Gli italiani all’estero ed i turisti

Al turista italiano può capitare di incrociare, durante i propri viaggi, altri italiani che sono stabilmente residenti nel paese visitato. Questo fatto è assai probabile, dal momento che l’emigrazione italiana nel mondo è, storicamente, enorme (anche se ce ne vogliamo dimenticare, in questi periodi bui).

Le due categorie, turisti e residenti, non sono molto compatibili, a dire la verità. I primi sono attratti dai residenti, a volte addirittura affascinati da loro: parlano la lingua locale, sanno tutto, si muovono con agilità. I residenti sono invece un po’ annoiati dai turisti: fanno sempre le stesse domande, non sanno niente; li trovano fastidiosi ed impiccioni. Difficilmente verrà loro in mente di invitarli una sera a cena a casa propria.

Ma è bene che il turista sappia distinguere le diverse categorie di italiani residenti per meglio poter scegliere una strategia di approccio. Par carpir loro i segreti interni della località visitata. I residenti si beccano sui mille gruppi FB “Italiani a…”

Emigrati storici ed i loro discendenti. I secondi ormai non hanno più niente di italiano, salvo il cognome. Parlano male o nulla l’italiano ed al massimo vi intratterranno con la nonna siciliana e la sua lasagna. Perfettamente inutile frequentarli. I primi saranno ormai molto vecchi ed ampiamente rincoglioniti. Si ricorderanno vagamente di un’Italia povera da cui sono fuggiti. Conservano nel loro cuore il dolore del distacco dal loro paesello, dalla famiglia, dagli amici; sono ancora rabbiosi per esser stati obbligati dalla miseria all’emigrazione e si chiedono se non avrebbero fatto meglio a restare; del resto a chi lo ha fatto non è poi andata troppo male. Parlano con fervore della loro nuova patria, un po’ perché ha comunque permesso loro di vivere, un po’ perché se dicessero di esser finiti in una merda di posto dovrebbero ammettere di aver sbagliato tutto in vita loro. In generale sono persone abbastanza agrie e non conviene intrattenervicisi soverchiamente. Ovverosia, lasciateli perdere.

I pensionati.  Una categoria assai recente di italiani residenti all’estero sono i pensionati. La pensione di chi prende la residenza all’estero non viene tassata; ed in certe nazioni i pensionati esteri non sono tassati. Quindi queste coppiette si ritrovano con una pensione fortemente aumentata e magari in un paese con il costo della vita moderato. Sono improvvisamente diventati ricchi! All’inizio affrontano la loro vita con estrema gioia e soddisfazione. Da buoni italiani sono soprattutto felici di gabbare lo Stato e di non pagare le tasse. Scoprono un paese nuovo, hanno i dindini in tasca; paion fanciulli all’ultimo giorno di scuola.

Ma….   Ma poi arriva la realtà. Hanno l’obbligo di vivere in quel paese per almeno 6 mesi l’anno e sei mesi sono tanti. Si parla di paesi come il Portogallo, la Tunisia (solo per i pensionati statali), l’Albania, la Bulgaria. Non parlano la lingua e a quell’età non riescono ad impararla (prova a parlare il bulgaro a 65 anni….). Ogni problema diventa insormontabile: una fuga d’acqua, i rapporti con il proprietario della casa, i prodotti al mercato sempre un po’ diversi da quelli italiani, la solitudine. Finiscono fatalmente fra di loro, intristiti, a parlar male del paese dove son finiti e dei loro abitanti. Pochi quelli soddisfatti della vita. Trasmetteranno al turista amarezza e rancore. E comunque non avranno capito e saputo quasi nulla del posto dove abitano.  Non saranno di nessuna utilità.

Un po’ meglio può andare con i pensionati ricchi, slegati dal semestrale obbligo di residenza. Loro sono liberi di tornare in Italia quanto vogliono, avranno acquistato una seconda (o terza) casa alle Canarie, a Malindi, a Miami e vivono sereni. Ma difficilmente vorranno avere a che fare con un turista come voi che, magari, alloggia nell’alberghetto.

I disoccupati espulsi. Frotte di giovani italiani, stanchi di fare i maloccupati nella  pesantissima atmosfera nazionale, mollano gli ormeggi e la famiglia e migrano in posti che paiono loro attraenti: Londra, Irlanda, Portogallo, Atene, Sud Africa ed altre esoticità. Fanno spesso lavori infami come lavapiatti, addetti ai famigerati call center, smanettoni informatici, improvvisati pizzaioli. Ho conosciuto venditori di aloe vera alle Canarie, camerieri di bar periferici ad Atene, istruttrici di pilates a Lisbona. Ma almeno hanno uno stipendiuccio, vivono in un ambiente diverso e spesso stimolante e si son levati di torno dalla patria depressione. Ecco, se il turista è di quella fascia di età, questi sono i migliori compagni possibili: conoscono tutti i locali e vi ci portano volentieri, sono prodighi di consigli, tengono blog su cosa fare la sera o quali sono le migliori spiagge della zona. Si muovono molto con i giovani locali e se vi comportate come si deve vi aggregheranno alle loro uscite.

La marmaglia.  Vi è poi un’altra categoria di italiani all’estero che ho già ampiamente descritto in questo post su Santo Domingo. Ma sono frequenti anche altrove, soprattutto nei paesi più poveri dell’Italia. Sono una mandria di razzisti, cafoni, fascisti e puttanieri (anche donne, s’intende) che hanno lasciato (in alcuni casi hanno dovuto lasciare, in fretta) l’Italia per andare a fare i gradassi a spese di quelli che son costretti a chinare il capo per miseria. Sanno tutto loro, sanno fare tutto loro, i locali sono delle cacche, buoni/e solo ad esser trombati. Poi li trovi a vendere tranci di pizza e ad affittare gli ombrelloni. Loro sono emigrati ma gioiscono per gli annegamenti nel Mediterraneo. Sputano sentenze e si dannano il fegato per l’invidia; parlano malissimo gli uni degli altri, facendosi incessantemente le scarpe a vicenda. Conoscono bene l’ambiente dove abitano, parlano i dialetti locali, sarebbero una fonte infinita di informazioni, aneddoti, storie di vita vera. Ma la loro frequentazione è scoraggiante e sconsigliata. E sono legioni. Sono gli emigrati degli ultimi 20 – 25 anni, frutto della deliquescenza italiana. Ne sono il pus. Occhio, sono maestri nell’arte di non pagare.

I lavoratori. Ci sono, infine, i lavoratori. Quelle persone serie che stano all’estero per fare la loro normale vita. Gente che ha un lavoro, una casa, magari una famiglia, amici italiani e locali. Persone, purtroppo, che hanno poco tempo da passare con i turisti. E magari anche poca voglia, vista la brevità e l’inevitabile superficialità del rapporto.

Si conferma quindi che i rapporti fra turisti e residenti sono difficilmente praticabili. Due mondi separati che hanno la tendenza a restarlo; a conferma della sostanziale “anormalità” del fenomeno turistico.

Di chi era il dentino di Isernia: campeggiatori, macellai o carognari?

Il dentino da latte ritrovato ad Isernia nel 2014. La datazione è di 570.000 anni. Foto di: http://www.unife.it, Claudio Berto, Julie Harnaud via Wki Commons.

Siamo nell’attuale periferia meridionale di Isernia. E ci troviamo verso l’incredibile data di 570 mila anni fa. La zona non è profondamente incisa come la vediamo oggi; è invece pianeggiante, tanto che in alcuni punti si è formata una palude. Intorno delle montagne. Il clima è leggermente più fresco e secco dell’attuale. Nella parte pianeggiante prevalgono le praterie con degli alberi sparsi. Sono luoghi ideali per il pascolo degli erbivori. Ma lungo i fiumi ed intorno alla palude, la presenza dell’acqua e dell’umidità notturna, favorisce la presenza di molti altri alberi che perdono le foglie d’autunno: ontani, pioppi, salici, platani. La vegetazione è fitta e vi è del sottobosco. Si tratta di quelle che vengono chiamate “foreste a galleria”, proprio perché formano delle gallerie all’interno delle quali scorre il fiume; alle spalle della galleria si trovano le savane, le praterie. Sulle alture circostanti, la temperatura più fresca ed una buona presenza di umidità permette la crescita dei castagni e dei faggi. E’ molto difficile paragonare un paesaggio preistorico ad uno attuale europeo: le profonde trasformazioni fatte dall’uomo hanno sconvolto tutto: regimazioni dei corsi d’acqua, coltivazione dei campi, sistemazione delle colline.  Ma se vogliamo farci un’idea del paesaggio di quel luogo in quel momento, possiamo pensare a certe zone poche abitate della Maremma fra il profondo sud della Toscana e l’inizio del Lazio. Vasti spazi aperti, con foreste a gallerie dove c’e’ l’acqua e boschi sulle alture. Il tutto un po’ più freddo di come sia ora la Maremma. In altre parole: vedendo quel paesaggio non troveremmo niente di particolarmente strano; ci parrebbe familiare, solo molto “naturale”.

