Domenica pomeriggio con i Pigmei

Pigmeo Africa centrale
Non ho fotografie mie di quella domenica. E detesto le foto dei “selvaggi”: sono persone. Ho deciso quindi di mettere un disegno, risalente ai viaggi degli esploratori bianchi in Africa Centrale. Si tratta di un documento storico.

Cosa c’e’ di meglio che passare il pomeriggio della domenica in compagnia dei Pigmei, nella foresta? E’ la domanda che ci facemmo con la mia fidanzata, quando abitavamo a Lambarené, in Gabon.

Avevamo saputo di un gruppo di tale simpatica gente che si era insediato lungo una pista forestale, non lontano dalla città. Mi feci indicare qualcuno che frequentava quella zona, lo contattai e fissammo. Da persone civili quali siamo, mi feci consigliare su cosa portare, per non arrivare a mani vuote. Acquistai quindi un paio di lampade a petrolio, tipo minatori di carbone, un po’ di stoppino e una stagnina di petrolio; aggiunsi un sacchetto di qualche chilo di riso.

La storia era questa, press’a poco. I Pigmei sono gli antichi abitatori della densa foresta pluviale del Gabon (e non solo). Il loro territorio è stato eroso dalle successive invasioni dei popoli del sud del paese e poi dall’ultima invasione dei temibili Fang che hanno occupato la parte nord del paese mangiando (letteralmente) tutti quelli che non fuggivano. Tutti questi popoli sono agricoltori e sono sempre rimasti ai margini della foresta; abitavano le zone dove c’era almeno un po’ di savana, nella quale si sentivano più a loro agio, pur coltivando (e distruggendo) scampoli di foresta (che trasformano rapidamente in savana).

I Pigmei, no. Loro stanno dentro la foresta, non ne escono e ci si trovano benone. E’ il loro regno e lo conoscono alla perfezione. Gli altri Gabonesi sono spaventati dai pericoli insiti nella foresta (uno dei quali sono i Pigmei stessi) e riconoscono a questa gente delle straordinarie doti di adattamento a quell’ambiente. Dicono che un pigmeo può nascondersi dietro ad una sola foglia.

La domenica prendiamo il tipino con il pick-up 4×4, andiamo verso sud e poi deviamo su una di quelle piste che le compagnie forestali aprono per poter penetrare nella foresta e tagliare quei pochi alberi che conveniva loro vendere. Oggi la situazione è assai cambiata; sono entrati i cinesi che tagliano e portano a casa assolutamente tutto ciò che spunta dalla terra. Basti pensare che in questi mesi stanno comprando anche gli abeti (il cui legno è poco pregiato) abbattuti da Vaia, in Italia, nonostante i costi italiani.

In una oretta arriviamo al villaggio pigmeo, composto da tre o quattro capannucce di frasche, tipo capanni da cacciatori dell’Appennino. Una dozzina di persone fra uomini, donne e bambini stanno lì intorno. Ci accolgono con il sorriso e grande gentilezza. Sono piccoli, ma non piccolissimi; minuti nelle membra e nel volto, sembrano molto agili, si intuiscono scattanti. Si muovono un pò a scatti; per certi aspetti mi ricordano gli indigeni della foresta amazzonica, a dimostrazione che l’ambiente condiziona anche l’umanità. La pelle è molto più chiara di quella degli altri gabonesi ed i tratti del volto ci appaiono simpatici. Sono vestiti di stracci. Devo dire che mi vergogno un po’ di aver fatto questa descrizione fisica dei Pigmei come se fossi un antropologo anglosassone ottocentesco, ma so che ciò risponde alle domande, magari inespresse, dei lettori.

Accoglienza gentilissima, quindi. parliamo soprattutto con gli uomini, sorridenti e dai modi molto civili. Ricevono con piacere le nostre lampade e le mettono nelle capanne. Il tipino che ci accompagna deve essere imparentato con loro e traduce abbastanza facilmente fra la loro lingua ed il francese. Cerco soprattutto di capire per quale motivo hanno deciso di lasciare la foresta per stabilirsi lungo la pista. Intuisco le ragioni e mi riempio di tristezza, ma anche di solidarietà umana.

Oigmei, Repubblica Centrafricana
Questa foto si riferisce ad un luogo di vita di Pigmei della Repubblica Centrafricana. Si tratta di una foresta molto meno umida, densa e sviluppata di quella gabonese di cui si parla nell’articolo. Si noti la forma tradizionale della capanna, ma anche la presenza di elementi moderni: una stagna, delle pentole. Foto di Jmgracia100 via WikiCommons.

Non bisogna pensare che i Pigmei siano privi di contatti con il resto della popolazione: forniscono agli altri gabonesi gli animali cacciati e le erbe medicinali. In cambio ricevono vestiti, pentole, machetes, lampade, alcool, medicine, sale. Stare vicino alla strada facilita di molto questi scambi. Ma vi è anche un motivo più profondo ed è ciò che provoca la mia tristezza. Quel gruppo di pigmei è caduto nella seduzione del modo di vita occidentale. I nostri mezzi, la velocità del nostro vivere, l’apparente onnipotenza della nostra cultura (sia pure mediata dagli altri gabonesi) ha vinto sulla cultura vecchia di molti millenni dei Pigmei. Hanno dato le dimissioni da ciò che erano e si sono accodati al nostro treno. E’ la loro scelta, non possiamo obbligarli a restare nella loro “riserva indiana”, ma è evidente che un pezzo di umanità è stata perso. Vorrei consigliare loro di lasciar perdere e di seguire i loro antenati; ma non solo non mi compete e comunque non mi darebbero retta; ma non sono nemmeno sicuro che non abbiano ragione a volersi integrare nella globalizzazione. Il problema è che non ci riusciranno e finiranno sgretolati dalla macchina del progresso.

A questo punto succede una delle faccende più curiose a cui abbia mai assistito. La mia fidanzata era ecuatoriana e si dilettava nell’uso di piante medicinali, con un certo livello di esperienza. Si mette quindi a discuterne con un pigmeo, sempre grazie alla traduzione del tipo. Parlano delle virtù dell’albero della papaya presente tanto in Ecuador, quanto in Gabon. Viene fuori una discussione anche accesa sul fatto se siano più medicamentose le foglie ed il frutto (come dice la mia fidanzata) o le radici (come sostiene il pigmeo). La discussione si fa calda ed il traduttore fatica un po’ a stare dietro ai due che finiscono per comunicare più semplicemente a gesti. Ognuno difende la propria cultura fitomedicinale con veemenza ed io li osservo sbalordito, ma felice: non esistono frontiere fra la gente, ed ancor meno fra la gente tropicale!

Un altro pigmeo mi fa provare il suo arco. E’ un bastoncino ricurvo di meno di 60 centimetri; il filo è un tendine di animale; la freccia una sorta di spiedino da arrosto in bambù. Mi mostra una scatolina dove c’e’ del cotone imbevuto di veleno. Mi spiega che intingono la punta della freccia per avvelenare l’animale. E’ una caccia da foresta: si avvicinano in silenzio all’animale (scimmiette, uccelli, piccole gazzelline) e tirano la freccia avvelenata. Non è affatto necessario che colpisca organi vitali, del resto è troppo piccola e leggera per farlo. Basta che ferisca. Il cacciatore seguirà l’animale fino a che cadrà morto per avvelenamento. Mi fa un po’ di tiro al bersaglio contro un albero e mi regala il suo arco con una decina di frecce contenute in una faretra di bambù da appendersi al dorso con delle funicelle tipo vimini. La faretra mi si romperà appena arrivata a Firenze, schiantata dalla mancanza di umidità di un appartamento riscaldato.

Vado a vedere un campicello che hanno preparato, fra le capanne ed il fiume. Diventando stanziali ed abbandonando il loro modo di vita tradizionale, hanno fatto il passo da cacciatori / raccoglitori a contadini. Ho potuto vedere con i miei occhi il passaggio fra il Paleolitico ed il Neolitico: l’inizio della dannazione dell’umanità; la scoperta del lavoro. Per loro Adamo aveva appena mangiato la mela.

Non avevo mai visto un campo così strampalato. Invece di abbattere gli alberi per far posto alle colture si erano arrampicati fino ad una decina di metri di altezza e li avevano capitozzati (in modo da durare meno fatica). Sotto avevano seminato assolutamente alla rinfusa quel che era capitato loro sottomano, lasciando che le erbacce prendessero il sopravvento. Apprendisti contadini. Il cuore mi si strinse.

E mi si stringeva ancora di più al pensiero di ciò a cui i temibili Fang sottopongono queste mitissime persone. Sono convinti che il mal di schiena di un uomo si curi scopando una pigmea. Quindi vanno nei loro villaggi, violentano la prima donna che trovano e se ne vanno.

Alla fine del pomeriggio, ci salutammo come cordiali vicini e ce ne andammo. Non tornammo più ed io sono sicuro che quelle persone sono tutte morte di alcolismo, AIDS, mendicità, malattia, alienazione e tristezza.

Io, i francesi, non li reggo più.

Luigi XIV, il Re Sole. Tutto girava intorno a lui.

Devo confessare che io non reggo più i francesi. Non li sopporto proprio più. Ho anche smesso di andare in Francia, di vedere la televisione francese, di leggere i loro libri, di vedere i loro film, di ascoltare la loro musica, di interessarmi alle loro faccende, fossero pure i Gilets jaunes.

Perché? Non lo so di preciso, ma non ne posso proprio più.

Eppure ho subito una loro profonda influenza culturale, ne ho imparato bene la lingua, ho seguito gli affari politici e culturali, ho vissuto in mezzo a loro, ho apprezzato il camembert, ho avuto capi, colleghi, sottoposto francesi. Poi ho detto basta.

Ora ne sono profondamente insofferente.

Mi da fastidio come parlano; con quel tono un po’ scocciato e supponente di dover spiegare cose ovvie che l’ascoltatore dovrebbe sapere, se non fosse così ottuso; sbufficchiando e facendo la bocchina a culo di gallina. E i loro modismi? Quel ripetere le solite quattro viete formulette che vogliono sembrare disinvolte, ma sono solo penose. (pas terrible, pas possible, vachement, c’est deguelasse, du n’importe quoi, allez! c’est parti!). Che se gliele togli restano lì a boccheggiare muti come trote appena pescate. Il vizio di usare molte parole per dire poche cose. L’uso di parole che vorrebbero essere spiritose quando invece sono solo trite e ritrite: godasses per scarpe, bagnole per macchina, à poil per nudo, mec e nana per uomo e ragazza. Insopportabilmente stucchevole e ripetitivo.

Il loro senso dell’humour? E’ sbalorditivo come possano ridere di battute sempre uguali e mille volte ripetute. Possono assistere allo stesso numero comico ripetuto e ripetuto quasi identico e continuano a riderne. Monotonia, nessuna variazione agli schemi. Sono così contenti di aver capito la battuta che vi si afferrano, impauriti di non capire la seguente, diversa.

