Il fascino di Haiti vince le difficoltà

La costa di Jacmel.

Ovunque passiate la notte, ad Haiti, vi addormenterete udendo, vicini o lontani, dei tamburi che punteggiano la notte. Suoni profondi, ripetitivi, invocanti. Vi chiederete chi batte su quei tamburi con così tanta forza e così a lungo.  Non oserete uscire dal vostro albergo  dalla vostra casa per seguire quel ritmo e raggiungere la cerimonia, ma vi addormenterete nella calda notte con la consapevolezza che sta succedendo qualcosa, da qualche parte, nell’oscurità. E’ il caldo cuore nero di Haiti.

Haiti è il paese più povero dell’Occidente, è la prima repubblica nera del mondo, è il primo paese sudamericano che si è liberato dalla colonizzazione dei francesi (che, invece alle Antille ci sono ancora).

E’ quasi scevro dal turismo ed è abbasanza complicato da visitare. Ma ritengo che riservi emozioni importanti ed ormai rare. Lo sto assaggiando poco a poco com incursioni timide ma avvincenti partendo dalla Repubblica Dominicana.

Su queste barche si passano ora di viaggio fra località costiere non più servite da strade percorribili in auto.

Le strade sono in uno stato calamitoso, i trasporti sono molto difficili. Sulle poche strade ancora decenti circolano i bussini tipo 9 posti con 15 persone dentro più l’autista e il fattorino;  oppure dei pick-up il cui cassone è stato trasformato in camion tipo trasporto dei militari. Sulle strade peggiori vi sono i 4×4 a passo lungo con quattro file di sedili. Alcuni viaggi si fanno per mare, su delle barcacce, per mancanza di strade. Bisogna fare spesso lunghi giri, perchè le vie dirette sono in troppo cattivo stato. Su queste strade si può usare la moto-taxi, con due passeggeri (oltre al conducente), per meglio dividere le spese. Si finisce il viaggio a pezzi. Eppure….

Ovunque vi è un disastro ambientale continuo: la popolazione cucina con il carbone di legna e le montagne sono disboscate e brulle, le piogge tropicali provocano frane sulle pendici nudi e gli allagamenti sono certi, più volte l’anno. Le immondizie sono raccolte in misura largamente insufficente e ne ritroviamo mucchi fetidi ovunque. Le piogge spazzano tutto ed i corsi d’acqua portano enormi masse di plastica che finiscono prima in mare e poi tornano sulle spiagge. I fossi si intasano per la plastica e debordano sulle strade, fra le case. Nei quartieri periferici della capitale Port-au Prince, le condizioni di vita sono spaventose per lo stato delle abitazioni, la mancanza di fognature, l’immondizia imperante, il traffico caotico, la polvere e lo smog che ingessano la città sotto il sole soffocante dei Caraibi. La pericolosità di quella città è proverbiale. Mi sposto in moto-taxi che serpeggia fra le auto, i mucchi di monnezza, i rivoli di acqua laida nei quali grassi maiali urbani e bradi cercano cibo. L’autista attraversa a zig zag enormi pozze di acqua nera (le fogne sono intasate da secoli); sbanda, cercando di evitare di mettere un piede a terra, in quella mota viscida. Il caldo mi sfianca, il sole mi fonde, cerco di guardarmi attorno per individuare i malintenzionati: sono visibilissimo, unico bianco e straniero che viaggia in quel modo. Reggo l’anima con i denti e mi do dell’imbecille per essermi messo in quella situazione. Devo attraversare la città, il viaggio dura tantissimo. Il frastuono impera, la polvere soffoca, la disperazione di quelle condizioni di vita aggredisce l’anima. Eppure…

Jacmel fu città ricca e moderna.

La popolazione è povera, vi è uno stato di abbandono e di miseria imperante. L’impressione generale è di decadenza, di abbandono; ma si continua a costruire ovunque, bene o male che sia. Il paese vuole vivere. Riguardo alla sicurezza personale, altrove la situazione sembra molto migliore, addirittura buona, ma a Port-au-Prince è un inferno.  Al di fuori del quartiere-bene, Petionville, è veramente molto pericoloso girare e conviene affidarsi a gente conosciuta ed amica. E muoversi alla sveltina. Eppure….

I prezzi degli alberghi e dei ristoranti sono molto alti. Non vi è turismo, ma per molti anni vi è stato un gran numero di operatori umanitari e di truppe dell’ONU: facevano interventi di emergenza, dopo il terremoto, le turbolenze politiche, il colera, gli uragani. Persone dotate di buoni stipendi e di buone vetture che passavano il fine settimana nei luoghi più belli. Ciò ha gonfiato i prezzi. Ora i più di loro sono partiti o stanno per farlo e immagno che quegli esercizi andranno in crisi. Ma per il momento non abbassano i prezzi. Il livello dei servizi è abbastanza basso, nonostante il prezzo alto ed il personale è lontano dall’essere professionale. La luce manca molto spesso. Chi volesse risparmiare dovrebbe alloggiare in condizioni inaccettabili per le abitudini europee e comunque dovrebbe pagare relativamente caro. Ho visto locande in cui un pellegrino del Medioevo avrebbe rifiutato di alloggiare. Intendersi non è semplice: si parla creolo e solo pochi capiscono il francese, lo spagnolo o l’inglese. Eppure…

Il centro storico di Jacmel.

Eppure, la gente sorride ed è gradevole, accogliente, simpatica e viene voglia di conoscerla e di chiaccherarci. Si capisce che vi è tutto un mondo umano che merita di essere frequentato, capito, approfondito. Niente a che vedere con la sciatta superficialità della contigua Repubblica Dominicana.

Eppoi ci sono quei tamburi nella notte….

