Quando il viaggio è rivoluzione

Foto di El Territorio.

In questo caso il viaggio non è turismo e non è per lavoro. E’ un fenomeno di grande  complessità e sta diventando un fatto di rilevante importanza storica.

Mi riferisco all’incredibile marcia che migliaia di centroamercani stanno facendo in queste settimane verso gli Stati Uniti. E’ un fatto totalmente nuovo per l’era moderna, ma non per l’antichità.

Per prima cosa diciamo che è molto diverso dalle traversate del Mediterraneo degli arabi o degli africani. In quel caso il passaggio avviene alla spicciolata, ognuno per conto proprio, al massmo a piccoli gruppi. E fu così anche per i siriani che arrivavano in Grecia. Mille rivoli che si spostavano con mezzi motorizzati e confluivano solo ai posti di frontiera. Inoltre era gente che veniva da un paese in guerra.

In questo caso è una colonna di gente che cammina, aproffittando solo eventualmente dei passaggi dei camion. Non fuggono da una particolare guerra o da una miseria superiore al solito. In Centramercia la violenza è endemica ed i soprusi di una maledetta razza padrona, di poche centinaia di persone, sono sempre stati totali.

Questi hanno deciso di migrare in massa in un altro posto, come le cicogne ad autunno. Questi non sono individui che cercano di sfangarsela individualmente; questi sono un popolo. Almeno, la sua avanguardia. Questi hanno deciso di andare là dove sono i quattrini, dal momento che i quattrini da loro non vanno; Maometto e la montagna.

Questi non sono tristi, impauriti, titubanti ed impacciati come sono gli africani quando sbarcano a Pozzallo. Seguo giornalmente la vicenda sul Canal Sur, la televisione Venezolana/Bolivariana per l’America Latina. Questi sorridono; hanno i piedi in fiamme, ma scherzano e sono allegri. Sono decisi e contenti di aver preso quella decisione. Non sperano di farcela, ma vogliono provarci. Hanno in loro la forza delle imprese storiche, anche se destinate a fallire. E gli abitanti che li vedono passare lo capiscono e li aiutano, danno loro da mangiare, da bere, dove dormire. Oggi è partita un’altra colonna e siamo a quattro. E’ un movimento di massa potenzialmente molto vasto e difficilmente arrestabile, se non con le pallottole.

Questa faccenda rischia di essere lo spartiaque fra come si emigrava negli ultimi decenni e come lo si farà nei prossimi.

Gli esempi storici sono numerosi, ma molto lontani nel tempo. I Goti o i Vandali, che stanchi di fare da manovalanza ai romani (come ora i sudamericani agli americani) decidono, ad un certo momento, inaspettatamente, improvvisamente, di entrare nell’Impero Romano e di insediarsi dove meglio gli pareva. E non furono necessariamente delle penetrazioni armate; furono viaggi di popolo. Solo in alcuni casi arrivarono armati e ci furono battaglie.

Il tipo con il ciuffo manda l’esercito sulla frontiera. Lui la vede già in termini di guerra, anche se non è affatto così. E’ una marcia gioiosa che si trasformerà in scontro solo se non li faranno passare. Difficile ormai sparare sui popoli. Giulio Cesare lo fece: gli Elvezi gli chiesero di entrare nell’Impero per potersi insediare in Gallia. Lui che era lì per conquistarla, disse di no e li massacrò tutti. Ma ora diventa difficile farlo.

Un altro viaggio di massa fu la crociata popolare che precedette la prima crociata. Andavano per vedere il Santo Sepolcro; avevano i loro motivi religiosi come questi li hanno economici. In entrambi i casi andavano; andavano là dove volevano andare, tutti insieme, indifferenti alle conseguenze. Quelli furono tutti massacrati, ovviamente.

Niente a che vedere con gli ebrei che andarono in Palestina; ci arrivavano da conquistadores, come si sarebbe ben presto visto, e sostenuti dal grande capitale mondiale.

Questi sono poveri e lo rivendicano.

