La maledizione di alcuni paesi

Il lago Kivu, fra Rwanda e Congo offre bellissimi paesaggi in un clima mite. Foto di Martijn Munneke via Wikicommons.

Spesso il turista non se ne cura e ci va lo stesso. ma alcuni paesi sono sovrastati e distrutti da una maledizione che distrugge chi ci vive. Il turista magari nemmeno se ne accorge, ma se ne è informato riesce a capire meglio ciò che sta vedendo e può evitare di essere il solito superficiale, che non si rende conto di niente.

Credo che il paese più infelice del mondo sia il Rwanda. Luogo poco turistico, eppure ricco di bei paesaggi e di molte interessanti tradizioni. La maledizione di quel paese è data dall’impossibile coesistenza di due etnie delle quali una, molto minoritaria, vuole conservare il potere assoluto sull’altra, maggioritaria e mantenuta in uno stato di insopportabile asservimento. Il paese ha una lunga storia di massacri, di vendette, di atrocità inimmaginabili, di giustizia sommaria ed infame. L’odio scorre sotterraneo, come un fiume carsico dai mille rivoli. Le due etnie vivono mescolate e gli individui sono costretti a coabitare negli stessi spazi, nascondendo l’odio reciproco, il disprezzo dei dominanti, l’infinito rancore dei dominati. Hanno fatto dell’ipocrisia e del mascheramento dei propri sentimenti, un pilastro della società. Si dice che il modello dell’uomo rwandese sia colui che passa una nottata intera a bere vino di banana, seduto accanto all’uomo che uccise suo padre, senza che nessuno noti il suo turbamento. Terrificante.

Perché in Rwanda il razzismo non si manifesta con insulti o scenate. Pare non esistere, fino a che non sfocia nel massacro. Ma chi muore sa che qualcuno della sua etnia, un giorno o l’altro, lo vendicherà. L’infinto ciclo del sopruso, della violenza, della vendetta.

Il Rwanda è veramente l’ultimo paese in cui vorrei andare a passare una vacanza. L’odio che vi regna, pur invisibile, è una lebbra che vi si appiccica addosso. La sua storia è atroce, i suoi governi sono bestemmie contro l’umanità, l’infelicità delle persone è massima; prigionieri della maledizione che copre quel paese da secoli e che non pare finire mai.

Tutt’altro contesto e continente, ma situazione simile in Colombia. La violenza è una costante di tutto il continente sudamericano con le lodevoli eccezioni di Cuba ed il Cile, ma in Colombia sono veramente scatenati. L’immagine che se ne ha in Italia è del tutto parziale e tendenziosa: allegria, balli, donne vestite con vivaci colori, spontaneità e voglia di vivere. Ma quella era la pubblicità di un caffè colombiano, non la vera Colombia.

E’ un paese che ha un sottofondo di violenza infinita, inarrestabile e continua dall’indipendenza  (volendo dimenticare quel che facevano gli spagnoli ai tempi della colonia) del 1819. I colombiani si sono sempre divisi in due fazioni che hanno cambiato mille volte nome, motivi, ideologia e configurazione, ma il cui fine ultimo è stato quello di scannarsi senza pietà.

Lavoravo con questo popolo. Erano contadini, ma avevano smesso di produrre per vendere, perchè i paramilitari rubavano tutto quel che raccoglievano. Si erano ridotti alla più misera delle austosussistenze. Foto di Brandon981123 via Wikicommons.

Alla base ci sono gli stessi motivi che portano alla violenza in Rwanda: la dominazione di pochi contro molti. Direte che ciò esiste ovunque; vero! ma in questi due paesi tale dominazione è senza ritegno, misura, umanità. Non si vuole solo comandare, sfruttare, arricchirsi. Si vuole farlo sfacciatamente, umiliando e sottomettendo. L’uso arbitrario e sadico del potere. Dracula come presidente della Repubblica. Si dirà anche che sono molti i paesi in preda alle guerre. Vero anche questo! Ma in pochi paesi come in questi due, le persone che fanno parte dei gruppi avversari vivono intimamente mescolati; sono così legate da mille vincoli di vicinanza, storia, cultura. Sono parenti, molte volte.