Sembrano sempre un po’ arrabbiati, come se la tua esistenza li disturbasse, in qualche loro affare di primaria importanza. Si guardano gli uni gli altri con insofferenza e superiorità; sono obbligati ad ignorarsi o a scontrarsi, quando non possono ignorarsi.

Prendete le donne eleganti. Guardate le loro gambe: hanno sempre dei tacchi accentuati e dei polpacci magri, con i muscoli nervosi, ben scolpiti, tesi ed indaffarati. Tacchettano qua e là smaniando e dando ordini, appena possibile.

Gli ordini vengono impartiti ricoperti da formule di politesse a cui più nessuno crede; ampollose, ma dette con toni ultimativi che lasciano intravedere la fucilazione alla prima esitazione (s’il vous plait, j’aimerais bien, puis-je vous demander, voudriez-vous bien).

E’ un continuo gioco di intimidazione e apparenti buone maniere. I francesi cercano di sopraffarsi vicendevolmente a colpi di fioretto. Si dicono cose terribili con modi apparentemente gentilissimi. Si disprezzano con raffinatezza.

Svevo Moltrasio, autore, regista, attore di una serie web sui difetti dei francesi. Molto seguita ed amata da chi conosce i francesi. Meno comprensibile, forse, per chi non li conosce. La serie si chiama Ritals, che è il nome dispregiativo che viene dato agli italiani in Francia.

Naturalmente tutto ciò ha una spiegazione. La Francia è di gran lunga il paese più antico dell’Europa occidentale. Inghilterra e Spagna sono arrivati all’attuale consistenza in epoche più recenti; Italia e Germania da ben poco tempo. La Francia è stata, invece, un paese unitario (con modeste differenze dai confini attuali) da sempre, con una forte monarchia centrale di stanza a Parigi. Questa città è assolutamente centrale in Francia, tutto è concentrato lì. Non vi sono equivalenti di Milano, Barcellona, Amburgo, Francoforte. A Parigi risiedeva un re potentissimo, circondato da una folla di nobili che componevano la Corte. A cui si aggiungevano artisti, intellettuali, condottieri. La crema di una nazione intera era concentrata a Corte, dove sbafavano il frutto del lavoro di milioni di disgraziati che languivano nel resto del paese. Ed è a Corte che nasce la cultura dei francesi; non nei borghi come in Italia, nei conventi come in Spagna, nei castelli in campagna come in Inghilterra o nei magazzini delle merci come in Olanda.

Immaginiamoci quindi una società di ricchi oziosi che si disputano l’un con l’altro la benevolenza della Maestà, accompagnata immancabilmente dai soldi degli appannaggi. E come si combattono questi ricchi, pigri, dispettosi ed infantili Signori? Con le battute salaci; con le risposte acide; con l’astio del mio sangue più blu del tuo; con l’eleganza raffinata dei modi e degli abiti, ma non certo dell’animo; con il disprezzo verso gli altri. Bisognava scintillare per attrarre l’attenzione del Re, ed i suoi soldi. Si doveva essere brillanti di spirito, svelti di lingua, eleganti nei modi. La sostanza contava poco, l’immagine moltissimo. In quelle Corti avvelenate dagli odi doveva predominare l’abitudine sciacallesca di sbranare chi si trovasse in difficoltà; un avversario eliminato! Tutto ciò è la cultura francese attuale.

Di particolare sgradevolezza è, ai giorni nostri, l’ultima abitudine appena menzionata. Se il loro interlocutore falla in un qualche modo, il francese medio è subito pronto ad avventarglisi contro facendogli rimarcare l’errore commesso, l’imprecisione dimostrata, una qualche inadeguatezza nello svolgere un compito. Pare che ne godano a rinfacciarsi le cose: totale mancanza di signorilità, umanità, sensibilità. Degli avvoltoi in cerca delle mancanza altrui. Ed è per questo che quando un francese si trova in fallo, reagisce con veemenza; per parare i colpi che stanno per arrivare copiosi.

L’arroganza e la supponenza grondano copiosi in Francia, grande guele la chiamano loro stessi. La mancanza di educazione impera sovrana. Ad una cena formale a cui partecipavo ho sentito un francese dire che gli italiani sono tutti magnaccia. Non conto le volte che dei francesi, appena si son resi conto del mio accento italiano, hanno esclamato felici: “Mafioso”. Innumerevoli le volte che non riconoscendo il vostro accento vi chiederanno da dove venite; e non perché gliene importi qualcosa, ma solo per farvi rimarcare il fatto che siete stranieri; giusto per tenervi a distanza. In un ristorante a Tolosa si sono rifiutati di servirmi perché in compagnia di una donna nera.

In questo contesto è facile immaginarsi come i francesi abbiano trattato, trattino e tratteranno i loro colonizzati prima in Africa e poi in casa loro. Abissi di razzismo, molto spesso mascherato da quell’aria di accondiscendenza che è gentile avere nei confronti degli inferiori. Paternalismo, aria di sufficienza, velato (se non aperto) disprezzo. E’ una cosa insopportabile. Non c’e’ quindi da meravigliarsi se, frequentemente, divampino episodi di cieca violenza; come quando bruciavano le macchine o si organizzano attentati terroristici. Se ci avete fatto caso gli autori di quest’ultimi sono quasi tutti nati in Francia. Si dicono combattenti islamisti, ma le loro azioni credo siano, più semplicemente, risposta al disprezzo di cui quelle persone, e le loro comunità, sono state fatte perennemente oggetto.

Qualcuno dirà che non tutti i francesi sono così e che vi sono delle eccellenti e sensibili persone. Ovviamente è così, soprattutto nelle contrade marginali del paese. Ma essendo la Francia una nazione straordinariamente accentrata, lo spirito, le abitudini, l’essenza del paese si costruisce a Parigi e da lì si irradiano incontenibili verso il resto della Francia.

Io non ci vado più, per non rovinarmi il fegato, ed altrettanto consiglio a voi.

La complicata festa dell’Alarde di Hondarribia

L’Alarde de Hondarribia. La sfilata. Foto dal sito della Fondazione che organizza la manifestazione.

Questa è una vicenda tutta spagnola in terra basca ed è anche molto istruttiva di come vanno certe faccende turistiche.

Hondarribia (in basco, mentre in spagnolo sarebbe Fuenterrabia) è una cittadina proprio alla frontiera con la Francia, sull’oceano Atlantico. Nel 1638 la popolazione difese con successo la città dagli attacchi francesi. Da quel momento tutti gli anni, fino ad oggi, in settembre, la popolazione sfila in ricordo dell’evento. Tale sfilata è chiamata Alarde che vorrebbe letteralmente dire rivista militare.  Ci sono stati molti cambiamenti nei secoli; da metà del 1800 si sono formate delle “compagnie” per quartiere o per mestiere, che sfilano l’una dopo l’altra, vestiti alla basca, suonando dei pifferi e/o portando dei fucili. Sono migliaia di persone. In testa una compagnia di “boscaioli” che in realtà è la crema della società cittadina, una specie di massoneria nella quale non si entra che per nascita e reddito. La manifestazione è piuttosto monotona.

Fin qui i fatti. Ora i significati. Come succede a Siena con il Palio, la festa non è solo una festa. In realtà è un complesso rito identitario e federativo della città. E’ una cerimonia interclassista ed intergenerazionale. E’ il patrimonio immateriale della città, l’Alarde rappresenta il fondo dell’anima degli abitanti di quella città. E’ cosa loro, proprio come a Siena. Da un punto di vista politico è evidente che è una forma per smussare le tensioni sociali; tutto ciò che è federativo finisce per diventare un modo di conservare il potere da parte di chi ce l’ha. E non è per caso che la prima compagnia che sfila sia proprio quella della crema della città. Per l’appunto vestiti in un modo molto diverso dagli altri e con degli stranissimi ed enormi cappelli, tipo quelli della guardia reale inglese. Quindi, prima e diversi passano i maggiorenti, dietro il popolo. E che stia buonino; questa pare essere la base politica dell’Alarde.

Poco si sa della festa durante il Franchismo. Certo l’identità assolutamente basca della festa doveva stridere con lo spirito spagnolissimo del regime. Ma la Chiesa, sempre franchista, era massicciamente presente nella cerimonia e la borghesia cittadina, in fondo, trovava nel regime sufficienti vantaggi per dimenticare il nazionalismo basco. Uno dei principali esponenti dell’Alarde prefranchista, un certo generale repubblicano, fu infatti fucilato ed insieme a lui un gran numero di socialisti baschi della città. Tanto che negli anni successivi alla guerra le sfilate furono tristi e sparute, ma si continuarono a fare, anche con la presenza di Franco, in una occasione.

Si capisce, insomma, che l’Alarde non fu affatto un luogo di resistenza al franchismo e di nazionalismo basco. Ma qualcosa di strano successe comunque. E fu un fatto a cui gli studiosi del turismo dettero enorme importanza.

Anche Franco assisteva all’Alarde di Hondarribia, in quei tempi Fuenterrabia.

Ecco cosa avvenne. Verso la sua fine, il regime franchista espresse un’ansia di modernizzazione e di sviluppo di quel paese che aveva condannato alla miseria per tre decenni. In particolare ad Hondarribia fu costruito ed inaugurato dal proprio Generalissimo, un Parador Nacional: un grande albergo di lusso per turisti stranieri. Dalle sue finestre si poteva veder passare la sfilata del Alarde ed il governo locale decise di raddoppiare le parate, facendone una la mattina ed una il pomeriggio, ad usum turisti.

In quegli anni girava nella zona un giovane studioso americano, tale Davydd J. Greenwood, a cui parve che il popolo di Hondarribia fosse molto malcontento per la “turistizzazione” della loro sfilata. Credette anche che non si riuscisse più a trovare le persone per fare la parata e che il Comune avrebbe dovuto pagarle per metterla in piazza. Una tradizione secolare sarebbe stata quindi uccisa dal turismo. Su questa sua intuizione, ci fece un dotto articolo che fu pubblicato. Gli studiosi di turismo vi si gettarono sopra prendendo Hondarribia come esempio dei danni che il turismo può fare al patrimonio culturale di un luogo e lodando l’integrità degli abitanti che preferivano eutanasiare una festa che corromperla con sguardi estranei.

In realtà della teoria dell’americano non vi è traccia nella storia dell’Alarde; gli stessi partecipanti alla festa non ne sanno niente e non si ricordano di niente. Probabilmente fu un abbaglio dello studioso. E ciò è un peccato perché in tempi di rivolta contro l’overturismo, quali quelli che noi viviamo attualmente, un esempio di reazione composta e netta della popolazione contro l’eccesso dei turisti sarebbe stata molto interessante. Un gran bel precedente, sarebbe stato, se solo fosse stato vero. Peccato.

Erano anche gli anni del ritorno prepotente del nazionalismo basco e nel 1975, subito dopo la sfilata si formò una manifestazione politica contro la Spagna, durante la quale la tremenda Guardia Civile uccise un manifestante; tale Jesus Zabala, di 22 anni, che ad ogni Alarde viene a tutt’oggi ricordato.

