Atmosfere da Blade Runner a Luanda

Il palazzo in questione.

Decadenze di imperi coloniali e difficile sopravvivenza nella metropoli di Luanda. Due film diversissimi che si incontrano su un lungomare africano. Atmosfere difficili da credere e stupefacenti da vivere. Tutto ciò in questo post.

Nella prima scena africana del film “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa” Alberto Sordi esce dall’albergo vestito come Livingstone nella savana e si ritrova, invece, nel mezzo di una moderna e piena di traffico città. Siamo sul lungomare di Luanda, corre l’anno 1968 e l’Angola fa ancora parte dell’impero coloniale portoghese che crollerà solo nel 1975.
Alle spalle di Sordi, nel film, si scorgono una serie di modernissimi palazzi pulsanti di attività economiche e commerciali. Pare di essere a Milano.

In uno di quei palazzi, ben visibile alle spalle di Sordi, mi son ritrovato a vivere. Era il palazzo comunemente conosciuto come “edificio Nocal” dal nome della birra che aveva collocato una enorme scritta pubblicitaria sul tetto, visibile da tutta la città.

Quando vi arrivai io erano passati numerosi decenni dalla realizzazione del film; i portoghesi se ne erano andati ed una infinita guerra civile aveva ridotto in briciole l’Angola, dissanguandola delle sue risorse in petrolio e diamanti, uccidendo centinaia di migliaia di persone e spostandone milioni. Ma il palazzo Nocal era ancora in piedi, affacciato sul lungomare di Luanda, posizione prestigiosa. Quattordici piani, io abitavo al nono, vista stupenda sul mare, terrazza.

Ai tempi della colonia era un palazzo abitato certamente da portoghesi; alla loro partenza gli appartamenti erano stati assegnati dal Governo a questa o quella famiglia angolana, secondo i loro criteri. Famiglie che avevano del tutto dimenticato ogni forma di manutenzione dell’edificio. Non era stata spesa una lira.

Al mio arrivo, l’abbandono regnava sovrano. Il palazzo, all’origine lussuoso, era caduto in uno stato di fatiscenza completo, di deliquescenza direi. Era dotato di tre ascensori: due per gli abitanti ed uno più grande per il personale di servizio e le merci. Erano, ovviamente fuori servizio. Quindi bisognava farsi le scale a piedi, ogni volta, ogni giorno. Nove piani per me, quattordici per chi abitava all’ultimo piano. Ed era una signora meticcia, molto per bene, già un poco anziana. Per lei era un calvario e non usciva quasi mai. Quando lo faceva era accompagnata da qualcuno che portava una sedia su cui riposarsi, quando era stanca della scalata.

Provate ad avere la diarrea ed a tornare a casa in fretta per andare in bagno. E dover fare 10 piani di scale con il bisogno che cresce ad ogni scalino. Impossibile, vero? E quindi, a volte, tornando a casa, trovavo su un pianerottolo, in un angolo, una bella fatta umana.

Bisognava organizzarsi. Si partiva di casa, la mattina, con tutto il necessario per la giornata e si tornava solo per dormire. Al massimo si poteva tornare a casa prima di cena per cambiarsi ed uscire per la sera. Non era pensabile farsi i nove piani per più di due volte al giorno. Bisognava stare attentissimi a che non mancassero mai le sigarette, la birra, il pane. Se mancavano gli abitanti dell’appartamento si scannavano per decidere chi sarebbe sceso a comprarli.

Uscire di casa era una sorta di discesa agli inferi. In alto c’erano la brezza del mare, rumori attutiti, il sole chiaro. Via via che scendevi, piano dopo piano, aumentava il rumore della città incasinatissima, dai vetri rotti delle scale entrava meno aria e più puzzolente. Le pareti delle scale erano sempre più sporche e nere, avvicinandosi al pianterreno. Si sfociava, finalmente, nell’androne, di marmi lussuosi, ma devastato dall’incuria. Il ritorno, la notte, magari un po’ ubriachi e distrutti dalla frenesia delle notti di Luanda, era un viaggio dantesco. Avevamo tutti una torcia in tasca; spesso mancava la luce e si salivano le rampe nell’oscurità totale, con il terrore di essere assaltati, di pestare le cacche, di doversi fermare a lungo per riprendere il fiato. Atmosfere da Balde Runner. Avevo imparato a riconoscere i piani, sapevo sempre a che livello mi trovavo; un lento ed affannoso rosario di numeri fino ad arrivare al nono, il mio, e potersi rifugiare in casa. Dopo un anno di quella vita avevo delle cosce che sembravano di granito.

Alcune porte degli ascensori erano semiaperte su un pozzo oscuro e maleodorante. Infatti alcuni buttavano la loro immondizia direttamente in quel pozzo. I tubi dell’acqua erano in pessime condizioni e le perdite numerose. Per le più gravi il muro delle scale veniva aperto, si individuava il foro e si sostituiva il pezzo di tubo bucato con un altro, allacciandoli come meglio si poteva. Naturalmente lo sbrano nella parete rimaneva aperto ed i calcinacci al suolo. Ma le perdite più piccole venivano trascurate. Di conseguenza rigagnoli di acqua percorrevano le scale, scendendo lentamente verso la strada e trasportando la polvere e la sporcizia che raccoglievano nel loro percorso. Alcuni rigagnoli finivano nel pozzo degli ascensori. Su udiva allora il suono di una fresca cascatella alpina che percorreva il palazzo allietandolo. Una notte eravamo in casa, storditi dalla fortissima erba angolana, quando tale rumore di cascatella si trasformò in una vera e propria sinfonia di suoni acquatici. Me ne beai a lungo, perso nelle fantasie tossiche. Poi cominciò a sembrarmi veramente troppo e mi riscossi. Il tubo del vicino (un dipendente portoghese della sua ambasciata), appena riparato, accanto alla sua porta, era saltato e potenti zampilli, riempivano di giochi d’acqua il comune pianerottolo. Lo svegliai e fra le bestemmie chiuse il rubinetto generale e cominciò ad asciugare. Lo aiutai, come potevo: presi la scopa e spinsi l’acqua verso le scale, nel loro lungo viaggio al mare.

Un giorno l’amministratore del condominio riuscì ad estorcere ai suoi amministrati sufficienti soldi da poter chiamare un camioncino, vuotare dall’immondizia il pozzo di un ascensore (ci vollero alcuni viaggi) ed infine ripararlo. Vedemmo con stupore ed incredulità quell’aggeggio infernale andare in su ed in giù. Ma nessuno si azzardò a montarci sopra, ci limitavano a chiamarlo, per divertimento. Ed in effetti, pochissimi giorni dopo si riguastò, fra le battuti salaci dei condomini, alle spalle del velleitario amministratore.

Il tema centrale delle discussioni fra condomini era il fatto che la fabbrica di birra che ci occupava il tetto con la sua enorme scritta aveva smesso di pagare l’affitto dello spazio. Del resto anche la scritta cadeva in rovina ed alcune lettere perdevano pezzi. Io proposi di smontarla per non continuare a fare la pubblicità gratis alla birra. Mi chiesero se avrei pagato io le spese per lo smontaggio.

Alberto Sordi sul lungomare di Luanda nel film “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare il loro amico misteriosamente scomparso in Africa?”. Parzialmente coperto dal cappello, il mio palazzo.

Anche il problema delle fughe d’acqua fu risolto alla maniera angolana. Casualmente. Una grossissima valvola dell’acquedotto cittadino si ruppe, ad un paio di isolati di distanza dall’edificio. Tutta la zona restò a secco. Il guasto venne riparato in pochi giorni e l’acqua rifece capolino. Ma per poco perché la riparazione non tenne e la valvola si ruppe di nuovo. La buca fu riaperta e la valvola smontata. Se ne chiese una di ricambio a Lisbona e ci volle del tempo prima di riceverla, rimontarla e ridare l’acqua. Molto tempo. Moltissimo tempo. Cinque mesi per l’esattezza. Per quei cinque mesi vivemmo senza acqua, in Africa, al nono piano. Ci organizzammo, ovviamente. Mi procurai due bidoni da 200 litri ed alcune taniche. Prendevo l’acqua in ufficio e la portavo a casa in macchina. Nell’androne disadorno e polveroso dell’edificio stazionavano permanentemente dei ragazzi per aiutare gli abitanti a portare la spesa in casa. Cominciarono a portare anche l’acqua. Degli atleti, due taniche a viaggio. In casa me le vuotavano nei grossi bidoni ed io mi lavavo e facevo da mangiare con i secchi e le tazze. I ragazzi avevano delle tariffe a seconda del numero dei piani da fare. I condomini dei piani alti si svenavano. Durante quei mesi i ragazzi guadagnarono come cassieri di banca. Quando tornò l’acqua ci parve una cosa strana.