Resteremmo invece sbalorditi al vedere gli animali che si aggirano in codesto bucolico paesaggio. Non crederemmo ai nostri occhi e sarà anche difficile credere a quanto state leggendo. E’ invece tutto provato, fin nei minimi dettagli. Nelle praterie vedremmo molti bisonti, ma anche degli elefanti e dei rinoceronti. A dar loro la caccia, addirittura, dei leoni e dei leopardi. Sulle alture, delle specie di capre. Più vicini alla vegetazione lungo i fiumi e la palude troveremmo dei cervi, dei daini e dei caprioli, addirittura degli orsi; nella macchia più fitta dei cinghiali ghiotti delle ghiande di leccio.

Non deve stupire la strana mescolanza di animali, che noi associamo a climi freddi, come i bisonti,  in compagnia di altri, di tipo “africano”. Ci sono due spiegazioni. La prima ci dice che questi animali non sono esattamente come quelli esistenti attualmente; erano i loro progenitori con alcune caratteristiche leggermente differenti e che potevano essersi adattati a climi differenti da quelli in cui vivono i loro attuali discendenti. Ad esempio, i mammut sono pur sempre degli elefanti, eppure vivevano nel freddo della Siberia. La seconda spiegazione ci dice invece che molti degli animali scomparsi dall’Europa, lo sono semplicemente per il fatto che sono stati sterminati dall’uomo. Se non fosse per costui, i leoni si aggirerebbero nei boschi appenninici; e se non fosse per i Parchi nazionali africani, i leoni sarebbero spariti anche da quel continente.

Nella palude sguazzavano gli ippopotami, si posavano i germani reali e i tuffetti, nuotava la tartaruga d’acqua insieme a numerosi pesci e stazionavano le rane. Sulle rive si aggiravano diverse specie di roditori ed alcuni insettivori del tipo della talpa. Insomma una flora ed una fauna molto varia: un bellissimo esempio di biodiversità. L’accostamento di una ambiente a prateria, di uno ricco di vegetazione arborea e di un terzo acquatico, come la palude, ha permesso un vero formicolio di vita dove la ricerca del cibo è certamente più agevole.

Verso i margini della palude vi era uno spazio libero, probabilmente fangoso, ove si svolgeva una parte interessante della vita del microcosmo che abbiamo appena descritto. Ebbene, quello spazio è ancora lì e viene scavato poco a poco fin dal 1978, quando tornò alla luce in occasione della costruzione di una strada che lo prese in pieno. Fortuna volle che fosse presente un colto appassionato, che se ne accorse e dette l’allarme.

Quello spazio, di qualche centinaia di metri quadrati,  fu provvidenzialmente salvato dalle ingiurie del tempo grazie a degli importantissimi fenomeni vulcanici, ben conosciuti in Campania e Molise, che ricoprirono il tutto con un bello strato di materiale vulcanico “leggero”, in un modo simile a quello che avvenne a Pompei, ormai quasi ai giorni nostri. E’ molto probabile che sia stato il vulcano di Roccamonfina, a 35 km da Isernia, ad eruttare quella pomice. Il vulcano si è poi estinto circa 50.000 fa, ma la zona è ancora oggi sismica e sottoposta a movimenti tettonici.

Ma cosa c’era in quello spazio e cosa c’e’ rimasto ancora, che ha riempito di entusiasmo gli archeologi e di meraviglia i visitatori? Moltissime cose, che danno una enorme quantità di informazioni sulle vicende che vi si svolsero – vale la pena ricordarlo – 570.000 anni fa, decina di millenni più, decina di millenni meno. Il problema, magari, sta nelle interpretarle correttamente. Il fatto fondamentale è che in quell’ambiente vi era un elemento ulteriore, finora taciuto: l’uomo! E dopo vedremo di che tipo.

Lo spazio è in lieve discesa e presenta una base di terra fine, che diventava fanghiglia quando si bagnava, ricoperto da uno strato quasi continuo di sassi di travertino di medie dimensioni e da una quantità stupefacente di ossa degli stessi animali di cui abbiamo parlato precedentemente. Le ossa non sono in connessione anatomica e ciò vuol dire che sono state disarticolate dallo scheletro a cui appartenevano, spostate, manipolate. Fra i blocchi di travertino e le ossa sono anche state trovate delle buone quantità di schegge di selce. La materia prima, da cui sono state tolte le schegge, proviene dai dintorni, se ne trova ancora. Questo tipo di pietra si forma naturalmente all’interno delle rocce calcaree. In questo caso si presenta sottoforma di lastre di pochi centimetri di spessore. Queste lastre sono state scheggiate dall’uomo per trarne degli attrezzi che sono poi stati abbandonati fra i sassi e le ossa.

Soffermiamoci sulle ossa. La caratteristica principale è che il campionario presente non è casuale; in altre parole non ci sono un po’ tutte le ossa, in percentuale simile a quella nella quale sono rappresentate negli scheletri dei diversi animali. Ce ne sono solo alcune ed in particolare i crani e le ossa lunghe, almeno per quanto riguarda gli animali di dimensioni più grosse.  Inoltre le ossa non sono affatto intere, ma molte sono state spezzate; e ciò è successo quando erano ancora fresche. Questo particolare lo si deduce dalle caratteristiche del punto di rottura, ben diverse se l’osso si è rotto da fresco o da secco. Altro aspetto fondamentale è la differente presenza delle ossa dei differenti animali. Quello di gran lunga più rappresentato è il bufalo con diverse decine di esemplari, poi viene il cervo e il cinghiale. Sporadici gli elefanti e gli orsi, un solo esemplare di leone. In questi casi si parla di “numero minimo di individui”. Il concetto è intuitivo: si contano tutti i tipi di ossa della stessa specie e si identifica quello più presente. Diciamo sia stato il femore destro: se ve ne sono 10, ci devono essere stati almeno 10 individui, anche se probabilmente ce n’erano molti di più e gli altri femori destri sono finiti altrove.

Le ossa non solo erano spezzate, ma avevano subito altre manipolazioni. E’ comune, negli studi sul Paleolitico, osservare con estrema attenzione la superficie delle ossa animali, ritrovate negli scavi, per identificare delle eventuali tracce. Tale scienza si chiama, con poca fantasia, “tracceologia” ed è molto utilizzata anche in ambito forense. Sono necessarie analisi con microscopi avanzati; ma ormai vi è una buona conoscenza di quale operazione eseguita con quale strumento è stata effettuata su tale osso, solo osservando la forma e la posizione dei graffi lasciati . Un buon tracceologo osseo riesce a far parlare l’osso che ha studiato.  Nel caso di cui stiamo parlando, lo studio è stato particolarmente difficile in quanto la superficie delle ossa, per quanto ben protetta dal materiale vulcanico che le aveva ricoperte, si era in qualche modo “erosa” facendo perdere di consistenza e di dettagli i graffi lasciati dall’uomo. Con dura pena i tracceologi hanno comunque potuto stabilire che dalle ossa si era tolta la carne e si erano asportati i tendini utilizzando gli attrezzi in pietra che erano stati trovati lì intorno, fra i sassi e le ossa stesse. Naturalmente non vi è corrispondenza diretta fra quel graffio e quello strumento specifico; ma si sa con certezza che quel tipo di attrezzo in pietra ha lasciato sulle ossa quelle striature.

Inoltre è noto che durante la preistoria, le ossa lunghe e certe ossa del cranio, come le mandibole, venivano spezzate per trarne il succulento midollo, buono e nutriente, esattamente come facciamo noi con l’ossobuco. Il cranio veniva sfondato per mangiare il cervello, ovviamente.

Le pietre scheggiate, le selci, non erano di buona fattura. Già la materia prima non è di gran qualità: le lastre hanno uno spessore di pochi centimetri. Venivano poste su una pietra e con un’altra si batteva sul bordo: si staccava una scheggia. Se ne traevano delle schegge abbastanza informi e fini (e ciò era un vantaggio perché tagliavano meglio), lunghe quei pochi centimetri che rappresentavano lo spessore della lastra di partenza. Non vi sono casi di schegge tolte tenendo la lastra in piedi e sfruttandone la lunghezza o la larghezza, invece dello spessore; probabilmente la cattiva qualità della selce lo avrebbe impedito. La fattura di queste schegge dà l’idea di un attrezzo fatto in fretta, su due piedi, alla buona, senza particolare attenzione. Gli archeologi sperimentali sono intervenuti ed hanno studiato il caso, arrivando a conclusioni impressionanti.

Non desti stupore la massa di studi a cui hanno dato il via questi scavi. Il sito di Isernia – La Pineta (così si chiama ufficialmente) è certamente il più importante del Paleolitico Inferiore italiano.