La Tigre di Buenos Aires

La sottile malinconia del delta del Tigre. Uno dei tipici imbarcaderi. ( di http://www.flickr.com/people/66729277@N00/ )

La gita fuori porta più sconcertante che si può fare da Buenos Aires è al Delta del Tigre. A poca distanza dalla città inizia l’enorme delta del Paranà: un intrico di corsi d’acqua, grandi e piccini, tortuosi e fangosi che dividono un gran numero di basse isole alluvionali, ricchissime di vegetazione.

Alla cittadina del Tigre ci si può arrivare con un autobus urbano, il numero 60, o con il treno che parte dalla stazione del Retiro. Dal porto della cittadina di Tigre si prendono dei battellini pubblici che, al pari dei vaporetti di Venezia, percorrono fiumi e canali per molti chilometri. Si scende alle fermate, esattamente come se fosse un autobus. Le isole più piccole hanno una sola fermata, quelle più grandi ne hanno due o tre. Naturalmente i battellini hanno delle linee precise e degli orari fissi.

Le isole più lontane sono agricole, vi si allevano le immancabili mucche argentine, vi si tagliano gli alberi per farne del legname. Delle agenzie vi organizzano trekking o camping estivi, sempre accompagnati dall’immancabile asado. Il tutto è molto fangoso, ma anche molto naturale e caratteristico. Tipo Delta del Po, ma molto meno toccato dall’adunca mano dell’uomo, assomiglia al delta del Danubio.

Ma la zona più interessante è quella nel raggio di un’oretta di barca dal porto di Tigre. Usciti dalla convulsione del centro, si percorrono canali sui quali generazioni di Bonairensi hanno costruito le loro ville, villette, villoni, villini, case, casette, bungalow, capanne e ripari per il fine settimana o per le vacanze. Le magioni più grandi ed antiche vicine al porto; quelle più moderne, più lontane; quelle più modeste, nelle isole più basse e fangose, quelle più ricche nei ghi più alti, boscosi, aperti. E’ tutto rigorosamente senza macchine. Ogni isoletta ha la sua fermata ed un stradellino pedonale che ne fa il giro. Sulla stradina si affaccia una teoria continua di parcelle con le abitazioni. Giardini di tutti i tipi e di tutti gli stati di cura o di abbandono. Chi con la piscina, chi con i setti nani. Di tanto in tanto, un ristorante.

Il negozio galleggiante che fa il giro dei canali. (By https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=16699569)

Naturalmente il tutto gronda umidità e solo pochi centimetri di terra fuoriescono dall’acqua del fiume. Le inondazioni devono essere frequenti. L’impressione generale è quella della triste ed un pò squallida malinconia di chi non può permettersi niente di meglio, ma che è molto contento di ritrovarsi con i vicini, la domenica, a mangiare il solito asado. Perchè, in realtà, non si cosa altro vi si possa fare, in quelle casette. Per cambiare isola ci vuole il vaporetto, il bagno non si può fare perchè l’acqua è fangosissima e le passeggiate si riducono a girare in tondo il percorso perimetrale della propria isola. Qualcuno ha delle barchette a remi o con un motorino per circolare un pò fra i canali.

Una delle vecchie ville.

La zona è molto vasta, le case devono essere migliaia e migliaia; naturalmente esistono isole di migliore frequentazione sociale ed altre più proletarie.

Il turista vi passa volentieri una giornata, facendovi un giro; si meraviglierà molto di questo grande insediamento turistico, ne osserverà con interesse le peculiarità e si rallegrererà in cuor suo di andarsene a fine giornata, per mai più ritornarvi.

È comunque una interessante visita ai costumi degli abitanti di Buenos Aires, a come passano i loro fine settimana.

I nonni mancanti di Buenos Aires

Una città europea in molte sue parti. (Foto di Alexis González Molina da Wikicommons)

Buenos Aires e’ una città a cui sono mancati i nonni. La stragrande maggioranza dei suoi abitanti ha perso una generazione di nonni, negli ultimi 150 anni. A cosa servono i nonni?  A molto: i genitori educano, a volte in maniera brusca, dura, fastidiosa, insistente. I nonni trasmettono i valori e le caratteristiche della propria cultura. Lo fanno in modo calmo e il bambino finisce per amare ciò che gli viene raccontato e mostrato. I bambini si comporteranno come gli hanno insegnato i genitori, ma saranno ciò che hanno trasmesso loro i nonni.

Ebbene, gli immigrati europei che sono arrivati a Buenos Aires fra la fine del 1800 e per tutto il ‘900 hanno avuto i nonni nei paesi d’origine, ma i loro figli, nati in Argentina (la cosidetta seconda generazione) non li hanno avuti ed hanno perso i loro insegnamenti. E quando sono diventati nonni a loro volta, non sapevano come comportarsi in quanto tali. Quindi gli abitanti di Buenos Aires non sono mai entrati in contatto con “il racconto della cultura”, qualunque essa fosse. E si vede. Ciò spiega molti degli inconvenienti e dei dolori di quella gente; e degli argentini attuali.

Città spesso bellissima, pulsante di vita, varia nei suoi quartieri, piena di cose da fare e da vedere; enorme, tentacolare; ti ci perdi dentro, ma non ti dispiace, provi solo un lieve panico da agorafobia, in quegli spazi enormi. Percepisci facilmente il sentore della fine del mondo, della Patagonia non molto lontana, ma vinci l’angoscia rifugiandoti in uno del milione di bar d’angolo, pieni di legni consunti e di seggiole demodées, così simili ai nostri.