Mancava anche la luce, ovviamente. Ma avevo un gruppo elettrogeno, grande come una 500 con dei consumi analoghi a quelli di una macchina. C’era quindi il problema delle taniche di carburante da portare in casa, sempre con i soliti ragazzi. Il gruppo tremava moltissimo e l’appartamento intero ne veniva scosso; i bicchieri cadevano dalle mensole.

Si penserà che abitavo in simile tugurio perché ero tirchio. Tutto il contrario. Spendevo di affitto più di mille dollari al mese. Era molto difficile trovare degli appartamenti in affitto, il mio era sul lungomare, ad un piano alto e quindi più lontano dal rumore e dalla polvere della strada. Insomma, le altre soluzioni erano peggiori; mi si riteneva un fortunato ad abitare in quel luogo.

Ed in effetti, a volte, mi sedevo sulla terrazza con una birra ed assistevo al tramonto sul mare, nella calugine di umidità, di smog e di polvere che avvolgeva la città. Ed ero orgoglioso del mio palazzo Nocal.

Che del resto è ancora là, un po’ più malandato che a miei tempi. Durante l’estate del 2019 c’e’ stato un fenomeno che ha preoccupato moltissimo i condomini. Il palazzo ha tremato fortemente, come se fosse stato sottoposto ad un terremoto (che però non c’era stato). Le crepe nelle strutture sono numerose e si stanno allargando ed allungando. Il Presidente della Repubblica ha ordinato una valutazione tecnica del palazzo. Vedremo che dirà.

La storia dei cani pescatori dell’Isola delle tigri, Angola

La strada principale de Sao Martinho dos Tigres, all’occorrenza era pista d’atterraggio.

Questa è una delle storie più strane che abbia mai sentito. Si svolge all’estremità meridionale dell’Angola, ad una sessantina di chilometri dal confine con la Namibia. E’ una zona assolutamente desertica, con le dune che arrivano fino sul mare. E’ praticamente una spiaggia profonda decine di chilometri. A Rimini ci metterebbero infinite file di ombrelloni.

In quel punto scorre la famosa corrente di Benguela che viene dal sud e richiama acque profonde; fredde e ricchissime di plancton. Ciò fa sì che lungo la costa faccia molto più freddo di quanto ci potremmo aspettare e che vi sia spesso la nebbia, anche se ci troviamo in pieno deserto. Il plancton nutre una ricchissima comunità animale composta da infiniti pesci, molti uccelli ed anche foche che vengono a riposarsi sulla spiaggia.

La corrente di Benguela è venuta costruendo delle lingue di sabbia che nascono nella costa e che si prolungano per chilometri nel mare, restando semiparallele alla costa stessa. Sono delle lunghe penisole che vanno verso nord. Le baie, strette e lunghe, che si formano fra la costa e la penisola sono ovviamente dei porti super sicuri.

A metà del 1800 dei pescatori dell’Algarve portoghese si insediarono nella penisola di cui stiamo parlando e vi fondarono il paese di Sao Martinho; la penisola venne chiamata Dos Tigres, non si sa perché. Tigri certamente non c’erano e nemmeno un filo d’erba. La colonia prosperò; si pescava e si produceva pesce secco e farina di pesce che venivano esportati in tutto il mondo. Il paese arrivò a contare 1000 persone e diverse centinaia di costruzioni, comprese la scuola, la chiesa, il Comune, ecc. La strada principale era pavimentata da lastre di cemento e funzionava anche da pista di atterraggio per piccoli aerei. La città fu fondata sul lato tranquillo della penisola, quello che guarda la costa. Un po’ più a nord c’è il porto con le fabbriche del pesce; a debita distanza dal paese per evitare il puzzo e le mosche.

Poi, nel 1962, una enorme tempesta colpì la base della penisola, distruggendola e trasformandola in un’isola, come è ancora. Fu distrutto anche l’acquedotto e il paese doveva esser rifornito con una bettolina.

Le vecchie case del paese. Foto di juls26 via Wikicommons.

Nel 1975 crollò l’impero coloniale portoghese; l’Angola divenne indipendente, scoppiò il caos della guerra civile ed i pescatori di Sao Martinho dos Tigres se ne tornarono tutti quanti a casa loro. Il paese rimase completamente abbandonato e così è ancora oggi. Le foto lo testimoniano. Case disseccate dal sole e lentamente erose dal vento e dalla sabbia, ma ancora spettralmente in piedi. Ormai dirute le fabbriche. In tutti questi anni la pesca è continuata, ad opera dei grandi pescherecci d’altura o delle piccole imbarcazioni angolane, basate a Tombwa, ma senza sbarcare sull’isola.

Tombwa è l’ultimo luogo abitato della costa angolana. Ci capitai una volta, fra la polvere del deserto, la nebbia ed il puzzo di pesce. Ci sbarcano quantità colossali di pescetti di poco pregio ma di bassissimo costo che, seccati o congelati, vengono ridistribuiti in tutta l’Africa dove rappresentano spesso la proteina animale di miglior prezzo. Una specie di benedizione per quelle popolazioni. L’unico divertimento possibile a Tombwa è prendere la macchina e correre come disperati sull’enorme bagnasciuga, allontanandosene solo per scalare e poi discendere in picchiata le altissime dune. Chi ci ospitava ci portò a fare questa specie di ottovolante. Arrivò la notte e uscirono dalla sabbia, sul bagnasciuga, alcuni miliardi di granchietti bianchi. Noi viaggiavamo a folle velocità, nel nero assoluto e vedevamo questa distesa di granchietti alla luce dei fari. Ne uccidemmo un battaglione, che porto dolorosamente sulla coscienza.

Torniamo all’Isola Dos Tigres.

Lungo il bagnasciuga, nella zona della Ilha dos Tigres. Foto di Nuno Silva 1976 da Tripadvisor.

Quando i pescatori portoghesi ed i loro collaboratori angolani se ne andarono, lo fecero con molta sollecitudine. In altre parole: scapparono, con poche cose. Lasciarono lì quasi tutto, che fu poi immediatamente razziato dalla gente di Tombwa. Lasciarono anche dei cani che si ritrovarono, da un momento all’altro, senza padrone e senza cibo.

La storia che mi hanno raccontato è che questi cani, già abituati a convivere con dei pescatori, lo divennero a loro volta, spinti dalla fame. Finirono per organizzarsi in mute, tuffarsi nel mare e prendere quei pesci che si avvicinavano a riva. La vita per questi cani era molto dura (non so come facessero per l’acqua) e, di generazione in generazione, erano diventati estremamente feroci. Non avevano ormai nessun contatto con gli uomini.

Alla fine della guerra civile, nei primi anni 2000, la situazione del paese si normalizzo e le zone abbandonate cominciarono ad essere nuovamente percorse. In vista della ripresa delle attività di trasformazione del pesce nell’isola (che, cmq, non c’e’ mai stata) dei militari vi sbarcarono e sterminarono a fucilate i cani selvaggi.

Questa è la storia come me l’hanno raccontata.

Il turismo non è del tutto assente nella regione. Sull’isola non ci va nessuno perché è logisticamente difficile portarci una barca per attraversare lo stretto. Ma sulla costa c’e’ una certa presenza di turisti che vanno da Tombwa verso la Namibia e la sua Costa degli scheletri; alcuni sudafricani vengono da casa loro e percorrono tutta la costa. Non ci sono strade all’interno e quindi passano tutti quanti sul famoso bagnasciuga. Usano soprattutto le Land Rover. Bisogna saper guidare sulla sabbia. Dove le dune si gettano a picco nell’acqua, devono essere aggirate alle spalle. La sera organizzano un campo. Fra Tombwa e la prima città della Namibia, dove ricomincia la strada ci sono circa 500 chilometri di assoluto fuoristrada.

