Un paese dell’anima

Il parco di Orango. Foto dal sito del Parco.

C’e’ un paese ignoto, appartato, che nessuno conosce e dove nessuno, almeno fra gli italiani, va. A me è carissimo e vorrei portare per mano tutte le persone che conosco a visitarlo. Il paese, ma soprattutto le sue variegate genti. Quando ne parlo mi emoziono, mi commuovo e rimpiango di averci passato troppo poco tempo.

Si tratta della Guinea Bissau, sulla costa occidentale dell’Africa, subito sotto il Senegal. E’ una ex colonia portoghese e questa lingua vi è relativamente diffusa. E’ un paese molto piccolo (poco più grande della Sicilia), poco abitato (1,5 milioni di persone) molto povero (fra i 10  paesi messi peggio secondo gli indici delle Nazioni Unite). Bissau ne è la capitale ed il paese si chiama Guinea Bissau per non confonderla con la Guinea che era colonia francese e la Guinea Equatoriale che era colonia spagnola. Da non confondere nemmeno con le Guaiane francese e britannica che stanno dalla parte di là dell’Oceano, sopra il Brasile. Il clima e la vegetazione vi sono tropicali. Caldo, umido, pieno di acqua e di vegetazione dappertutto.

La Guinea Bissau, apparentemente, non offre molto al turista. Davanti alla capitale c’e un folto gruppo di isole, anche abbastanza grandi, le Bijagòs, che sono conosciute per essere pescosissime, come fanno in Quebec, ma molto più alla buona. Alcuni imprenditori europei, soprattutto francesi, vi hanno aperto dei modesti resort in cui offrono dei pacchetti di pesca. Altri vi vanno a far del mare. Si tratta soprattutto dei non numerosi expat che abitano Bissau e delle loro famiglie. Diverse di queste isole hanno delle vecchie piste di atterraggio, dei tempi della colonia portoghese. Su queste piste arrivano attualmente dei piccoli aerei pieni di coca in provenienza dalla Colombia. Dalla Guinea la coca poi prosegue verso l’Europa per terra o per mare. Non sembra che la popolazione locale sia particolarmente scompensata dal traffico, come invece accade dalla parte opposta dell’Atlantico.

Ancora vivissime le tradizioni culturali dei popoli della Guinea. Foto di Odile RAPEAU Via Wiki Commons.

Arrivai a Bissau per lavoro, andammo ad un Ministero; aveva piovuto e non riuscimmo ad entrare dal portone principale per essere completamente allagato; passammo da un porticina sul dietro. Accanto c’e’ la vecchia fortezza portoghese, in mattoni. Le pareti, ovviamente verticali, erano completamente coperte da vivaci erbe, del tutto spontanee, come se si fosse trattato di una foresta verticale della moderna architettura europea. Cenavo in uno dei due o tre ristorantini nel vecchio e malandato centro coloniale, per strada, in compagnia dell’ambasciatore cubano, uno dei pochi presenti. Andavo in giro per il paese cercando di trovare rimedi per una profondissima crisi commerciale che colpiva la principale fonte di reddito di molti villaggi: gli anacardi. Produzione di buona qualità comprata soprattutto dagli indiani.

E girando per i villaggi, chiaccherando con questo e quello, mi resi conto del grande valore di queste paese e ne rimasi affascinato. Molti sono i gruppi etnici, in apparente armonia fra di loro. La maggior parte della gente nei villaggi seguono ancora le loro usanze religioso tradizionali; cristianesimo ed islam sono minoritari. Il matriarcato è molto diffuso e c’erano zone in cui il cristianesimo si fuse stranamente con l’animismo tanto che i preti erano delle donne. Pur esistendo la moneta, il famigerato FCFA con cui la Francia strozza quei paesi, la forma più normale di scambio fra le persone e fra i villaggi è il baratto. Solo gli anacardi vengono venduti contro moneta, che serve a comprare in città il riso tailandese, i vestiti, il sapone.

Non ho mai conosciuto un paese così ricco di “capitale sociale” che è l’esatto contrario del “capitale economico”. Si tratta, infatti, di quella reti fitta e ramificata di contatti umani e sociali che permette alle persone ed alle famiglie di mantenere una stabilità e di far fronte alle difficoltà. Si aiutano un casino fra di loro, in poche parole.

Il Presidente della Repubblica, in tornata elettorale, con il cappellino simbolo della sua etnia. Foto di Nammarci, Wiki Commons

Ogni etnia ha le sue abitudini e se le conserva care, mentre i membri delle altre la prende in giro per certe stranezze. I miei lunghi viaggi in macchina erano rallegrati da questi racconti ironici e gai sulle abitudini etnologiche di questi e di quelli. Una di queste etnie è facilmente riconoscibile perché tutti gli uomini vanno in giro con un pesante cappello di maglia con il pompon di colore rosso acceso. Il filato è certamente sintetico ed il cappello è sicuramente importato, ma per un qualche motivo è diventato il simbolo della loro etnia. Lo usano assolutamente tutti e sempre, anche sotto il sole africano; uno degli ultimi Presidenti della Repubblica era di quell’etnia ed alle cerimonie ufficiali dello Stato lo vedevi con il suo cappello rosso con il pompon. Un’altra etnia è invece molto permissiva con i giovani. Permettono loro di ubriacarsi, di dire parolacce, di essere maleducati, di insidiare le donne sposate, anche di rubacchiare. Lasciano correre. Ma poi si sposano e devono diventare perfetti cittadini. Questa è saggezza! In una altra etnia le ragazze hanno dei figli abbastanza presto, sono ancora giovani, vogliono divertirsi, ballare, girare, devono studiare, lavorare. Non si possono occupare dei bambini. Li affidano alla nonna che li alleverà. Loro alleveranno, anni dopo, i loro nipoti. Maternità differita di una generazione. Non son cose meravigliose?

Bello il centro coloniale di Bissau, anche se ridotto in condizioni pietose. Foto di jbdodane, Wiki Commons.