Puerto Madero, vicino al centro, ma con locali e grattacieli di grande modernita’. (Foto di Luis Argerich, Wikicommons)

Sono molte le cose da fare: camminare per Corrientes un sabato sera e vedere le decine di teatri, teatrini, sale da spettacolo che si riempiono. Andare nei locali moderni di Puerto Madero, con i grattacieli ancor più moderni ed emozionanti. Circolare nello squallido Microcentro, insieme ai grigi uomini della finanza, durante la pausa pranzo dei giorni di lavoro. Battere i mille locali progressisti di Palermo, il venerdi sera fino ad essere ubriachi. Pranzare con nonchalance alle caffetterie del Malba, il museo di arte o del Museo dell’insopprimibile Eva Peron. Fingere di essere a Parigi, nella zona delle ambasciate. Mangiare nei ristoranti di tutti i giorni, intorno alla Casa Rosada, dove si possono ancora trovare dei piatti dell’antica tradizione italiana, ormai quasi dimenticati da noi. Come il diffusissimo pollo ripieno a fette, mangiato freddo, con la giardiniera sottolio tagliata fine, sopra. Visitare il cimitero della Recoleta e vedere che anche i ricchi muoiono. Quelli che ora vivono nelle ville di Belgrano. Girare molto, a piedi, fra la Recoleta, Palermo, verso Belgrano. Prendere un’auto e girare fra i quartieri  periferici, per decine di km, senza fine. Rendersi conto che esistono las villas miseria, le bidonville. Andare alla stazione dei bus di lunga distanza del Retiro e stupirsi di quanto sia grande l’Argentina e di quante centinaia di bus vadano ovunque, ogni giorno, con ore e giorni di viaggio. Visitare il vecchio Mercado del Abasto dove la mia prozia Laura andò a lavorare nella trattoria del suo zio, prima ancora che l’attuale edificio fosse costruito. Andare con il treno dal Retiro a Puerto Tigre ed imbarcarsi per fare un giro nel delta (ma cio’ merita un post a parte). Insomma una città moderna, in buona parte europea, poco sudamericana come si intende comunemente.

Non vale invece la pena di andare al Caminito de la Boca o al barrio di San Telmo, stucchevolmente turistici.

Quindi Buenos Aires è una bellissima città; è consigliabile passarci interessanti settimane? Ebbene no, per via della faccenda dei nonni.

Il cimitero monumentale della Recoleta.

Perchè gli abitanti non hanno mai imparato, da un vecchio, l’importanza della calma, della moderazione, del rispetto e della comprensione per gli altri. Hanno imparato dai loro genitori che in questa nuova terra d’accoglienza, bisognava farsi largo a gomitate, a ingiurie, sopraffacendo gli altri. E loro fanno proprio così, non avendo avuto dei nonni saggi ed anziani che li calmassero un pò. Che spiegassero loro che esiste un insieme di comportamenti sociali atti a smussare gli attriti fra le persone.

Ed in effetti quella argentina è una delle società più violente fra quelle benestanti e la loro storia civile, economica, sociale è costellata da terribili fatti di violenza e di sopraffazione, come e più degli altri paesi sudamericani.

Difficile parlare con un abitante di Buenos Aires, molto difficile. Viene quasi immancbilmente fuori il razzista, il fascista, il facinoroso, l’insulto, il disprezzo, la boria, la tracotanza volgare. Le persone si impongono con il tono di voce, il modo di fare, la gestualità aggressiva. Insopportabile. La boria, soprattutto.

Non tutti son così, certamente. Molti sono stati uccisi dai militari golpisti, altri sono scappati in quell’occasione o nelle ulteriori ondate di disperazione economica. Ma quelli che son rimasti sono ancora più virulenti. Forse fra un paio di secoli si saranno calmati. Nel frattempo vanno tenuti un pò a distanza.

Turista avvisato, mezzo salvato.

 

L’infinita monotonia del Sudamerica

Pascolo sudamericano. Ve ne sono miliardi così.

Il viaggiatore che avesse voluto fare il giro delle capitale sudamericane in bus, al termine del suo viaggio, avrebbe percorso 18.000 km, ma avrebbe visto ben poco dal finestrino. E non solo perchè rincoglionito dalla musica a palla, dai film di kung fu trasmessi sulla TV di bordo in contmporanea con la musica, dal sonno, dalla gelida aria condizionata. Ma soprattutto perchè il paesaggio sudamericano è straordinariamente monotono (con la sola lodevole eccezione delle Ande). Predominano amplissimi pascoli maltenuti, recintati dal filo spinato infisso su alberelli tristi e fitti; pascolano, semibrade, mucche apparentemente felici (ma del cui stato di salute, un veterinario europeo inorridirebbe). Le uniche ad esserlo, certo più dei muli, asini, cavallini di incertissima genealogia, ma di certissimo duro lavoro quotidiano, condito da maltrattamenti.  A volte si vede un pò di aridità, a volte molti alberi, ma la sostanza è il pascolo abbandonato alla volontà di Dio.

Povere bestie, povera gente.

Ma anche tutto il resto è monotono: la lingua è sempre la stessa: spagnolo o portoghese; la cultura è molto simile, la storia è andata sullo stesso binario, la religione è ovunque la stessa, l’architettura, coloniale o moderna, è tutta simile. L’aspetto delle periferie attraversate dal bus del nostro viaggiatore è straordinariamente uguale, ovunque: case basse, brutti hangar industriali o commerciali maltenuti, enormi e pervasive insegne onnipresenti. E’ il tripudio della cartellonistica commerciale: non vi sono regolamenti municipali, non vi è design. Vince chi ha il cartellone più grande ed usa i colori più accesi. Squallore, sporcizia e tristezza.