Ma la parte più interessante della storia arriva ora. Tutte le compagnie che sfilano durante l’Alarde sono maschili; ovviamente, perché ricordano le milizie che difesero la città. Quindi la città, nel giorno della sfilata, si divide in due: quasi tutti gli uomini sfilano, quasi tutte le donne fanno da spettatori. Ogni compagnia ha una sola donna: una cantiniera che sfila all’inizio. Ricorda le donne che davano da bere ai militari, dopo le guardie. Ruolo in certi periodi molto apprezzato, in altri ridotto a rango quasi di prostituta. Vabbè.

Sfilano le donne e le spettatrici si nascondano dietro i teli neri. Foto di Cadenaser.

Dalla fine degli anni ’90, nella scia del femminismo rampante in Spagna, delle donne hanno voluto partecipare alla sfilata. Il Comune e gli abitanti si sono massicciamente opposti. Le donne, allora, han fatto ricorso al tribunale che ha sancito il loro diritto a partecipare alla manifestazione. Si è formata un’ulteriore compagnia, mista di molte donne e pochissimi uomini che fa la sua rivista in ultima posizione, non partecipa ufficialmente e non ha diritto di fare tutta la cerimonia. L’organizzazione della sfilata era a cura del Comune. Dopo che il tribunale ha ingiunto al Comune di ammettere la compagnia mista, il Comune stesso ha preferito disfarsi del compito e passarlo ad una Fondazione che, in quanto soggetto privato, non ha l’obbligo di inserire nel programma completo la compagnia mista. Quando quest’ultima sfila, viene giù il mondo dai fischi e dagli urli degli spettatori, in grande maggioranza, come già detto, donne. Molte portano cartelli negri, danno alla sfilata le spalle, o si coprono i volti con lunghi teli di plastica nera. Le polemiche fioccano, anche a livello nazionale. Una roba da non credere, tanto casino per una festa.

La spiegazione è semplice e ritrova un po’ di quegli elementi che lo studioso americano aveva annusato a fine anni ’60. Gli abitanti, compatti, dicono che l’Alarde è affar loro, che è sempre stato senza donne (salvo la cantiniera), che rappresenta la loro identità e che non saranno delle femministe venute da fuori o un tribunale a dettar legge nella loro tradizione. E si badi bene che le donne di Hondarribia sono le più accanite a non volere la compagnia mista. Al limite gli uomini sembrano più possibilisti.

La vicenda è tipicamente spagnola; intorno alle feste si fa una grande polemica che sfocia nella politica (l’Alarde sarebbe diventato ora un feudo della destra) e finisce per mescolare tutto in un tale casino che nessuno ci capisce più niente.

Ma è anche un grande segno di vitalità della festa, se qualcuno arriva alle mani (è successo) per difenderne una sua visione. Quindi non solo folclore, non solo pattume turistico, ma anche forte sentimento di identità. Una faccenda che va seguita.

 

 

 

Gli italiani all’estero ed i turisti

Al turista italiano può capitare di incrociare, durante i propri viaggi, altri italiani che sono stabilmente residenti nel paese visitato. Questo fatto è assai probabile, dal momento che l’emigrazione italiana nel mondo è, storicamente, enorme (anche se ce ne vogliamo dimenticare, in questi periodi bui). Alcuni turisti rifuggono dall’inconro con altri italiani (sono in viaggio anche per dimenticarseli, almeno per un momento); altri, invece, amano riconoscerli e scambiarci due parole nella lingua materna.

Le due categorie, turisti e residenti, non sono molto compatibili, a dire la verità. I primi sono attratti dai residenti ed a volte ne sono addirittura affascinati: parlano la lingua locale, sanno tutto, si muovono con agilità. I residenti sono invece un po’ annoiati dai turisti che fanno sempre le stesse domande e non sanno mai niente. Li trovano fastidiosi ed impiccioni. Difficilmente verrà loro in mente di invitarli una sera a cena a casa propria. Mentre il locale si batte contro le difficoltà quotidiane, il turista è incantato da una chiesa o dal merengue. Difficile intendersi con due punti di vista così lontani.

Ma è bene che il turista sappia distinguere le diverse categorie di italiani residenti per meglio poter scegliere una strategia di approccio. Par carpir loro i segreti interni della località visitata. I residenti si beccano sui mille gruppi FB “Italiani a…”

Emigrati storici ed i loro discendenti. I secondi ormai non hanno più niente di italiano, salvo il cognome. Parlano male o nulla l’italiano ed al massimo vi intratterranno con la nonna siciliana e la sua lasagna. Perfettamente inutile frequentarli. I primi saranno ormai molto vecchi ed ampiamente rincoglioniti. Si ricorderanno vagamente di un’Italia povera da cui sono fuggiti. Conservano nel loro cuore il dolore del distacco dal loro paesello, dalla famiglia, dagli amici; sono ancora rabbiosi per esser stati obbligati dalla miseria all’emigrazione. Molti dei loro amici di infanzia sono rimasti a casa e la loro vita non è poi stata troppo male. Forse era meglio restare, senza patire il trauma della lontanaza.  Parlano con fervore della loro nuova patria, un po’ perché ha comunque permesso loro di vivere, un po’ perché se dicessero di esser finiti in una merda di posto dovrebbero ammettere di aver sbagliato tutto in vita loro. In generale sono persone abbastanza agrie e non conviene intrattenervicisi soverchiamente. Ovverosia, lasciateli perdere. Molti sono sfacciatamente di destra; vissuti con il mito del self made man, una specie di eroe contro la solidarietà fra individui.

I pensionati.  Una categoria assai recente di italiani residenti all’estero sono i pensionati. La pensione di chi prende la residenza all’estero non viene tassata; ed in certe nazioni i pensionati esteri non sono tassati dallo Stato in cui risiedono. Quindi queste coppiette si ritrovano con una pensione fortemente aumentata e magari in un paese con il costo della vita moderato. Sono improvvisamente diventati ricchi! All’inizio affrontano la loro vita con estrema gioia e soddisfazione. Da buoni italiani sono soprattutto felici di gabbare lo Stato e di non pagare le tasse. Scoprono un paese nuovo, hanno i dindini in tasca; paion fanciulli al primo giorno di vacanza natalizie.

Ma….   Ma poi arriva la realtà. Hanno l’obbligo di vivere in quel paese per almeno 6 mesi l’anno e sei mesi sono tanti. Si parla di paesi come il Portogallo, la Tunisia (solo per i pensionati statali), l’Albania, la Bulgaria, il Cile. Non parlano la lingua e a quell’età non riescono ad impararla (prova a parlare il bulgaro a 65 anni….). Ogni problema diventa insormontabile: una fuga d’acqua, i rapporti con il proprietario della casa, i prodotti al mercato sempre un po’ diversi da quelli italiani, la solitudine. Finiscono fatalmente fra di loro, intristiti, a parlar male del paese dove son finiti e dei loro abitanti. Pochi quelli soddisfatti della vita. Trasmetteranno al turista amarezza e rancore. E comunque non avranno capito e saputo quasi nulla del posto dove abitano.  Non saranno di nessuna utilità.

Un po’ meglio può andare con i pensionati ricchi, slegati dal semestrale obbligo di residenza. Loro sono liberi di tornare in Italia quanto vogliono, avranno acquistato una seconda (o terza) casa alle Canarie, a Malindi, a Miami e vivono sereni. Ma difficilmente vorranno avere a che fare con un turista come voi che, magari, alloggia nell’alberghetto ed ha, come secondo fine, quello di scroccare una cena come si deve.

I disoccupati espulsi. Frotte di giovani italiani, stanchi di fare i maloccupati nella  pesantissima atmosfera nazionale, mollano gli ormeggi e la famiglia e migrano in posti che paiono loro attraenti: Londra, Irlanda, Portogallo, Atene, Sud Africa ed altre esoticità. Fanno spesso lavori infami come lavapiatti, addetti ai famigerati call center, smanettoni informatici, improvvisati pizzaioli. Ho conosciuto venditori di aloe vera alle Canarie, camerieri di bar periferici ad Atene, istruttrici di pilates a Lisbona. Ma almeno hanno uno stipendiuccio, vivono in un ambiente diverso e spesso stimolante e si son levati di torno dalla patria depressione. Ecco, se il turista è di quella fascia di età, questi sono i migliori compagni possibili: conoscono tutti i locali e vi ci portano volentieri, sono prodighi di consigli, tengono blog su cosa fare la sera o quali sono le migliori spiagge della zona. Si muovono molto con i giovani locali e se vi comportate come si deve vi aggregheranno alle loro uscite.

La marmaglia.  Vi è poi un’altra categoria di italiani all’estero che ho già ampiamente descritto in questo post su Santo Domingo. Ma sono frequenti anche altrove, soprattutto nei paesi più poveri dell’Italia. Sono una mandria di razzisti, cafoni, fascisti e puttanieri (anche donne, s’intende) che hanno lasciato (in alcuni casi hanno dovuto lasciare, in fretta) l’Italia per andare a fare i gradassi a spese di quelli che son costretti a chinare il capo per miseria. Sanno tutto loro, sanno fare tutto loro, i locali sono delle cacche, buoni/e solo ad esser trombati. Poi li ritrovi a vendere tranci di pizza e ad affittare gli ombrelloni. Loro sono emigrati ma gioiscono per gli annegamenti nel Mediterraneo. Sputano sentenze e si dannano il fegato per l’invidia; parlano malissimo gli uni degli altri, facendosi incessantemente le scarpe a vicenda. Conoscono bene l’ambiente dove abitano, parlano i dialetti locali, sarebbero una fonte infinita di informazioni, aneddoti, storie di vita vera. Ma la loro frequentazione è scoraggiante e sconsigliata. E sono legioni. Sono gli emigrati degli ultimi 20 – 25 anni, frutto della deliquescenza italiana. Ne sono il pus. Occhio, sono maestri nell’arte di non pagare.

I lavoratori. Ci sono, infine, i lavoratori. Quelle persone serie che stano all’estero per fare la loro normale vita. Gente che ha un lavoro, una casa, magari una famiglia, amici italiani e locali. Persone, purtroppo, che hanno poco tempo da passare con i turisti. E magari anche poca voglia, vista la brevità e l’inevitabile superficialità del rapporto.

Si conferma quindi che i rapporti fra turisti e residenti sono difficilmente praticabili. Due mondi separati che hanno la tendenza a restarlo; a conferma della sostanziale “anormalità” del fenomeno turistico.

Di chi era il dentino di Isernia: campeggiatori, macellai o carognari?

Il dentino da latte ritrovato ad Isernia nel 2014. La datazione è di 570.000 anni. Foto di: http://www.unife.it, Claudio Berto, Julie Harnaud via Wki Commons.