Del resto come pensare di fermare queste migrazioni? Prima individuali, poi di piccole masse come questa attuale, diventeranno fiumi di persone.

Come è possibile che chi muore di malaria perchè non ha due dollari per comprarsi tre pasticche che lo guarirebbero, non voglia andare a vivere in paese dove si spendono centinaia di migliaia di euro per tenere in vita un ottantenne con demenza senile? Questi sono poveri, mica scemi. Fra stare in un posto dove un maestro semianalfabeta insegna in classi di 80 bambini ed un  posto dove ci sono due laureati per venti bambini; voi vostro figlio dove lo mandereste a scuola? E’ meglio vivere dove esiste uno stato di diritto, anche se largamente imperfetto o là dove il potere di pochi è conservato a forza di abusi, soprusi, violenze, corruzione, forze di polizia asservite e bande di paramilitari incontrollate? Fate un pò voi.

Ma torniamo al viaggio. Ancora una volta il viaggio rappresenta per chi lo fa un momento di grande speranza. Il turista spera di vedere cose belle, il giovane spera di trovar notti di divertimento e di sesso; la coppia di vivere momenti romantici. Questi migranti sperano di dare una svolta alla loro vita. Il viaggio come cambiamento, come rinascita, come nuova vita. Il viaggio come una droga che ti cambia; un trip secondo il linguaggio degli psichedelici.

Quindi il viaggio è rivoluzione: cambia tutto. Le persone, i rapporti fra di loro, la percezione di sè e degli altri. I centroamericani non fanno più la rivoluzione contro i gringos, non dicono più yankee go home., come nei tragici anni ’70 ed ’80. In un insospettabile colpo di scena sono loro che vanno dai gringos, a cercare di prendersi delle briciole di ricchezza. E, paradossalmente, queste quattro colonne di marciatori, inermi e pacifici, fanno più paura dei guerriglieri di Daniel Ortega, del Che Guevara, di Guzman di Sendero Luminoso. Perchè non inseguono una fumosa ideologia di libertà. Cercano il benessere. E i bisogni primari muovono più persone e più convintamente delle spinte ideologiche.

Il viaggio diventa un’arma; il camminare un’affermare la propria presenza. Vedo in queste colonne una consapevolezza dei propri diritti umani che non avevo mai visto finora. Non è una marcia politica; non è una manifestazione simbolica che rivendica delle istanze. In questo caso la gente va a prendersi quel che ritiene legittimamente proprio: il diritto ad una fettina di lavoro, di benessere, di giustizia. E lo fa pacificamente, come sarebbe piaciuto a Gandhi.

Finalmente un viaggio pieno di significato. Io spero che ce la facciano.

I turisti israeliani in Patagonia

Un albergo a Puerto Ibanez, in Cile, ma prossimo all’Argentina.

Una polemica si aggira da alcuni anni nel turismo patagonico. E non sembra accennare a placarsi. Il punto è molto semplice: esercenti turistici, guardiani dei numerosi parchi, altri turisti, si lamentano fortemente dei modi maleducati, arroganti, indisciplinati, altezzosi, provocatori, sprezzanti, rumorosi, incivili, truffaldini e anti-ecologici che dimostrano i turisti israeliani in tutto il Cono Sur: Argentina, Uruguay e Cile. Soprattutto in Patagonia che è una dello loro mete preferite.

Ma chi sono questi turisti? Pare che sia abitudine diffusa, in Israele, che i giovani, dopo il lungo servizio militare, si prendano una lunga vacanza, per poi incominciare l’Università. Quindi dopo aver fatto tutto quello che hanno l’abitudine di fare alla popolazione civile palestinese, posano il fucile e si ritrovano negli sconfinati spazi della Patagonia.

Nei pressi di Coyhaique.

Un’altra meta molto frequentata è la Georgia ed in particolare le spettacolari montagne della Svanezia. Ve ne sono a frotte ed i comportamenti sono del tutto simili. Rispetto = 0.