Mi fanno un po’ pena, francamente, i turisti italiani che vanno in Colombia e tornano contenti, parlando della gentilezza delle persone. Non hanno visto, non sanno, non vogliono sapere che Bogotà è un posto dove ci sono bande che uccidono i lavavetri agli incroci chiamandoli “usa e getta”. Ho conosciuto colombiani sfollati interni che hanno cambiato di regione per 13 volte, cercando un angolo di pace fra tante violenze. Ho un amico di Bogotà scappato a Parigi dopo che un giorno, nel traffico, tornando a casa, il guidatore della macchina accanto alla sua fu ucciso a revolverate. Ho stretto molte mani rese terribilmente callose dall’esercizio della raccolta delle foglie di coca. Ho visto le baracche degli sfollati accatastate lungo chilometri di scarpata della ferrovia mentre, a lato, immense e verdeggianti distese accoglievano rare mucche al pascolo; indimenticabile esempio della crudeltà umana dei latifondisti e dell’indifferenza sociale dei colombiani. Gli stessi che, chiamati alle urne per un referendum che avrebbe messo fine alla guerra civile che dura da 40 anni ininterrottamente, hanno votato contro la pace e per la guerra. In mezzo a tutto ciò i narcotrafficanti se la passano una meraviglia.

I colombiani sono tristi, intrisi di violenza bi-secolare; capaci, molti, delle peggiori nefandezze. I latifondisti hanno i loro eserciti di mercenari ed eleggono il presidente della Repubblica, Uribe, ad esempio. Tutti i giorni sindacalisti ed attivisti sociali vengono uccisi nelle periferie e nelle campagne. L’intellighenzia progressista, colta, urbana discetta sul futuro, il bicchiere di whisky in mano. E’ questo, soprattutto, ciò che mi ha sconvolto di quel paese nel quale lavorai troppi mesi, controvoglia: l’indifferenza umana e sociale, la mancnza di implicazione pesonale nel dramma storico in cui vivono immersi. Onore a quelli che rifiutarono l’indifferenza e presero le armi, sapendo che fine avrebbero fatto.

E’ un posto umanamente orrendo la Colombia, non bisogna andarci. Ci sono belle cose da vedere, Cartagena, belle spiagge tropicali. Ma è tutto insanguinato.

Il Mostro di Firenze, la foresta equatoriale ed il Viaggiatore Critico

Paracadutisti della Legione Straniera in Gabon. Foto di davric da Wikimedia Commons

Come stanno insieme questi tre disparati argomenti: Il Mostro di Firenze, la foresta equatoriale ed il Viaggiatore Critico? Molto bene.

Il Viaggiatore Critico vi ha già parlato dello strano mondo che ebbe a trovare in Gabon: il cannibalismo, il matriarcato, il vino di palma. Tutti temi che fanno la gioia del viaggiatore attento e curioso. Ma nell’oscurità della foresta equatoriale (ricordate Cuore di tenebre? Qui l’e.book gratuito) vi è di più. Così come di più vi è nei palazzi parigini. E i due luoghi sono strettamente legati.

I paesi dell’Africa Occidentale furono colonia francese e in larghissima misura lo sono ancora. Ciò che avviene nelle stanze del potere delle capitali di quei paesi è in realtà deciso all’Eliseo. Poi basta una telefonata. Molte delle nefandezze africane sono largamente di responsabilità francese. Ciò è particolarmente vero per quanto riguarda il Gabon che è paese produttore di petrolio, estratto in larghissima misura dall’ELF francese.

Una delle forme con le quali Parigi controlla il Gabon è riempire il suo esercito con numerosi istruttori militari francesi. Ma anche piazzando delle basi del proprio esercito nei dintorni della capitale. In modo da poter rendere molto chiaro che, al primo inconveniente, i loro carri armati possono arrivare al Palazzo presidenziale in 20 minuti.

Un’altra forma consiste nell’inviare la Legione Straniera ad addestrarsi in Gabon. Così i legionari imparano il paese ed i Gabonesi vedono chi dovranno affrontare se verrà loro in mente di alzare la testa. E quindi succede di vedere i legionari che compiono finte azioni di guerra, di guerriglia e di contro guerriglia in mezzo alle capanne dei villaggi, con le donne che fanno da mangiare ed i bambini che fanno casino. Oppure si aggirano nella foresta; la densissima foresta equatoriale. E ciò succede ancora oggi.

Sono molte le cose oscure che avvengono in quelle foreste; vi si tengono le notturne cerimonie magiche e religiose. Vi si compiono rituali ed offerte agli dei. L’anima oscura dell’Africa vi aleggia. Ho già raccontato di come certe società magiche segrete esercitano il cannibalismo rituale mangiando parti significative di corpi di ragazzi e ragazze uccisi allo scopo: il cuore ed il fegato per il coraggio, la lingua per l’eloquenza, i genitali per la potenza sessuale. E’ un mondo misterioso, difficile da avvicinare per un europeo (vedi le notti della nera Haiti). In tanto mistero, calore, ancestralità non può non avere un posto importante anche la sessualità, a sua volta esaltata nelle società matriarcali.