Siamo nell’attuale periferia meridionale di Isernia. E ci troviamo verso l’incredibile data di 570 mila anni fa. La zona non è profondamente incisa come la vediamo oggi; è invece pianeggiante, tanto che in alcuni punti si è formata una palude. Intorno delle montagne. Il clima è leggermente più fresco e secco dell’attuale. Nella parte pianeggiante prevalgono le praterie con degli alberi sparsi. Sono luoghi ideali per il pascolo degli erbivori. Ma lungo i fiumi ed intorno alla palude, la presenza dell’acqua e dell’umidità notturna, favorisce la presenza di molti altri alberi che perdono le foglie d’autunno: ontani, pioppi, salici, platani. La vegetazione è fitta e vi è del sottobosco. Si tratta di quelle che vengono chiamate “foreste a galleria”, proprio perché formano delle gallerie all’interno delle quali scorre il fiume; alle spalle della galleria si trovano le savane, le praterie. Sulle alture circostanti, la temperatura più fresca ed una buona presenza di umidità permette la crescita dei castagni e dei faggi. E’ molto difficile paragonare un paesaggio preistorico ad uno attuale europeo: le profonde trasformazioni fatte dall’uomo hanno sconvolto tutto: regimazioni dei corsi d’acqua, coltivazione dei campi, sistemazione delle colline.  Ma se vogliamo farci un’idea del paesaggio di quel luogo in quel momento, possiamo pensare a certe zone poche abitate della Maremma fra il profondo sud della Toscana e l’inizio del Lazio. Vasti spazi aperti, con foreste a gallerie dove c’e’ l’acqua e boschi sulle alture. Il tutto un po’ più freddo di come sia ora la Maremma. In altre parole: vedendo quel paesaggio non troveremmo niente di particolarmente strano; ci parrebbe familiare, solo molto “naturale”.

Resteremmo invece sbalorditi al vedere gli animali che si aggirano in codesto bucolico paesaggio. Non crederemmo ai nostri occhi e sarà anche difficile credere a quanto state leggendo. E’ invece tutto provato, fin nei minimi dettagli. Nelle praterie vedremmo molti bisonti, ma anche degli elefanti e dei rinoceronti. A dar loro la caccia, addirittura, dei leoni e dei leopardi. Sulle alture, delle specie di capre. Più vicini alla vegetazione lungo i fiumi e la palude troveremmo dei cervi, dei daini e dei caprioli, addirittura degli orsi; nella macchia più fitta dei cinghiali ghiotti delle ghiande di leccio.

Non deve stupire la strana mescolanza di animali, che noi associamo a climi freddi, come i bisonti,  in compagnia di altri, di tipo “africano”. Ci sono due spiegazioni. La prima ci dice che questi animali non sono esattamente come quelli esistenti attualmente; erano i loro progenitori con alcune caratteristiche leggermente differenti e che potevano essersi adattati a climi differenti da quelli in cui vivono i loro attuali discendenti. Ad esempio, i mammut sono pur sempre degli elefanti, eppure vivevano nel freddo della Siberia. La seconda spiegazione ci dice invece che molti degli animali scomparsi dall’Europa, lo sono semplicemente per il fatto che sono stati sterminati dall’uomo. Se non fosse per costui, i leoni si aggirerebbero nei boschi appenninici; e se non fosse per i Parchi nazionali africani, i leoni sarebbero spariti anche da quel continente.

Nella palude sguazzavano gli ippopotami, si posavano i germani reali e i tuffetti, nuotava la tartaruga d’acqua insieme a numerosi pesci e stazionavano le rane. Sulle rive si aggiravano diverse specie di roditori ed alcuni insettivori del tipo della talpa. Insomma una flora ed una fauna molto varia: un bellissimo esempio di biodiversità. L’accostamento di una ambiente a prateria, di uno ricco di vegetazione arborea e di un terzo acquatico, come la palude, ha permesso un vero formicolio di vita dove la ricerca del cibo è certamente più agevole.

Verso i margini della palude vi era uno spazio libero, probabilmente fangoso, ove si svolgeva una parte interessante della vita del microcosmo che abbiamo appena descritto. Ebbene, quello spazio è ancora lì e viene scavato poco a poco fin dal 1978, quando tornò alla luce in occasione della costruzione di una strada che lo prese in pieno. Fortuna volle che fosse presente un colto appassionato, che se ne accorse e dette l’allarme.

Quello spazio, di qualche centinaia di metri quadrati,  fu provvidenzialmente salvato dalle ingiurie del tempo grazie a degli importantissimi fenomeni vulcanici, ben conosciuti in Campania e Molise, che ricoprirono il tutto con un bello strato di materiale vulcanico “leggero”, in un modo simile a quello che avvenne a Pompei, ormai quasi ai giorni nostri. E’ molto probabile che sia stato il vulcano di Roccamonfina, a 35 km da Isernia, ad eruttare quella pomice. Il vulcano si è poi estinto circa 50.000 fa, ma la zona è ancora oggi sismica e sottoposta a movimenti tettonici.

Ma cosa c’era in quello spazio e cosa c’e’ rimasto ancora, che ha riempito di entusiasmo gli archeologi e di meraviglia i visitatori? Moltissime cose, che danno una enorme quantità di informazioni sulle vicende che vi si svolsero – vale la pena ricordarlo – 570.000 anni fa, decina di millenni più, decina di millenni meno. Il problema, magari, sta nelle interpretarle correttamente. Il fatto fondamentale è che in quell’ambiente vi era un elemento ulteriore, finora taciuto: l’uomo! E dopo vedremo di che tipo.

Lo spazio è in lieve discesa e presenta una base di terra fine, che diventava fanghiglia quando si bagnava, ricoperto da uno strato quasi continuo di sassi di travertino di medie dimensioni e da una quantità stupefacente di ossa degli stessi animali di cui abbiamo parlato precedentemente. Le ossa non sono in connessione anatomica e ciò vuol dire che sono state disarticolate dallo scheletro a cui appartenevano, spostate, manipolate. Fra i blocchi di travertino e le ossa sono anche state trovate delle buone quantità di schegge di selce. La materia prima, da cui sono state tolte le schegge, proviene dai dintorni, se ne trova ancora. Questo tipo di pietra si forma naturalmente all’interno delle rocce calcaree. In questo caso si presenta sottoforma di lastre di pochi centimetri di spessore. Queste lastre sono state scheggiate dall’uomo per trarne degli attrezzi che sono poi stati abbandonati fra i sassi e le ossa.

Soffermiamoci sulle ossa. La caratteristica principale è che il campionario presente non è casuale; in altre parole non ci sono un po’ tutte le ossa, in percentuale simile a quella nella quale sono rappresentate negli scheletri dei diversi animali. Ce ne sono solo alcune ed in particolare i crani e le ossa lunghe, almeno per quanto riguarda gli animali di dimensioni più grosse.  Inoltre le ossa non sono affatto intere, ma molte sono state spezzate; e ciò è successo quando erano ancora fresche. Questo particolare lo si deduce dalle caratteristiche del punto di rottura, ben diverse se l’osso si è rotto da fresco o da secco. Altro aspetto fondamentale è la differente presenza delle ossa dei differenti animali. Quello di gran lunga più rappresentato è il bufalo con diverse decine di esemplari, poi viene il cervo e il cinghiale. Sporadici gli elefanti e gli orsi, un solo esemplare di leone. In questi casi si parla di “numero minimo di individui”. Il concetto è intuitivo: si contano tutti i tipi di ossa della stessa specie e si identifica quello più presente. Diciamo sia stato il femore destro: se ve ne sono 10, ci devono essere stati almeno 10 individui, anche se probabilmente ce n’erano molti di più e gli altri femori destri sono finiti altrove.

Le ossa non solo erano spezzate, ma avevano subito altre manipolazioni. E’ comune, negli studi sul Paleolitico, osservare con estrema attenzione la superficie delle ossa animali, ritrovate negli scavi, per identificare delle eventuali tracce. Tale scienza si chiama, con poca fantasia, “tracceologia” ed è molto utilizzata anche in ambito forense. Sono necessarie analisi con microscopi avanzati; ma ormai vi è una buona conoscenza di quale operazione eseguita con quale strumento è stata effettuata su tale osso, solo osservando la forma e la posizione dei graffi lasciati . Un buon tracceologo osseo riesce a far parlare l’osso che ha studiato.  Nel caso di cui stiamo parlando, lo studio è stato particolarmente difficile in quanto la superficie delle ossa, per quanto ben protetta dal materiale vulcanico che le aveva ricoperte, si era in qualche modo “erosa” facendo perdere di consistenza e di dettagli i graffi lasciati dall’uomo. Con dura pena i tracceologi hanno comunque potuto stabilire che dalle ossa si era tolta la carne e si erano asportati i tendini utilizzando gli attrezzi in pietra che erano stati trovati lì intorno, fra i sassi e le ossa stesse. Naturalmente non vi è corrispondenza diretta fra quel graffio e quello strumento specifico; ma si sa con certezza che quel tipo di attrezzo in pietra ha lasciato sulle ossa quelle striature.

Inoltre è noto che durante la preistoria, le ossa lunghe e certe ossa del cranio, come le mandibole, venivano spezzate per trarne il succulento midollo, buono e nutriente, esattamente come facciamo noi con l’ossobuco. Il cranio veniva sfondato per mangiare il cervello, ovviamente.

Le pietre scheggiate, le selci, non erano di buona fattura. Già la materia prima non è di gran qualità: le lastre hanno uno spessore di pochi centimetri. Venivano poste su una pietra e con un’altra si batteva sul bordo: si staccava una scheggia. Se ne traevano delle schegge abbastanza informi e fini (e ciò era un vantaggio perché tagliavano meglio), lunghe quei pochi centimetri che rappresentavano lo spessore della lastra di partenza. Non vi sono casi di schegge tolte tenendo la lastra in piedi e sfruttandone la lunghezza o la larghezza, invece dello spessore; probabilmente la cattiva qualità della selce lo avrebbe impedito. La fattura di queste schegge dà l’idea di un attrezzo fatto in fretta, su due piedi, alla buona, senza particolare attenzione. Gli archeologi sperimentali sono intervenuti ed hanno studiato il caso, arrivando a conclusioni impressionanti.

Non desti stupore la massa di studi a cui hanno dato il via questi scavi. Il sito di Isernia – La Pineta (così si chiama ufficialmente) è certamente il più importante del Paleolitico Inferiore italiano.