Ho già scritto dell’infelicissima condizione umana sudamericana e questa è certamente la causa principale della piattezza di quel continente. Popoli malmenati dalla storia, società autoritarie e violente, individui rigidamente fissati nei ruoli sociali e privi di libertà. Il risultato è l’inesistenza della speranza, il dominio della depressione, l’attendismo e il fatalismo. Quando lo capisci, non hai più voglia di andarci.

Squallore, commerci, case cadenti, fili elettrici ovunque.

Il possesso della terra tenuta a pascolo è un fortissimo status symbol ed è appannagio delle grandi famiglie. Il bestiame, el ganado, è sinonimo di famiglìa antica, nobile. Ma i ricchi disdegnano il lavoro e non si curano dei loro sterminati latifondi che producono frazioni di quel che potrebbero dare. Aziende agricole infinite che non ricevono attenzioni ed investimenti e sono miseramente destinate alla meno produttiva delle produzioni: l’allevamento bovino. Che però da grande prestigio sociale: quando la domenica si va in fattoria, con il cappello da cow boy, i jeans e la camicia a quadri a mangiare pantagruelici barbecues di carne troppo cotta.

Ecco perchè il nostro viaggiatore vedrà quasi esclusivamente pascoli maltenuti. I proventi che pur danno, saranno investiti in attività finanziarie, a far compere a Miami, ad arredare attici nei grattacieli delle capitali. Certo non saranno mai investiti nell’azienda. E non si parli di pagare decentemente i lavoratori.

Ma nelle capitali chi può se ne frega, delle miserie.

Quando i proprietari si curano della loro terra, cercheranno di seminare prodotti miracolosi, che li arrichiscano in mesi, non in anni. In tutto il continente vi è la perenne rincorsa al prodotto innovativo, capace di entrare sui mercati internazionali: l’esportazione è il miraggio. Ma raramente riesce e spesso causa più indebitamento al paese che reddito ai suoi abitanti. La regola è che le grandi famiglie ricevono sussidi statali per introdurre tali innovazioni. Quando (quasi sempre) falliscono, il debito è cancellato e rimane alla collettività.

E non si può certo chiedere ai miserrimi operai agricoli o ai poveri piccoli proprietari di terra di migliorare il proprio ambiente: vivranno in povere case malandate, in paesi senz’anima e decoro. Le amministrazioni locali poco possono e meno fanno. Servizi a zero e migliorie urbane assenti.

Quindi il nostro viaggiatore attraverserà un miliardo di cittadine, paesi, villaggi, frazioni, tutti tristamente uguali e squallidi. Pieni di una umanità arresa e solo desiderosa di andarsene o di bere. O di sfogarsi con una violenza inarrestabile.

Ed in questi centri, più o meno urbani, il viaggiatore troverà il trionfo del commercio. I paesi sudamericani sono in mano a quella borghesia sfacciata, che ha fatto e mantiene la propria fortuna sul commercio. E’ il Vangelo di quel continente: non vi sono regole, condizioni, protezione per il consumatore, sistemi fiscali che reggano. L’imperativo è vendere: del resto la popolazione urbana è giovane, sta cercando di uscire dalla miseria rurale ed è desiderosissima di beni. Aprono le porte infiniti negozi con le loro scritte urlanti e colorate. Le merci spesso sono di bassa qualità, malamente offerte, per niente valorizzate. Commessi più attenti a non farsi rubare la merce, che a servire il cliente. Clienti creduloni e raggirabili. Tutto terribilmente dozzinale. Pur di avere, si compra cianfrusaglia.

L’immagine simbolo delle periferie sudamericane.

Mercati e mercati, quartieri commerciali, banchi dappertutto, ambulanti ovunque, musica, casino, merci, merci, merci. E questo, sempre uguale, durante i 18.000 km del nostro viaggiatore. E sulle arterie, soprattutto meccanici, gommisti, magazzini di ricambi auto. Il parco auto vetusto, la poca perizia nella guida, lo stato delle strade, l’improvvisazione di molti meccanici fanno sì che le auto siano bisognose di continue cure e ricambi.

Tutti questi elementi saltano alla vista del nostro viaggiatore. Più difficilmente, egli,  avrà una esatta percezione di quella strana e complessa cosa che è la cultura sudamericana.  Quella grande omogenietà linguistica, storica ed anche culturale del continente, avrebbe creato un unico e formidabile popolo, nei sogni del Libertador Simon Bolivar. Purtroppo non è stato così. Sono popoli troppo schiacciati prima dai Conquistadores, poi dai latifondisti, poi dalla borghesia commerciale, poi dagli attuali imperi finanziari; troppo schiacciati per riuscire a crearsi un proprio autentico cammino.

L’architettura coloniale, per quanto gradevole, è estremamente ripetitiva.

Sono popoli diversi e che spesso si odiano pur condividendo il 90% delle caratteristiche culturali. Queste restano però frammentarie, esili, contraddittorie, dispari. Il viaggiatore attento si troverà, quindi, difronte all’infinita ripetizione degli stessi schemi culturali, da un capo all’altro del continente; ma li troverà sostanzialmente inconsistenti. Niente a che vedere, per intendersi, con la strordinaria forza culturale degli africani, che lascia basiti e meravigliati.

La moda dei viaggi in Sudamerica, da parte degli italiani è mutevole. Ebbe un auge negli anni ’70 ed ’80 soprattutto nella sinistra giovanile; sulla spinta del Che Guevara, di Jorge Amado e di Garcia Marquez; della rivoluzione nicaraguense, dei movimenti centramericani, peruviani;  della solidarietà alle immani tragedie cilene e ed argentine. Ed il modello era proprio quello di andare in giro con i bus, molto più avventurosi a quei tempi, e di mescolarsi alla popolazione, visitando i gruppi e le iniziative dei compagni rivoluzionari. Facendosi, nel contempo, un sacco di canne e poi di coca.