La prima esperienza è consistita nello scheggiare esattamente quel tipo di lastra con la stessa tecnica che si era potuta desumere dall’osservazione delle schegge “vere”. Queste ultime sembravano essere caratterizzata dalla presenza, in molte di loro, di sorte di denticoli lungo i bordi. Si poteva presumere che tali denticoli fossero stati fatti intenzionalmente per ottenere un ben preciso strumento che si adattasse a delle particolari operazioni che si voleva eseguire. Invece è stato dimostrato che i denticoli sono il risultato spontaneo della scheggiatura di quel tipo di materiale con quel tipo di tecnica (la semplice percussione con un ciottolo). Quindi venne confermata l’impressione di selci “tirate via”, fatte alla buona. E, meravigliosamente, questa impressione fu confermata quando gli archeologi sperimentali riprodussero, con le schegge che loro stessi avevano fatto, le operazioni di scarnificazione su delle ossa di animale attuale. Ebbene, fu visto che dopo 10 o 15 minuti di lavoro il filo tagliente delle schegge era ormai rovinato e che non serviva più a gran cosa. L’ipotesi molto consistente suggerisce, quindi, che quegli uomini scheggiassero sommariamente le lastrine di selce che si trovavano sottomano e che dopo pochi minuti di uso l’attrezzo fosse ormai inservibile e venisse gettato, per farsene un altro nuovo. Dei veri e propri coltellini “usa e getta”. I bordi delle schegge sono consumati da tutti i lati; ciò vuol dire che l’utilizzatore se lo girava fra le dita via via che notava che un taglio era ormai rovinato, per andare a cercarne un altro ancora buono. Naturalmente i tracceologi hanno esaminato anche le schegge utilizzate ed hanno confermato l’uso che ne veniva fatto: scarnificazione e taglio dei tendini. Per rompere le ossa, queste venivano percosse da ciottoli o sbattute contro le pietre.

Ricapitoliamo i fatti ed affrontiamo il difficile capitolo della interpretazione del sito. Abbiamo una superficie coperta da pietre travertinose ed ossa di animali scarnificate ed intenzionalmente spezzate. La scarnificazione veniva effettuata con schegge grossolanamente preparate sul luogo. Le ossa sembrano essere state scelte in base al loro tipo ed in base all’animale a cui appartenevano.  Cosa avveniva, realmente in quel luogo?

Ebbi la fortuna di assistere ad una conferenza di Carlo Peretto e della sua equipe dell’Università di Ferrara, incaricati dello scavo, nei primi anni ’80. Lo scavo era iniziato da poco e si avevano le prime impressioni. Fu una conferenza emozionante. Peretto fu misuratissimo e non avanzò nessuna ipotesi. Ma appariva in grande tensione e disse una serie di frasi che furono chiare ai presenti: sprizzava entusiasmo da tutti i pori. Trent’anni dopo, in un’altra conferenza, a Verona, confermò pubblicamente che, in quegli anni, stavano lavorando su una ipotesi straordinaria. La rievocò con l’amabile nostalgia che si riserva ad un sogno di gioventù, ahimè, fallace.

Si pensava che gli antichi uomini avessero ricoperto quello spazio fangoso con le pietre e le ossa per farne un luogo di soggiorno. Certe piccole porzioni di terra, rotondeggianti e prive di pietre o di ossa, furono interpretate come i punti dove dei pali erano stati alzati per sorreggere tende di pelli o coperture di frasche. I crani sarebbero stati appoggiati con la calotta cranica verso l’alto in modo da rendere più agevole il camminarci sopra. Si sarebbe trattato della prima bonifica e della prima costruzione di un vero e proprio riparo, quasi una casa, della storia dell’umanità. La scoperta del secolo.

Poi gli scavi proseguirono e l’area diventò veramente troppo grande per essere stata un’abitazione; molti altri studi contribuirono alla comprensione del sito e si arrivò ad una più matura riflessione. Quella fantastica ipotesi venne accantonata.

Si è quindi pensato che si trattasse di una area di macellazione; un “macello”. Rappresenterebbe il luogo dove si svolgeva solo una della diversi fasi del processo di ricerca del cibo da parte di quella gente. Gli animali sarebbero stai cacciati ove possibile, scuoiati e ridotti in pezzi trasportabili. Le parti più interessanti sarebbero state portate nello spazio che ora è in scavo, dove sarebbe stata tolta loro la carne ed i tendini (da usare nei molti modi possibili); le ossa e i crani rimanenti sarebbero stati spezzati per prendere midollo e cervello. Ed infine la carne sarebbe stata portata in un terzo luogo per essere cotta e mangiata. Infatti nell’area non ci sono zone che mostrino le caratteristiche tipiche dei focolari (arrossamenti o decolorazioni delle pietre dovuti a lunghe esposizioni al fuoco), salvo in un punto, ma molto dubbio.

Questa ipotesi presenta alcuni aspetti critici. Il più importante verte sulla natura delle ossa presenti nello spazio scavato. Sono soprattutto crani ed ossa lunghe. Ora, appare problematico credere che dei cacciatori si caricassero sulle spalle una testa di bisonte per portarla al macello per trarne il cervello ed un po’ di midollo dalla mascella. Per non parlare poi del teschio di elefante e delle zanne. Perché portare delle zanne al macello ed abbandonarle lì? Ma anche: perché spostare una pesante zampa che può essere facilmente scarnificata là dove l’animale è stato ucciso? La carne può essere poi tagliata in pezzi di peso comodo ad essere portati da una sola persona. Questi uomini erano certamente robustissimi, ma di piccola taglia ed una coscia di bisonte ha un peso notevole. Poco spiegabile anche la relativa assenza di altre ossa. E’ certamente vero che i diversi tipi di ossa hanno una diversa resistenza al passare del tempo ed alcune spariscono; ma ciò non pare essere una spiegazione sufficiente al fatto che le ossa sembrino selezionate. Ed ancora: quel luogo è ricoperto, oltre che dalle ossa, da una grande quantità di sassi di travertino. Tali sassi non sono affatto arrotondati dall’acqua, ma sono irti di piccoli spunzoni. Non ci può essere luogo più scomodo per camminare, per sedersi, per inginocchiarsi mentre si lavora intorno alla scarnificazione di una zampa di bisonte. Ai tempi ci poteva essere dell’erba che facilitava le cose; ma non si capisce per quale motivo quei macellai avrebbero dovuto scegliere un luogo pieno di sassi quando potevano andare poco lontano su della comoda terra. L’unico vantaggio di quell’area sembra essere la presenza di ciottoli di calcare di cui servirsi per fare gli attrezzi “usa e getta” (non si usava solo la selce, ma anche tali ciottoli).

Si potrebbe pensare che quell’area fosse il greto della palude, che gli animali vi andassero ad abbeverarsi e lì fossero cacciati e spezzettati. Ma se così fosse  si dovrebbero trovare TUTTE le ossa od almeno quelle più resistenti. Il che non è.

Resta quindi un’altra possibilità, meno romantica. Si poteva trattare di una spiaggia della palude o del fiume, dove delle piene potevano portare le carcasse di animali affogati dalle alluvioni. Sulle quali, quei nostri progenitori si attivavano per contendere la carne ai batteri della putrefazione. Ulteriori ondate di piena avrebbero portato via le ossa meno pesanti lasciando sul posto solo quelle molto pesanti o quelle che erano rimaste incastrate fra le pietre.

Gli scavi continuano anche se lentamente – solo poche settimane ogni anno  –  nuovi elementi emergono e analisi più avanzate vengono compiute. Le esperienze si accrescono, altri esperti prendono in mano le cose. Ne sia ad esempio il tema della datazione del sito, che non è stato nemmeno sfiorato in questo capitolo. Le misurazioni sono ormai numerose e sono state fatte con metodi diversi. La datazione del sito è cambiata negli anni e si è venuta via via affinando fino a raggiungere l’attuale ipotesi, assai attendibile. Bisogna quindi avere solo pazienza e avremo delle idee sempre più precise su ciò che quella antica gente faceva realmente in quel luogo.

Ma chi erano costoro? Proprio nella campagna di scavi del 2014 emerse un elemento che riportò Isernia – La Pineta sui giornali. Una cosa anche commovente. In una di quelle lontanissime giornate, passate fra le carcasse degli animali, vi era anche un bambino. E forse addentando una di quelle ossa, per farsi una tartara su due piedi, magari ben frollata, ci perse un dentino da latte, un incisivo superiore. Che è stato ritrovato. Questa è la storia che avremmo voluto raccontare. In realtà il dentino non era ancora pronto a cadere, la radice non si era ancora riassorbita (anche i denti da latte hanno delle radici, sia pure più piccole; ad un certo momento cominciano a riassorbirsi e quando sono sparite, il dentino cade). Quindi quel bambino, di 6 anni circa, il dentino lo perse perché morì. Non sottovalutiamo il dentino: è il reperto umano più antico d’Italia!