Insomma una infinità di storie e di abitudini curiose riempiono questo paese. La gente è gentile e ben disposta, si sta volentieri a parlare con loro. Conobbi un prete italiano che fu mandato in Guinea come missionario; proprio nelle isole Bijagòs. Lì ripensò a tutta la faccenda, trovò moglie e figli e si spretò. Lo raccontava come la migliore decisione della sua esistenza, trasportato dal fiume impetuoso della vita africana. Non mi sembrò un posto pericoloso, anche se la politica e l’esercito sono a volte turbolenti; bene informarsi della situazione del momento, prima di andare. Ma degli italiani di una ONG che avevo conosciuto, furono rapinati in casa e purtroppo malamente riempiti di botte, mentre ero lì. D’altra parte, tornando verso la capitale, facemmo un frontale, su una strada mezza distrutta ed arrivò la polizia con rotella metrica e blocco da disegno e fece un perfetto rilievo! Non credevo ai miei occhi.

Per un turista scendere in profondità in Guinea è difficile, un po’ come in Gabon. Ci vuole tempo, pazienza ed il portoghese. Ed anche soldi perché le poche strutture in cui un europeo possa andare sentendosi a suo agio sono care. Alcune piccole agenzie organizzano dei giri nei numerosi parchi naturali del paese, certamente molto belli; ma ho trovato questa che fa un interessante giro culturale / antropologico che mi sento fortemente di consigliare. I prezzi non sono nemmeno eccessivi.

Andate in Guinea Bissau, è il più bel consiglio che posso dare.

Il meraviglioso mercato di Tunisi

In primo piano la pasta rossa dell’harissa.
Gamberetti freschissimi a 3 euro al kg.
La zona verdure.
La zona del pesce, molto ben illuminata.

Son capitato al mercato alimentare di Tunisi e mi è piaciuto talmente tanto che ci son tornato quasi tutti i giorni che ho passato in città. Anche ora, all’idea di quel mercato, mi viene il sorriso sulle labbra. Che bellezza!

Sta a poche decine di metri dalla principale Avenue Bourguiba, vicino alla Medina ed accanto alla piazza della Porta di Francia, anche se non si capisce che c’entrino i francesi qua, sempre invadenti. E’ quindi centralissimo, in un quartiere abbastanza convulso. L’edificio da fuori è del tutto anonimo, ad un solo piano. Ma all’interno si scoprono scorci anche gradevoli, bei soffiti, piacevoli sistemi di copertura leggera nella parte degli ortaggi. Pur essendo affollato non ho mai avuto l’impressione della calca, dell’estrema ristrettezza degli spazi, del soffocamento da ingorgo.

Vi si trovano tutti i tipi di cibo.

E’ un mercato come tanti altri, ma ha un insieme di caratteristiche che ne fanno un luogo molto piacevole. Si può dire che è un mercato giusto. Vediamo perchè:

  • E’ un mercato vero: gli abitanti di Tunisi ci vanno a far la spesa. Non è per i turisti, anche se alcuni di loro ci vanno. Non ci sono banchi di robaccia cara e finta per i turisti. Non ci sono raffinati ristorantini romantici. Non c’e’ un food corner da centro commercilae come a Firenze.
  • Non è asettico come i mercati europei che sembra di entrare in un ospedale; in un luogo, cioè, dove la vita è in forse. Ma non è nemmeno sudicio e pien di mosche e di puzzo come molti mercati africani o sudamenricani
    I fiori di arancio, per fare distillai. L’odore è meraviglioso.

    dove ci sono angoli così bui da pensare che vi abiti il diavolo e che vanno scansati con timore. Il mercato di Tunisi ha quel giusto punto di disordine e sudicio che si confà ad un luogo affollato di persone e cose che arrivano e partono in continuazione. Nè troppo pulito, indice di inutile smanie igieniche, nè troppo sporco, indice di cialtronaggione e di mancanza di rispetto verso la merce ed i clienti.

  • I venditori sono gentilissimi. Sorridono, rispondono alle domande, ti fanno assaggiare, ti spiegano le differenze fra un prodotto e l’altro. Allo stesso tempo non sono invadenti, non ti tirano per la manica, non ti
    Due chioccioline?

    rimbombano il cervello con i loro richiami, non cercano di intmidirti e di rifilarti il pacco. Stavo cercando, spazientito, un certo banco e non riuscivo a trovarlo; un venditore, a cui chiedevo informazioni, mi ha preso per mano e mi ci ha portato, abbandonando la sua postazione.

  • Molti prezzi sono esposti e così non ci sono timori di truffe e puoi scegliere il prezzo che ti conviene. Se poi vuoi contrattare, come amano spesso fare gli arabi, lo puoi sempre fare.
  • La merce è presentata bene, ma con moderazione, senza quei barocchismi che si vedono spesso nei mercati marocchini (specialmente delle spezie) tesi a mascherare la pochezza della qualità con la sontuosità della presentazione.

Il reparto del pesce è particolarmente vivace e frequentato: tutti i banchi sono fortemente illuminati. Lo spazio a disposizione di ogni venditore è piuttosto piccolo e sembra che ci sia la tendenza a specializzarsi. Quindi ogni venditore avrà uno o pochi   prodotti. Purtroppo si fa scarso uso di ghiaccio e quindi, d’estate, a fine mercato, non so in che condizioni di freschezza si trovino i prodotti. Il pesce viene pultio sul posto, le bilance sono in vista del cliente. Anche in questo mercato, come a Pontevedra, vi è un localino, in un angolo, dove si può portare il pesce comprato sui banchi e farselo cucinare sul momento. Era sempre troppo affollato per cercare di fare l’esperienza, peccato.

Emozionante il settore dei datteri. Ve ne sono di molti tipi ed origini diverse. Sciolti od in scatola; alla rinfusa o sui loro grappoli. Anche i prezzi sono molto differenti. Il venditore ti lascerà provare tutti quelli che vuoi. ne verrà fuori una bellissima degustazione.