Il sovrano delle strade sudamericane.

Ma quel movimento turistico si esaurì. Forse per il mutato ambiente politico europeo, forse per l’invecchiamento di quei turisti. Ma probabilmente perchè la gente ha finito per capire che si trattava di un ‘infatuazione con poca sostanza. Esattamente come i romanzi, di fama del tutto passeggera, di Garcia Marquez con il suo stucchevole (ma che piaceva tanto) realismo magico.

E l’America Latina, come destinazione turistica globale, è crollata. ormai non ci va quasi più nessuno. Alcuni a Macchu Picchu o nei resort sulle spiagge. Che tristezza.

Il paradiso proibito della Penisola di Paria

Un luogo affascinante, la natura avvincente, delle spiagge fra montagne verdissime e mare tropicale, l’elemento umano particolarmente complesso, grandi porzioni disabitate e difficilmente raggiungibili fra verdissime montagne e valli erte, Parchi Naturali assolutamente intatti, flora e fauna particolari, le tartarughe che depongono le loro uova, un turismo ancora embrionario.

La Penisola di Paria sarebbe una frontiera turistica di grandi promesse. E’ l’estrema punta del Venezuela verso l’isola di Trinidad. La Penisola chiude il grande arco dei Caraibi che comincia in Florida, a nord. E’ un luogo dove viene voglia di andare a vivere tutte quelle bellezze appena dette; ma anche per aiutare lo sviluppo di un turismo che si vorrebbe naturalistico e rispettoso. E’ un luogo praticamente vergine, dal punto di vista turistico; lo si vorrebbe prendere in mano, prima che arrivino gli squali e rovinino tutto. Come hanno fatto nella vicina Isola Margarita con il suo capoluogo Porlamar.

La penisola è lunga un centinaio di chilometri: al centro corre un’alta catena montuosa che la percorre in tutta la sua lunghezza. La faccia meridionale è meno interessante e più abitata; quella settentrionale, per gli ultimi 70 chilometri, non ha strada. I pochi villaggetti di pescatori che vi si trovano sono raggiungibili solo per mare.

Una enorme parete verde che si butta nel mare.  Una fonte infinita di camminate e di osservazioni naturalistiche che finiscono sulle spiagge del Mare dei Caraibi. Pochissime strutture turistiche, solo all’inizio della Penisola e molto spesso in stato di abbandono avanzato. E’ stato creato un Parco Nazionale, ma non c’e’ nessuna struttura o personale, nè di controllo, nè di ricezione dei visitatori. Non ci sono sentieri segnati o punti di osservazione e le informazioni disponibili sono pochissime. E’ tutto da costruire, rarissimi gli stranieri residenti.

Ma perchè nessuno va in questo paradiso?

Non solo per la difficile situazione attuale del Venezuela, non solo per la marginalità della sua posizione geografica o per la lontananza dagli aeroporti. Non solo per la mancanza di strade (in pessimo stato quelle poche che esistono) o di strutture di accoglienza turistica.

La vista dalla terrazza di quello che doveva essere il mio albergo.

Il vero motivo è che tutta questa costa è in mano alle bande del narcotraffico, da almeno trent’anni. Nel luglio del 2016 a San Juan de Galdonas, l’ultimo villaggio importante della costa nord, vi è stata una battaglia durata 8 ore. La Polizia e l’Esercito non si fanno vedere ed hanno lasciato una minima presenza di agenti che si occupano del traffico (delle auto, non della coca). Quando hanno provato ad avvicinarsi, sono stati scacciati con le armi. I rappresentati politici sono completamente controllati dalle bande.

Molti degli abitanti sono pescatori; nelle baie e sulle spiagge si vedono le loro barche. Dei camioncini passano a raccogliere il pescato e lo portano verso le città o i luoghi turistici come l’Isola Margarita. Ma accanto a quelle barche se ne vedono altre, potentissime, slanciate, con formidabili motori, di colori che si mimetizzano nel mare. Con quelle barche portano la coca colombiana nelle isole dei Caraibi, da dove prosegue verso Stati Uniti ed Europa. I viaggi sono frequentissimi ed a volte le barche non riescono a sfuggire alle motovedette della Giardie Costiere, finanziate dagli americani. Una bella percentuale dei giovani dei villaggi della costa dela Penisola di Paria sono sparpagliati nelle poco accoglienti prigioni della corona delle isole caraibiche. Partono per qualche ora ed i parenti vengono a sapere, mesi dopo, che sono stati arrestati.

In un contesto tale, le armi abbondano e la vita costa poco. Quando la violenza si insedia in n luogo non risparmia niente, neanche le piccole attività quotidiane: anche aggirarsi per le strade di Carupano, Rio Caribe, San Juan e gli altri villaggi è sconsigliabile; sulla spiaggia è bene andarci in costume e ciabatte e nient’altro. In una settimana ho visto due rapine, una con spari. Due italiani vivono in quei luoghi: uno ha un ristorante, l’altra un albergo. Vivono asserragliati; rapinarli è il passatempo del villaggio.

Mi ero innamorato di quel posto; avevo trovato un hotel da affittare a San Juan de las Galdonas, a picco sulla spiaggia. Un luogo dove dimenticarsi che il mondo esiste.

Fortunatamente non trovammo l’accordo…..

Una strana bevanda amazzonica

Le ciotole per la chicha sono spesso bellissime.

