. Una parte dell’area scavata è stata tolta da dov’era e ricostruita nel museo ed è facilmente osservabile in molti dettagli. Ma l’area maggiore è ancora in posto ed è coperta da un enorme capannone vetrato. Il visitatore può quindi osservare, anche se un po’ da lontano ed attraverso dei vetri dove la polvere dei millenni si deposita, l’area di scavo. Durante le campagne di lavoro si può anche assistere alle operazioni e con un po’ di fortuna farsi amici di uno studente che potrà spiegare qualche dettaglio.

Per leggerne di più sul sito bisogna far riferimento alle numerose pubblicazioni di Carlo Peretto su Isernia che costellano tutta la sua carriera, fino ai giorni nostri.