In primavera, nel settore degli ortaggi vengono vendute cataste di zagare, i fiori degli agrumi, di rose, di rami di geranio. Se ne fanno delle essenze per il cibo. In un angolo del mercato c’e’ il settore della piante medicinali (dove io ho comprato delle belle ghiande), in un altro delle piante ornamentali e dei fiori recisi.

I banchi più allettanti sono quelli dei sapori: olive di tutti i tipi, capperi grandi e piccini, sottaceti, peperoncini sottolio, spezie varie e, soprattutto, il re della cucina tunisina: l’harissa. E’ un peperoncino non piccantissimo ma molto aromatico. Viene venduto intero, seccato al sole o in forno, viene macinato grossolanamente o ridotto in farina. Oppure la farina viene mescolata all’olio ed al lievito divenendo una pasta: la vera e propria harissa. Tutti i diversi tipi di prodotto sono in bella mostra. Li guardi estasiato ed il venditore te li fa assaggiare uno ad uno. Esci con la bocca in fiamme. Te la sfiammi ai banchi del formaggio con della eccellente ricotta.

Il Congo

Parco della Salonga. Foto di Radio Okapi.

C’è poi una altro paese, un continente intero, dove il turismo non è ancora arrivato: un mondo enorme, affascinante, profondissimo che esiste, ma che nessun visita. E’ grande come l’Europa ed è il Congo o Repubblica Democratica del Congo o RDC o Congo – Kinshasa, ex Zaire, ex Congo belga, ex Congo – Leopoldville.

Lì dentro, su una superficie 8 volte l’Italia, c’è di tutto. 80 milioni di abitanti, un sistema fluviale secondo solo a quello amazzonico, una foresta equatoriale in gran parte intatta, flora e fauna per tutti i gusti, i resti di società tribali di straordinario spessore, le tracce della colonizzazione belga con i suoi edifici, una ricchezza mineraria sfacciata, le barbarie di una guerra infinita.

Molte parti del paese sono di difficilissimo accesso: la rete di trasporti fluviali, ferroviari e stradali che era stata messa in piedi, con grandi difficoltà, dal potere coloniale ha finito, con gli anni, per collassare. I viaggi diventano imprese: i trasporti pubblici si svolgono in condizioni che un europeo non è in grado di sopportare; affittare 4×4 comporta costi molto alti. I tempi, i costi, le difficoltà degli spostamenti sono scoraggianti. La presenza di persone in divisa da foraggiare costantemente è capillare. In certi luoghi, le milizie armate rendono molto pericoloso il passaggio.

Andare in RDC non vuol dire fare turismo; significa andare a cercare una quantità senza fine di beghe e problemi. Eppure le emozioni che questo paese può dare sono potentissime.

All’estremo est ci sono i parchi dei Virunga e del Kauzi-Biega dove vivono (se non li cacciano di frodo) i gorilla. Le guide hanno scelto alcuni gruppi, sanno quotidianamente dove si trovano e li hanno abituati alla loro presenza. Ci portano i turisti che possono osservare, a lungo, da vicino e senza nessuna protezione, le loro attività; è anche frequente che mentre si spostano per cercare i buoni germogli freschi di cui si nutrono, i gorilla passino accanto agli umani sfiorandoli, in tutta tranquillità. Le visite partono da Goma e da Bukavu che si raggiungono facilmente dall’Uganda o dal Rwanda. Il Parco dei Virunga è certamente il luogo più turistico del paese, pur ricevendo un numero molto limitato di visite.

Si può andare a Mbuji Mayi, la città dei diamanti, sorvegliatissima da stormi di uomini armati. Si possono visitare le enormi miniere dei diamanti e seguire il lungo processo che parte da migliaia di metri cubi di terra per arrivare a qualche grammo di diamanti. Attraverso un vetro si può vedere l’ultima cernita, manuale, dove i lavoratori sono seguiti individualmente dai controllori per evitare che si mettano in bocca qualche pietra. Ma i diamanti sono dovunque, anche in città e dopo un acquazzone, di notte, sotto i lampioni, i ragazzi cercano il brillio di un diamantino lavato dalla pioggia. A sera c’e’ un mercato dei diamanti dove i cercatori clandestini portano il frutto del loro lavoro e lo vendono ai commercianti: consiste in una fila di banchini con delle forti lampade. Il cercatore porta il bottino che viene attentamente osservato dal compratore; se si accordano sul prezzo, il “pacchetto”, come viene chiamato, passa di mano. I diamanti sono quasi sempre impuri, usati solo dall’industria; ma, a volte, sono da gioielleria: si fanno fortune e si disfano con le donne, gli amici, i vizi. I mendicanti non chiedono una moneta, ma 100 dollari.

Oppure si va nei quartieri di Kinshasa, dove sorgono, con il vento delle mode, concentrazioni di bar che sotto tendoni di fortuna, offrono gli spiedini di capra, la manioca bollita con il fortissimo peperoncino, le patate fritte e birra senza fine. Sotto un uragano di musica congolese, fatta dai grandi artisti nazionali che scatenano entusiasmi e polemiche ardenti. Per poi andare in qualche cortile scatasciato dove si mette in scena un delizioso teatro povero quasi sempre in lingala, ma a volte anche in francese, che descrive fra il drammatico e l’ironico la durissima vita di questa città da 11 milioni di abitanti. Perché bisogna sapere che il popolo congolese in generale e quello di Kinshasa in particolare è dotato di un finissimo spirito critico, arguto ed ironico. Maestri nell’uso della parola, i congolesi riescono a scherzare con ammirevole eleganza sulle infinite disgrazie che hanno percorso e percorrono questo paese. Decisi e sicuri, polemici e raffinati, sfrontati ed intelligenti è un piacere starli a sentire (chi pensa che siano dei rozzi abitanti della jungla si sbaglia completamente). Lavorarci insieme è un incubo.