La chicha di yuca è una bevanda ed è l’incubo dei viaggiatori che entrano profondamente nell’Amazzonia ecuadoriana. Quando si è saputo come viene preparata è difficile mandarla giù. Viene offerta ai viandanti che giungono nei villaggi della foresta e rifiutarla è un grave affronto, un segno di disprezzo nei confronti di chi la offre. Le conseguenze possono essere assai pesanti. E’ una delle strane cose che si trovano in Amazzonia, come la Ayahuasca

Del resto il viaggiatore è stanco e assetato dopo aver marciato a lungo nella foresta o aver remato sui fiumi. Arrivare in un villaggio, sedersi all’ombra di una tettoia di paglia, presentarsi e conversare con chi accoglie è un gran ristoro. La conversazione avviene con gli uomini; si chiede al viaggiatore da dove viene, dove va e, soprattutto cosa va cercando, con quella diffidenza tipica di chi è stato pesticciato dagli straneiri da circa 500 anni. Dopo poco che vi siete seduti arriva una donna anziana che distribuisce a ciascuno una ciotola di ceramica (ve ne sono di molto belle, decorate, finissime) o ricavata da una zucca. Passa poi con un grosso recipiente di ceramica e versa nelle ciotole un liquido giallastro in cui navigano numerose fibre.  Gli astanti bevono soddisfatti rimovuendo dal labbro superiore le fibre che vi restano incollate. Quando la ciotola è vuota la vecchia la riempie di nuovo. Se, troppo presi dalla conservazione, si resta con la ciotola mezza piena, le fibre tendono ad andare a fondo e ciò non è gradevole. Quindi la vecchia accorre, infila le dita nella ciotola e gira il liquido riportando le fibre a galleggiare.

Ma questo smucinio di mano sporca non è niente rispetto alla preparazione della bevanda. La yuca (o manioca) è una grossa e carnosa radice largamente utilizzata in tutto il mondo tropicale. In Amazzonia, soprattutto ecuadoriana e colombiana, si usa anche per fare questa bevanda. Le radici vengono sbucciate e bollite, diventando abbastanza morbide. Le donne anziane del villaggio, ormai inadatte al lavoro nei campi o alla pesca nel fiume, le masticano pazientemente con quei pochi denti rimasti loro e le sputano in un grosso orcio. Si aggiunge dell’acqua e si mette vicino al fuoco. La poltiglia, arricchita dalla nutrita flora microbica del cavo orale, apportata dalle signore, si riscalda leggermente e fermenta come qualsiasi liquido ricco di carboidrati. Dopo qualche gorno la chicha (pronuncia ciccia) è pronta e può essere consumata. E’ leggermente alcolica, deve arrivare ai 6 – 8 gradi, ad occhio, un pò frizzante e di gusto gradevole, molto dissetante. Se si aspetta ancora del tempo si ha il vinillo, più alcolico ma che diventa spesso acido.

Il fatto che le signore siano probabilmente tubercolotiche (le condizioni di vita nella foresta sono molto dure) attraversa la mente del bevitore guastando un pò il piacere della bevuta. Del resto non serve a niente affrettarsi a svuotare la ciotola per assolvere i doveri sociali e togliersi il pensiero. Una seconda ciotola sarà immediatamente servita e poi una terza, visto che la prima e la seconda è stata così gradita.

Alla salute!!

Caraibi

Questo post è una guida che conduce verso tutti gli altri post di questo blog che parlano dei Caraibi.

Dapprima bogna distinguere fra i diversi tipi di Caraibi che vogliamo visitare: è possibile farlo qui. Poi bisogna capire cosa vogliamo andare a fare e pensare bene se ne vale la pena, leggendo qui e tenendo presenti anche queste caratteristiche della regione.

Se si vuole andare a Cuba, da questo post è possibile accedere a molti altri. Moneta, donnelocalità, alberghi e casas particulares. Chi volesse andare ad abitarci dovrebbe leggere questo post.

Chi invece seguisse i molti italiani che vanno a Santo Domingo può leggere qui dove andare,  con quali compatrioti  e quali dominicani si troverà a fare.

Se invece vogliamo tralasciare i Caraibi di lingia spagnola, troviamo quelli di lingua francese. Le cossiddette Antille con le loro isole poco interessanti Martinica  e  Guadalupa con i suoi problemi di razzismo e con le difficoltà per il turista. Ma anche con la meravigliosa isola di Marie Galante e con il borgo di Grand’Riviere alla Martinica.

Ci sarebbe anche l’isola di Saint Martin mezza francese e mezza olandes, ma la sua visita è decisamente sconsigliata.

Fra le ex colonie francesi da non dimenticare il fascino difficile di Haiti e della sua capitale turistica (si fa per dire) Cap Haitien.

Anche se marginalmente anche la bellissima e complicatissima Penisola di Paria, in Venezuela, fa parte dei Caraibi.

Vi sono infine le isole anglofone, indipendenti, a volte molto saportie come Dominica, a volte insapori come Antigua e a volte interessantissime come Barbuda.

Questa è la mia classifica delle migliori tre spiagge, mentre le crociere sono nettamente sconsigliate.

Dove andare a Santo Domingo?

La casa di Colombo a Santo Domingo.

La storia e l’architettura coloniale del centro di Santo Domingo, le spiagge (ancora) selvagge del sud, i grandi resort dove si entra e non c’e’ più bisogno di uscire, i centri del turismo sessuale, i luoghi di elezione degli italiani, quelli dei canadesi o dei francesi, anche un pò di montagna.  Per quanto piccola la Repubblica Dominicana offre una grande quantità di mete turistiche, per tutti i gusti.

La tranquilla Samanà.