Da un solo dentino, per di più da latte, non è stato possibile dedurre molte informazioni antropologiche di quella popolazione. Si trattava certamente dell’Uomo di Heidelberg che a quei tempi dominava l’Europa, dopo esservi immigrato dall’Africa. Dopo del tempo quell’uomo si trasformerà nel più noto Neandertal. Ma questa è tutt’altra storia.

Intorno al sito di Isernia è stato costruito un imponente Museo, forse un po’ deludente nei contenuti didattici ed esplicativi. Una parte dell’area scavata è stata tolta da dov’era e ricostruita nel museo ed è facilmente osservabile in molti dettagli. Ma l’area maggiore è ancora in posto ed è coperta da un enorme capannone vetrato. Il visitatore può quindi osservare, anche se un po’ da lontano ed attraverso dei vetri dove la polvere dei millenni si deposita, l’area di scavo. Durante le campagne di lavoro si può anche assistere alle operazioni e con un po’ di fortuna farsi amici di uno studente che potrà spiegare qualche dettaglio.

Per leggerne di più sul sito bisogna far riferimento alle numerose pubblicazioni di Carlo Peretto su Isernia che costellano tutta la sua carriera, fino ai giorni nostri.

Un paese dell’anima

Il parco di Orango. Foto dal sito del Parco.

C’e’ un paese ignoto, appartato, che nessuno conosce e dove nessuno, almeno fra gli italiani, va. A me è carissimo e vorrei portare per mano tutte le persone che conosco a visitarlo. Il paese, ma soprattutto le sue variegate genti. Quando ne parlo mi emoziono, mi commuovo e rimpiango di averci passato troppo poco tempo.

Si tratta della Guinea Bissau, sulla costa occidentale dell’Africa, subito sotto il Senegal. E’ una ex colonia portoghese e questa lingua vi è relativamente diffusa. E’ un paese molto piccolo (poco più grande della Sicilia), poco abitato (1,5 milioni di persone) molto povero (fra i 10  paesi messi peggio secondo gli indici delle Nazioni Unite). Bissau ne è la capitale ed il paese si chiama Guinea Bissau per non confonderla con la Guinea che era colonia francese e la Guinea Equatoriale che era colonia spagnola. Da non confondere nemmeno con le Guaiane francese e britannica che stanno dalla parte di là dell’Oceano, sopra il Brasile. Il clima e la vegetazione vi sono tropicali. Caldo, umido, pieno di acqua e di vegetazione dappertutto.

La Guinea Bissau, apparentemente, non offre molto al turista. Davanti alla capitale c’e un folto gruppo di isole, anche abbastanza grandi, le Bijagòs, che sono conosciute per essere pescosissime, come fanno in Quebec, ma molto più alla buona. Alcuni imprenditori europei, soprattutto francesi, vi hanno aperto dei modesti resort in cui offrono dei pacchetti di pesca. Altri vi vanno a far del mare. Si tratta soprattutto dei non numerosi expat che abitano Bissau e delle loro famiglie. Diverse di queste isole hanno delle vecchie piste di atterraggio, dei tempi della colonia portoghese. Su queste piste arrivano attualmente dei piccoli aerei pieni di coca in provenienza dalla Colombia. Dalla Guinea la coca poi prosegue verso l’Europa per terra o per mare. Non sembra che la popolazione locale sia particolarmente scompensata dal traffico, come invece accade dalla parte opposta dell’Atlantico.

Ancora vivissime le tradizioni culturali dei popoli della Guinea. Foto di Odile RAPEAU Via Wiki Commons.

Arrivai a Bissau per lavoro, andammo ad un Ministero; aveva piovuto e non riuscimmo ad entrare dal portone principale per essere completamente allagato; passammo da un porticina sul dietro. Accanto c’e’ la vecchia fortezza portoghese, in mattoni. Le pareti, ovviamente verticali, erano completamente coperte da vivaci erbe, del tutto spontanee, come se si fosse trattato di una foresta verticale della moderna architettura europea. Cenavo in uno dei due o tre ristorantini nel vecchio e malandato centro coloniale, per strada, in compagnia dell’ambasciatore cubano, uno dei pochi presenti. Andavo in giro per il paese cercando di trovare rimedi per una profondissima crisi commerciale che colpiva la principale fonte di reddito di molti villaggi: gli anacardi. Produzione di buona qualità comprata soprattutto dagli indiani.

E girando per i villaggi, chiaccherando con questo e quello, mi resi conto del grande valore di queste paese e ne rimasi affascinato. Molti sono i gruppi etnici, in apparente armonia fra di loro. La maggior parte della gente nei villaggi seguono ancora le loro usanze religioso tradizionali; cristianesimo ed islam sono minoritari. Il matriarcato è molto diffuso e c’erano zone in cui il cristianesimo si fuse stranamente con l’animismo tanto che i preti erano delle donne. Pur esistendo la moneta, il famigerato FCFA con cui la Francia strozza quei paesi, la forma più normale di scambio fra le persone e fra i villaggi è il baratto. Solo gli anacardi vengono venduti contro moneta, che serve a comprare in città il riso tailandese, i vestiti, il sapone.

Non ho mai conosciuto un paese così ricco di “capitale sociale” che è l’esatto contrario del “capitale economico”. Si tratta, infatti, di quella reti fitta e ramificata di contatti umani e sociali che permette alle persone ed alle famiglie di mantenere una stabilità e di far fronte alle difficoltà. Si aiutano un casino fra di loro, in poche parole.

Il Presidente della Repubblica, in tornata elettorale, con il cappellino simbolo della sua etnia. Foto di Nammarci, Wiki Commons

Ogni etnia ha le sue abitudini e se le conserva care, mentre i membri delle altre la prende in giro per certe stranezze. I miei lunghi viaggi in macchina erano rallegrati da questi racconti ironici e gai sulle abitudini etnologiche di questi e di quelli. Una di queste etnie è facilmente riconoscibile perché tutti gli uomini vanno in giro con un pesante cappello di maglia con il pompon di colore rosso acceso. Il filato è certamente sintetico ed il cappello è sicuramente importato, ma per un qualche motivo è diventato il simbolo della loro etnia. Lo usano assolutamente tutti e sempre, anche sotto il sole africano; uno degli ultimi Presidenti della Repubblica era di quell’etnia ed alle cerimonie ufficiali dello Stato lo vedevi con il suo cappello rosso con il pompon. Un’altra etnia è invece molto permissiva con i giovani. Permettono loro di ubriacarsi, di dire parolacce, di essere maleducati, di insidiare le donne sposate, anche di rubacchiare. Lasciano correre. Ma poi si sposano e devono diventare perfetti cittadini. Questa è saggezza! In una altra etnia le ragazze hanno dei figli abbastanza presto, sono ancora giovani, vogliono divertirsi, ballare, girare, devono studiare, lavorare. Non si possono occupare dei bambini. Li affidano alla nonna che li alleverà. Loro alleveranno, anni dopo, i loro nipoti. Maternità differita di una generazione. Non son cose meravigliose?

Bello il centro coloniale di Bissau, anche se ridotto in condizioni pietose. Foto di jbdodane, Wiki Commons.

Insomma una infinità di storie e di abitudini curiose riempiono questo paese. La gente è gentile e ben disposta, si sta volentieri a parlare con loro. Conobbi un prete italiano che fu mandato in Guinea come missionario; proprio nelle isole Bijagòs. Lì ripensò a tutta la faccenda, trovò moglie e figli e si spretò. Lo raccontava come la migliore decisione della sua esistenza, trasportato dal fiume impetuoso della vita africana. Non mi sembrò un posto pericoloso, anche se la politica e l’esercito sono a volte turbolenti; bene informarsi della situazione del momento, prima di andare. Ma degli italiani di una ONG che avevo conosciuto, furono rapinati in casa e purtroppo malamente riempiti di botte, mentre ero lì. D’altra parte, tornando verso la capitale, facemmo un frontale, su una strada mezza distrutta ed arrivò la polizia con rotella metrica e blocco da disegno e fece un perfetto rilievo! Non credevo ai miei occhi.

Per un turista scendere in profondità in Guinea è difficile, un po’ come in Gabon. Ci vuole tempo, pazienza ed il portoghese. Ed anche soldi perché le poche strutture in cui un europeo possa andare sentendosi a suo agio sono care. Alcune piccole agenzie organizzano dei giri nei numerosi parchi naturali del paese, certamente molto belli; ma ho trovato questa che fa un interessante giro culturale / antropologico che mi sento fortemente di consigliare. I prezzi non sono nemmeno eccessivi.

Andate in Guinea Bissau, è il più bel consiglio che posso dare.

Il Congo

Parco della Salonga. Foto di Radio Okapi.

C’è poi una altro paese, un continente intero, dove il turismo non è ancora arrivato: un mondo enorme, affascinante, profondissimo che esiste, ma che nessun visita. E’ grande come l’Europa ed è il Congo o Repubblica Democratica del Congo o RDC o Congo – Kinshasa, ex Zaire, ex Congo belga, ex Congo – Leopoldville.