La zona è molto suggestiva, ma francamente monotona. Ma il percorrerla permette di arrivare alla foce ( e di risalire) il fiume Cunene che segna il confine fra Angola e Namibia. E questi son raccontati come posti assolutamente spettacolari. Più all’interno ci sono distese sconfinate di savana ed ancora deserto, con molta fauna e stupendi paesaggi.

Difficile e carissimo andare in quei posti. I turisti italiani vanno numerosi in Namibia, da qualche anno. Molto più semplice da viaggiare, molto più calma. Ma molto meno interessante.

L’olio di palma

Frutti di palma da olio. Questi vengono bolliti per l’estrazione. Foto di oneVillage Initiative – Jukwa Village & Palm Oil Production, Ghana via Wikicommons.

Ogni turista che si sia aggirato nei paesi tropicali sarà passato accanto o avrà attraversato, una piantagione di palma da olio. Proprio quella che produce il famigerato olio di palma, scacciato dai nostri cibi da qualche anno; in seguito ad una campagna irrefrenabile contro quest’olio.

Dal momento che è bene capire quel che si vede durante il viaggio (se no tanto vale restare sul divano) proviamo un po’ ad esaminare queste palme che l’ignaro viaggiatore avrà trovato bellissime ed avrà fotografato volentieri, probabilmente senza rendersi conto che stava ammirando il diavolo in persona (ironico).

Non perdiamoci nella suspense e riveliamo subito perché è nata quella campagna. Rivelazione sconcertante. E’ stata concepita, organizzata, finanziata e condotta dall’associazione americana dei produttori dell’olio di colza. Al semplice scopo di distruggere il loro principale concorrente: l’olio di palma, appunto. Trappolone nel quale i benpensanti europei sono caduti diventando, ignari, gli utili idioti al servizio dei latifondisti americani, principali sostenitori dell’agricoltura a base di chimica e di massimo sfruttamento della “risorsa suolo”. Pensate che bella cosa! Sai come se la ridono quei grassi americani con le loro camicie a scacchi!

Premessa necessaria: l’umanità ha sempre sofferto per la mancanza di materia grassa. E’ gustosissima, molto nutriente, delicata al palato. Ha anche molti altri usi: come lubrificante degli ingranaggi dei carri; come preservante antiruggine per spade ed elmi; per fare il sapone; per l’illuminazione nelle lucerne; per conservare il cibo (sottoli e sotto strutto); per proteggersi dal freddo spalmandoselo addosso; per ammorbidire il cuoio di scarpe e borse. Noi abbiamo materia grassa in abbondanza e ci preoccupiamo degli aspetti sanitari del suo abuso. Ma fino a pochi decenni fa il burro, l’olio, lo strutto erano beni preziosi e, soprattutto, rari e cari. Basti vedere l’importanza che viene data a queste sostanze nella cultura popolare. E si pensi che le balene sono state quasi sterminate non per la carne, ma per l’olio che se ne ricavava.

L’olio rosso, non raffinato, appena estratto. Foto di Palm Oil via Wiki Commons

Ogni popolo aveva le sue fonti di materia grassa: i siciliani usavano l’olio di oliva; i trentini il burro di latte di vacca; i tedeschi lo strutto di maiale.

Gli africani hanno avuto in dono (uno dei pochi ricevuti) la palma da olio che cresce spontanea nell’Africa centrale, nelle loro foreste e boscaglie. La pianta produce dei grappoloni di frutti arancioni dalla parte del picciolo e neri verso la punta. Sono una sorta di datteri, ma più arrotondati e duri. Gli uomini ancora oggi vanno a raccogliere i pesanti grappoli nella boscaglia e li concentrano in certi luoghi. Lì vengono messi a bollire in un bidone da 200 litri, tipo quelli dei meccanici, sotto al quale viene fatto un bel fuoco. Si bolle a lungo e le donne rimestano il calderone fino a che la polpa del  frutto si sfibra e libera l’olio che viene a galla. (Nel frattempo gli uomini si dedicano alla estrazione del vino di palma esattamente dallo stesso tipo di pianta che fa l’olio. La stessa pianta che fa l’olio ed il vino!). L’olio che affiora viene recuperato con delle votazze e si mette nelle taniche per esser trasportato e venduto. Quest’olio è denso, rosso, ancora ricco di acqua ed alle temperature ambientali europee tende a solidificare. Il sapore è intenso, gustoso, tropicale, ha sentori di affumicato. Lo si trova nei negozi etnici con il nome di olio di palma naturale od olio rosso e può essere usato nelle nostre ricette dando un gusto particolarissimo. E’ del tutto sano, legale, autorizzato, permesso, buono. Io stesso lo utilizzo spesso, soprattutto per fare gli spinaci saltati con l’aglio.

Quelle palme native in Africa sono state portate e diffuse in tutto il mondo tropicale (equatoriale, a dirla esattamente): si tratta di una pianta che teme il fresco e che ha bisogno di moltissima pioggia (4 o 5 volte quella che cade a Roma). Quando si rispettano queste esigenza diventa generosissima: cresce a dismisura, diventa imponente e bellissima e produce a ritmo continuo un gran numero di grappoli ricchi di molto olio. Il processo di estrazione è diventato industriale e l’olio rosso viene raffinato nel comune olio al pari di tutti gli altri oli di semi.

Bellissima piantagione di palma da olio, durante la raccolta. E’ evidente come questa pianta copra bene il suolo e lo protegga, a differenza della soia ed anche dell’olivo. Foto di Papischou via Wikicommons.

L’olio di palma, grazie alla generosità della pianta che lo produce, è straordinariamente a buon mercato. Si tratta certamente della materia grassa più a buon mercato e più ampliamente diffusa che si trova in circolazione.

Grazie all’olio di palma l’umanità è uscita dalla sua perenne fame di materia grassa. E’ grazie all’olio di palma se le popolazioni povere di tutto il mondo si possono permettere di friggere o mangiare ben condito. (o volevate che gli indiani usassero l’olio extravergine d’oliva toscano a 15 euro il litro?) E’ grazie all’olio di palma che la popolazione mondiale ha la possibilità di lavarsi con dei saponi di buona qualità e di prezzo moderato. Non mi sembrano affatto cose di poco conto.

Non mi voglio addentrare nelle supposte modeste qualità nutrizionali dell’olio di palma in quanto non ne conosco i termini. Ma è certo che in nessun paese del mondo l’olio di palma è fuorilegge. Questo vuol dire che male, non fa.

Il grappolo parzialmente schiccolato. Foto di T.K. Naliaka via Wikicommons.

E’ indubbio che l’impianto delle enormi piantagioni di palma africana in Asia ed in America Latina abbia distrutto la flora originaria. E’ indubbio ed è un grande crimine. Ma non superiore a quello che fu commesso in Italia centrale quando i meravigliosi boschi di lecci e querce furono implacabilmente sostituiti dagli olivi. E non superiore alle distruzioni delle foreste brasiliane o alle praterie argentine perpetrate per piantare la soia che pur piace tanto alle elite culturali europee. O alla distruzione della boscaglia senegalese per produrre le arachidi da cui si trae l’olio.

E’ anche certo che gli oranghi hanno sofferto. Esattamente come i bisonti sulle cui praterie ora si coltiva la colza ed il girasole.

Ma nessuna si preoccupa di questi dettagli. Tutti a dar contro all’olio di palma; tutti inviperiti contro una delle più importanti risorse alimentari del pianeta. Nessuno pensa che quelle piantagioni danno lavoro (sia pure sfruttato) a legioni di operai agricoli. Nessuno riflette sul fatto che ci sono dei paesi per i quali l’esportazione dell’olio di palma rappresenta una delle poche merci da scambiare con il mondo; magari per procurarsi medicine e pezzi di ricambio.

No. I benpensanti e chic colti europei, nutriti ad olio d’oliva, il più caro degli oli comuni, hanno da ridire se gli africani finalmente possono mangiare le frittelle (che amano tantissimo, ovunque) fritte in un olio di palma decente.