La punta occidentale dell’isola è largamente occupata dai grandi resort, alberghi, villaggi turistici: Bavaro, Punta Cana, Dominicus di Bayahibe, La Romana. Ci sono addirittura due aeroporti internazionali, quello di Punta Cana è attivissimo, l’altro è alla Romana. Il complesso di Casa de Campo, vicino a La Romana credo sia uno dei più grande del mondo, certo della regione. Al di fuori degli alberghi non c’e’ molto, salvo la visita alle spiagge dell’isola di Saona. Questa si raggiunge in barca dal villaggio di Bayahibe dove non è raro vedere 50 pulman che sbarcano turisti prelevati dagli alberghi nel raggio di 150 km.  Vacanze quindi senza rischi, ma molto massificate. Molto.

Continuando verso la capitale, Santo Domingo, vi e’ la zona di Boca Chica che è dominio assoluto degli italiani, alcuni dei quali non possono prorio tornare al paesello natale. La lingua ufficiale è l’italiano così come il cibo, i bar. Gi italiani residenti hanno preso la simpatica abitudine di chiamarla Boca Schifo per i livelli di delinquenza e prostituzione che vi si trovano.

Kitesurf a Cabarete.

Il centro coloniale di Santo Domingo è bello e fa impressione pensare che da qui cominciò la sanguinosissima occupazione europea del Sud America. La zona coloniale della città è sicura (il resto della città molto meno), tranquilla, cara, turistica ma non troppo fastidiosamente. I numerosi monumenti sono ben mantenuti e visitabili.

All’estremo nord-occidentale vi è la penisola di Samanà che trova a Las Terrenas e a Las Galeras i luoghi di maggior equilibrio turistico di tutta l’isola. Bellissime spiagge, buoni livelli di ricettività, ma una relativa tranquillità. Piccoli alberghi più che grandi resort. Forte presenza francese, molti italiani del nord.

Alcune zone della costa nord come Sosua sono le tipiche mete del turismo sessuale, spesso della terza età. A Sosua sono particolarmente attivi i turisti sessuali americani neri. Altre zone come Cabarete sono più potabili, con piccola ricettività. Alta la presenza di canadesi e americani.

La spiaggia de los Patos, verso Pedernales: acqua dolce e mare.

Al centro dell’isola vi sono zone di altitudine, con un clima fresco e gradevole. Jarabacoa è luogo di villeggiatura benestante; Constanza è un enorme campo per la produzione di ortaggi con un inquinamento da fitofarmaci a livelli spaventosi.

Ci sono infine due zone molto gradevoli, con delle coste ancora relativamente poco frequentate, belle spiagge ed un’atmosfera ancora non troppo contaminata dal turismo invadente. Sono entrambe verso la frontiera con Haiti: a nord Montecristi, caratteristico villaggione dalle belle case di legno con la selvaggissima spiaggia del Morro. Prima di Montecristi una successione di spiaggette non male (Punta Rucia, innanzitutto); al sud la tranquilla ed accogliente Pedernales con la fantastica spiaggia della Bahia de las Aguilas, ed ancor prima con la spiaggia de los Patos.

Buon viaggio.

Bahia de las Aguilas.

Tre spiagge

Tre spiagge che emozionano e che commuovono. Tre luoghi che meritano un viaggio e la cui bellezza stordisce. Le migliori tre spiagge del mio viaggio ai Caraibi.

1) Bahia de las Aguilas, a una trentina di km da Pedernales, alla frontiera sud di Santo Domingo con Haiti. E’ certamente la più bella spiaggia che ho visto in vita mia. Le foto non le rendono giustizia, io sono un pessimo fotografo. Tripadvisor la da come la spiaggia con l’acqua più cristallina al mondo.  Poche persone ci arrivano. Nessuna struttura ricettiva. E’ all’interno di un parco nazionale. Vi arriva una strada sterrata in discreto stato; ma subito prima della spiaggia c’e’ una discesa tremenda in uno stato orribile. Difficile anche per una 4×4, bisogna saper guidare. La discesa non viene riparata perchè in questo modo i turisti sono obbligati ad affittare una barca (cara) nella vicina spiaggia della Cueva de los Pescadores. In alternativa ci si può andare a piedi (3-4 km). Alla Cueva de los Pescadores ci si arriva solo in taxi, moto taxi o con macchina propria. Anche questa spiaggia è molto bella: si può dormire in due ristoranti che affittano tende con materassi gonfiabili. Abbastanza comodo, prezzi ragionevoli per mangiare e dormire. MA ATTENZIONE: l’orribile governo Dominicano vuole farvi migliaia di camere d’albergo e un aeroporto, nonostante sia all’interno di un Parco Naturale.

2) Anse Feuillard a Marie Galante, piccola isola dipendente dalla Guadalupa. Vi si arriva in macchina che si lascia ad una ventina di minuti a piedi dalla spiaggia. Vi si può arrivare a piedi da Capesterre, ma ci vuole un paio d’ore. A pochissimi metri da riva vi sono delle roccie che ospitano pesci molto simpatici. E’ abbastanza conosciuta e piccola, quindi vi si troveranno sempre alcune persone. Vi sono nudisti. Nessuna struttura ricettiva. Purtroppo vi arrivano, alcune volte all’anno, delle grandi quantità di alghe, i sargassi, che si spiaggiano e si decompongono intorbidando l’acqua, scacciando i pesci ed emanando un gran puzzo di zolfo.

3) La spiaggia di Two Foot Bay a Barbuda. E’ proprio alla fine della strada sterrata, ma abbastanza buona, pomposamente chiamata RTE 1 (è anche l’unica dell’isola). Alle spalle ha grotte dove si può anche dormire. Ci sono alberi sulla spiaggia. Quasi sempre deserta. Nessuna struttura ricettiva. La vista, arrivandoci, è sensazionale.  La più selvaggia delle tre. Vi sono stato colto dalla Sindrome di Standhal.