Lì dentro, su una superficie 8 volte l’Italia, c’è di tutto. 80 milioni di abitanti, un sistema fluviale secondo solo a quello amazzonico, una foresta equatoriale in gran parte intatta, flora e fauna per tutti i gusti, i resti di società tribali di straordinario spessore, le tracce della colonizzazione belga con i suoi edifici, una ricchezza mineraria sfacciata, le barbarie di una guerra infinita.

Molte parti del paese sono di difficilissimo accesso: la rete di trasporti fluviali, ferroviari e stradali che era stata messa in piedi, con grandi difficoltà, dal potere coloniale ha finito, con gli anni, per collassare. I viaggi diventano imprese: i trasporti pubblici si svolgono in condizioni che un europeo non è in grado di sopportare; affittare 4×4 comporta costi molto alti. I tempi, i costi, le difficoltà degli spostamenti sono scoraggianti. La presenza di persone in divisa da foraggiare costantemente è capillare. In certi luoghi, le milizie armate rendono molto pericoloso il passaggio.

Andare in RDC non vuol dire fare turismo; significa andare a cercare una quantità senza fine di beghe e problemi. Eppure le emozioni che questo paese può dare sono potentissime.

All’estremo est ci sono i parchi dei Virunga e del Kauzi-Biega dove vivono (se non li cacciano di frodo) i gorilla. Le guide hanno scelto alcuni gruppi, sanno quotidianamente dove si trovano e li hanno abituati alla loro presenza. Ci portano i turisti che possono osservare, a lungo, da vicino e senza nessuna protezione, le loro attività; è anche frequente che mentre si spostano per cercare i buoni germogli freschi di cui si nutrono, i gorilla passino accanto agli umani sfiorandoli, in tutta tranquillità. Le visite partono da Goma e da Bukavu che si raggiungono facilmente dall’Uganda o dal Rwanda. Il Parco dei Virunga è certamente il luogo più turistico del paese, pur ricevendo un numero molto limitato di visite.

Si può andare a Mbuji Mayi, la città dei diamanti, sorvegliatissima da stormi di uomini armati. Si possono visitare le enormi miniere dei diamanti e seguire il lungo processo che parte da migliaia di metri cubi di terra per arrivare a qualche grammo di diamanti. Attraverso un vetro si può vedere l’ultima cernita, manuale, dove i lavoratori sono seguiti individualmente dai controllori per evitare che si mettano in bocca qualche pietra. Ma i diamanti sono dovunque, anche in città e dopo un acquazzone, di notte, sotto i lampioni, i ragazzi cercano il brillio di un diamantino lavato dalla pioggia. A sera c’e’ un mercato dei diamanti dove i cercatori clandestini portano il frutto del loro lavoro e lo vendono ai commercianti: consiste in una fila di banchini con delle forti lampade. Il cercatore porta il bottino che viene attentamente osservato dal compratore; se si accordano sul prezzo, il “pacchetto”, come viene chiamato, passa di mano. I diamanti sono quasi sempre impuri, usati solo dall’industria; ma, a volte, sono da gioielleria: si fanno fortune e si disfano con le donne, gli amici, i vizi. I mendicanti non chiedono una moneta, ma 100 dollari.

Oppure si va nei quartieri di Kinshasa, dove sorgono, con il vento delle mode, concentrazioni di bar che sotto tendoni di fortuna, offrono gli spiedini di capra, la manioca bollita con il fortissimo peperoncino, le patate fritte e birra senza fine. Sotto un uragano di musica congolese, fatta dai grandi artisti nazionali che scatenano entusiasmi e polemiche ardenti. Per poi andare in qualche cortile scatasciato dove si mette in scena un delizioso teatro povero quasi sempre in lingala, ma a volte anche in francese, che descrive fra il drammatico e l’ironico la durissima vita di questa città da 11 milioni di abitanti. Perché bisogna sapere che il popolo congolese in generale e quello di Kinshasa in particolare è dotato di un finissimo spirito critico, arguto ed ironico. Maestri nell’uso della parola, i congolesi riescono a scherzare con ammirevole eleganza sulle infinite disgrazie che hanno percorso e percorrono questo paese. Decisi e sicuri, polemici e raffinati, sfrontati ed intelligenti è un piacere starli a sentire (chi pensa che siano dei rozzi abitanti della jungla si sbaglia completamente). Lavorarci insieme è un incubo.

Trasporto lungo il fiume Ubangi, affluente del Congo. Questo è bestiame, vivo, che va verso Kinshasa per essere macellato. Qui siamo a Zongo e mancano ancora moltissimi giorni di viaggio. Il bestiame è senza acqua, cibo, riparo dal sole ed è stipato. Molti capi moriranno.

Poi c’e’ il parco della Salonga, nel mezzo del paese. E’ il più grande dell’Africa, da solo è più del Piemonte e della Liguria messi insieme. E’ il cuore umido dell’Africa fatto di fiumi e foreste. Là dove Conrad ambientò il suo “Cuore di tenebre”. Andarci è un’impresa e chi organizza i viaggi chiede cifre molto importanti; è una spedizione quasi come ai tempi del Dott. Livingstone. Ma le emozioni che dà la foresta equatoriale, a mio parere, non ha uguali al mondo. In quel parco si trovano i bonobo, la varietà più intelligente di scimpanzé. Passano il loro tempo, direi in egual misura, a mangiar frutta ed a trombare. Questi nostri fratelli si possono trovare anche vicino a Kinshasa, in un parco-rifugio: sono deliziosi e dispettosissimi.

Piccolo bonobo nel rifugio di Kinshasa. Foto del Rifugio di Kinshasa.

Se si ha pazienza infinita si può prendere una nave da Kinshasa e risalire il fiume Congo. Le condizioni sono più che spartane ed il viaggio non finisce mai, dura giorni e giorni, settimane. Si può arrivare fino a Kisangani, a 1.700 km di distanza dalla capitale, dove delle cateratte interrompono la navigazione. Spesso a navigare sono grossi rimorchiatori che trainano/spingono chiatte o pontoni mobili, carichi di merce industriale, sui quali i passeggeri allestiscono un accampamento. Lungo il viaggio fervono i commerci. Le chiatte accostano ai porti e sbarcano la merce in lunghe e confuse operazioni. Durante il ritorno, le canoe accostano alle chiatte in movimento e vendono prodotti agricoli non troppo deperibili che delle grasse commercianti acquistano per poi rivendere a Kinshasa: è un confuso mondo di traffici e trattative senza esclusione di sotterfugi. Tutti ingannano tutti, chi può ruba, i più valorosi fanno razzie. E’ il cuore profondo dell’Africa, del Congo. E’ la vita in azione.

Il paese che non dovrebbe esistere: Scanno

Vi è un paese curioso, molto bello, inaspettato, pieno di storie strane. E’ Scanno, in Abruzzo. Così strano che merita largamente una visita.

Scanno non dovrebbe esistere: si trova in una posizione impossibile. La valle dei fiumi Sagittario e Tasso è relativamente ampia nella parte superiore, dove sta Scanno, ma si restringe, verso lo sbocco inferiore nella Valle Peligna, formando una lunga e strettissima gola fra erte e grigie pareti di roccia. Tali Gole del Sagittario rendono difficilissimo l’accesso alla parte superiore della valle. Le Gole formano un imbuto, un collo di bottiglia temibile. Fino all’inizio del 1900 non c’era nessuna vera strada e arrivava a Scanno solo una difficile mulattiera che serpeggiava sul fondo delle Gole disputandosi con il fiume il pochissimo spazio disponibile fra le rocce. Mulattiera che diventava impraticabile quando il fiume si alzava di livello, con lo sciogliersi della neve e le piogge primaverili od autunnali. Il paese restava isolato.

Ma perchè fu quindi costruito questo paese, che ha resti anche romani? Per motivi economici: sulle alture ci sono vastissimi pascoli nei quali hanno brucato ed ingrassato infinite greggi di pecore. Greggi che passavano l’inverno in Puglia e l’estate sui monti di Scanno: il vecchio sistema della transumanza. Con questa importantissima fonte di reddito alcune famiglie costituirono delle belle fortune arricchendo il borgo di importanti palazzi, chiese, muraglie. La zona è ricca di un bel calcare bianco che fu utilizzato nelle costruzioni. Il paese vecchio è su una specie di promontorio, molto mosso, in forte salita. L’effetto è delizioso: strade e stradine, scalinate, belle case e palazzi, slarghi e strettoie, fughe di viuzze con il verde delle montagne intorno come sfondo. Il colpo d’occhio è meraviglioso. Impossibile accedere al centro vecchio in auto o moto.

E’ tutto così caratteristico che il paese è diventato, fin da metà ‘900, un terreno prediletto per i fotografi. Moltissimi dei grandi maestri vi sono passati e vi hanno scattato foto divenute celeberrime. Sulle loro tracce, appassionati di fotografia dei giorni nostri percorrono le stradine del borgo cercando ispirazione e inquadrature; chi organizza corsi di fotografia si onora di portare i propri allievi in questo luogo.