Ma perchè proprio la Patagonia? Sarà forse una moda casuale, forse favorita dalla forte presenza ebrea a Buenos Aires.  Ma, nella polemica, circola un’altra teoria. La posizione di Israele è fragile, da un punto di vista militare e politico. Un qualche ribaltone mondiale potrebbe causarne la scomparsa. Ecco quindi, che quel popolo starebbe preparando un piano B. E le immense distese disabitate della Patagonia potrebbero fare al caso loro, per costituirvi un nuovo paese. Intanto i giovani vanno a conoscerla e se ne fanno un’idea. Alcuni cileni arrivano anche a pensare che Israele non è tanto interessata alla terra, quanto all’acqua; che dal lato cileno (non certo da quello argentino) abbonda. Fanta-politica? Non sappiamo, ma di certo le forti sensibilità nazionalistiche argentine (meno quelle cilene) sono stuzzicate da tale teoria. Sta di fatto che molta della Patagonia è divisa in enormi proprietà grandi come province (Benetton fra gli altri) e che farne uno Stato non sarebbe nemmeno troppo difficile.

Verso Cerro Castillo, paesaggi straordinari.

La reazione degli operatori. E’ pessima. Cercano di non accogliere i turisti israeliani, dicono che hanno l’albergo occupato. Accettano i singoli o le coppie, ma non i gruppi. Le guardie dei Parchi nazionali li espellono; perchè accendono fuochi ovunque e poi le foreste bruciano. I rent-a-car non affittano loro le macchine perchè ci montano sopra in sei. Gli alpinisti sono convinti che rubano loro le attrezzature, se le lasciano incostudite. I turisti “altri” li scansano. Ed è anche facile perchè le loro alte grida ed i loro gesti plateali li fanno riconoscere facilmente e da lontano. Il livore nei loro confronti è molto alto.

La difesa? La solita, quella di sempre. Si grida all’antisemitismo e con quello si vuol copriri tutti i misfatti e mettere a tacere chi i misfatti li denuncia. Anche se chi denuncia è ebreo, paradossalmente.

E allora? E allora tre considerazioni: La prima è sulla disgrazia di quel povero angolo di mondo (parlo della Patagonia, s’intende) che non riesce a liberarsi dalla violenza e dalla sopraffazione. Ne ha viste di tutti i colori: le infinite stragi contro gli indios; la deportazione, nelle sue aride lande, degli indios sopravvisuti ai massacri e scacciati dalla terre fertili più a nord;  l’immigrazione di quei disgraziati che andarono a colonizzare quell a regione lande; la repressione contro le lotte per la terra degli indios rimasti. Ed ora anche i turisti cafoni.

La seconda è che i turisti cominciano veramente a venire a noia. Devono comportarsi bene e pagare molto, se no, che se ne vadano.

La terza è che si stanno delineando delle politiche di sviluppo turistico che non solo previlegiano certe origini dei turisti (questo è sempre successo), ma che tendono ad escluderne alcune, come in Croazia. Ne vedremo delle belle…..

Ps. Avevo da poco scritto questo aricolo che ho, casualmente trovato in FaceBook le lamentele accorate di un gruppo di receptionist italiani sull’arroganza, maleducazione, prepotenza dei turisti israeliani. Evidentemente la piaga è mondiale. Ecco il gruppo, ma è chiuso, è necessario iscriversi per vedere i contenuti.

Una bellissima esperienza in Brasile

La preparazione della ayahuasca. Foto di Awkipuma, via WikiCommons

Ebbene, sì! Una delle peggiori esperienze fisiche che ci succedono, il vomito, può invece entrare a far parte di una bellissima esperienza e si può trasformare in vicenda desiderata, invece che detestata.

Tutto ciò succede soprattutto in Brasile, ma anche nel resto dei paesi amazzonici. La cosa è interessantissima e può meritare un viaggio, nonostante tutto quello di terribile che ho detto sul Brasile ed il Sudamerica qui, qui e qui.