Dietro la spiaggia, cosa? Andare ai Caraibi?

La canna da zucchero ai Caraibi, benedizione per i bianchi, maledizione per i neri.

Ma oltre alle spiagge di commovente bellezza sulle quali riposa la fama ed il fascino della parola Caraibi, cosa altro c’e’? Se non ci basta stare in un resort di lusso e passare il tempo a bere rum su una spiaggia bianca, con l’acqua cristallina, all’ombra delle palme arcuate, che altro possiamo trovare?

Ebbene la risposta è straordinariamente difficile e può essere: tutto e niente.

Dapprima bisogna considerare la grande variabilità fra le diverse isole, come geografia, clima, accoglienza, sviluppo, gente, lingua.   Vi è quindi una prima fonte di sorpresa quando si passa da un’isola all’altra e si trovano delle differenze abissali. Già questo potrebbe essere un motivo d’interesse. Se  partiamo con l’idea che i Caraibi sono tutti uguali, ci dovremmo ricredere prontamente e profondamente.

Le tipiche case di legno diffuse un pò in tutte le isole.

Purtroppo è abbastanza difficile (e caro) spostarsi fra le isole. In alcuni gruppi, le isole sono collegate fra di loro da traghetti (Montserrat-AntiguaBarbuda o le Granadine o GuadalupaDominicaMartinica-Santa Lucia o St. Martin-Anguilla-St Barthelemy), ma, in generale bisogna spostarsi in aereo con l’obbligo di passare da certi hub come St. Martin o la Guadalupa. I voli non sono molti e spesso non in connessione. Sono anche cari e con aerei piccoli, di compagnie locali dagli orari a volte molto elastici. In certi casi bisogna telefonare la sera prima per sapere se l’indomani si vola. Tutto ciò fa si che percorrere la catena delle isole diventa complicato, lungo e molto caro. Paradossalmente molte isole sono più facilmente collegate alle loro madri-patrie coloniali (attuali o antiche) che fra di loro.

Preparazione di una carbonaia a Barbuda.

E qua si arriva ad un altro tema di interesse del viaggiare fra le isole caraibiche. La loro storia è abbastanza simile: in tutte le isole gli indigeni furono rapidamente sterminati, vi vennero portati grandi quantità di africani che, comandati da pochi bianchi, coltivarono la canna da zucchero fino all’abolizione della schiavitù. Ci si potrebbe quindi attendere situazioni sociali abbastanza omogenee. Invece si tratta di popoli molto diversi fra di loro: l’influenza dei colonizzatori è stata così grande da aver profondamente modellato quelle società. Quindi fra i benestanti e frequentemente razzisti abitanti della Guadalupa di stile, lingua e passaporto francese e i discretamente poveri abitanti di Dominica di stampo, lingua e guida (a sinistra) inglese, di influenza giamaicana e di nazionalità propria, la differenza è enorme anche se i chilometri di mare che dividono le due isole sono solo 42. Per non parlare poi degli abitanti della Repubblica Dominicana (Santo Domingo), di lingua spagnola, di discreta situazione economica e di facile accoglienza; ben diversi dai loro vicini di Haiti, sulla stessa isola, ma di stretta origine africana, di insopportabile povertà e dalla magia nera facile e temutissima. Ed ancora Cuba, che per la storia recente, ha preso un cammino del tutto prorio ed originale.

I resti di un mulino a vento per spremere la canna da zucchero.

Eppure, nonostante tali differenze permane, indelebile e dolorosa, l’immanenza di un passato fatto di ingiustizia assoluta e di dolori plurisecolari. Una macchia persistente di sofferenza  che la schiavitù ha lasciato sulla popolazione nera. E tale sofferenza, anche se ormai ricoperta da molti strati di tempo colpisce e non ti lascia a tuo agio. Molte di queste isole sono schegge di Africa finite dove non dovrebbero essere. La musica della Guadalupa rende bene l’idea di quel che voglio dire.

Vi è poi la sensazione di insularità, sempre molto forte. Quel misto di intimità che danno i luoghi piccoli e di claustrofobia perchè son troppo piccoli. Quel piacere di esserci e quella voglia di andarsene, in un altro luogo, dove non ci sia perennemente il mare a fermare i tuoi passi. E la doppia insularità in quelle isole che dipendono da un’altra isola (Les Saintes e Marie Galante da Guadalupa, Barbuda da Antigua).

Certo manca ai Caraibi, con l’eccezione di Santo Domingo e di Portorico (e, naturalmente Cuba), ogni traccia di momumento di certo spessore o di edificio antico che non siano le solite fortezze. La storia vi è passata senza lasciar tracce materiali. E non si riesce a percepire un’attività culturale che possa richiamare l’attenzione. Unica eccezione pare essere il Carnevale molto sentito e diffuso; appunto, la più rudimentale delle manifestazioni culturali.

I costumi tipici della Martinica sono di stoffa Madras, proveniente dall’India. Nemmeno questo era fatto localmente.

Pare quasi di poter dire che la cultura caraibica è disegnata sia dall’assenza di caratteristiche stabili quanto dal fluire di mille influenze ondivaghe che piace andare a seguire a naso, a mente libera. Ci si trova, insomma, in una parte di mondo sconquassata da una terribile storia e frammentata in mille isole disomogenee in cui l’interesse, più culturale/antropologico che turistico, sta nell’osservare come questa umanità sta cercando di organizzarsi in società più stabili. Ogni isola a suo modo e con diversi risultati.

Oltre le spiagge quindi non vi sarà niente per il turista affrettato e facilone; ma vi sarà un mondo variegato, sfuggevole, sottile e affascinante per chi vorrà addentrarvisi con il tempo, il rispetto e soprattuto la curiosità necessarie.