Ma che vadano a fare in culo.

PS. Esiste una organizzazione che certifica l’olio di palma sostenibile.

Domenica pomeriggio con i Pigmei

Pigmeo Africa centrale
Non ho fotografie mie di quella domenica. E detesto le foto dei “selvaggi”: sono persone. Ho deciso quindi di mettere un disegno, risalente ai viaggi degli esploratori bianchi in Africa Centrale. Si tratta di un documento storico.

Cosa c’e’ di meglio che passare il pomeriggio della domenica in compagnia dei Pigmei, nella foresta? E’ la domanda che ci facemmo con la mia fidanzata, quando abitavamo a Lambarené, in Gabon.

Avevamo saputo di un gruppo di tale simpatica gente che si era insediato lungo una pista forestale, non lontano dalla città. Mi feci indicare qualcuno che frequentava quella zona, lo contattai e fissammo. Da persone civili quali siamo, mi feci consigliare su cosa portare, per non arrivare a mani vuote. Acquistai quindi un paio di lampade a petrolio, tipo minatori di carbone, un po’ di stoppino e una stagnina di petrolio; aggiunsi un sacchetto di qualche chilo di riso.

La storia era questa, press’a poco. I Pigmei sono gli antichi abitatori della densa foresta pluviale del Gabon (e non solo). Il loro territorio è stato eroso dalle successive invasioni dei popoli del sud del paese e poi dall’ultima invasione dei temibili Fang che hanno occupato la parte nord del paese mangiando (letteralmente) tutti quelli che non fuggivano. Tutti questi popoli sono agricoltori e sono sempre rimasti ai margini della foresta; abitavano le zone dove c’era almeno un po’ di savana, nella quale si sentivano più a loro agio, pur coltivando (e distruggendo) scampoli di foresta (che trasformano rapidamente in savana).

I Pigmei, no. Loro stanno dentro la foresta, non ne escono e ci si trovano benone. E’ il loro regno e lo conoscono alla perfezione. Gli altri Gabonesi sono spaventati dai pericoli insiti nella foresta (uno dei quali sono i Pigmei stessi) e riconoscono a questa gente delle straordinarie doti di adattamento a quell’ambiente. Dicono che un pigmeo può nascondersi dietro ad una sola foglia.

La domenica prendiamo il tipino con il pick-up 4×4, andiamo verso sud e poi deviamo su una di quelle piste che le compagnie forestali aprono per poter penetrare nella foresta e tagliare quei pochi alberi che conveniva loro vendere. Oggi la situazione è assai cambiata; sono entrati i cinesi che tagliano e portano a casa assolutamente tutto ciò che spunta dalla terra. Basti pensare che in questi mesi stanno comprando anche gli abeti (il cui legno è poco pregiato) abbattuti da Vaia, in Italia, nonostante i costi italiani.

In una oretta arriviamo al villaggio pigmeo, composto da tre o quattro capannucce di frasche, tipo capanni da cacciatori dell’Appennino. Una dozzina di persone fra uomini, donne e bambini stanno lì intorno. Ci accolgono con il sorriso e grande gentilezza. Sono piccoli, ma non piccolissimi; minuti nelle membra e nel volto, sembrano molto agili, si intuiscono scattanti. Si muovono un pò a scatti; per certi aspetti mi ricordano gli indigeni della foresta amazzonica, a dimostrazione che l’ambiente condiziona anche l’umanità. La pelle è molto più chiara di quella degli altri gabonesi ed i tratti del volto ci appaiono simpatici. Sono vestiti di stracci. Devo dire che mi vergogno un po’ di aver fatto questa descrizione fisica dei Pigmei come se fossi un antropologo anglosassone ottocentesco, ma so che ciò risponde alle domande, magari inespresse, dei lettori.

Accoglienza gentilissima, quindi. parliamo soprattutto con gli uomini, sorridenti e dai modi molto civili. Ricevono con piacere le nostre lampade e le mettono nelle capanne. Il tipino che ci accompagna deve essere imparentato con loro e traduce abbastanza facilmente fra la loro lingua ed il francese. Cerco soprattutto di capire per quale motivo hanno deciso di lasciare la foresta per stabilirsi lungo la pista. Intuisco le ragioni e mi riempio di tristezza, ma anche di solidarietà umana.

Oigmei, Repubblica Centrafricana
Questa foto si riferisce ad un luogo di vita di Pigmei della Repubblica Centrafricana. Si tratta di una foresta molto meno umida, densa e sviluppata di quella gabonese di cui si parla nell’articolo. Si noti la forma tradizionale della capanna, ma anche la presenza di elementi moderni: una stagna, delle pentole. Foto di Jmgracia100 via WikiCommons.

Non bisogna pensare che i Pigmei siano privi di contatti con il resto della popolazione: forniscono agli altri gabonesi gli animali cacciati e le erbe medicinali. In cambio ricevono vestiti, pentole, machetes, lampade, alcool, medicine, sale. Stare vicino alla strada facilita di molto questi scambi. Ma vi è anche un motivo più profondo ed è ciò che provoca la mia tristezza. Quel gruppo di pigmei è caduto nella seduzione del modo di vita occidentale. I nostri mezzi, la velocità del nostro vivere, l’apparente onnipotenza della nostra cultura (sia pure mediata dagli altri gabonesi) ha vinto sulla cultura vecchia di molti millenni dei Pigmei. Hanno dato le dimissioni da ciò che erano e si sono accodati al nostro treno. E’ la loro scelta, non possiamo obbligarli a restare nella loro “riserva indiana”, ma è evidente che un pezzo di umanità è stata perso. Vorrei consigliare loro di lasciar perdere e di seguire i loro antenati; ma non solo non mi compete e comunque non mi darebbero retta; ma non sono nemmeno sicuro che non abbiano ragione a volersi integrare nella globalizzazione. Il problema è che non ci riusciranno e finiranno sgretolati dalla macchina del progresso.

A questo punto succede una delle faccende più curiose a cui abbia mai assistito. La mia fidanzata era ecuatoriana e si dilettava nell’uso di piante medicinali, con un certo livello di esperienza. Si mette quindi a discuterne con un pigmeo, sempre grazie alla traduzione del tipo. Parlano delle virtù dell’albero della papaya presente tanto in Ecuador, quanto in Gabon. Viene fuori una discussione anche accesa sul fatto se siano più medicamentose le foglie ed il frutto (come dice la mia fidanzata) o le radici (come sostiene il pigmeo). La discussione si fa calda ed il traduttore fatica un po’ a stare dietro ai due che finiscono per comunicare più semplicemente a gesti. Ognuno difende la propria cultura fitomedicinale con veemenza ed io li osservo sbalordito, ma felice: non esistono frontiere fra la gente, ed ancor meno fra la gente tropicale!

Un altro pigmeo mi fa provare il suo arco. E’ un bastoncino ricurvo di meno di 60 centimetri; il filo è un tendine di animale; la freccia una sorta di spiedino da arrosto in bambù. Mi mostra una scatolina dove c’e’ del cotone imbevuto di veleno. Mi spiega che intingono la punta della freccia per avvelenare l’animale. E’ una caccia da foresta: si avvicinano in silenzio all’animale (scimmiette, uccelli, piccole gazzelline) e tirano la freccia avvelenata. Non è affatto necessario che colpisca organi vitali, del resto è troppo piccola e leggera per farlo. Basta che ferisca. Il cacciatore seguirà l’animale fino a che cadrà morto per avvelenamento. Mi fa un po’ di tiro al bersaglio contro un albero e mi regala il suo arco con una decina di frecce contenute in una faretra di bambù da appendersi al dorso con delle funicelle tipo vimini. La faretra mi si romperà appena arrivata a Firenze, schiantata dalla mancanza di umidità di un appartamento riscaldato.

Vado a vedere un campicello che hanno preparato, fra le capanne ed il fiume. Diventando stanziali ed abbandonando il loro modo di vita tradizionale, hanno fatto il passo da cacciatori / raccoglitori a contadini. Ho potuto vedere con i miei occhi il passaggio fra il Paleolitico ed il Neolitico: l’inizio della dannazione dell’umanità; la scoperta del lavoro. Per loro Adamo aveva appena mangiato la mela.