La faccenda si basa sulla ayahuasca. Si tratta di una liana amazzonica il cui decotto insieme ad alcune altre erbe, provoca delle vivissime allucinazioni visive. Il bello è che non da assuefazione, disturbi della personalità od effetti collaterali. Salvo, appunto il vomito e, a volte, un pò di diarrea. Ma questo vomito è gradevole, è una liberazione del corpo e lo si fa volentieri; non è accompagnato da quei tremendi conati che accompagnano le indigestioni o le ubriacature selvagge.

E’ la sostanza su cui si basano tutte le culture sciamaniche del bacino amazzonico (lo stesso da cui viene la chicha de yuca). La sua importanza culturale è assolutamente fondamentale per tutti quei popoli, pesticciati dalla colonizzazione spagnola e portoghese.  Quindi il suo consumo era rigidamente normato e perfettamente conosciuto. Durante le cerimonie lo sciamano l’assumeva ed aveva delle visioni sulla base delle quali curava e guidava il suo gruppo.

Gli ingredienti del beverone. La ayahuasca è quella in alto. Si tratta di una grossa liana legnosa che si riconosce per essere attorcigliata su se stessa. Le foglie apportano il DMT, mentre la liana apporta gli inibitori dei distruttori del DMT prolungando il suo effetto.  Foto di Awkipuma via wikicommons.

In effetti le visioni sono potentissime: avvengono sia ad occhi chiusi che aperti. Il soggeto che l’assume è sempre presente a se stesso e può muoversi e parlare tranquillamente . Ma difficilmente lo farà perchè è assolutamente assorto dalla meraviglia di ciò che vede e dalla vividezza dei colori. Si è trasportati in un mondo fantastico, gradevole, meraviglioso. Non si ha paura, non ci sono nemici od angosce. Il mondo percepito è bello e amichevole. Ricordo di essere stato sovrastato da un enorme gorilla che mi stava proteggendo o di aver assistito ad una cerimonia religiosa in una pagoda giapponese in cui l’officiante era una ieratica amantide religiosa rivestita da un chimono. Bellissime visioni.

L’effetto dura una mezz’oretta, poi si vomita e si torna lucidi; ma una nuova ondata di visioni, sebben attenuate, ritorna fino ad un nuovo vomito. Così per due o tre volte. Se ne esce freschi e contenti come fringuelli.

Durante il ‘900 sorsero dei movimenti, in Brasile, che fondarono sulla ayahuasca dei movimenti religiosi sincretisti dove si mescolavano cattolicesimo, riti degli schiavi africani e pratiche sciamaniche. L’esponente fu un certo Mestre Irineu  il cui messaggio era comunque molto positivo, di pace, fratellanza, rispetto e sensibilità ecologica. L’assunzione del beverone trova, infatti, il suo miglior ambiente nel pieno della meravigliosa foresta amazzonica che diventa, alla volta, fornitrice e quadro delle visioni. E’ una sorta di abbraccio fra umanità e foresta.

Da un punto biochimico la faccenda è assai complicata: l’agente allucinogeno è il DMT che ha molto a che vedere con la serotonina e la psilocibina ed è anche normalmente prodotto dal corpo umano, durante la fase REM. Il DMT è in realtà assunto dalle altre erbe che compongono il beverone. La ayahuasca fornisce un altro composto che protegge il DMT, ne rallenta la metabolizzazione e quindi permette le visioni. A ben vedere si tratta, quindi, solo di sogni da svegli. E difatti la ayahuasca è più o meno permessa in quasi tutti i paesi. Si ritiene che il DMT prodotto naturalmente dal corpo sia alla base delle esperienze mistiche che si ritroano in tutte le religioni. Una sorta di ormone della spiritualità. Quindi i mistici sarebbero degli individui a forte produzione di DMT.