Trasporto lungo il fiume Ubangi, affluente del Congo. Questo è bestiame, vivo, che va verso Kinshasa per essere macellato. Qui siamo a Zongo e mancano ancora moltissimi giorni di viaggio. Il bestiame è senza acqua, cibo, riparo dal sole ed è stipato. Molti capi moriranno.

Poi c’e’ il parco della Salonga, nel mezzo del paese. E’ il più grande dell’Africa, da solo è più del Piemonte e della Liguria messi insieme. E’ il cuore umido dell’Africa fatto di fiumi e foreste. Là dove Conrad ambientò il suo “Cuore di tenebre”. Andarci è un’impresa e chi organizza i viaggi chiede cifre molto importanti; è una spedizione quasi come ai tempi del Dott. Livingstone. Ma le emozioni che dà la foresta equatoriale, a mio parere, non ha uguali al mondo. In quel parco si trovano i bonobo, la varietà più intelligente di scimpanzé. Passano il loro tempo, direi in egual misura, a mangiar frutta ed a trombare. Questi nostri fratelli si possono trovare anche vicino a Kinshasa, in un parco-rifugio: sono deliziosi e dispettosissimi.

Piccolo bonobo nel rifugio di Kinshasa. Foto del Rifugio di Kinshasa.

Se si ha pazienza infinita si può prendere una nave da Kinshasa e risalire il fiume Congo. Le condizioni sono più che spartane ed il viaggio non finisce mai, dura giorni e giorni, settimane. Si può arrivare fino a Kisangani, a 1.700 km di distanza dalla capitale, dove delle cateratte interrompono la navigazione. Spesso a navigare sono grossi rimorchiatori che trainano/spingono chiatte o pontoni mobili, carichi di merce industriale, sui quali i passeggeri allestiscono un accampamento. Lungo il viaggio fervono i commerci. Le chiatte accostano ai porti e sbarcano la merce in lunghe e confuse operazioni. Durante il ritorno, le canoe accostano alle chiatte in movimento e vendono prodotti agricoli non troppo deperibili che delle grasse commercianti acquistano per poi rivendere a Kinshasa: è un confuso mondo di traffici e trattative senza esclusione di sotterfugi. Tutti ingannano tutti, chi può ruba, i più valorosi fanno razzie. E’ il cuore profondo dell’Africa, del Congo. E’ la vita in azione.

Un paese pasoliniano

Nelle periferie delle città, nei paesi tunisini ritrovo volti ed atmosfere dei sottoproletari pasoliniani; dei suoi ragazzi di borgata.
C’erano stati i poveri ma belli della primssima commedia all’italiana; i successivi personaggi pasoliniani erano sì poveri, ma anche brutti, viziosi, tamarri, sfrontati, obliqui, dall’animo a volte oscuro. Come quello che, forse, lo uccise.

Ritrovo con emozione e grande empatia quei volti, quei corpi spigolosi e non armonici in Tunisia, in quelle torme di giovani che affollano ogni angolo; là dove in Italia non troveremmo che vecchi lamentosi. Qua invece la vita pulsa con dolorosa forza.

Mi trovo bene in questi posti; dopo tutto il male che ho detto di Marocco ed Egitto, la Tunisia mi riconcilia con il popolo arabo. Vi si respira un’aria leggera, pulsante, vitale pur nell’evidente e diffusa miseria e nel sudicio disordine che regna sovrano.

Molte le ragazze senza velo, a gruppetti sedute al bar, truccate e carine. Coppiette che si tengono per mano. Ma anche signore con il velo che ti rivolgono la parola con sicurezza e determinazione. Ovunque gentilezza, garbo, calma e rispetto. Mai un cenno di insofferenza e razzismo nei confronti dello straniero infedele e, potenzialmente, crociato.

Ma le coppiette le vedi nei quartieri ricchi o sull’avenue Bourguiba, a Tunisi. Nei paesi la separazione fra i sessi domina ancora incontrastata. Ancora una volta solo i ricchi sono liberi, i poveri sono religiosi e segregati per genere.

Ed allora i giovani maschi conducono una vita separata dalle giovani femmine. Sempre fra di loro, senza aver sentore dell’altra metà del mondo, che immagino diventi per loro, mitico, irreale, inconoscibile.

Ed è palese che devono finire ad arrangiarsi fra loro. Vedi quindi quelle coppiette omosessuali, quei gesti inequivocabili, gli sguardi obliqui, gli atteggiamenti di alcuni fra di loro.

E non è per caso che la Tunisia sia una meta del turismo omosessuale maschile, specie per i signori maturi. Come ben ci spiega il perfetto Aldo Busi, credo nel suo “Venditore ecc, ecc”. E di questi signori solitari, compassati, eleganti nei loro maglioncini rossi o pastello se ne vedono circolare diversi.

Sono capitato in una sala biliardi, in una cittadina. Erano tutti molto giovani, giocavano male. Gente povera, pescatori, lavoratori. Facce magre a volte patibolari, grandi nasi, Eisenstein ne sarebbe stato affascinato; non a caso utilizzava per i suoi film volti presi dal popolo, esattamente come faceva Pasolini. Fisici, robusti, ma tormentati; non certo atletici e sereni. L’ideale greco della bellezza è lontano. Mani grosse, da lavoratori. Fra di loro le Regine: ragazzi flessuosi, ben pettinati, eleganti e sprezzanti. Fanno passerella, si fanno desiderare. I prescelti gongolano, gli altri sguardano in tralice, lascivi e gelosi.

Poi tutti loro si sposeranno, avranno famiglia. Mi chiedo cosa resterà dei loro amori giovanili. Uomini maturi e panzuti si ritroveranno in certi locali fumosi a bere birra. Di cosa parleranno? Si conserveranno i sentimenti? Vorrei credere di si, perché in quei bar, a quei tavolini pare scorrere una intimità che non pare fatta solo di amicizia, ma anche di carne. Osservo dei giovani che lavorano insieme, come muratori o nelle botteghine del cibo di strada: paiono avere una consuetudine, fra di loro, non solo da colleghi.