Non avevo mai visto un campo così strampalato. Invece di abbattere gli alberi per far posto alle colture si erano arrampicati fino ad una decina di metri di altezza e li avevano capitozzati (in modo da durare meno fatica). Sotto avevano seminato assolutamente alla rinfusa quel che era capitato loro sottomano, lasciando che le erbacce prendessero il sopravvento. Apprendisti contadini. Il cuore mi si strinse.

E mi si stringeva ancora di più al pensiero di ciò a cui i temibili Fang sottopongono queste mitissime persone. Sono convinti che il mal di schiena di un uomo si curi scopando una pigmea. Quindi vanno nei loro villaggi, violentano la prima donna che trovano e se ne vanno.

Alla fine del pomeriggio, ci salutammo come cordiali vicini e ce ne andammo. Non tornammo più ed io sono sicuro che quelle persone sono tutte morte di alcolismo, AIDS, mendicità, malattia, alienazione e tristezza.

L’oasi di Tozeur zoppica

Le palme dell’oasi di Tozeur.

Le oasi sono una delle meraviglie del mondo. Quella di Tozeur è una delle piu’ belle per dimensioni, organizzazione, storia. E’ nel sud della Tunisia. Fu citta’ romana, tappa dei commerci nord africani, citta’ medievale di primaria importanza, culla di scuole filosofiche. Ora é tappa di un turismo cialtrone e distratto che passa accanto ad un tesoro, senza nemmeno accorgersene. Fa male al cuore.

Tozeur sta sul margine di una conca. Sul fondo giace una enorme distesa di sale, il Chott el Djerid, altra meraviglia da visitare con raccoglimento. L’acqua, proveniente dalle montagne dell’Atlante sgorga sul lato della conca e, prima di finire sul fondo salato, da vita all’imponente palmeto di Tozeur: 1000 ettari con 400.000 alberi.

Il contrasto fra i dintorni montuosi e riarsi o con il Chott piatto e bianco di sale, é scioccante. La macchia del verde dell’oasi é una gioia per gli occhi. Passeggiare fra le fitte palme é un grande piacere per il corpo e per l’anima. Le diverse parcelle, pur recintate, sono di libero accesso e vi si puo’ passeggiare con calma; saremo sempre oggetto della spontanea ospitalità tunisina. Nel palmeto ci si sente salvi, fra gli alberi. L’aspra natura esterna si trasforma nella gentile natura dell’oasi. Il passaggio é commovente. Bisogna passare giorni e giorni nell’oasi per apprezzarne il grande valore. Ogni mattina la ritroviamo con gioia.

Il Chott el Djerid, il grande lago salato dove va a finire l’acqua residua dell’oasi di Tozeur.

Il palmeto di Tozeur é anche un grande esempio di sapienza agricola antica. Le coltivazioni si svolgono su tre piani: nel primo, superiore, ci stanno le palme da dattero. Sotto le palme ci sono gli alberi da frutto: dolci fichi, succosi melograni, delicate albicocche e pesche, meravigliosi agrumi. Al piano inferiore ci sono gli ortaggi per gli uomini e le erbe per le pecore, i cavalli, i bovini. La luminosità é così intensa che anche gli ortaggi e le erbe del piano inferiore hanno la loro parte di luce e possono crescere senza inconvenienti. Il terreno é suddiviso in quadrati dotati di bordi leggermente rialzati. Queste parcelle vengono inondate d’acqua fornita secondo il turno dell’irrigazione; si cammina su questi arginetti.

Non si poteva costruire nel palmeto: non uno spicchio di terra irrigua doveva essere utilizzato per altro che non fosse l’agricoltura. Le case e le stalle si costruivano subito fuori dall’area dove poteva arrivare l’acqua. E ci fu un saggio, ai tempi di Dante Alighieri che trovo’ il sistema definitivo per distribuire equamente l’acqua, in modo che tutte le parcelle potessero averne in misura sufficente ed a tempo debito. E quel sistema é andato avanti fino a pochi anni fa. Per evitare l’accumulo dei sali nel terreno, una certa parte dell’acqua deve colare via, andando a finire nel lago salato, lavando la terra agricola dai residui non graditi.

Le palme offrivano combustibile, fibre per tessere, foglie per coprire ed intrecciare. Dalla linfa si otteneva un vino di palma il cui uso era consentito, in certe circostanze, anche dall’Islam.

Le 200 diverse varieta’ di datteri che erano presenti nell’oasi maturavano in tempi diversi, assicurando la scalarità di raccolta e di consumo. Si dice che grandi carovane di cammelli carichi di ceste di datteri lasciavano Tozeur per portare questa ricchezza in molti e lontani paesi. Ancora oggi, al mercato di Tozeur si trovano datteri di strane forme, colori e consistenza; ben diversi dal Deglet Nour che é l’unica varietà che compare sulle noste tavole natalizie. E si trova anche la marmellata di datteri, le mandorle fresche di cui si mangia anche il guscio, il latte di cammella, salato e dal sapore di fieno.

Non vi pare un meraviglioso luogo dove i turisti potrebbero passare due o tre belle giornate? Ebbene, no! I pur numerosi turisti sfiorano appena questa oasi, magari soltanto per visitare un triste luogo che é stato costruito all’interno del palmeto che espone dinosauri e un parco tematico religioso. I turisti vengono principalmente portati a visitare delle piccole e misere oasi montane, nei dintorni di Tozeur, con poche palme arroccate fra polverosi dirupi rocciosi, percorsi da miseri corsi d’acqua ed invasi da fastidiosi venditori della solita paccottiglia da turistame, come succede continuamente in Marocco. Certe scelte delle agenzie di viaggio sono incomprensibili. Hanno a disposizione un tesoro e si afferrano alla polvere. Nell’oasi si potrebbero svolgere bellissime passeggiate, pic nic raffinati sotto le palme, banchetti a base del cinghiale che é animale diffuso e nocivo nel palmeto, degustazioni dei diversi tipi di datteri ed altre frutte, spiegazioni ecologistiche sulla raffinata gestione dell’oasi; sarebbe un grande piacere. Invece niente, una passata veloce e povera di contenuti, quando va bene. Altrimenti proprio niente, nemmeno c’entrano nel palmeto.

Sopra le palme, nel mezzo i fichi e sotto l’erba per le pecore.

Ma tutta l’oasi é in grave crisi. Invece di affidarsi all’acqua che sgorga naturalmente, si sono fatte perforazioni profonde e l’acqua scarseggia in certi anni; si sono impiantati altri e nuovi palmeti che hanno perturbato la distribuzione dell’acqua; le vecchie varieta’ sono sostituite dalla Deglet Nour, da esportazione, mettendo in pericolo la bio-diversità; si é permesso di costruire nel palmeto, perdendo terra irrigua e sciupandoi il paesaggio. Il vecchio sistema della mezzadria che dava al lavoratore tutta la produzione della frutta e delle erbe é in crisi: si ricorre maggiormente al lavoro salariato, diminuendo fortemente la cura del palmeto; i giovani preferiscono gli impieghi nel turismo o l’emigrazione. Ed anche il tursmo é in profonda crisi a causa dell’abbandono da parte dei turisti dei paesi arabi per paure vere, presunte o create ad arte.

Alberghi di centinaia di camere ormai ridotti in rovina.

Insomma, un gioiello del Magreb sta perdendo colpi da tutte le parti e si lascia sfuggire le nuove opportunità. Cosa possiamo immaginare di piu’ interessante di un agriturismo nell’oasi? Ed invece nessuno ci sta pensando…..

Il turista e il Ramadan

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Ecco l’inizio dell’abbuffata del tramonto: datteri e zuppa. A seguire il resto.

Immaginate una nazione  intera, dai ragazzi ai vecchi, nessunissimo escluso. Tutti seduti al tavolo, allo stesso momento, con gli occhi fissi alla televisione che emette su tutti i canali lo stesso programma religioso. Davanti ad ognuno di loro c’è un piattino con tre datteri, una ciotola con una zuppa, un bicchiere con acqua, latte, succo di frutta.