E bravo Mestre Irineu, da figlio di schiavi a Papa di una religione! Foto di Santo Daime via WikiCommons

Il centro di Irineu furono gli stati estremi del Brasile verso la Bolivia: Arce, Rondonia. Il punto di ingresso alle varie comunità è la città di Rio Branco. Creò dei centri religiosi; i suoi continuatori, sia pure fra divisioni e polemche sono ancora là, ma anche nelle grandi città. Evidentemente i movimenti prima psichedelici e poi new age della fine del’900 si gettarono sulla faccenda (anche da un punto di vista scientifico) ed i centri del Santo Daime (così chiamano la sostanza in Brasile) ebbero grande rilevanza. Esistono ancora ed è possibile passarci giorni e giorni di bevute, visioni, riflessioni mistiche (e vomito). Ma sono accetti anche quelli che vanno per semplice curiosità verso le sostanze.

Naturalmente la cosa è stata portata anche in Europa e in Italia. Vi sono dei centri a Milano e a Roma, sia pure sommersi dalle polemiche sulla natura del loro operato. La ayahuasca sarebbe soprattutto una faccenda mistica; gli organizzatori europei sembrano invece, sotto una vernice new age, particolamrente interessati all’aspetto meramente economico dell’iniziativa. D’altra parte gli sciamani amazzonici rivendicano le loro royalties tanto culturali quanto, a loro volta, economiche.

Il meglio è quindi volare nella Amazzonia brasiliana e continuare a volare con la sorpendente ayahuasca.

PS.

Per il viaggiatore interessato alla ayahuasca di Mestre Inrineu la situazione è un pò complessa. Infatti, dopo la sua morte, la chiesa si divise in due branche. La prima, da ritenersi quella autentica, ha come figura centrale la vedova di Irineu (una diciassettene che lui sposò quando aveva più di 60 anni, alla faccia del misticismo) ed è estremamente riservata e lontana dai mezzi di comunicazione. Su Internet si trova poco cercando Madrinha Peregrina (il nome della mogliettina) o CICLU (la sigla della Chiesa, quella scissionista si chiama CEFLURIS ). Pur apparendo poco, il numero dei loro seguaci e la potenza di questa chiesa è enorme. Per non contaminarsi con il mondo non hanno centri al di fuori di Rio Branco. La seconda linea (o linhagem, come dicono loro) è una sorta di chiesa scissionista, molto più aperta al mondo, ai social, all’economia, ai soldi, in poco parole. I centri del Santo Daime sparsi per il Brasile ed il mondo appartengono a questa setta.  Il percorso normale degli adepti è avvicinarsi alla ayahuasca per la via della setta scissionista e quando arrivano a Rio Branco, per il vero contatto con la Chiesa, cercano la linea di Peregrina, quella più autentica.

In ogni caso la faccenda sembra molto amichevole: niente fondamentalismi, molta libertà, ognuno fa un pò quel che vuole. Magari non fatevi riconoscere come i soliti tossici che non gliene frega niente, se non di avere le allucinazioni.

Se mi fate un fischio nei commenti vi do un pò di contatti personali.

Il continente perduto

Botero, altra star idolatrata per molto tempo….

Ci fu un lungo momento, decenni fa, durante il quale il continente sudamericano era di moda, amato, desiderato. Per i giovani un lungo viaggio nelle sue terre era quasi indispensabile. Il calcio del Brasile, le sue donne (Florinda Bolkan, i culi delle danzatrici di samba al carnevale di Rio), la sua musica (Vinicius de Moraes, Toquinho); Cuba e la sua rivoluzione con El Che Guevara; i libri di Castaneda in Messico, quelli di Garcia Marquez in Colombia (quanti locali italiani si chiamarono Macondo?), Borges e Amado; la cocaina, il peyote, la marijuana. Il reggae, gli Inti Illamani. Kingston e Cuzco. L’emozione per Allende, lo sdegno per i golpisti assassini in Argentina ed in Cile. Il dolore delle guerre civili in Centro America. Sendero Luminoso, i Sandinisti. In Italia non si parlava d’altro, in tema di turismo.