La prima esperienza è consistita nello scheggiare esattamente quel tipo di lastra con la stessa tecnica che si era potuta desumere dall’osservazione delle schegge “vere”. Queste ultime sembravano essere caratterizzata dalla presenza, in molte di loro, di sorte di denticoli lungo i bordi. Si poteva presumere che tali denticoli fossero stati fatti intenzionalmente per ottenere un ben preciso strumento che si adattasse a delle particolari operazioni che si voleva eseguire. Invece è stato dimostrato che i denticoli sono il risultato spontaneo della scheggiatura di quel tipo di materiale con quel tipo di tecnica (la semplice percussione con un ciottolo). Quindi venne confermata l’impressione di selci “tirate via”, fatte alla buona. E, meravigliosamente, questa impressione fu confermata quando gli archeologi sperimentali riprodussero, con le schegge che loro stessi avevano fatto, le operazioni di scarnificazione su delle ossa di animale attuale. Ebbene, fu visto che dopo 10 o 15 minuti di lavoro il filo tagliente delle schegge era ormai rovinato e che non serviva più a gran cosa. L’ipotesi molto consistente suggerisce, quindi, che quegli uomini scheggiassero sommariamente le lastrine di selce che si trovavano sottomano e che dopo pochi minuti di uso l’attrezzo fosse ormai inservibile e venisse gettato, per farsene un altro nuovo. Dei veri e propri coltellini “usa e getta”. I bordi delle schegge sono consumati da tutti i lati; ciò vuol dire che l’utilizzatore se lo girava fra le dita via via che notava che un taglio era ormai rovinato, per andare a cercarne un altro ancora buono. Naturalmente i tracceologi hanno esaminato anche le schegge utilizzate ed hanno confermato l’uso che ne veniva fatto: scarnificazione e taglio dei tendini. Per rompere le ossa, queste venivano percosse da ciottoli o sbattute contro le pietre.

Ricapitoliamo i fatti ed affrontiamo il difficile capitolo della interpretazione del sito. Abbiamo una superficie coperta da pietre travertinose ed ossa di animali scarnificate ed intenzionalmente spezzate. La scarnificazione veniva effettuata con schegge grossolanamente preparate sul luogo. Le ossa sembrano essere state scelte in base al loro tipo ed in base all’animale a cui appartenevano.  Cosa avveniva, realmente in quel luogo?

Ebbi la fortuna di assistere ad una conferenza di Carlo Peretto e della sua equipe dell’Università di Ferrara, incaricati dello scavo, nei primi anni ’80. Lo scavo era iniziato da poco e si avevano le prime impressioni. Fu una conferenza emozionante. Peretto fu misuratissimo e non avanzò nessuna ipotesi. Ma appariva in grande tensione e disse una serie di frasi che furono chiare ai presenti: sprizzava entusiasmo da tutti i pori. Trent’anni dopo, in un’altra conferenza, a Verona, confermò pubblicamente che, in quegli anni, stavano lavorando su una ipotesi straordinaria. La rievocò con l’amabile nostalgia che si riserva ad un sogno di gioventù, ahimè, fallace.

Si pensava che gli antichi uomini avessero ricoperto quello spazio fangoso con le pietre e le ossa per farne un luogo di soggiorno. Certe piccole porzioni di terra, rotondeggianti e prive di pietre o di ossa, furono interpretate come i punti dove dei pali erano stati alzati per sorreggere tende di pelli o coperture di frasche. I crani sarebbero stati appoggiati con la calotta cranica verso l’alto in modo da rendere più agevole il camminarci sopra. Si sarebbe trattato della prima bonifica e della prima costruzione di un vero e proprio riparo, quasi una casa, della storia dell’umanità. La scoperta del secolo.

Poi gli scavi proseguirono e l’area diventò veramente troppo grande per essere stata un’abitazione; molti altri studi contribuirono alla comprensione del sito e si arrivò ad una più matura riflessione. Quella fantastica ipotesi venne accantonata.

Si è quindi pensato che si trattasse di una area di macellazione; un “macello”. Rappresenterebbe il luogo dove si svolgeva solo una della diversi fasi del processo di ricerca del cibo da parte di quella gente. Gli animali sarebbero stai cacciati ove possibile, scuoiati e ridotti in pezzi trasportabili. Le parti più interessanti sarebbero state portate nello spazio che ora è in scavo, dove sarebbe stata tolta loro la carne ed i tendini (da usare nei molti modi possibili); le ossa e i crani rimanenti sarebbero stati spezzati per prendere midollo e cervello. Ed infine la carne sarebbe stata portata in un terzo luogo per essere cotta e mangiata. Infatti nell’area non ci sono zone che mostrino le caratteristiche tipiche dei focolari (arrossamenti o decolorazioni delle pietre dovuti a lunghe esposizioni al fuoco), salvo in un punto, ma molto dubbio.

Questa ipotesi presenta alcuni aspetti critici. Il più importante verte sulla natura delle ossa presenti nello spazio scavato. Sono soprattutto crani ed ossa lunghe. Ora, appare problematico credere che dei cacciatori si caricassero sulle spalle una testa di bisonte per portarla al macello per trarne il cervello ed un po’ di midollo dalla mascella. Per non parlare poi del teschio di elefante e delle zanne. Perché portare delle zanne al macello ed abbandonarle lì? Ma anche: perché spostare una pesante zampa che può essere facilmente scarnificata là dove l’animale è stato ucciso? La carne può essere poi tagliata in pezzi di peso comodo ad essere portati da una sola persona. Questi uomini erano certamente robustissimi, ma di piccola taglia ed una coscia di bisonte ha un peso notevole. Poco spiegabile anche la relativa assenza di altre ossa. E’ certamente vero che i diversi tipi di ossa hanno una diversa resistenza al passare del tempo ed alcune spariscono; ma ciò non pare essere una spiegazione sufficiente al fatto che le ossa sembrino selezionate. Ed ancora: quel luogo è ricoperto, oltre che dalle ossa, da una grande quantità di sassi di travertino. Tali sassi non sono affatto arrotondati dall’acqua, ma sono irti di piccoli spunzoni. Non ci può essere luogo più scomodo per camminare, per sedersi, per inginocchiarsi mentre si lavora intorno alla scarnificazione di una zampa di bisonte. Ai tempi ci poteva essere dell’erba che facilitava le cose; ma non si capisce per quale motivo quei macellai avrebbero dovuto scegliere un luogo pieno di sassi quando potevano andare poco lontano su della comoda terra. L’unico vantaggio di quell’area sembra essere la presenza di ciottoli di calcare di cui servirsi per fare gli attrezzi “usa e getta” (non si usava solo la selce, ma anche tali ciottoli).

Si potrebbe pensare che quell’area fosse il greto della palude, che gli animali vi andassero ad abbeverarsi e lì fossero cacciati e spezzettati. Ma se così fosse  si dovrebbero trovare TUTTE le ossa od almeno quelle più resistenti. Il che non è.

Resta quindi un’altra possibilità, meno romantica. Si poteva trattare di una spiaggia della palude o del fiume, dove delle piene potevano portare le carcasse di animali affogati dalle alluvioni. Sulle quali, quei nostri progenitori si attivavano per contendere la carne ai batteri della putrefazione. Ulteriori ondate di piena avrebbero portato via le ossa meno pesanti lasciando sul posto solo quelle molto pesanti o quelle che erano rimaste incastrate fra le pietre.

Gli scavi continuano anche se lentamente – solo poche settimane ogni anno  –  nuovi elementi emergono e analisi più avanzate vengono compiute. Le esperienze si accrescono, altri esperti prendono in mano le cose. Ne sia ad esempio il tema della datazione del sito, che non è stato nemmeno sfiorato in questo capitolo. Le misurazioni sono ormai numerose e sono state fatte con metodi diversi. La datazione del sito è cambiata negli anni e si è venuta via via affinando fino a raggiungere l’attuale ipotesi, assai attendibile. Bisogna quindi avere solo pazienza e avremo delle idee sempre più precise su ciò che quella antica gente faceva realmente in quel luogo.

Ma chi erano costoro? Proprio nella campagna di scavi del 2014 emerse un elemento che riportò Isernia – La Pineta sui giornali. Una cosa anche commovente. In una di quelle lontanissime giornate, passate fra le carcasse degli animali, vi era anche un bambino. E forse addentando una di quelle ossa, per farsi una tartara su due piedi, magari ben frollata, ci perse un dentino da latte, un incisivo superiore. Che è stato ritrovato. Questa è la storia che avremmo voluto raccontare. In realtà il dentino non era ancora pronto a cadere, la radice non si era ancora riassorbita (anche i denti da latte hanno delle radici, sia pure più piccole; ad un certo momento cominciano a riassorbirsi e quando sono sparite, il dentino cade). Quindi quel bambino, di 6 anni circa, il dentino lo perse perché morì. Non sottovalutiamo il dentino: è il reperto umano più antico d’Italia!

Da un solo dentino, per di più da latte, non è stato possibile dedurre molte informazioni antropologiche di quella popolazione. Si trattava certamente dell’Uomo di Heidelberg che a quei tempi dominava l’Europa, dopo esservi immigrato dall’Africa. Dopo del tempo quell’uomo si trasformerà nel più noto Neandertal. Ma questa è tutt’altra storia.

Intorno al sito di Isernia è stato costruito un imponente Museo, forse un po’ deludente nei contenuti didattici ed esplicativi. Una parte dell’area scavata è stata tolta da dov’era e ricostruita nel museo ed è facilmente osservabile in molti dettagli. Ma l’area maggiore è ancora in posto ed è coperta da un enorme capannone vetrato. Il visitatore può quindi osservare, anche se un po’ da lontano ed attraverso dei vetri dove la polvere dei millenni si deposita, l’area di scavo. Durante le campagne di lavoro si può anche assistere alle operazioni e con un po’ di fortuna farsi amici di uno studente che potrà spiegare qualche dettaglio.

Per leggerne di più sul sito bisogna far riferimento alle numerose pubblicazioni di Carlo Peretto su Isernia che costellano tutta la sua carriera, fino ai giorni nostri.

Un paese dell’anima

Il parco di Orango. Foto dal sito del Parco.

C’e’ un paese ignoto, appartato, che nessuno conosce e dove nessuno, almeno fra gli italiani, va. A me è carissimo e vorrei portare per mano tutte le persone che conosco a visitarlo. Il paese, ma soprattutto le sue variegate genti. Quando ne parlo mi emoziono, mi commuovo e rimpiango di averci passato troppo poco tempo.

Si tratta della Guinea Bissau, sulla costa occidentale dell’Africa, subito sotto il Senegal. E’ una ex colonia portoghese e questa lingua vi è relativamente diffusa. E’ un paese molto piccolo (poco più grande della Sicilia), poco abitato (1,5 milioni di persone) molto povero (fra i 10  paesi messi peggio secondo gli indici delle Nazioni Unite). Bissau ne è la capitale ed il paese si chiama Guinea Bissau per non confonderla con la Guinea che era colonia francese e la Guinea Equatoriale che era colonia spagnola. Da non confondere nemmeno con le Guaiane francese e britannica che stanno dalla parte di là dell’Oceano, sopra il Brasile. Il clima e la vegetazione vi sono tropicali. Caldo, umido, pieno di acqua e di vegetazione dappertutto.