Stanno lì seduti, immobili, con lo sguardo stralunato, le labbra tese, l’aspetto abbattuto. Aspettano per lunghi minuti, i più sconsiderati sono lì da mezz’ora, accarezzando di sottecchi i datteri.

Poi il prete dice qualcosa e, nello stesso istante, milioni di persone bevono un sorso di liquido e mettono in bocca il primo dattero. Milioni di datteri ingurgitati all’unisono. La sinfonia del dattero deglutito.

Siamo nel mese di Ramadan. I musulmani digiunano dal levarsi del sole al suo tramonto e questi precisi istanti sono comunicati dall’Iman, non sono affidati al poco certo criterio di ciascun fedele.

Il menù descritto è quello tunisino, ma la cerimonia si ripete uguale per tutti i quasi due miliardi di musulmani.

Durante quel mese, dal sorgere del sole al suo tramonto non è lecito mangiare, bere, fumare, trombare. È materia di dibattito teologico se si possa annusare profumi. È invece permesso farsi le iniezioni e, si immagina, le pere.

La vita è completamente sconvolta. I normali orari saltano. In Tunisia le attività fervono la mattina, i mercati sono affollatissimi  per la spesa della cena, con i prezzi che aumentano nettamente. Poi le attività si spengono nel pomeriggio: la gente si rintana in casa a soffrire in silenzio e a dormire. La città è spettrale, deserta. Al tramonto scatta la mandibola e non c’è un solo passante nelle vie. Anche chi è di turno come poliziotti, sanitari, receptionist degli alberghi, si addobba un tavolinetto in un angolo e mangia, al via dell’Imam. Degli altoparlanti, nelle strade, diffondono la sua attesa parola. In certe città si spara un colpo di cannone.
Dopo la cena tutti escono, la città pulsa di festa, i negozi riaprono, i cinema, i teatri, i bar si riempiono. Si organizzano concerti, mostre, performances, sfilate di moda, mercatini artigianali ed alimentari.  La prostituzione raddoppia il giro d’affari, nonostante che alcune lavoratrici si astengano, durante questo mese.  Si mangia, si beve ancora. A notte inoltrata si torna a casa e si va a letto, non dopo un ultimo spuntino.

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Anche i poliziotti in servizio nelle strade si preparano con trempo alla “rottura del digiuno”.

Al momento della “rottura del digiuno”, dopo i tre datteri e la zuppa canonica arrivano i piatti forti, ricchi, nutritivi. Il cibo è ridondante, grasso, zuccherino. Ci sono piatti speciali per il Ramadan; vanno moltissimo i dolcetti intrisi di miele.  Molto viene gettato, chi può spreca, si spende e si spande. È il momento per riunire le famiglie, ci si scambiano visite, si mangia tutti insieme. È l’equivalente del nostro pranzo di Natale, solo che è così tutte le sere, per un mese. Chi mangia all’aperto offre qualcosa ai passanti. Anche i gatti hanno digiunato tutto il giorno, ma ora hanno le loro buone porzioni. Aumentano gli infarti, gli ictus, i diabetici vanno in coma.

Ma non solo cibo. Durante il Ramadan, il musulmano è più buono, fa molta elemosina, anche i mendicanti mangiano come lupi. In questo mese non si delinque. I ladri si contengono, i truffatori si limitano, uccidere è doppiamente grave. Si può girare tranquillamente in angoli normalmente da evitare. Le donne circolano ancora più costumate del solito.

Ed il turista in tutto ciò?

Soffre abbastanza. Finisce per fare il Ramadan anche lui. Naturalmente nessuno gli chiede di digiunare: se non è musulmano non ha nessun dovere.

Ma…. Ma i bar ed i ristoranti sono del tutto chiusi, fino al tramonto. Non ci si può sedere al bar, non si può entrare in un ristorante. In nessuno. Eccetto quelli di alcuni grandi alberghi, ma sono o lontani, o cari, o entrambe le cose.

È certamente possibile comprare l’acqua e le  merendine nei negozi di alimentari e i dolci nelle pasticcerie, ma poi che fai? Ti metti a mangiare su una panchina di fronte agli affamati? Ti astieni oppure lo fai di nascosto, in camera o in un angolo deserto. Come nel “Fantasma della libertà” di Buñuel; o come fanno molti di loro, nascostamente, perché non bisogna dimenticare che dove c’è religione, c’è ipocrisia.

Eppure, camminando in qualche anfratto della città si ode all’improvviso, durante il giorno, dico, un inconfondibile tintinnare di posate. E si scopre, ben nascosta, una gargotta dove si mangia e si beve senza ritegno. Peccatori, ma felici.  Ma son luoghi che il turista difficilmente riesce a trovare.

Nel pomeriggio è tutto chiuso ed il turista non si diverte a passeggiare nel deserto. Ed in tutta la giornata non ha un bar dove sedere a riposarsi un po’.

Ma anche la cena può essere complicata. Se il tramonto è alle sei del pomeriggio che fai? Mangi a quell’ora con i locali oppure aspetti le otto con il rischio che il ristorante stia chiudendo perché ormai hanno già cenato tutti? Del resto, nei piccoli centri la cena si fa in famiglia ed i ristoranti non aprono nemmeno la sera. Può essere complicata la cosa e la cena del turista si può limitare ad un po’ di cibo di strada.

In Senegal le abitudini sono diverse. La giornata si svolge normalmente e la gente, via via che passano le ore è sempre più disperata per la fame, la sete, la mancanza di sigarette. Mezz’ora prima del tramonto scoppia il caos. Folle di gente inferocita fugge verso casa. Il traffico impazzisce, le persone diventano violente, irascibili, aggressive. Guai al turista che vi si trovi nel mezzo.

Poi c’è il problema dell’alcool. Si trova in quasi tutti i paesi musulmani (ma non in Mauritania) nei supermercati o in certi bar autorizzati. Invece, durante il Ramadan l’alcool sparisce dalla vendita e farsi una birra diventa un gran problema: solo negli alberghi di cui sopra. E dimenticatevi di ordinare una bottiglia di vino al ristorante.

Ci sono poi le tensioni religiose, in Marocco, ad esempio. Lì chi viene trovato ad infrangere il digiuno finisce in carcere, anche a lungo, anche se ha “consumato” in casa propria. E gli integralisti vanno a caccia degli infrattori, sollevando disturbi pubblici. Il turista, ancora una volta, non è implicato, ma l’atmosfera non è propizia.

Insomma, se possibile, evitiamo il Ramadan, è tutto più complicato. Quindi prima di partire, informatevi bene di quando cade il Ramadan. I mesi musulmani sono, infatti, lunari ed ogni anno decalano di una decina di giorni.

Un paese dell’anima

Il parco di Orango. Foto dal sito del Parco.

C’e’ un paese ignoto, appartato, che nessuno conosce e dove nessuno, almeno fra gli italiani, va. A me è carissimo e vorrei portare per mano tutte le persone che conosco a visitarlo. Il paese, ma soprattutto le sue variegate genti. Quando ne parlo mi emoziono, mi commuovo e rimpiango di averci passato troppo poco tempo.

Si tratta della Guinea Bissau, sulla costa occidentale dell’Africa, subito sotto il Senegal. E’ una ex colonia portoghese e questa lingua vi è relativamente diffusa. E’ un paese molto piccolo (poco più grande della Sicilia), poco abitato (1,5 milioni di persone) molto povero (fra i 10  paesi messi peggio secondo gli indici delle Nazioni Unite). Bissau ne è la capitale ed il paese si chiama Guinea Bissau per non confonderla con la Guinea che era colonia francese e la Guinea Equatoriale che era colonia spagnola. Da non confondere nemmeno con le Guaiane francese e britannica che stanno dalla parte di là dell’Oceano, sopra il Brasile. Il clima e la vegetazione vi sono tropicali. Caldo, umido, pieno di acqua e di vegetazione dappertutto.