Molti vissero anni intensi di amore, interesse, rabbia, coinvolgimento e fascinazione per quel continente. Moltissimi ci andarono;  molti ci viaggiarono per mesi, perdendosi nei “peggiori bar di Caracas”. Alcuni ci sono rimasti.

Le infinite strade sudamericane: qui fra Cile ed Argentina, In Patagonia.

Poi il vento è cambiato, quella moda si è estinta. Il racconto epico ed avventiroso ha lasciato spazio alla cronaca del turismo sessuale, dell’enorme violenza, delle guerre di droga. I brasiliani hanno smesso di giocare il loro calcio; il samba e la bossa nova si sono ritirati in nicchie di nostalgici. La politica sudamericana non interessa veramente più. Tutto il resto è dimenticato. In Sudamerica non ci va più nessuno, soppiantato dall’Estremo Oriente: esotico, tranquillo, a buon mercato. Nei gruppi di turismo di FaceBook quel continente è completamente scomparso.

Non c’e’ da dispiacersene. Io continuo ad andarci, ma con sempre meno voglia. Fu un innamoramento adolescenziale collettivo: breve e senza basi. Ma è anche vero che il Sudamerica è cambiato molto, molto rapidamente ed in pochi casi in meglio.

L’aumento sia della popolazione che della ricchezza sono stati straordinari. L’influenza culturale nordamericana ha ulteriormente appiattito le già scarse differenza culturali che vi erano. Ormai sulle Ande si fa il “baby shower” e si adora il “Kentucky Fried Chicken”. La piatta tristezza dell’omologazione regna.

Il turismo sessuale ha sostituito quello politico.

E’ aumentata enormente la ricchezza, ma in un quadro di ingiustizia sociale inconcepibile per un europeo. Quindi: esplosione della delinquenza comune e radicamento di quella organizzata. Con l’eccezione di Cuba (il paese più sicuro al mondo) e del Cile, tutti i paesi sudamericani sono molto pericolosi per i locali e per i turisti. Impossibile circolare in tranquillità nelle città, difficile allontanarsi dai perimetri turistici controllati dalle polizie.  Lo straniero che va a zonzo solo con molta fortuna eviterà frangenti magari non pericolosi per la sua vita, ma certo sgradevoli per la tranquilla prosecuzione del suo viaggio: furti, taccheggi, rapine.

Quindi l’unica possibilità per i turisti non particolarmente attirati dal pericolo (ve ne sono molti anche di quelli) resta il resort sulla spiaggia, da cui non si esce per tutta la durata del soggiorno o, se lo si fa, solo in gruppi protetti per le famigerate gite organizzate. Anche molto diffusa la micidiale crociera caraibica dove si mette addirittura il mare fra il turista e il delinquente locale.

Del resto, il continente è sempre più monotono e quegli infiniti viaggi in bus che vi si facevano (e che io mi ostino a farvi) hanno perduto completamente di senso. La noia di quei tragitti dava, una volta, senso al viaggio. Si esplorava l’enormità di quei luoghi, noi europei abituati alle corte distanze. Più ci si annoiava in quelle giornate e nottate di bus puzzolenti, più ci pareva di misurare la vastità del mondo. Ora vince l’esperienza intensa, rapida e concentrata: l’esatto contrario.

In questi tempi nei quali la gastronomia ha soppiantato la cultura, il continente sudamericano non ha niente da offrire. Vi si mangia, infatti, malissimo. Certamente peggio che in qualunque altro luogo del mondo. Si salvano il ceviche e l’asado, ma per il resto è notte fonda. Il piatto più famoso, la fejoada brasiliana, può uccidere un toro.

Fa quindi bene, la gente, a non andare più in Sudamerica: pericoloso, monotono, privo di attrattive.

Portogallo

Il baccalà impera in Portogallo, anche nel tost.