Ci troviamo quindi in un mondo molto, ma molto complesso dove magia, sesso e violenza si incontrano. Il pensiero magico, a-razionale la fa da assoluto padrone. In questo mondo si aggirano i militari francesi ed i legionari.

Lavoravo in una azienda agricola, in Gabon; una mattina, in uno dei campi fu trovata una ragazza assassinata. Alcune famiglie vivevano in certe capanne sul terreno dell’azienda o nelle sue vicinanze.  Una delle donne che viveva in queste capanne andò dalla polizia accusando il proprio marito dell’omicidio. La polizia torturò il tipo. Una delle torture consisteva nell’obbligarlo a mangiare dei “salsicciotti” di manioca (piatto nazionale) che la moglie aveva intinto nella propria vagina. Questo giusto per dire come ciò che avviene in quelle foreste possa essere lontano dalla nostra comprensione.

Siamo quindi in un contesto dove è relativamente frequente uccidere delle giovani donne per asportarle parti del corpo fra le quali il pube. Esattamente come faceva il Mostro di Firenze. Ma proprio esattamente. Tutti avranno sentito parlare dei suoi 14 o 16 delitti e del suo modus operandi.   Ed in quel contesto africano si aggirano dei legionari francesi, che non son certo delle educande intrise di profondi valori morali.

E guarda caso che nella vicenda giudiziaria del Mostro di Firenze sono entrate ed uscite a più riprese delle persone che avevano avuto a che fare con la Legione Straniera. Una stranissima confluenza di storie.

Il vino di palma

La bottiglia appesa a raccogliere la linfa nel metodo del vino dall’alto. (Foto da http://laggiunglaonlus.org/produzione-vino-di-palma-palm-vine-secrets/)

Girando il mondo si trovano cibi e bevande inimmaginabili e, a volte, non sempre, deliziose. Una di queste è il vino di palma.

Immaginatevi in viaggio: siete su un grosso 4×4, di quelli veri, non da città. Land Rover, Toyota, Mercedes se siete particolarmente ricchi, Suzuki se siete un po’ pezzenti. Sono ore che guidate o state accanto a quello che guida. La strada è ovviamente sterrata, fatta di polvere rossa sottilissima che entra ovunque. Da ore siete sballottolati sul miliardo di buche che non siete riusciti ad evitare. Scossi e con i muscoli stanchi dal cercare di bilanciare le scosse. Fa un caldo abominevole e può pure essere che l’aria condizionata non funzioni oppure che l’avete spenta per risparmiare sul carburante. E se funziona siete anche incordati per il vento gelido che esce dai bocchettoni.  Non avete attraversato che miserevolissimi villaggi persi nella densa foresta dell’Africa centrale. I bambini scalzi ed urlanti, felicissimi, corrono dietro ed accanto alle auto e dovete stare attentissimi a non metterli sotto. Traffico quasi 0, sperate che non si guasti la macchina perché sarebbe veramente un grosso grattacapo. Non ne potete veramente più e vi chiedete per quali motivo abbiate accettato il lavoro che vi ha portato fino a quel momento.  A momenti rimpiangete di non aver fatto il concorso alle Poste.

Poi, all’improvviso, una visione celestiale: dal tetto di una capanna sbuca orizzontale, verso la strada, un ramo tagliato di palma. E’ il segnale. Inchiodate, esclamate all’unisono con i compagni di viaggio, spengete, scendete, vi stirate ed andate verso l’uomo che, immancabilmente, è seduto vicino alla capanna del ramo di palma, all’ombra.  E’ in compagnia di altri sfaccendati, vi sedete su delle panchettine basse che vi aspettano. Salutate, non c’e’ bisogno di dire altro. L’uomo scompare nella casa e ne esce immediatamente con una tanica di plastica gialla o bianca di vetusto aspetto, con una (una sola) tazza di metallo sbreccata se di ferro smaltato, ammaccata se di alluminio ed una bottiglia da un litro vuota. E si risiede. Voi chiedete, per cortesia: “E’ con l’assaggio?”. Lui annuisce, sicuro di se stesso e versa dalla stagna un dito di liquido nella tazza, porgendovela. Voi assaggiate, annuite soddisfatto. Il tipo riempie la bottiglia e ve la da. Il vostro gruppo beve con grande piacere e fare da intenditori, a turno, dalla stessa tazza. Vuotata la bottiglia la si riempie, si comincia ad offrire agli astanti (che erano lì da ore, aspettando questo momento) e partono le filosofiche considerazioni sulla qualità di quella bevanda, che nemmeno se si fosse nel cuore del Chianti Classico.