La Guinea Bissau, apparentemente, non offre molto al turista. Davanti alla capitale c’e un folto gruppo di isole, anche abbastanza grandi, le Bijagòs, che sono conosciute per essere pescosissime, come fanno in Quebec, ma molto più alla buona. Alcuni imprenditori europei, soprattutto francesi, vi hanno aperto dei modesti resort in cui offrono dei pacchetti di pesca. Altri vi vanno a far del mare. Si tratta soprattutto dei non numerosi expat che abitano Bissau e delle loro famiglie. Diverse di queste isole hanno delle vecchie piste di atterraggio, dei tempi della colonia portoghese. Su queste piste arrivano attualmente dei piccoli aerei pieni di coca in provenienza dalla Colombia. Dalla Guinea la coca poi prosegue verso l’Europa per terra o per mare. Non sembra che la popolazione locale sia particolarmente scompensata dal traffico, come invece accade dalla parte opposta dell’Atlantico.

Ancora vivissime le tradizioni culturali dei popoli della Guinea. Foto di Odile RAPEAU Via Wiki Commons.

Arrivai a Bissau per lavoro, andammo ad un Ministero; aveva piovuto e non riuscimmo ad entrare dal portone principale per essere completamente allagato; passammo da un porticina sul dietro. Accanto c’e’ la vecchia fortezza portoghese, in mattoni. Le pareti, ovviamente verticali, erano completamente coperte da vivaci erbe, del tutto spontanee, come se si fosse trattato di una foresta verticale della moderna architettura europea. Cenavo in uno dei due o tre ristorantini nel vecchio e malandato centro coloniale, per strada, in compagnia dell’ambasciatore cubano, uno dei pochi presenti. Andavo in giro per il paese cercando di trovare rimedi per una profondissima crisi commerciale che colpiva la principale fonte di reddito di molti villaggi: gli anacardi. Produzione di buona qualità comprata soprattutto dagli indiani.

E girando per i villaggi, chiaccherando con questo e quello, mi resi conto del grande valore di queste paese e ne rimasi affascinato. Molti sono i gruppi etnici, in apparente armonia fra di loro. La maggior parte della gente nei villaggi seguono ancora le loro usanze religioso tradizionali; cristianesimo ed islam sono minoritari. Il matriarcato è molto diffuso e c’erano zone in cui il cristianesimo si fuse stranamente con l’animismo tanto che i preti erano delle donne. Pur esistendo la moneta, il famigerato FCFA con cui la Francia strozza quei paesi, la forma più normale di scambio fra le persone e fra i villaggi è il baratto. Solo gli anacardi vengono venduti contro moneta, che serve a comprare in città il riso tailandese, i vestiti, il sapone.

Non ho mai conosciuto un paese così ricco di “capitale sociale” che è l’esatto contrario del “capitale economico”. Si tratta, infatti, di quella reti fitta e ramificata di contatti umani e sociali che permette alle persone ed alle famiglie di mantenere una stabilità e di far fronte alle difficoltà. Si aiutano un casino fra di loro, in poche parole.

Il Presidente della Repubblica, in tornata elettorale, con il cappellino simbolo della sua etnia. Foto di Nammarci, Wiki Commons

Ogni etnia ha le sue abitudini e se le conserva care, mentre i membri delle altre la prende in giro per certe stranezze. I miei lunghi viaggi in macchina erano rallegrati da questi racconti ironici e gai sulle abitudini etnologiche di questi e di quelli. Una di queste etnie è facilmente riconoscibile perché tutti gli uomini vanno in giro con un pesante cappello di maglia con il pompon di colore rosso acceso. Il filato è certamente sintetico ed il cappello è sicuramente importato, ma per un qualche motivo è diventato il simbolo della loro etnia. Lo usano assolutamente tutti e sempre, anche sotto il sole africano; uno degli ultimi Presidenti della Repubblica era di quell’etnia ed alle cerimonie ufficiali dello Stato lo vedevi con il suo cappello rosso con il pompon. Un’altra etnia è invece molto permissiva con i giovani. Permettono loro di ubriacarsi, di dire parolacce, di essere maleducati, di insidiare le donne sposate, anche di rubacchiare. Lasciano correre. Ma poi si sposano e devono diventare perfetti cittadini. Questa è saggezza! In una altra etnia le ragazze hanno dei figli abbastanza presto, sono ancora giovani, vogliono divertirsi, ballare, girare, devono studiare, lavorare. Non si possono occupare dei bambini. Li affidano alla nonna che li alleverà. Loro alleveranno, anni dopo, i loro nipoti. Maternità differita di una generazione. Non son cose meravigliose?

Bello il centro coloniale di Bissau, anche se ridotto in condizioni pietose. Foto di jbdodane, Wiki Commons.

Insomma una infinità di storie e di abitudini curiose riempiono questo paese. La gente è gentile e ben disposta, si sta volentieri a parlare con loro. Conobbi un prete italiano che fu mandato in Guinea come missionario; proprio nelle isole Bijagòs. Lì ripensò a tutta la faccenda, trovò moglie e figli e si spretò. Lo raccontava come la migliore decisione della sua esistenza, trasportato dal fiume impetuoso della vita africana. Non mi sembrò un posto pericoloso, anche se la politica e l’esercito sono a volte turbolenti; bene informarsi della situazione del momento, prima di andare. Ma degli italiani di una ONG che avevo conosciuto, furono rapinati in casa e purtroppo malamente riempiti di botte, mentre ero lì. D’altra parte, tornando verso la capitale, facemmo un frontale, su una strada mezza distrutta ed arrivò la polizia con rotella metrica e blocco da disegno e fece un perfetto rilievo! Non credevo ai miei occhi.

Per un turista scendere in profondità in Guinea è difficile, un po’ come in Gabon. Ci vuole tempo, pazienza ed il portoghese. Ed anche soldi perché le poche strutture in cui un europeo possa andare sentendosi a suo agio sono care. Alcune piccole agenzie organizzano dei giri nei numerosi parchi naturali del paese, certamente molto belli; ma ho trovato questa che fa un interessante giro culturale / antropologico che mi sento fortemente di consigliare. I prezzi non sono nemmeno eccessivi.

Andate in Guinea Bissau, è il più bel consiglio che posso dare.

Il meraviglioso mercato di Tunisi

In primo piano la pasta rossa dell’harissa.
Gamberetti freschissimi a 3 euro al kg.
La zona verdure.
La zona del pesce, molto ben illuminata.

Son capitato al mercato alimentare di Tunisi e mi è piaciuto talmente tanto che ci son tornato quasi tutti i giorni che ho passato in città. Anche ora, all’idea di quel mercato, mi viene il sorriso sulle labbra. Che bellezza!

Sta a poche decine di metri dalla principale Avenue Bourguiba, vicino alla Medina ed accanto alla piazza della Porta di Francia, anche se non si capisce che c’entrino i francesi qua, sempre invadenti. E’ quindi centralissimo, in un quartiere abbastanza convulso. L’edificio da fuori è del tutto anonimo, ad un solo piano. Ma all’interno si scoprono scorci anche gradevoli, bei soffiti, piacevoli sistemi di copertura leggera nella parte degli ortaggi. Pur essendo affollato non ho mai avuto l’impressione della calca, dell’estrema ristrettezza degli spazi, del soffocamento da ingorgo.

Vi si trovano tutti i tipi di cibo.

E’ un mercato come tanti altri, ma ha un insieme di caratteristiche che ne fanno un luogo molto piacevole. Si può dire che è un mercato giusto. Vediamo perchè:

  • E’ un mercato vero: gli abitanti di Tunisi ci vanno a far la spesa. Non è per i turisti, anche se alcuni di loro ci vanno. Non ci sono banchi di robaccia cara e finta per i turisti. Non ci sono raffinati ristorantini romantici. Non c’e’ un food corner da centro commercilae come a Firenze.
  • Non è asettico come i mercati europei che sembra di entrare in un ospedale; in un luogo, cioè, dove la vita è in forse. Ma non è nemmeno sudicio e pien di mosche e di puzzo come molti mercati africani o sudamenricani
    I fiori di arancio, per fare distillai. L’odore è meraviglioso.

    dove ci sono angoli così bui da pensare che vi abiti il diavolo e che vanno scansati con timore. Il mercato di Tunisi ha quel giusto punto di disordine e sudicio che si confà ad un luogo affollato di persone e cose che arrivano e partono in continuazione. Nè troppo pulito, indice di inutile smanie igieniche, nè troppo sporco, indice di cialtronaggione e di mancanza di rispetto verso la merce ed i clienti.