Questa faccenda della transumanza delle greggi faceva sì che quasi tutti gli uomini passassero l’inverno lontano da casa, lasciando il paese in mano ad una sorta di matriarcato di fatto. Le donne furono quindi obbligate a gestire i figli ed i beni in autonomia, sviluppando un forte carattere. Forse per questo motivo Scanno è l’ultimo paese in Italia nel quale il costume tradizionale venga ancora usato, quotidianamente, dalle donne più anziane. Questa cosa è assolutamente straordinaria; un pezzo di tradizione antica unico in Italia. Il costume della festa è particolamrente ricco ed elaborato. Alcune volte all’anno viene organizzata una rievocazione durante la quale molte donne sfilano con i vecchi costumi pazientemente mantenuti, riparati, indossati. Immancabili, quindi, le foto a queste donne, fra le viuzze di pietra del borgo. Scorci antichi. A capitarci per caso si resta basiti.

La ricchezza del paese la si vede anche dalla presenza di una importante tradizione orafa che ha prodotto alcuni gioielli tradizionali. Ci sono ancora alcune oreficerie artigianali, sul corso principale. E pare incredibile che un paese così isolato ed inaccessibile possa esser stato tanto ricco.

Ma le eccezionalità di Scanno non finiscono qui: poco sotto il paese c’e’ un bel lago nel quale si può anche fare il bagno. Dalla parte opposta c’e’ il Passo Godi, a 1600 metri, circondato da montagne che oltrepassano i 2.000. Insomma, montagne vere, sulle quali è anche possibile sciare, quasi tutti gli anni.

E’ relativamente vicino a Roma e nei periodi di gran caldo frotte di anziani romani si rifugiano fra queste montagne a prendere il fresco. Ed ancora: è la prima vera montagna per chi viene dalla Puglia; li vedi allora questi turisti, abituati alle strade diritte, fra gli olivi pugliesi, avventurarsi esitanti ed impauriti sulla strada stretta e tortuosa che sale al paese. Oppure vengono d’inverno, a vedere come è fatta la neve.

Negli anni ’60 Scanno ebbe un notevolissimo sviluppo turistico, basato soprattutto su romani e pugliesi. E’ nata intorno al borgo vecchio, fortunatamente rimasto intatto, una corona di orribili costruzione residenziali ed alberghiere nello stile di quegli anni; certamente uno dei più infelici nella storia dell’umanità. Edifici nati male ed invecchiati peggio; un pò disabitati, un pò cadenti. Triste edilizia delle seconde case nell’epoca del boom.

E qui incomincia l’inarrestabile parabola discendente di Scanno.  La risorsa pecore e’ ormai ridotta ad un paio di aziende residuali. Il turismo stanziale langue; gli alberghi che un tempo si volevano pretenziosi sono ormai ridotti a misere pensioni la cui manutenzione è ridotta ad minima. Vi si trascinano gli habituès di sempre, ogni anno più anziani e meno numerosi, per semplice legge naturale. Nessuna capacità di rinnovarsi, di creare attività. L’impianto sciistico è perennemente in fallimento; le possibilità di camminare d’estate sono poche, non essendo mai stati segnati i sentieri in modo accettabile; la cucina è modesta, poco curata e meno invitante; gli abitanti sono gentili come un cazzotto nello stomaco; un deposito di pezzi polverosi, aperto solo a chiamata, gioca il ruolo di museo locale; le produzioni locali di salumi e formaggi sono venduti a prezzi esosi per una qualità banale.

Gli Scannesi si rifanno spesso ai loro antenati Sanniti e vanno fieri delle Forche Caudine alle quali obbligarono gli altezzosi romani. Millenni dopo i romani continuano a venire in questa zona e ad essere trattati nello stesso modo scortese.

Scanno è l’esempio vivente (morente, sarebbe meglio dire) del cambio di tipo di turismo: il tempo della vacanza residenziale lunga un mese è finito. Ora si vogliono numerose vacanzine di breve durata, ma di ricchi e variati contenuti. Non si vuole più respirare l’aria buona, si cercano esperienze appaganti. E queste esperienze vanno costruite, organizzate, gestite con professionalità. E quest’ultimo attributo sembra crudelmente mancare agli Scannesi.

Insomma, quello che è un unicum nazionale per i costumi tradizionali, un borgo di superba bellezza ed una bizzarria storica e geografica sta morendo; soffocato dalla grettezza degli abitanti e dalla povertà culturale delle Amministrazioni Pubbliche. E la popolazione tanto residente quanto turistica diminuisce ogni anno. Ci si affida a qualche iniziativa estemporanea, passeggera, corta come le competizioni di Iron Man che non lasciano niente.

Scanno vale ampiamente una visita per poter meravigliarsi del borgo. Una visita breve, di un paio di notti (e vi consiglio questo B&B, in una casa del borgo). Aspettando che i suoi abitanti riescano a capire che bisogna offrire qualcos’altro di decente, oltre al borgo, a chi arriva fino a quassù.

Per la prossima volta

Avete passato o state per passare, ancora una volta, delle vacanze esecrabili? Vi spennano in cambio di servizi da centro di accoglienza immigrati? Non vedete nulla perchè sempre immersi in una folla sudata ed appiccicosa? E’ perchè non seguite il Viaggiatore Critico.

Ecco delle idee per la prossima volta che volete partire.

Case tradizionali in Bulgaria.

Costi bassi, Europa, auto propria. I Balcani. Sono la nuova frontiera del turismo europeo. Ci si sta benissimo, si mangia bene, si spende poco, la gente è molto gentile ed accogliente. I luoghi sono poco frequentati dal turismo sborrone ed il livello di sicurezza personale è molto alta (contrariamente a quello che pensano gli italiani). Gli inconvenienti sono la mancanza di lingue in comune e le non molte cose da vedere. E’ soprattutto un tursmo di sensazioni, di atmosfere. Quel che salta principalmente agli occhi è l’aria di passato, anche del nostro passato: scorre sotto gli occhi del visitatore una vita modesta, ma piena di speranze e di voglia di viverla, con semplicità. Una specie di Italia degli anni ’70, se non addirittura ’60, nei luoghi più poveri.

Il miglior modello di turismo consiste nell’andare con la propria auto (passando da Trieste o attraversando l’Adriatico, verso l’Albania o la Grecia) e girare senza meta, annusando l’aria e dando un’occhiata alla guida. Solo un’occhiata, senza impegno. Le spiagge dell’Albania meritano molto, soprattutto  a nord di Saranda. E in Albania si sta tranquillissimi, perchè tutti i loro delinquenti sono in Italia. In Macedonia piaceranno molti i laghi di Ochrid e di Prespa; la regione fra i due è montuosa e gradevole. Una puntatina nel nord della Grecia ci sta sempre bene. La Bulgaria offre molto ed è particolarmente accogliente. La vita notturna di Sofia merita qualche giorno; poi si può andare sul Mar Nero, anche se non è un granchè. Poco lontano c’e’ la grande Romania. Da non dimenticare un giro nelle campagne ungherese, frequentando le loro piccole terme. Insomma un viaggio che può essere lungo, vario, divertente, interessante. Soprattutto nuovo.

Dalla finestra di camera, a Pellestrina.

In Italia, stanziali. Pellestrina è il luogo giusto. Soggiornate in un paesino dimenticato da Dio, sulla laguna di Venezia. Da lì potete andare con i vaporetti a Venezia, a Chioggia, al mare del Lido. Ma vedrete che starete così bene, in paese, che non avrete voglia di allontanervene e ci passerete delle belle giornate fra la spiaggia (bruttina), il bar ed il ristorante a mangiar spaghetti alle arselle. Poi potete trasferirvi, in pochi chilometri,  nel Delta del Po, a vedere quel mondo strano, fatto più d’acqua che di terra.  Magari è meglio non andarci d’agosto, per il caldo, l’umidità e le zanzare, temibili. Prezzi contenuti nel Delta, abbastanza alti a Pellestrina; esosi i vaporetti veneziani.

Caraibi. State lontani dalla Cuba insignificante, da Santo Domingo trasformato in bordello a cielo aperto, da Saint Martin affollato, dalle isole anglofone iperturistiche,  dai resort lussuosi e carissimi, dalle stressatissime grandi isole francesi o dalle tremende crociere. Andate invece in un’isola-gioiello dove regna la calma e la serenità. Spiagge molto belle, ricettività familiare, interni agricoli e bucolici, bassissima affluenza. E’ l’isola di Marie Galante; è francese e quindi è come stare in Europa. Ma attenti al problema delle alghe, i famosi sargassi. A volte ne arrivano tonnellate, a riva; marciscono e puzzano rendendo impossibile la vita. Informatevi bene prima di partire. Oppure, la molto basica isola di Barbuda dove la vita del turista è difficile ma le spiaggie sono di commovente bellezza. Prezzi altini, in tutti i casi: più a Barbuda che a Marie Galante.