E son colto da vertigine. È questa, intrinsecamente, una società omosessuale che poi si muta in etero solo per meri fini riproduttivi? Questi giovani si amano per bisogno (le donne sono assenti!) o per intimo desiderio?

Da quando questa idea mi è germogliata in testa ho cominciato ad osservare le donne: quelle velate, povere, tradizionali, non occidentalizzate, quelle che si spostano a coppie. E mi par di cogliere nei loro gesti una intimità non comune. Tutto torna?

Sono affascinato da queste correnti sotterranee. Vi pulsa una vita e vedo vibrare emozioni che nell’esangue Italia sono ormai sconosciute.

La maledizione di alcuni paesi

Il lago Kivu, fra Rwanda e Congo offre bellissimi paesaggi in un clima mite. Foto di Martijn Munneke via Wikicommons.

Spesso il turista non se ne cura e ci va lo stesso. ma alcuni paesi sono sovrastati e distrutti da una maledizione che distrugge chi ci vive. Il turista magari nemmeno se ne accorge, ma se ne è informato riesce a capire meglio ciò che sta vedendo e può evitare di essere il solito superficiale, che non si rende conto di niente.

Credo che il paese più infelice del mondo sia il Rwanda. Luogo poco turistico, eppure ricco di bei paesaggi e di molte interessanti tradizioni. La maledizione di quel paese è data dall’impossibile coesistenza di due etnie delle quali una, molto minoritaria, vuole conservare il potere assoluto sull’altra, maggioritaria e mantenuta in uno stato di insopportabile asservimento. Il paese ha una lunga storia di massacri, di vendette, di atrocità inimmaginabili, di giustizia sommaria ed infame. L’odio scorre sotterraneo, come un fiume carsico dai mille rivoli. Le due etnie vivono mescolate e gli individui sono costretti a coabitare negli stessi spazi, nascondendo l’odio reciproco, il disprezzo dei dominanti, l’infinito rancore dei dominati. Hanno fatto dell’ipocrisia e del mascheramento dei propri sentimenti, un pilastro della società. Si dice che il modello dell’uomo rwandese sia colui che passa una nottata intera a bere vino di banana, seduto accanto all’uomo che uccise suo padre, senza che nessuno noti il suo turbamento. Terrificante.

Perché in Rwanda il razzismo non si manifesta con insulti o scenate. Pare non esistere, fino a che non sfocia nel massacro. Ma chi muore sa che qualcuno della sua etnia, un giorno o l’altro, lo vendicherà. L’infinto ciclo del sopruso, della violenza, della vendetta.

Il Rwanda è veramente l’ultimo paese in cui vorrei andare a passare una vacanza. L’odio che vi regna, pur invisibile, è una lebbra che vi si appiccica addosso. La sua storia è atroce, i suoi governi sono bestemmie contro l’umanità, l’infelicità delle persone è massima; prigionieri della maledizione che copre quel paese da secoli e che non pare finire mai.

Tutt’altro contesto e continente, ma situazione simile in Colombia. La violenza è una costante di tutto il continente sudamericano con le lodevoli eccezioni di Cuba ed il Cile, ma in Colombia sono veramente scatenati. L’immagine che se ne ha in Italia è del tutto parziale e tendenziosa: allegria, balli, donne vestite con vivaci colori, spontaneità e voglia di vivere. Ma quella era la pubblicità di un caffè colombiano, non la vera Colombia.

E’ un paese che ha un sottofondo di violenza infinita, inarrestabile e continua dall’indipendenza  (volendo dimenticare quel che facevano gli spagnoli ai tempi della colonia) del 1819. I colombiani si sono sempre divisi in due fazioni che hanno cambiato mille volte nome, motivi, ideologia e configurazione, ma il cui fine ultimo è stato quello di scannarsi senza pietà.

Lavoravo con questo popolo. Erano contadini, ma avevano smesso di produrre per vendere, perchè i paramilitari rubavano tutto quel che raccoglievano. Si erano ridotti alla più misera delle austosussistenze. Foto di Brandon981123 via Wikicommons.

Alla base ci sono gli stessi motivi che portano alla violenza in Rwanda: la dominazione di pochi contro molti. Direte che ciò esiste ovunque; vero! ma in questi due paesi tale dominazione è senza ritegno, misura, umanità. Non si vuole solo comandare, sfruttare, arricchirsi. Si vuole farlo sfacciatamente, umiliando e sottomettendo. L’uso arbitrario e sadico del potere. Dracula come presidente della Repubblica. Si dirà anche che sono molti i paesi in preda alle guerre. Vero anche questo! Ma in pochi paesi come in questi due, le persone che fanno parte dei gruppi avversari vivono intimamente mescolati; sono così legate da mille vincoli di vicinanza, storia, cultura. Sono parenti, molte volte.

Mi fanno un po’ pena, francamente, i turisti italiani che vanno in Colombia e tornano contenti, parlando della gentilezza delle persone. Non hanno visto, non sanno, non vogliono sapere che Bogotà è un posto dove ci sono bande che uccidono i lavavetri agli incroci chiamandoli “usa e getta”. Ho conosciuto colombiani sfollati interni che hanno cambiato di regione per 13 volte, cercando un angolo di pace fra tante violenze. Ho un amico di Bogotà scappato a Parigi dopo che un giorno, nel traffico, tornando a casa, il guidatore della macchina accanto alla sua fu ucciso a revolverate. Ho stretto molte mani rese terribilmente callose dall’esercizio della raccolta delle foglie di coca. Ho visto le baracche degli sfollati accatastate lungo chilometri di scarpata della ferrovia mentre, a lato, immense e verdeggianti distese accoglievano rare mucche al pascolo; indimenticabile esempio della crudeltà umana dei latifondisti e dell’indifferenza sociale dei colombiani. Gli stessi che, chiamati alle urne per un referendum che avrebbe messo fine alla guerra civile che dura da 40 anni ininterrottamente, hanno votato contro la pace e per la guerra. In mezzo a tutto ciò i narcotrafficanti se la passano una meraviglia.