La Guinea Bissau, apparentemente, non offre molto al turista. Davanti alla capitale c’e un folto gruppo di isole, anche abbastanza grandi, le Bijagòs, che sono conosciute per essere pescosissime, come fanno in Quebec, ma molto più alla buona. Alcuni imprenditori europei, soprattutto francesi, vi hanno aperto dei modesti resort in cui offrono dei pacchetti di pesca. Altri vi vanno a far del mare. Si tratta soprattutto dei non numerosi expat che abitano Bissau e delle loro famiglie. Diverse di queste isole hanno delle vecchie piste di atterraggio, dei tempi della colonia portoghese. Su queste piste arrivano attualmente dei piccoli aerei pieni di coca in provenienza dalla Colombia. Dalla Guinea la coca poi prosegue verso l’Europa per terra o per mare. Non sembra che la popolazione locale sia particolarmente scompensata dal traffico, come invece accade dalla parte opposta dell’Atlantico.

Ancora vivissime le tradizioni culturali dei popoli della Guinea. Foto di Odile RAPEAU Via Wiki Commons.

Arrivai a Bissau per lavoro, andammo ad un Ministero; aveva piovuto e non riuscimmo ad entrare dal portone principale per essere completamente allagato; passammo da un porticina sul dietro. Accanto c’e’ la vecchia fortezza portoghese, in mattoni. Le pareti, ovviamente verticali, erano completamente coperte da vivaci erbe, del tutto spontanee, come se si fosse trattato di una foresta verticale della moderna architettura europea. Cenavo in uno dei due o tre ristorantini nel vecchio e malandato centro coloniale, per strada, in compagnia dell’ambasciatore cubano, uno dei pochi presenti. Andavo in giro per il paese cercando di trovare rimedi per una profondissima crisi commerciale che colpiva la principale fonte di reddito di molti villaggi: gli anacardi. Produzione di buona qualità comprata soprattutto dagli indiani.

E girando per i villaggi, chiaccherando con questo e quello, mi resi conto del grande valore di queste paese e ne rimasi affascinato. Molti sono i gruppi etnici, in apparente armonia fra di loro. La maggior parte della gente nei villaggi seguono ancora le loro usanze religioso tradizionali; cristianesimo ed islam sono minoritari. Il matriarcato è molto diffuso e c’erano zone in cui il cristianesimo si fuse stranamente con l’animismo tanto che i preti erano delle donne. Pur esistendo la moneta, il famigerato FCFA con cui la Francia strozza quei paesi, la forma più normale di scambio fra le persone e fra i villaggi è il baratto. Solo gli anacardi vengono venduti contro moneta, che serve a comprare in città il riso tailandese, i vestiti, il sapone.

Non ho mai conosciuto un paese così ricco di “capitale sociale” che è l’esatto contrario del “capitale economico”. Si tratta, infatti, di quella reti fitta e ramificata di contatti umani e sociali che permette alle persone ed alle famiglie di mantenere una stabilità e di far fronte alle difficoltà. Si aiutano un casino fra di loro, in poche parole.

Il Presidente della Repubblica, in tornata elettorale, con il cappellino simbolo della sua etnia. Foto di Nammarci, Wiki Commons

Ogni etnia ha le sue abitudini e se le conserva care, mentre i membri delle altre la prende in giro per certe stranezze. I miei lunghi viaggi in macchina erano rallegrati da questi racconti ironici e gai sulle abitudini etnologiche di questi e di quelli. Una di queste etnie è facilmente riconoscibile perché tutti gli uomini vanno in giro con un pesante cappello di maglia con il pompon di colore rosso acceso. Il filato è certamente sintetico ed il cappello è sicuramente importato, ma per un qualche motivo è diventato il simbolo della loro etnia. Lo usano assolutamente tutti e sempre, anche sotto il sole africano; uno degli ultimi Presidenti della Repubblica era di quell’etnia ed alle cerimonie ufficiali dello Stato lo vedevi con il suo cappello rosso con il pompon. Un’altra etnia è invece molto permissiva con i giovani. Permettono loro di ubriacarsi, di dire parolacce, di essere maleducati, di insidiare le donne sposate, anche di rubacchiare. Lasciano correre. Ma poi si sposano e devono diventare perfetti cittadini. Questa è saggezza! In una altra etnia le ragazze hanno dei figli abbastanza presto, sono ancora giovani, vogliono divertirsi, ballare, girare, devono studiare, lavorare. Non si possono occupare dei bambini. Li affidano alla nonna che li alleverà. Loro alleveranno, anni dopo, i loro nipoti. Maternità differita di una generazione. Non son cose meravigliose?

Bello il centro coloniale di Bissau, anche se ridotto in condizioni pietose. Foto di jbdodane, Wiki Commons.

Insomma una infinità di storie e di abitudini curiose riempiono questo paese. La gente è gentile e ben disposta, si sta volentieri a parlare con loro. Conobbi un prete italiano che fu mandato in Guinea come missionario; proprio nelle isole Bijagòs. Lì ripensò a tutta la faccenda, trovò moglie e figli e si spretò. Lo raccontava come la migliore decisione della sua esistenza, trasportato dal fiume impetuoso della vita africana. Non mi sembrò un posto pericoloso, anche se la politica e l’esercito sono a volte turbolenti; bene informarsi della situazione del momento, prima di andare. Ma degli italiani di una ONG che avevo conosciuto, furono rapinati in casa e purtroppo malamente riempiti di botte, mentre ero lì. D’altra parte, tornando verso la capitale, facemmo un frontale, su una strada mezza distrutta ed arrivò la polizia con rotella metrica e blocco da disegno e fece un perfetto rilievo! Non credevo ai miei occhi.

Per un turista scendere in profondità in Guinea è difficile, un po’ come in Gabon. Ci vuole tempo, pazienza ed il portoghese. Ed anche soldi perché le poche strutture in cui un europeo possa andare sentendosi a suo agio sono care. Alcune piccole agenzie organizzano dei giri nei numerosi parchi naturali del paese, certamente molto belli; ma ho trovato questa che fa un interessante giro culturale / antropologico che mi sento fortemente di consigliare. I prezzi non sono nemmeno eccessivi.

Andate in Guinea Bissau, è il più bel consiglio che posso dare.

Il Congo

Parco della Salonga. Foto di Radio Okapi.

C’è poi una altro paese, un continente intero, dove il turismo non è ancora arrivato: un mondo enorme, affascinante, profondissimo che esiste, ma che nessun visita. E’ grande come l’Europa ed è il Congo o Repubblica Democratica del Congo o RDC o Congo – Kinshasa, ex Zaire, ex Congo belga, ex Congo – Leopoldville.

Lì dentro, su una superficie 8 volte l’Italia, c’è di tutto. 80 milioni di abitanti, un sistema fluviale secondo solo a quello amazzonico, una foresta equatoriale in gran parte intatta, flora e fauna per tutti i gusti, i resti di società tribali di straordinario spessore, le tracce della colonizzazione belga con i suoi edifici, una ricchezza mineraria sfacciata, le barbarie di una guerra infinita.

Molte parti del paese sono di difficilissimo accesso: la rete di trasporti fluviali, ferroviari e stradali che era stata messa in piedi, con grandi difficoltà, dal potere coloniale ha finito, con gli anni, per collassare. I viaggi diventano imprese: i trasporti pubblici si svolgono in condizioni che un europeo non è in grado di sopportare; affittare 4×4 comporta costi molto alti. I tempi, i costi, le difficoltà degli spostamenti sono scoraggianti. La presenza di persone in divisa da foraggiare costantemente è capillare. In certi luoghi, le milizie armate rendono molto pericoloso il passaggio.

Andare in RDC non vuol dire fare turismo; significa andare a cercare una quantità senza fine di beghe e problemi. Eppure le emozioni che questo paese può dare sono potentissime.

All’estremo est ci sono i parchi dei Virunga e del Kauzi-Biega dove vivono (se non li cacciano di frodo) i gorilla. Le guide hanno scelto alcuni gruppi, sanno quotidianamente dove si trovano e li hanno abituati alla loro presenza. Ci portano i turisti che possono osservare, a lungo, da vicino e senza nessuna protezione, le loro attività; è anche frequente che mentre si spostano per cercare i buoni germogli freschi di cui si nutrono, i gorilla passino accanto agli umani sfiorandoli, in tutta tranquillità. Le visite partono da Goma e da Bukavu che si raggiungono facilmente dall’Uganda o dal Rwanda. Il Parco dei Virunga è certamente il luogo più turistico del paese, pur ricevendo un numero molto limitato di visite.

Si può andare a Mbuji Mayi, la città dei diamanti, sorvegliatissima da stormi di uomini armati. Si possono visitare le enormi miniere dei diamanti e seguire il lungo processo che parte da migliaia di metri cubi di terra per arrivare a qualche grammo di diamanti. Attraverso un vetro si può vedere l’ultima cernita, manuale, dove i lavoratori sono seguiti individualmente dai controllori per evitare che si mettano in bocca qualche pietra. Ma i diamanti sono dovunque, anche in città e dopo un acquazzone, di notte, sotto i lampioni, i ragazzi cercano il brillio di un diamantino lavato dalla pioggia. A sera c’e’ un mercato dei diamanti dove i cercatori clandestini portano il frutto del loro lavoro e lo vendono ai commercianti: consiste in una fila di banchini con delle forti lampade. Il cercatore porta il bottino che viene attentamente osservato dal compratore; se si accordano sul prezzo, il “pacchetto”, come viene chiamato, passa di mano. I diamanti sono quasi sempre impuri, usati solo dall’industria; ma, a volte, sono da gioielleria: si fanno fortune e si disfano con le donne, gli amici, i vizi. I mendicanti non chiedono una moneta, ma 100 dollari.

Oppure si va nei quartieri di Kinshasa, dove sorgono, con il vento delle mode, concentrazioni di bar che sotto tendoni di fortuna, offrono gli spiedini di capra, la manioca bollita con il fortissimo peperoncino, le patate fritte e birra senza fine. Sotto un uragano di musica congolese, fatta dai grandi artisti nazionali che scatenano entusiasmi e polemiche ardenti. Per poi andare in qualche cortile scatasciato dove si mette in scena un delizioso teatro povero quasi sempre in lingala, ma a volte anche in francese, che descrive fra il drammatico e l’ironico la durissima vita di questa città da 11 milioni di abitanti. Perché bisogna sapere che il popolo congolese in generale e quello di Kinshasa in particolare è dotato di un finissimo spirito critico, arguto ed ironico. Maestri nell’uso della parola, i congolesi riescono a scherzare con ammirevole eleganza sulle infinite disgrazie che hanno percorso e percorrono questo paese. Decisi e sicuri, polemici e raffinati, sfrontati ed intelligenti è un piacere starli a sentire (chi pensa che siano dei rozzi abitanti della jungla si sbaglia completamente). Lavorarci insieme è un incubo.

Trasporto lungo il fiume Ubangi, affluente del Congo. Questo è bestiame, vivo, che va verso Kinshasa per essere macellato. Qui siamo a Zongo e mancano ancora moltissimi giorni di viaggio. Il bestiame è senza acqua, cibo, riparo dal sole ed è stipato. Molti capi moriranno.