 

Immensità patagoniche

Patagonia, per sempre. Questo è un viaggione: difficile, lungo, caro, scomodo. Ma vedrete i luoghi più belli del mondo. Paesaggi incredibili, distanze immense, orizzonti infiniti. Deserti, ghiacciai, foreste nebbiose, torrenti impetuosi, mari gelidi. Viaggerete per giorni e giorni su brutte strade, mangerete gli agnelli cotti al riverbero dei falò, conoscerete le incredibili storie della fine del mondo. Chi non ci è stato non può immaginare; chi ci è stato torna con un’altra luce negli occhi. E’ un luogo che non si dimentica; si può finire per odiarlo, ma non ti lascerà più. Non è certo come una vacanza a Gatteo a mare. Ci vogliono dei bei soldi ed almeno tre settimane. Si può discendere la Carrettera Austral cilena o la mitica Ruta 40 argentina. Bisogna comunque arrivare ad Ushuaia. Le grandi attrazioni sono il ghiacciaio del Perito Moreno, la penisola di Valdez con le balene, il Parco delle Torri del Paine. Ma tutto il resto è ancora più interessante. Da programmare per bene, evitando i tour organizzati, cari ed insoddisfacenti. Evitare anche le crociere patagoniche; sono un pò delle truffette. Il meglio è andare in 5 o 6 ed affittare un pulmino robusto, dove, all’occorrenza, ci si possa arrangiare per dormire. E’ il viaggio della vita, obbligatoriamente durante il nostro inverno.

La Plaza de toros di melilla è facilmente visitabile.

Originale, dove non va nessuno. Melilla, enclave spagnola in Marocco. Vi è una bella spiaggia, la città è molto carina e vivibile, si mangia dell’eccellente pesce e, se si vuole, anche la cucina araba. Se ne può uscire per fare un giro in Marocco, magari a Fez, la cui Medina ritengo essere l’unico luogo interessante di quel paese. Zero turisti, si vive una città multiculturale, multietnica e piena di storie curiose. E’ stata anche sede del Tercio, la Legione Straniera della Spagna: fascistissimi, ma un pezzo di storia. Interessante osservare gli intensi traffici che si svolgono alla frontiera fra la città e il Marocco. Essenziale parlare lo spagnolo, per scambiare con la gente. Una vacanza balneo-antropologica. Ve ne potrete vantare con gli amici, che non sapranno nemmeno dove si trova questa città. Ci si arriva molto comodamente con Ryanair fino a Nador; da quest’aereoporto in 10 minuti di taxi si arriva a Melilla.

A praia da piscina; la spiaggia della piscina a Sao Tomè.

L’Africa possibile. E’ molto complicato andare in Africa; eppure qualche volta nella vita va fatto. E’ pur sempre il continente dove l’umanità è nata. Naturalmente non parlo di Malindi, colonia di italiani o della Namibia dei banali tours organizzati. Propongo una meta pochissimo conosciuta dagli italiani. Un luogo piccolo, raccolto, facile da girare, del tutto sicuro. Le belle isole di Sao Tomè e Principe, dove si trovano delle spiaggie, delle foreste densissime, dei bei panorami, una bella architettura coloniale, una storia intensa. E dove la vita pulsa, come quasi ovunque in Africa. Ci sono buoni alberghi, con delle belle piscine. Una decina di giorni in giro per Sao Tomè sarà una vacanza molto piacevole ed interessante. Ed anche innovativa. Il costo non è bassissimo, soprattutto a causa dell’aereo; obbligatorio passare da Lisbona. Sempre da Lisbona si deve passare per andare in Guinea Bissau. Un viaggio complesso, da professionisti, ma di infinito interesse.

Buon viaggio, questa volta.

Donne brasiliane….

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Una ragazza ad un evento pubblicitario, in strada a San Paolo. Abitino e sorriso tranquillo. Non se la tira e non è provocante. Ma è solare e gradevolissima.

Il Viaggiatore Critico ha osservato con molta attenzione le donne brasiliane e si è chiesto per quale motivo siano così famose nel mondo. Fama che, a suo parere, è del tutto giustificata.

Alcune considerazione generali, assai ovvie:

  • i brasiliani sono molti e l’età media è piuttosto bassa, a grande differenza dell’Italia (30 anni in Brasile contro i 44 dell’Italia) Quindi le giovani donne sono molte e fra di loro, anche solo per motivi statistici se ne troveranno molte che sono belle o bellissime.
  • In Brasile hanno confluito, volenti o nolenti, molti popoli e razze diverse: gli indios “primi abitanti”, gli europei di molte diverse provenienze, gli africani schiavi ed, infine, i giapponesi durante il XX secolo. Dall’amalgama son venuti fuori moltissimi tipi fisici diversi; quindi vi son donne veramente per tutti i gusti. Tutte le sfumature di colore sono presenti.
  • Il clima caldo favorisce lo stare all’aria aperta e la pratica degli sport. I corpi saranno quindi più salutari, abbronzati, belli a vedersi. Ed anche lo spirito se ne giova, rendendo le persone più allegre. Mi spingo a dire che l’aria brasiliana, molto spesso umida, giovi molto alla pelle.
  • Il pessimo regime alimentare brasiliano porta ad ingrassare. Il continente sudamericano in generale e il Brasile in particolare è la patria mondiale della cellulite e dell’obesità. Ma prima di raggiungere la sgradevole obesità vi è una fase di giovanili morbide forme che può essere molto accattivante.

Vi sono inoltre alcune abitudini che favoriscono lo charme femminile:

  • La cura del corpo è molto diffusa, certamente più, ad esempio, che nei paesi scandinavi o in  Nord America. Quindi le caratterisiche positive sono esaltate e quelle negative attenuate. Un paese vicino e simile, per molti aspetti, il Venezuela, ha il record mondiale di centri estetici e, forse non a caso, di Miss Universo.
  • Le brasiliane vanno molto, molto leggere di abito. Ma proprio molto. I famosi costumini brasiliani sono proprio veri, ma anche gli abiti normali sottostanno agli stessi principi di stringatezza. Purtroppo il cattivo gusto impera ma, agli occhi degli uomini, non è questo l’aspetto più importante.
  • Quella intangibile e poco spiegabile virtù che è la femminilità viene molto sviluppata ed è sapientemente gestita. E’ un argomento nel quale le brasiliane son maestre.
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Una giovane signora in una località di mare. molto frequentata. Sta lasciando la spiaggia per andare verso l’auto. Da noi credo che le decine di kg di troppo la farebbero sentire in imbarazzo e che, almeno uscendo dalla spiaggia, si coprirebbe. Invece lei va tranquilla e beata in giro, con quel costumino. Chapeau.

I punti fin qua detti sarebbero già in grado di spiegare il successo delle brasiliane nel mondo; ma vi è di più. Vi è un fattore impalbabile, ma fortissimo, che fa veramente la differenza. E non mi riferisco solo alla simpatia che molte donne brasiliane sfoggiano. Una simpatia che pare connaturata in loro, non forzata, del tutto spontanea.

L’aspetto saliente è del tutto psicologico. Le brasiliane (ma anche i brasiliani) non si vergognano di come sono. Non hanno complessi; non sembrano alle prese con problemi di autostima bassa.

Ad esempio: i costumini ridotti vengono portati da proprio tutte le donne, senza limiti di età o di rughe, smagliature, cellulite, ventri e natiche flaccide, obesità (vedi foto accanto).

Sembrano sempre a loro agio nel loro corpo e nei loro vestiti. Non se la tirano, non si nascondono, non si camuffano, non sono ne’ timide, ne’ aggressive.

Sono sicure, tranquille, rilassate. Apparentemente senza stress. Sono provocanti, ma senza l’aria di esserlo e, apparentemente, senza la volontà di esserlo.IMG_20160108_132420 Si vanno bene come sono. Quale maggior charme di questo?

 

Una città molto più giovane di me.

IMG_20151214_183323E’ anora possibile fondare delle città. Lo facevano i Romani con il loro cardo e decumano, lo facevano gli spagnoli durante la Conquista quadricolando il terreno e aspettando che gli isolati si riempissero. Lo ha fatto anche il Governo Brasiliano fondando nel 1990 la città di Palmas, capitale del nuovo Stato di Tocantins. Ci arrivo dopo aver lasciato il gioiello di Goias Velho che si trova a solo 800 km di distanza!

Palmas ha già superato i 200.000 abitanti ed è la città la cui popolazione cresce più rapidamente di tutto il Brasile. 200.000 persone in 25 anni, una crescita spaventosa. Tutti appena arrivati, molti giovani, la speranza regna sovrana.