I colombiani sono tristi, intrisi di violenza bi-secolare; capaci, molti, delle peggiori nefandezze. I latifondisti hanno i loro eserciti di mercenari ed eleggono il presidente della Repubblica, Uribe, ad esempio. Tutti i giorni sindacalisti ed attivisti sociali vengono uccisi nelle periferie e nelle campagne. L’intellighenzia progressista, colta, urbana discetta sul futuro, il bicchiere di whisky in mano. E’ questo, soprattutto, ciò che mi ha sconvolto di quel paese nel quale lavorai troppi mesi, controvoglia: l’indifferenza umana e sociale, la mancnza di implicazione pesonale nel dramma storico in cui vivono immersi. Onore a quelli che rifiutarono l’indifferenza e presero le armi, sapendo che fine avrebbero fatto.

E’ un posto umanamente orrendo la Colombia, non bisogna andarci. Ci sono belle cose da vedere, Cartagena, belle spiagge tropicali. Ma è tutto insanguinato.

Il Mostro di Firenze, la foresta equatoriale ed il Viaggiatore Critico

Paracadutisti della Legione Straniera in Gabon. Foto di davric da Wikimedia Commons

Come stanno insieme questi tre disparati argomenti: Il Mostro di Firenze, la foresta equatoriale ed il Viaggiatore Critico? Molto bene.

Il Viaggiatore Critico vi ha già parlato dello strano mondo che ebbe a trovare in Gabon: il cannibalismo, il matriarcato, il vino di palma. Tutti temi che fanno la gioia del viaggiatore attento e curioso. Ma nell’oscurità della foresta equatoriale (ricordate Cuore di tenebre? Qui l’e.book gratuito) vi è di più. Così come di più vi è nei palazzi parigini. E i due luoghi sono strettamente legati.

I paesi dell’Africa Occidentale furono colonia francese e in larghissima misura lo sono ancora. Ciò che avviene nelle stanze del potere delle capitali di quei paesi è in realtà deciso all’Eliseo. Poi basta una telefonata. Molte delle nefandezze africane sono largamente di responsabilità francese. Ciò è particolarmente vero per quanto riguarda il Gabon che è paese produttore di petrolio, estratto in larghissima misura dall’ELF francese.

Una delle forme con le quali Parigi controlla il Gabon è riempire il suo esercito con numerosi istruttori militari francesi. Ma anche piazzando delle basi del proprio esercito nei dintorni della capitale. In modo da poter rendere molto chiaro che, al primo inconveniente, i loro carri armati possono arrivare al Palazzo presidenziale in 20 minuti.

Un’altra forma consiste nell’inviare la Legione Straniera ad addestrarsi in Gabon. Così i legionari imparano il paese ed i Gabonesi vedono chi dovranno affrontare se verrà loro in mente di alzare la testa. E quindi succede di vedere i legionari che compiono finte azioni di guerra, di guerriglia e di contro guerriglia in mezzo alle capanne dei villaggi, con le donne che fanno da mangiare ed i bambini che fanno casino. Oppure si aggirano nella foresta; la densissima foresta equatoriale. E ciò succede ancora oggi.

Sono molte le cose oscure che avvengono in quelle foreste; vi si tengono le notturne cerimonie magiche e religiose. Vi si compiono rituali ed offerte agli dei. L’anima oscura dell’Africa vi aleggia. Ho già raccontato di come certe società magiche segrete esercitano il cannibalismo rituale mangiando parti significative di corpi di ragazzi e ragazze uccisi allo scopo: il cuore ed il fegato per il coraggio, la lingua per l’eloquenza, i genitali per la potenza sessuale. E’ un mondo misterioso, difficile da avvicinare per un europeo (vedi le notti della nera Haiti). In tanto mistero, calore, ancestralità non può non avere un posto importante anche la sessualità, a sua volta esaltata nelle società matriarcali.

Ci troviamo quindi in un mondo molto, ma molto complesso dove magia, sesso e violenza si incontrano. Il pensiero magico, a-razionale la fa da assoluto padrone. In questo mondo si aggirano i militari francesi ed i legionari.

Lavoravo in una azienda agricola, in Gabon; una mattina, in uno dei campi fu trovata una ragazza assassinata. Alcune famiglie vivevano in certe capanne sul terreno dell’azienda o nelle sue vicinanze.  Una delle donne che viveva in queste capanne andò dalla polizia accusando il proprio marito dell’omicidio. La polizia torturò il tipo. Una delle torture consisteva nell’obbligarlo a mangiare dei “salsicciotti” di manioca (piatto nazionale) che la moglie aveva intinto nella propria vagina. Questo giusto per dire come ciò che avviene in quelle foreste possa essere lontano dalla nostra comprensione.

Siamo quindi in un contesto dove è relativamente frequente uccidere delle giovani donne per asportarle parti del corpo fra le quali il pube. Esattamente come faceva il Mostro di Firenze. Ma proprio esattamente. Tutti avranno sentito parlare dei suoi 14 o 16 delitti e del suo modus operandi.   Ed in quel contesto africano si aggirano dei legionari francesi, che non son certo delle educande intrise di profondi valori morali.

E guarda caso che nella vicenda giudiziaria del Mostro di Firenze sono entrate ed uscite a più riprese delle persone che avevano avuto a che fare con la Legione Straniera. Una stranissima confluenza di storie.

Il vino di palma

La bottiglia appesa a raccogliere la linfa nel metodo del vino dall’alto. (Foto da http://laggiunglaonlus.org/produzione-vino-di-palma-palm-vine-secrets/)

Girando il mondo si trovano cibi e bevande inimmaginabili e, a volte, non sempre, deliziose. Una di queste è il vino di palma.