Poi c’e’ il parco della Salonga, nel mezzo del paese. E’ il più grande dell’Africa, da solo è più del Piemonte e della Liguria messi insieme. E’ il cuore umido dell’Africa fatto di fiumi e foreste. Là dove Conrad ambientò il suo “Cuore di tenebre”. Andarci è un’impresa e chi organizza i viaggi chiede cifre molto importanti; è una spedizione quasi come ai tempi del Dott. Livingstone. Ma le emozioni che dà la foresta equatoriale, a mio parere, non ha uguali al mondo. In quel parco si trovano i bonobo, la varietà più intelligente di scimpanzé. Passano il loro tempo, direi in egual misura, a mangiar frutta ed a trombare. Questi nostri fratelli si possono trovare anche vicino a Kinshasa, in un parco-rifugio: sono deliziosi e dispettosissimi.

Piccolo bonobo nel rifugio di Kinshasa. Foto del Rifugio di Kinshasa.

Se si ha pazienza infinita si può prendere una nave da Kinshasa e risalire il fiume Congo. Le condizioni sono più che spartane ed il viaggio non finisce mai, dura giorni e giorni, settimane. Si può arrivare fino a Kisangani, a 1.700 km di distanza dalla capitale, dove delle cateratte interrompono la navigazione. Spesso a navigare sono grossi rimorchiatori che trainano/spingono chiatte o pontoni mobili, carichi di merce industriale, sui quali i passeggeri allestiscono un accampamento. Lungo il viaggio fervono i commerci. Le chiatte accostano ai porti e sbarcano la merce in lunghe e confuse operazioni. Durante il ritorno, le canoe accostano alle chiatte in movimento e vendono prodotti agricoli non troppo deperibili che delle grasse commercianti acquistano per poi rivendere a Kinshasa: è un confuso mondo di traffici e trattative senza esclusione di sotterfugi. Tutti ingannano tutti, chi può ruba, i più valorosi fanno razzie. E’ il cuore profondo dell’Africa, del Congo. E’ la vita in azione.

Scanno: il paese che non dovrebbe esistere

Vi è un paese curioso, molto bello, inaspettato, pieno di storie strane. E’ Scanno, in Abruzzo. Così strano che merita largamente una visita.

Scanno non dovrebbe esistere: si trova in una posizione impossibile. La valle dei fiumi Sagittario e Tasso è relativamente ampia nella parte superiore, dove sta Scanno, ma si restringe, verso lo sbocco inferiore nella Valle Peligna, formando una lunga e strettissima gola fra erte e grigie pareti di roccia. Tali Gole del Sagittario rendono difficilissimo l’accesso alla parte superiore della valle. Le Gole formano un imbuto, un collo di bottiglia temibile. Fino all’inizio del 1900 non c’era nessuna vera strada e arrivava a Scanno solo una difficile mulattiera che serpeggiava sul fondo delle Gole disputandosi con il fiume il pochissimo spazio disponibile fra le rocce. Mulattiera che diventava impraticabile quando il fiume si alzava di livello, con lo sciogliersi della neve e le piogge primaverili od autunnali. Il paese restava isolato.

Ma perchè fu quindi costruito questo paese, che ha resti anche romani? Per motivi economici: sulle alture ci sono vastissimi pascoli nei quali hanno brucato ed ingrassato infinite greggi di pecore. Greggi che passavano l’inverno in Puglia e l’estate sui monti di Scanno: il vecchio sistema della transumanza. Con questa importantissima fonte di reddito alcune famiglie costituirono delle belle fortune arricchendo il borgo di importanti palazzi, chiese, muraglie. La zona è ricca di un bel calcare bianco che fu utilizzato nelle costruzioni. Il paese vecchio è su una specie di promontorio, molto mosso, in forte salita. L’effetto è delizioso: strade e stradine, scalinate, belle case e palazzi, slarghi e strettoie, fughe di viuzze con il verde delle montagne intorno come sfondo. Il colpo d’occhio è meraviglioso. Impossibile accedere al centro vecchio in auto o moto.

E’ tutto così caratteristico che il paese è diventato, fin da metà ‘900, un terreno prediletto per i fotografi. Moltissimi dei grandi maestri vi sono passati e vi hanno scattato foto divenute celeberrime. Sulle loro tracce, appassionati di fotografia dei giorni nostri percorrono le stradine del borgo cercando ispirazione e inquadrature; chi organizza corsi di fotografia si onora di portare i propri allievi in questo luogo.

Questa faccenda della transumanza delle greggi faceva sì che quasi tutti gli uomini passassero l’inverno lontano da casa, lasciando il paese in mano ad una sorta di matriarcato di fatto. Le donne furono quindi obbligate a gestire i figli ed i beni in autonomia, sviluppando un forte carattere. Forse per questo motivo Scanno è l’ultimo paese in Italia nel quale il costume tradizionale venga ancora usato, quotidianamente, dalle donne più anziane. Questa cosa è assolutamente straordinaria; un pezzo di tradizione antica unico in Italia. Il costume della festa è particolamrente ricco ed elaborato. Alcune volte all’anno viene organizzata una rievocazione durante la quale molte donne sfilano con i vecchi costumi pazientemente mantenuti, riparati, indossati. Immancabili, quindi, le foto a queste donne, fra le viuzze di pietra del borgo. Scorci antichi. A capitarci per caso si resta basiti.

La ricchezza del paese la si vede anche dalla presenza di una importante tradizione orafa che ha prodotto alcuni gioielli tradizionali. Ci sono ancora alcune oreficerie artigianali, sul corso principale. E pare incredibile che un paese così isolato ed inaccessibile possa esser stato tanto ricco.

Ma le eccezionalità di Scanno non finiscono qui: poco sotto il paese c’e’ un bel lago nel quale si può anche fare il bagno. Dalla parte opposta c’e’ il Passo Godi, a 1600 metri, circondato da montagne che oltrepassano i 2.000. Insomma, montagne vere, sulle quali è anche possibile sciare, quasi tutti gli anni.

E’ relativamente vicino a Roma e nei periodi di gran caldo frotte di anziani romani si rifugiano fra queste montagne a prendere il fresco. Ed ancora: è la prima vera montagna per chi viene dalla Puglia; li vedi allora questi turisti, abituati alle strade diritte, fra gli olivi pugliesi, avventurarsi esitanti ed impauriti sulla strada stretta e tortuosa che sale al paese. Oppure vengono d’inverno, a vedere come è fatta la neve.

Negli anni ’60 Scanno ebbe un notevolissimo sviluppo turistico, basato soprattutto su romani e pugliesi. E’ nata intorno al borgo vecchio, fortunatamente rimasto intatto, una corona di orribili costruzione residenziali ed alberghiere nello stile di quegli anni; certamente uno dei più infelici nella storia dell’umanità. Edifici nati male ed invecchiati peggio; un pò disabitati, un pò cadenti. Triste edilizia delle seconde case nell’epoca del boom.

E qui incomincia l’inarrestabile parabola discendente di Scanno.  La risorsa pecore e’ ormai ridotta ad un paio di aziende residuali. Il turismo stanziale langue; gli alberghi che un tempo si volevano pretenziosi sono ormai ridotti a misere pensioni la cui manutenzione è ridotta ad minima. Vi si trascinano gli habituès di sempre, ogni anno più anziani e meno numerosi, per semplice legge naturale. Nessuna capacità di rinnovarsi, di creare attività. L’impianto sciistico è perennemente in fallimento; le possibilità di camminare d’estate sono poche, non essendo mai stati segnati i sentieri in modo accettabile; la cucina è modesta, poco curata e meno invitante; gli abitanti sono gentili come un cazzotto nello stomaco; un deposito di pezzi polverosi, aperto solo a chiamata, gioca il ruolo di museo locale; le produzioni locali di salumi e formaggi sono venduti a prezzi esosi per una qualità banale.

Gli Scannesi si rifanno spesso ai loro antenati Sanniti e vanno fieri delle Forche Caudine alle quali obbligarono gli altezzosi romani. Millenni dopo i romani continuano a venire in questa zona e ad essere trattati nello stesso modo scortese.

Scanno è l’esempio vivente (morente, sarebbe meglio dire) del cambio di tipo di turismo: il tempo della vacanza residenziale lunga un mese è finito. Ora si vogliono numerose vacanzine di breve durata, ma di ricchi e variati contenuti. Non si vuole più respirare l’aria buona, si cercano esperienze appaganti. E queste esperienze vanno costruite, organizzate, gestite con professionalità. E quest’ultimo attributo sembra crudelmente mancare agli Scannesi.

Insomma, quello che è un unicum nazionale per i costumi tradizionali, un borgo di superba bellezza ed una bizzarria storica e geografica sta morendo; soffocato dalla grettezza degli abitanti e dalla povertà culturale delle Amministrazioni Pubbliche. E la popolazione tanto residente quanto turistica diminuisce ogni anno. Ci si affida a qualche iniziativa estemporanea, passeggera, corta come le competizioni di Iron Man che non lasciano niente.

Scanno vale ampiamente una visita per poter meravigliarsi del borgo. Una visita breve, di un paio di notti (e vi consiglio questo B&B, in una casa del borgo). Aspettando che i suoi abitanti riescano a capire che bisogna offrire qualcos’altro di decente, oltre al borgo, a chi arriva fino a quassù.

L’esemplare turismo genealogico

In questo edificio, nel porto di Buenos Aires, venivano ospitati gli immigrati in attesa che trovassero lavoro e casa. Ora è il Museo dell’Immigrazione. Foto di Carlos Zito via Wikicommons.

Il turismo è come la vita: ricchissimo di sfaccettature. Fra i tanti turismi meesi in pratica vi è pure quello che si dedica ad occuparsi degli antenati.

Si sa, gli italiani sono un popolo di emigranti; se ne stanno andando dalla patria ormai da un paio di secoli, in certi momenti più numerosi, in altri meno. (Perchè, quindi, tanto livore verso gli immigrati? Potrebbero essere i tuoi bisnonni). Ci sono più italiani all’estero che in Italia e ad ogni giorni altri se ne aggiungono.  Per non parlare poi degli spostamenti interni che furono massicci, verso Roma o verso il Nord, dove c’era lavoro.

Altro elemento che ci porta al tema di quest’articolo è l’interesse che, da una trentina d’anni, si è diffuso nei confronti della genealogia. Prima era solo stata una faccenda di sedicenti nobili che volevano dimostrare le loro antiche origini (tristissima la vicenda di Totò) o reclamavano eredità in cause secolari (su questi temi i veristi siciliani ci sguazzavano). Ora, grazie alla democratizzazione della cultura, anche i discendenti dei morti di fame ci tengono a conoscere le proprie, sia pur umili, origini. E se ne vantano, giustamente. In campo genealogico i più attivi sono i francesi, i quali, nella loro prosopopea, fanno di tutto pur di vantarsi di avere fra i loro antenati Carlo Magno (il che è del tutto ovvio, siamo tutti parenti). Ma anche in Italia gli archivi diocesani, storici comunali, di Stato, sono pieni di gente che fruga nei libroni che conservano esili tracce del dimenticato passato della loro famiglia: battesimi, matrimoni, morti; i più fortunati eredità.