IMG_20151214_131756La città ha il suo centro in una enorme piazza; si dice che sia la seconda piazza più grande del mondo. Al centro della piazza vi è un lussuoso e brillante Palazzo del Governo. Al centro della costruzione vi è un punto che si ritiene sia il centro geografico di tutto il Brasile. Si può visitare e il personale te lo spiega volentieri e con gentilezza. Mi sono sembrati lusingati di ricevere un visitatore da così lontano e così palesemente impressionato da tutta la faccenda.

In qualche modo è simbolico il fatto che si sia costruito una citta per riempire il vuoto che sta al centro di un paese; il tentativo di riempire un vuoto non solo fisico, ma anche storico e concettuale. Si cerca di dare un senso, una dimensione umana, ad un paese. Per gli europei, appesantiti da una storia infinita, tutto ciò pare incredibile; è straniante. Esattamente come lo è stato attraversare la piazza centrale, sotto il sole del mezzogiorno. Non finisce mai, come il Brasile. Ci si chiede se non sarebbe meglio fare le cose un pò più piccole, raccolte.

Qualche grattacielo, molti show room di concessionari di tutto. Non pare che ci sia una vera ragione economica per aprire tutti quei locali: forse solo la necessità di esserci, preparandosi per il futuro. Tutt’intorno grandi arterie semivuote. Interi isolati, anche in centro, sono rimasti allo stato di bosco naturale mentre l’isolato accanto ospita un enorme centro commerciale pieno di ristoranti. I quartieri residenziali sono stati costruiti più lontano, fuori dai vincoli urbanistici del Piano Direttore, rigidamente ripettato, come è successo a Brasilia. In centro c’e’ anche una bellissima costruzione di Niemeyer, vanto della città.

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Monumento di Oscar Niemeyer!!! Bellissimo.

Distanze enormi, a piedi non si va da nessuna parte. Del resto non ho trovato nessuna parte dove andare. Mi chiedo cosa succederà quando i trasporti individuali diventeranno difficili per l’eccessivo costo del carburante. Come ci si sposterà in queste città piene di spazi vuoti? La stessa cosa me la chiedevo in Quebec, dove per andare a far visita ai vicini ci vuole la macchina, tanto le case sono distanziate fra di loro.

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Il centro fisico del Brasile, dice.

La popolazione è, ovviamente, tutta immigrata; da questo stato o da quelli vicini. Vengono dalle campagne, si ritrovano in questa città che fu campagna e lo è ancora. Si costruiscono insieme: città e cittadini. Lo sforzo quasi mi commuove.

Città tranquilla, appena nata. Diventerà importante? Resteranno le mucche a pascolare in centro?

Si resta comunque assai allibiti da tanta ingenua volontà di fondare, costruire, abitare, sviluppare. Roba da Brasiliani.

Svanezia: cultura, turismo e gastronomia

IMG_20150830_133114A quanto detto qua si aggiunga una ulteriore particolarità che rende, di fatto, la Svanezia un luogo unico al mondo e molto speciale.

La valle principale della Svanezia è lunga molte decine di chilometri; è percorsa da un fiume che sbocca in un pianuira che da sul Mar Nero. L’imbocco della valle, a partire da tale pianura, è difficilissimo. L’nizio della valle è strettissimo e le pareti che la finacheggiano sono alte ed erte. Ancora oggi la strada che vi penetra è piuttosto precaria; durante l’inverno, la valle può restare del tutto isolata, a causa della neve ed in primavera od autunno le forti piogge provocano frane che interrompono la strada anche per alcuni giorni consecutivi. Insomma, è un postaccio, per andarci, scomodo. In questo ricorda Scanno la cui valle ha la stessa configurazione e gli stessi problemi, sia pure molto più in piccolo.

Per quale motivi gli antichi si intestardirono a volerla abitare? Ebbene, nella Svanezia c’era l’oro e ce n’era tanto. La pianura sottostante è l’antica Colchide e il mito del vello d’oro di Giasone nasce proprio dall’oro della Svanezia. Mirabile cosa: una regione che sembra persa ai confini del mondo, in realtà era importante e conosciuta già dagli antichi greci.

Divenne quindi un luogo ricco, importante frequentato. Si creò in questa lunga valle della Svanezia una civiltà peculiare. Pur essendo intrinsecamente georgiano, il suo popolo ha una lingua propria, una cucina particolare, un bellissimo artigianato del legno (ormai abbandonato) e un orgoglio fierissimo. Anche troppo, a dir la verità: gli uomini mi son sembrati assai cafoni. Gradevolissime ed efficacissime, invece, le donne.

IMG_20150830_150726Civiltà montanara: ancora oggi si fa il fieno con la falce fienaia e lo si porta in paese sulle mulattiere con delle slitte tirate dai buoi. Si fa il formaggio e la grappa di frutta. Nei paesi girano cavalli, asini e mucche e si respira a pieni polmoni la sana fragranza delle loro cacche, come avveniva decenni fa sulle Alpi, prima della stucchevole tirolesizzazione avvenuta negli utlimi tempi. Le case della Svanezia sono grandi, a due piani, con molto legno e grandi terrazze aperte, a volte con delle cassapanche intagliate degne di un museo. Dopo la caduta della Unione Sovietica la vita è diventata durissima essendo finite le forme di redistribuzione socialista del reddito nazionale. L’emigrazione è diventata feroce. Molte case sono abbandonate; a volte lo sono dei paesini interi, specialmente quelli più in alto, di più difficile accessibilità. La gente è emigrata, prima altrove nell’ex Unione Sovietica, ora a Tiblisi e in Europa.

A Mestia vi è un bel museo, ben curato e con dei bellissimi pezzi, sulla cultura specifica della Svanezia. Si resta meravigliati dal livello delle loro produzioni artigianali.

IMG_20150902_182448I turisti che arrivano in Svanezia sono, per tradizione, quasi sempre trekkers: russi, nord europei, giapponesi (che non camminano), israeliani. Arrivano a Mestia e da lì partono diversi itinerari che arrivano fino a Ushguli ed oltre. Le possibilità sono diverse, ci sono varianti. Ci si può facilmente passare una settimana, di villaggio in villaggio, scavalcando i crinali fra le valli laterali. Chi cammina meno può percorrere in macchina il fondo valle ed arrivare comunque abbastanza lontano. Si può anche andare a cavallo.

Tutto è molto rustico e spartano; non ci sono alberghi se non a Mestia. Le case che offrono ospitalità sono spesso rudimentali: un solo bagno in fondo al cortile, ci si lava con l’acqua (fredda) che va a finire nell’abbeveratoio delle bestie, si dorme tutti insieme in camere molto alla meglio. Alcune case cominciano ad organizzasi e ad essere più accoglienti.

Difficile prenotare: camminando non si sa fin dove si arriverà la sera, complicato trovare i numeri dei cellulari giusti, eccessivo sperare che gli svaneti dei villaggi più remoti riescano a gestire professionalmente un certo numero turisti tutti insieme. Molti difficile capirsi: escluso qualche giovane che sa l’inglese, la lingua internazionale è il russo. Ho visto camminatori disperati che non sapevano più come fare a trovar un letto. Noi stessi, in un villaggio, non riuscivamo a trovare la casa prenotata: siamo dapprima finiti in quella sbagliata. Ed in un altro caso non ci volevano accogliere perchè non riuscivamo a far capire loro che eravamo stati noi a prenotare.  Il costo per dormire e cenare va sui 25 euro a persona, che è poco per noi, molto per loro.

IMG_20150830_135828E mangiare è un altro, l’ennesimo, asso della Svenezia. Si mangia benissimo, nelle case dove si trova ospitalità. Non si sceglie: la padrona di casa mette in tavola una decina di pietanze diverse, a suo estro. I piatti sono sempre più o meno gli stessi, ma ogni cuoca ha la sua mano. Il pane viene sempre fatto sul momento e sono focacce morbide; vi è poi l’immancabile cacciapuri (focaccia con il formaggio o altro dentro), tante melanzane a volte con una deliziosa crema di noci sopra, formaggio (spesso salato arrabbiato), fagioli, insalate varie, ceci, yoghurt, sciroppi casalinghi di frutta e tante altre cosine spesso molto buone. Quasi mai la carne. La Svanezia non produce vino, solo distillati di frutta. Quelle cene, per i camminatori stanchi son una vera festa. L’atmosfera è bucolica al 100% e la padrona di casa è sempre gentilissima ed allegra.

Con una camminata assai lunga, di tutta una giornata, o con alcune ore di macchina molto robusta si può passare dalla Svanezia superiore a quella inferiore. Questa è una vallata molto meno aspra, più temperata, agricola e ricchissima di vegetazione. Turismo zero, bellissime case in campagne che possono offrire spartana accoglienza, ma ottimo cibo. Qualche giorno di oblio bucolico. Basta andare in giro a chiedere chi può ospitare. Del resto la Georgia è terra di scambi ed accogliere dei viandanti fa parte della sua cultura.

La Svanezia è un eccezionale mondo a parte, la cui visita è più che consigliatissima, anche se non siete camminatori.

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