Immaginatevi in viaggio: siete su un grosso 4×4, di quelli veri, non da città. Land Rover, Toyota, Mercedes se siete particolarmente ricchi, Suzuki se siete un po’ pezzenti. Sono ore che guidate o state accanto a quello che guida. La strada è ovviamente sterrata, fatta di polvere rossa sottilissima che entra ovunque. Da ore siete sballottolati sul miliardo di buche che non siete riusciti ad evitare. Scossi e con i muscoli stanchi dal cercare di bilanciare le scosse. Fa un caldo abominevole e può pure essere che l’aria condizionata non funzioni oppure che l’avete spenta per risparmiare sul carburante. E se funziona siete anche incordati per il vento gelido che esce dai bocchettoni.  Non avete attraversato che miserevolissimi villaggi persi nella densa foresta dell’Africa centrale. I bambini scalzi ed urlanti, felicissimi, corrono dietro ed accanto alle auto e dovete stare attentissimi a non metterli sotto. Traffico quasi 0, sperate che non si guasti la macchina perché sarebbe veramente un grosso grattacapo. Non ne potete veramente più e vi chiedete per quali motivo abbiate accettato il lavoro che vi ha portato fino a quel momento.  A momenti rimpiangete di non aver fatto il concorso alle Poste.

Poi, all’improvviso, una visione celestiale: dal tetto di una capanna sbuca orizzontale, verso la strada, un ramo tagliato di palma. E’ il segnale. Inchiodate, esclamate all’unisono con i compagni di viaggio, spengete, scendete, vi stirate ed andate verso l’uomo che, immancabilmente, è seduto vicino alla capanna del ramo di palma, all’ombra.  E’ in compagnia di altri sfaccendati, vi sedete su delle panchettine basse che vi aspettano. Salutate, non c’e’ bisogno di dire altro. L’uomo scompare nella casa e ne esce immediatamente con una tanica di plastica gialla o bianca di vetusto aspetto, con una (una sola) tazza di metallo sbreccata se di ferro smaltato, ammaccata se di alluminio ed una bottiglia da un litro vuota. E si risiede. Voi chiedete, per cortesia: “E’ con l’assaggio?”. Lui annuisce, sicuro di se stesso e versa dalla stagna un dito di liquido nella tazza, porgendovela. Voi assaggiate, annuite soddisfatto. Il tipo riempie la bottiglia e ve la da. Il vostro gruppo beve con grande piacere e fare da intenditori, a turno, dalla stessa tazza. Vuotata la bottiglia la si riempie, si comincia ad offrire agli astanti (che erano lì da ore, aspettando questo momento) e partono le filosofiche considerazioni sulla qualità di quella bevanda, che nemmeno se si fosse nel cuore del Chianti Classico.

La raccolta dal basso. In questo caso ogni giorno l’incisione nel tronco deve essere ravvivata e controllata. (Foto di Eric Freyssinge da Wikimedia Commons)

Perché di vino si tratta, sia pure di palma. La bevanda alcolica di tutta l’Africa centrale. E’ bianco, dolce ed amaro allo stesso tempo, leggermente acido, frizzante in quanto sta ancora fermentando. Va bevuto a temperatura ambiente (torrida) sia perché non c’e’ l’elettricità per fare andare un frigorifero, sia perché è così che esprime il meglio. E’ abbastanza alcolico potendo avvicinarsi ai 10 gradi. Lascia la bocca meravigliosamente pulita, rinfresca anche se è caldo, soprattutto è buono. Certamente migliore del vino di yucca dell’Amazzonia. Va consumato in due o tre giorni; poi l’acido prende il sopravvento e diventa un aceto imbevibile. Per questo motivo è buona norma di cortesia permettere al potenziale cliente di assaggiare, prima di ordinare la bottiglia, che è l’unità di misura della vendita.

E’, semplicemente, la linfa della palma da olio, lo stesso che è tanto vituperato dai nutrizionisti occidentali che, inconsapevoli (ma non tutti), fanno il gioco dei produttori americani di olio di colza, che, invece, come si sa, fa benissimo al corpo ed alla natura.

Ci sono due modi di produzione con risultati abbastanza diversi: il vino dal basso ed il vino dall’alto. In quello da basso la palma (selvatica, ovviamente) viene scalzata dalla terra e le radici tagliate; il fustacchione cade completo di una grossa specie di gambo che ha sottoterra. Viene inciso e dallo spacco comincia ad emettere la linfa, che viene amorevolmente raccolta in una damigiana o nell’ennesima tanica; in un paio di giorni si ottengono molti litri, secondo le dimensioni della palma, anche venti o più. Nel metodo dall’alto la palma non muore, resta in piedi e le incisioni vengono fatte nella parte più alta. La linfa sgorga e viene raccolta in bottiglie appese. La produzione è molto minore, ma l’operazione può essere ripetuta dopo un certo tempo. Il lavoro è minore, ma salire sulla palma è faticoso. Anche l’abbattimento è un lavoraccio, sotto il sole. I produttori di vino di palma sono solitamente degli uomini già anziani. Sono orgogliosi dei loro metodi e ne difendono i segreti; c’e’ un che di magia nel loro lavoro, un po’ come presso i nostri enologi. La produzione è scarsa e sporadica; le palme non vanno certo a sparire per questo.

La linfa fuoriuscita dalla palma è molto dolce e lo zucchero comincia immediatamente a fermentare, in quelle condizioni di calore terrificante e di igiene assolutamente assente (ma un panno è messo alla bocca della damigiana per non farvi cadere le mosche). Dopo poche ore la fermentazione dello zucchero è già abbastanza progredita ed il liquido comincia a fare le bollicine. Comincia quindi la fermentazione dell’alcool che viene trasformato in aceto. Il vino va bevuto rapidamente, prima che di aceto ce ne sia troppo; ma a quel momento c’e’ ancora molto zucchero presente e risulterebbe sgradevolmente dolciastro. Del resto gli africani, per un motivo che mi è incomprensibile, non amano il gusto dolce. Si aggiunge quindi alla tanica di vino dei pezzi di cortecce o di radici, amare, che compensino il gusto dolce. La scelta e la quantità usata di questi legnetti determina il gusto del vino di ogni produttore ed è l’elemento di cui si discute mentre si beve. Ecco, quindi, che quel vino è allo stesso tempo dolce, amaro, acido. Il perfetto bilanciamento di questi tre sapori è affare da maestri. Ed è anche un bilanciamento dinamico in quanto il dolce tende a diminuire, l’amaro e l’acido ad aumentare. Io, ad esempio, preferisco un leggero grado di amaro ed una maggiore presenza di acido. Ma son gusti….