Questo blog del Viaggiatore Critico contiene molti post sul Portogallo e sul mondo lusofono. Eccone la lista:

Bucanieri e resort ai Caraibi

Di quali affari si tratterà? A Dominica

La ciclica e terribile violenza di Haiti, le continue truffe di Santo Domingo e di Barbuda, la mafia di Saint Martin, il razzismo della Guadaloupe, l’inconsistenza della Martinica, le commissioni del 25% al bancomat di Dominica, hanno la stessa causa.  I Caraibi sono state terre di bucanieri, filibustieri, corsari, pirati. I primi erano dei disgraziati che su quelle isole cacciavano, arrostivano e vendevano vacche e capre alle navi che arrivavano dall’Europa. Quel bestiame era stato sbarcato dai primi esploratori e si era riprodotto in liberta. I bucanieri (dalla parola francese boucaner, affumicare)  conoscevano perfettamente i luoghi e diventavano predoni appena ne avevano l’occasione, taglieggiando i naviganti quando sbarcavano.  Quando potevano permettersi un’imbarcazione ed assaltavano in mare le navi di passaggio, venivano chiamati filibustieri. Quando poi avevano un’autorizzazione da parte di una Corona europea diventavano corsari. Se invece si organizzavano bene, per conto loro e diventavano importanti, erano definiti pirati. Comunque delinquenti.

Strutture schiavistiche a Barbuda.

Sulla terra le cose non andavano meglio: una sottile classe di latifondisti dello zucchero schiacciava una massa informe di schiavi. E da nessuna parte, salvo, forse, a Cuba, nacquero strutture statali abbastanza potenti da mettere un pò d’ordine in tanta efferata ingiustizia. I Caraibi son sempre stati terre di nessuno, isole cambiate di mano mille volte, teatro di atrocità. Luoghi di rapina, di violenza, di stratagemmi, di vita fatta di espedienti.  Addirittura, poco prima dell’arrivo dei bianchi queste isole furono conquistate dai Caribi, indigeni centroamericani di abitudini guerriere e cannibaliche, tanto per dire quel che questi luoghi hanno visto.

Son passati secoli ma tanta violenza non poteva non lasciare abbondanti lasciti fino ad oggi. L’individualismo furbesco, l’appropriazione indebita costante, la violenza furtiva, l’inconsistenza dei valori, l’inaffidabilità anche fra prossimi, l’arroganza, l’impulso irrefrenabile alla prevaricazione e all’intimidazione, la corruzione, la sfacciataggine sono il pane quotidiano di quei luoghi. Ma anche, semplicemente, la maleducazione, la cafoneria costanti, l’imperante cattivo gusto.  Un inferno umano collocato in un paradiso geografico, un beffardo scherzo della condizione umana.

Club Meditarranée alla Martinica.

Il turista forse non capisce fino in fondo tutto ciò e spesso non ha gli strumenti linguistici per approfondire. Guarda e passa, ma sicuramente  subisce i mille problemi che un ambiente altamente ostile gli causa costantemente. L’insicurezza è ovunque alta; probabilmente non riceverà danni fisici, se non è molto sfortunato, ma il suo portafaogli non ne uscirà indenne. In una o più delle molte forme in cui ciò è possibile. Ciò deve essere apparso molto chiaro agli imprenditori turistici che, quindi, hanno interposto un’alta muraglia fra i turisti ai Caraibi e gli abitanti locali.

Hanno quindi costruiti giganteschi villaggi turistici (qua ed ora detti resort) dai quali i turisti non escono, se non scortati durante le famigerate escursioni. E i turisti non ci pensano nemmeno ad uscire, terrorizzati come sono dai racconti, esagerati ad arte, di ciò che succede fuori. Così consumano e spendono sempre ed esclusivamente all’interno del resort.  L’unico punto dove il turista potrebbe entrare a contatto con il mondo esterno è la spiaggia, che proprio non si resce a recintare; ma qua, nerborute guardie li sorvegliano ed allontanano i locali non autorizzati.

Insomma, il turismo è riuscito a separare il paradiso geografico, consegandolo ai turisti, dall’inferno umano, lasciato ai locali. Un’operazione raffinata.