La raccolta dal basso. In questo caso ogni giorno l’incisione nel tronco deve essere ravvivata e controllata. (Foto di Eric Freyssinge da Wikimedia Commons)

Perché di vino si tratta, sia pure di palma. La bevanda alcolica di tutta l’Africa centrale. E’ bianco, dolce ed amaro allo stesso tempo, leggermente acido, frizzante in quanto sta ancora fermentando. Va bevuto a temperatura ambiente (torrida) sia perché non c’e’ l’elettricità per fare andare un frigorifero, sia perché è così che esprime il meglio. E’ abbastanza alcolico potendo avvicinarsi ai 10 gradi. Lascia la bocca meravigliosamente pulita, rinfresca anche se è caldo, soprattutto è buono. Certamente migliore del vino di yucca dell’Amazzonia. Va consumato in due o tre giorni; poi l’acido prende il sopravvento e diventa un aceto imbevibile. Per questo motivo è buona norma di cortesia permettere al potenziale cliente di assaggiare, prima di ordinare la bottiglia, che è l’unità di misura della vendita.

E’, semplicemente, la linfa della palma da olio, lo stesso che è tanto vituperato dai nutrizionisti occidentali che, inconsapevoli (ma non tutti), fanno il gioco dei produttori americani di olio di colza, che, invece, come si sa, fa benissimo al corpo ed alla natura.

Ci sono due modi di produzione con risultati abbastanza diversi: il vino dal basso ed il vino dall’alto. In quello da basso la palma (selvatica, ovviamente) viene scalzata dalla terra e le radici tagliate; il fustacchione cade completo di una grossa specie di gambo che ha sottoterra. Viene inciso e dallo spacco comincia ad emettere la linfa, che viene amorevolmente raccolta in una damigiana o nell’ennesima tanica; in un paio di giorni si ottengono molti litri, secondo le dimensioni della palma, anche venti o più. Nel metodo dall’alto la palma non muore, resta in piedi e le incisioni vengono fatte nella parte più alta. La linfa sgorga e viene raccolta in bottiglie appese. La produzione è molto minore, ma l’operazione può essere ripetuta dopo un certo tempo. Il lavoro è minore, ma salire sulla palma è faticoso. Anche l’abbattimento è un lavoraccio, sotto il sole. I produttori di vino di palma sono solitamente degli uomini già anziani. Sono orgogliosi dei loro metodi e ne difendono i segreti; c’e’ un che di magia nel loro lavoro, un po’ come presso i nostri enologi. La produzione è scarsa e sporadica; le palme non vanno certo a sparire per questo.

La linfa fuoriuscita dalla palma è molto dolce e lo zucchero comincia immediatamente a fermentare, in quelle condizioni di calore terrificante e di igiene assolutamente assente (ma un panno è messo alla bocca della damigiana per non farvi cadere le mosche). Dopo poche ore la fermentazione dello zucchero è già abbastanza progredita ed il liquido comincia a fare le bollicine. Comincia quindi la fermentazione dell’alcool che viene trasformato in aceto. Il vino va bevuto rapidamente, prima che di aceto ce ne sia troppo; ma a quel momento c’e’ ancora molto zucchero presente e risulterebbe sgradevolmente dolciastro. Del resto gli africani, per un motivo che mi è incomprensibile, non amano il gusto dolce. Si aggiunge quindi alla tanica di vino dei pezzi di cortecce o di radici, amare, che compensino il gusto dolce. La scelta e la quantità usata di questi legnetti determina il gusto del vino di ogni produttore ed è l’elemento di cui si discute mentre si beve. Ecco, quindi, che quel vino è allo stesso tempo dolce, amaro, acido. Il perfetto bilanciamento di questi tre sapori è affare da maestri. Ed è anche un bilanciamento dinamico in quanto il dolce tende a diminuire, l’amaro e l’acido ad aumentare. Io, ad esempio, preferisco un leggero grado di amaro ed una maggiore presenza di acido. Ma son gusti….

Così, quella che sembra una barbara bevanda degli incivili africani è in realtà una raffinata e difficile produzione di un ricercato nettare. Tanto che se ne è occupato anche Slow Food, sia pure per il vino di palma di Panama; evidentemente non conoscono quello africano. Ma, si sa, a Slow Food sono sempre un po’ fuori luogo.

Da un po’ di tempo la faccenda si è industrializzata ed in Camerun ed in Nigeria si produce del vino regolarmente pastorizzato, imbottigliato e venduto nei supermercati. Ma non è la stessa cosa che berlo al villaggio, sotto l’albero, caldo, a chiacchera con la gente di lì.

L’ho cercato a lungo in Italia e l’ho trovato, nigeriano. Ma non è fermentato e ne son rimasto deluso.