Così, quella che sembra una barbara bevanda degli incivili africani è in realtà una raffinata e difficile produzione di un ricercato nettare. Tanto che se ne è occupato anche Slow Food, sia pure per il vino di palma di Panama; evidentemente non conoscono quello africano. Ma, si sa, a Slow Food sono sempre un po’ fuori luogo.

Da un po’ di tempo la faccenda si è industrializzata ed in Camerun ed in Nigeria si produce del vino regolarmente pastorizzato, imbottigliato e venduto nei supermercati. Ma non è la stessa cosa che berlo al villaggio, sotto l’albero, caldo, a chiacchera con la gente di lì.

L’ho cercato a lungo in Italia e l’ho trovato, nigeriano. Ma non è fermentato e ne son rimasto deluso.

 

Turismo solidale? Trappolone per ingenui?

Sull’onda della moda della Green economy si parla molto, da qualche tempo, di  turismo responsabile ed addirittura solidale.

E come la Green economy, anche il turismo solidale rischia di essere il classico polverone di luoghi comuni privi di senso reale e trasformarsi in una truffa per quei creduloni che ci cascano. Basta mettere un’etichetta alla moda per aumentare le vendite o, almeno, i prezzi.

Per le definizioni dei vari tipi di turismo si veda qua.  Il turismo solidale, nelle parole di chi lo vende, oltre ad essere responsabile, mette in contatto i turisti con delle situazioni sociali in difficolta’ o comunque meritevoli di essere conosciute. I turisti porteranno appoggio tanto morale quanto economico a queste realtà sociali ritenute sfavorite.

Per chi organizza questi viaggi la cosa più importante è aggiungere la parola “solidale” ad un viaggio peraltro simile a molti altri. La parola che nobilita, carattrerizza, personalizza, pulisce le coscienze, fa green, permette di accedere a quegli eventi tipo “Fà la cosa giusta” e consente di aggiungere qualche centinaia di euro al prezzo,  Il turista diventa solidale e si sente migliore, gratificato. E’ un capolavoro di marketing. Anche la guida non è piu’ tale, ma diventa “mediatore culturale”. Il viaggio diventa una esperienza di “scambio interculturale”. Ma gli organizzatori si affrettano anche a far sapere che resta comunque una vacanza. Non si pensi a troppo intensi scambi con i poveri visitati! Ognuno mantiene il proprio ruolo: il turista fa il turista, il povero fa il povero. Il contatto ci deve essere, ma che sia breve!

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Le foto dei bambini africani sono sempre molto importanti nel turismo solidale. Questa viene da un progetto di una scuola finanziata da un Resort. http://www.inviaggi.it/imgs/89_s/3757__g_.jpg (ultima visita aprile 2016) E’ ipotizzabile che questo foto violi una certa quantità di leggi sulla privacy e sullo sfruttamento di immagini di minori.

Ribaltiamo la cosa ed immaginiamo che i viaggi solidali si svolgano in Italia: la guida porta un gruppo di turisti giapponesi in un centro della Caritas di aiuto ai senza dimora o in un centro di riabilitazione per mutilati o in un ospedale infantile. Dove i giapponesi verserebbero una lacrimuccia ed accarezzerebbero la testolina di un bambino, mettendogli in mano una caramellina.

Rivoltante, vero? Eppure e’ proprio quel che succede nel turismo cosiddetto solidale. Ma cio’ che non accettiamo da noi, siamo prontissimi a farlo nei paesi del sud.

Il lato organizzativo e materiale del turismo solidale e’ ancora peggiore. In un viaggio di una settimana o dieci giorni si visitano due progetti sedicenti solidari. L’obolo che il turista paga all’organizzazione e’ di 70 euro che vanno ai progetti. Quindi ogni progetto avra’ circa 35 euro moltiplicati per i dieci – quindici turisti: una miseria vergognosa, che pero’ permette al viaggio di chiamarsi solidale. Con 4 – 500 euro una tantum si vuol risolvere qualche problema? Non è una schifosissima elemosina?

Ma come avviene un viaggio solidale? Esattamente come tutti gli altri con due piccole differenze. La prima consiste nel passare due mezzi pomeriggi presso quei due progetti di assistenza ai vulnerabili.

La seconda differenza sta nella scelta delle strutture che ospiteranno i turisti per dormire e per mangiare. Lo faranno in modestissime pensioncine ed in tristi locande che  saranno state spacciate come iniziative imprenditoriali di base, meritevoli di essere frequentate ed aiutate. I turisti non potranno lamentarsi del basso livello delle strutture ed anzi ne gioiranno, sentendosi buoni, solidari, redentori di una umanità sofferente.  Ci si dimentica di dire che ogni viaggiatore a basso budget usa strutture di quel tipo senza sognarsi di star facendo un’operazione di solidarieta’ internazionale.

Il turismo solidale è pauperistico per marketing, non per necessità o scelta ideologica.  A ben vedere i turisti “solidali” non sono affatto a basso budget. Infatti tali viaggi sono molto piu’ cari degli equivalenti “normali”. Quindi l’ipocrisia e’ totale. Ancora una volta l’economia green si rivela un semplice e cinico artifizio commerciale. E chi l’acquista un illuso, un credulone o, nella peggiore delle ipotesi, un ipocrita.

Vediamo alcuni di questi viaggi e cerchiamo di capire come funziona tutto cio’.