Il turismo non poteva non penetrare anche questo settore della vita. Con tre tipi diversi di approccio.

La visita alle famiglie d’origine. Fa parte della tradizione dei vecchi emigrati italiani. Si tornava al paesello d’origine. Una volta l’anno, se si era emigrati in Europa, una volta ogni tanti anni se si abitava nelle Americhe, poveri loro. Si facevano conoscere i nipoti nati nel frattempo ai nonni rimasti alla vanga. Ci si vantava dei successi ottenuti, si tacevano le miserie e le umiliazioni subite. Storie di emigranti, il mito dello zio d’America. Questo tipo di turismo è ormai minoritario: le grandi ondate migratorie si sono estinte ormai da molti decenni ed i legami con le famiglie di origine sono esilissimi o meglio scomparsi. Gli emigrati recenti, invece, si giovano delle nuove tecnologie e delle compagnie low cost e tornano a casa, virtualmente o fisicamente, ogni giorno.

La ricerca genealogica. Per quanto esistano schedari on-line (il più incredibile è questo, frutto di una collaborazione inusuale fra Mormoni e Stato italiano) la ricerca dei propri antenati ha bisogno di molte ore chine su antichi manoscritti di impiegati comunali o di parroci (tutti cialtroni ed artritici; la brutta calligrafia e gli errori, a volte madornali, sono il pane quotidiano del ricercatore genealogico). E’ quindi necessario spostarsi nei luoghi abitati dalla propria antica famiglia, soggiornarvi a lungo, andare ogni mattina all’archivio, in compagnia del coniuge, un pò annoiato. Si soggiorna, si mangia, nel pomeriggio si visitano i luoghi che furono dei trisavoli o dei loro bisnonni. E’ un turismo speciale, ma è turismo.

Visita ai luoghi ancestrali. E’ il segmento più recente e maggiormente in sviluppo. Si tratta di coppie o famiglie che si recano a visitare i luoghi dove vissero i loro antenati, prima dell’emigrazione. Ormai non hanno nessun legame con i parenti rimasti, non sanno nemmeno chi siano. A volte sanno a malapena il nome del paese di origine; solo grazie a vecchi documenti o alle storie che giravano in casa. Altre volte, addirittura, le generazioni attuali hanno perso ogni memoria delle origini italiane e le hanno ritrovate solo grazie a delle ricerche genealogiche che sono riuscite a pescare delle preziose informazioni nei vecchi registri degli sbarchi degli immigrati a Buenos Aires o a New York.

Una volta recuperato questo esile filo, la famigliola si reca in sommesso pellegrinaggio a vedere quei luoghi che uno o due secoli fa un loro anonimo antenato aveva abbandonato, inseguito dalla miseria, inseguendo un sogno. Ci sono anche degli studi di ricerche genealogiche  che, dopo aver trovato gli antenati italiani, organizzano la “visita di ritorno” dei discedenti. Ciò avviene soprattutto per chi è emigrato in America del Nord e si ritrova spaesato in quel continente privo di storia e di memoria; è quindi desideroso di ritrovare delle vere radici in un continente come si deve. Succede anche con i brasiliani; meno frequentemente con gli altri sudamericani, forse semplicemente per motivi di minori risorse da investire in una cosa apparentemente inutile come la ricerca dei propri antenati.

Il turismo genealogico si presenta come il miglior turismo possibile. Per i seguenti motivi: per prima cosa va spesso in luoghi reconditi e poco frequentati; quelli da cui venivano i poveri antenati emigranti che non lasciavano certo Venezia o Taormina. Relegati paesini del sud, strette valli friulane, pendici pascolative abruzzesi. Non c’e’ sovraffollamento, niente ingorghi di bus. Turismo disperso, al massimo grado.

Secondo; il turista genealogico è terribilmente rispettoso dei luoghi che visita (furono percorsi dai suoi avi) e delle persone che incontra (potrebbero essere suoi cugini). Si presenta con fare discreto, umile, commosso e grato. Esattamente il contrario del turista classico, cialtrone, arrogante e chiassoso.  Volge il suo intenso sguardo alle cose, ai colori, aspira l’aria con sommessa emozione. Accarezza le case in cui l’antenato visse. Si fa tutt’uno con il contesto: un pesce nell’acqua. L’emozione che provano i turisti genealogici è intensissima. Vanno al bar e cercano di raccontare la storia della loro famiglia; si commuovono, piangono, sono felici. I locali son perplessi, ma finiscono per commuoversi anche loro e fra tutti cercano di imbastire lontane ed improbabili parentele. L’americano si scioglie ed offre da bere a tutti.

Terzo; il turista genealogico rimarrà per sempre attaccato al suo viaggio. Continuerà a parlarne a famigliari ed amici, conserverà un grato ricordo dei luoghi visitati. Ci tornerà ancora portando figli e nipoti. Sarà un ambasciatore nel mondo dello sperduto borgo montano.

E’ così che vorremmo i turisti e non come sono normalmente.

PS. Per approfondire, una tesi di laurea sull’argomento.

Le scritture degli analfabeti: Povoa de Varzim e Lapponia

Viaggiare con calma ed attenzione porta a delle scoperte emozionanti. Come questa che lega pescatori portoghesi e allevatori lapponi di renne. Analfabeti e scrittori.

Il primo luogo da visitare è Povoa de Varzim, a una trentina di chilometri a nord di Porto, in Portogallo. Ci si arriva facilmente con i frequenti trenini suburbani/metropolitana di Porto. E’ anche una buona alternativa per chi non volesse abitare nella cara e confusa Porto.

Povoa de Varzim è ora diventata un’anonima cittadina balneare, ma, in passato, fu un importante centro di pesca sia per la famosa sardina portoghese, che per gli altri pesci. Erano centinaia le famiglie di pescatori che si dividevano la spiaggia, dove tiravano in secco le barche ed il lungomare, dove asciugavano, riparavano, conservavano le reti e gli innumerevoli attrezzi del loro difficile mestiere.  Siamo sul temibile Atlantico che uccide più della guerra.

Gli attrezzi erano ovviamente tutti uguali o molto simili e dovevano essere resi riconoscibili dai rispettivi proprietari senza lasciare spazio a dubbi e a dissapori che una comunità in costante necessità di mutua solidarietà non si poteva permettere

Alcune sigle dei pescatori di Povoa. (Foto da http://www.freguesiapovoavarzim.pt/uniao-das-freguesias/freguesias/simbolos/ )

I poveri pescatori erano analfabeti e quindi non potevano usare delle scritte. Nei secoli si affermò quindi l’usanza di scegliere un simbolo geometrico come “firma” da apporre su ogni oggetto. Ogni pescatore aveva il suo simbolo e lo incideva sui suoi oggetti. I figli di quel pescatore adottavano lo stesso simbolo, aggiungendovi una linea, il primo figlio, due il secondo e così via. In quella società vigevano delle regole ereditarie stranissime: si potrebbe dire l’esatto contrario della salica. Ad ereditare gli attrezzi di pesca del padre (alla sua morte o al suo ritiro dal lavoro, se era così fortunato da arrivarci) era l’ultimogenito. Mentre gli altri fratelli uscivano a pesca con il padre (almeno fino a che non si erano fatti la propria famiglia e la propria barca) l’ultimo nato restava a casa in compagnia della madre. In questo modo, anche se gli uomini della famiglia fossero periti in mare, tutti insieme,  almeno uno sarebbe rimasto per mantenere la madre. Quando, poi, il padre, avesse deciso di smettere di pescare e fosse rimasto a casa, tutti i suoi beni, compreso il simbolo, sarebbero passati al minore dei figli che avrebbe cominciato la sua vita di pescatore. La conseguenza di questa tradizione sta nel fatto che il simbolo non avrebbe avuto bisogno di essere modificato nel passaggio dal padre al figlio. Quindi quel simbolo passava intatto di padre inultimo figlio per generazioni e generazioni.

Ognuno dei fratelli maggiori avrebbe trasmesso il proprio simbolo ai figli, i quali avrebbero aggiunto una linea se primogenito, due se secondi, tre se terzi. Quindi, il simbolo del nonno e capostipite si sarebbe conservato con le successive aggiunte di varie linee ad ogni generazione, fino a formare dei simboli in cui era possibile riconoscere un vero e proprio albero genealogico e di riconoscersi cugini di molti gradi di distanza.

Ogni abitante di Povoa era perfettamente in grado di “leggere” questo strano alfabeto e avrebbe indicato con certezza il proprietario di ogni oggetto. Ciò che per gli estranei alla comunità erano solo scarabocchi, per loro erano scritte piene di significato.

Si arrivava al punto di disegnare sulla lapide tombale il simbolo del morto, invece del nome, che ben pochi avrebbero saputo leggere. Il visitatore locale avrebbe facilmente capito che lì giaceva il tale, figlio di, nipoti di, pronipote di….

Un sistema del tutto simile lo ritroviamo fra gli allevatori Lapponi o Sami, in Finlandia. Le renne vivono libere in branchi, ma ognuna di loro ha un proprietario; una volta per anno tutte le renne vengono raccolte in un recinto. I piccoli restano sempre accanto alla loro madre; uno alla volta verranno catturati al lazo e marchiati come la madre.  La marchiatura consiste in tagli ed incisioni praticate in entrambi gli orecchi dell’animale. La forma e la successione dell’insieme degli intagli indicano con chiarezza il proprietario della renna. Anche in questo caso ogni allevatore utilizzerà il marchio della propria famiglia a cui avrà aggiunto un ulteriore segno che lo identificherà con certezza. Una specie di nome e cognome, insomma. L’operazione consiste nel tagliare via dei trinagolini sul bordo esterno dell’orecchio; è un pò truculemta e sanguinosa, abbastanza impressionante a giudicare dei filmati. Ma sembrerebbe che le ferite guariscano rapidamente.

I modellini di orecchie di renna con i marchi del proprietari sulle quali i bambini Sami imparano a leggere questo strano “alfabeto”. (Foto da https://www.kookynet.net/951.html)

Anche fra i Sami la comprensione della simbologia è un fatto comune. I più esperti arrivano a riconoscere fino a 600 nomi diversi. Le autorità comunitarie stampano dei libretti con tutti i simboli utilizzati. Una specie di elenco anagrafico degli allevatori nel quale al posto dei numeri ci sono le successione degli intagli. Ai bambini vengono date delle orecchie di cartone, già intagliate, sulle quali imparano a leggere. Quando lo sapranno fare bene potranno andare ad occuparsi delle renne in modo da riconoscere il proprietario di ognuna di loro e comportarsi di conseguenze, nelle varie operazioni.

Queste informazioni non vengono dai libri o da Internet, ma dalla visita del Museo Municipale di Povoa de Varzim e del Museo della cultura Sami di Inari. E dalle discussioni con il personale di questi musei, felice di poter scambiare quattro chiacchere con uno dei rari visitatori quotidiani.

Perché il viaggiare è questo: intuire tracce che legano gli uomini, nella diversità.