  • I venditori sono gentilissimi. Sorridono, rispondono alle domande, ti fanno assaggiare, ti spiegano le differenze fra un prodotto e l’altro. Allo stesso tempo non sono invadenti, non ti tirano per la manica, non ti
    Due chioccioline?

    rimbombano il cervello con i loro richiami, non cercano di intmidirti e di rifilarti il pacco. Stavo cercando, spazientito, un certo banco e non riuscivo a trovarlo; un venditore, a cui chiedevo informazioni, mi ha preso per mano e mi ci ha portato, abbandonando la sua postazione.

  • Molti prezzi sono esposti e così non ci sono timori di truffe e puoi scegliere il prezzo che ti conviene. Se poi vuoi contrattare, come amano spesso fare gli arabi, lo puoi sempre fare.
  • La merce è presentata bene, ma con moderazione, senza quei barocchismi che si vedono spesso nei mercati marocchini (specialmente delle spezie) tesi a mascherare la pochezza della qualità con la sontuosità della presentazione.

Il reparto del pesce è particolarmente vivace e frequentato: tutti i banchi sono fortemente illuminati. Lo spazio a disposizione di ogni venditore è piuttosto piccolo e sembra che ci sia la tendenza a specializzarsi. Quindi ogni venditore avrà uno o pochi   prodotti. Purtroppo si fa scarso uso di ghiaccio e quindi, d’estate, a fine mercato, non so in che condizioni di freschezza si trovino i prodotti. Il pesce viene pultio sul posto, le bilance sono in vista del cliente. Anche in questo mercato, come a Pontevedra, vi è un localino, in un angolo, dove si può portare il pesce comprato sui banchi e farselo cucinare sul momento. Era sempre troppo affollato per cercare di fare l’esperienza, peccato.

Emozionante il settore dei datteri. Ve ne sono di molti tipi ed origini diverse. Sciolti od in scatola; alla rinfusa o sui loro grappoli. Anche i prezzi sono molto differenti. Il venditore ti lascerà provare tutti quelli che vuoi. ne verrà fuori una bellissima degustazione.

In primavera, nel settore degli ortaggi vengono vendute cataste di zagare, i fiori degli agrumi, di rose, di rami di geranio. Se ne fanno delle essenze per il cibo. In un angolo del mercato c’e’ il settore della piante medicinali (dove io ho comprato delle belle ghiande), in un altro delle piante ornamentali e dei fiori recisi.

I banchi più allettanti sono quelli dei sapori: olive di tutti i tipi, capperi grandi e piccini, sottaceti, peperoncini sottolio, spezie varie e, soprattutto, il re della cucina tunisina: l’harissa. E’ un peperoncino non piccantissimo ma molto aromatico. Viene venduto intero, seccato al sole o in forno, viene macinato grossolanamente o ridotto in farina. Oppure la farina viene mescolata all’olio ed al lievito divenendo una pasta: la vera e propria harissa. Tutti i diversi tipi di prodotto sono in bella mostra. Li guardi estasiato ed il venditore te li fa assaggiare uno ad uno. Esci con la bocca in fiamme. Te la sfiammi ai banchi del formaggio con della eccellente ricotta.

Il Congo

Parco della Salonga. Foto di Radio Okapi.

C’è poi una altro paese, un continente intero, dove il turismo non è ancora arrivato: un mondo enorme, affascinante, profondissimo che esiste, ma che nessun visita. E’ grande come l’Europa ed è il Congo o Repubblica Democratica del Congo o RDC o Congo – Kinshasa, ex Zaire, ex Congo belga, ex Congo – Leopoldville.

Lì dentro, su una superficie 8 volte l’Italia, c’è di tutto. 80 milioni di abitanti, un sistema fluviale secondo solo a quello amazzonico, una foresta equatoriale in gran parte intatta, flora e fauna per tutti i gusti, i resti di società tribali di straordinario spessore, le tracce della colonizzazione belga con i suoi edifici, una ricchezza mineraria sfacciata, le barbarie di una guerra infinita.

Molte parti del paese sono di difficilissimo accesso: la rete di trasporti fluviali, ferroviari e stradali che era stata messa in piedi, con grandi difficoltà, dal potere coloniale ha finito, con gli anni, per collassare. I viaggi diventano imprese: i trasporti pubblici si svolgono in condizioni che un europeo non è in grado di sopportare; affittare 4×4 comporta costi molto alti. I tempi, i costi, le difficoltà degli spostamenti sono scoraggianti. La presenza di persone in divisa da foraggiare costantemente è capillare. In certi luoghi, le milizie armate rendono molto pericoloso il passaggio.

Andare in RDC non vuol dire fare turismo; significa andare a cercare una quantità senza fine di beghe e problemi. Eppure le emozioni che questo paese può dare sono potentissime.

All’estremo est ci sono i parchi dei Virunga e del Kauzi-Biega dove vivono (se non li cacciano di frodo) i gorilla. Le guide hanno scelto alcuni gruppi, sanno quotidianamente dove si trovano e li hanno abituati alla loro presenza. Ci portano i turisti che possono osservare, a lungo, da vicino e senza nessuna protezione, le loro attività; è anche frequente che mentre si spostano per cercare i buoni germogli freschi di cui si nutrono, i gorilla passino accanto agli umani sfiorandoli, in tutta tranquillità. Le visite partono da Goma e da Bukavu che si raggiungono facilmente dall’Uganda o dal Rwanda. Il Parco dei Virunga è certamente il luogo più turistico del paese, pur ricevendo un numero molto limitato di visite.

Si può andare a Mbuji Mayi, la città dei diamanti, sorvegliatissima da stormi di uomini armati. Si possono visitare le enormi miniere dei diamanti e seguire il lungo processo che parte da migliaia di metri cubi di terra per arrivare a qualche grammo di diamanti. Attraverso un vetro si può vedere l’ultima cernita, manuale, dove i lavoratori sono seguiti individualmente dai controllori per evitare che si mettano in bocca qualche pietra. Ma i diamanti sono dovunque, anche in città e dopo un acquazzone, di notte, sotto i lampioni, i ragazzi cercano il brillio di un diamantino lavato dalla pioggia. A sera c’e’ un mercato dei diamanti dove i cercatori clandestini portano il frutto del loro lavoro e lo vendono ai commercianti: consiste in una fila di banchini con delle forti lampade. Il cercatore porta il bottino che viene attentamente osservato dal compratore; se si accordano sul prezzo, il “pacchetto”, come viene chiamato, passa di mano. I diamanti sono quasi sempre impuri, usati solo dall’industria; ma, a volte, sono da gioielleria: si fanno fortune e si disfano con le donne, gli amici, i vizi. I mendicanti non chiedono una moneta, ma 100 dollari.

Oppure si va nei quartieri di Kinshasa, dove sorgono, con il vento delle mode, concentrazioni di bar che sotto tendoni di fortuna, offrono gli spiedini di capra, la manioca bollita con il fortissimo peperoncino, le patate fritte e birra senza fine. Sotto un uragano di musica congolese, fatta dai grandi artisti nazionali che scatenano entusiasmi e polemiche ardenti. Per poi andare in qualche cortile scatasciato dove si mette in scena un delizioso teatro povero quasi sempre in lingala, ma a volte anche in francese, che descrive fra il drammatico e l’ironico la durissima vita di questa città da 11 milioni di abitanti. Perché bisogna sapere che il popolo congolese in generale e quello di Kinshasa in particolare è dotato di un finissimo spirito critico, arguto ed ironico. Maestri nell’uso della parola, i congolesi riescono a scherzare con ammirevole eleganza sulle infinite disgrazie che hanno percorso e percorrono questo paese. Decisi e sicuri, polemici e raffinati, sfrontati ed intelligenti è un piacere starli a sentire (chi pensa che siano dei rozzi abitanti della jungla si sbaglia completamente). Lavorarci insieme è un incubo.

Trasporto lungo il fiume Ubangi, affluente del Congo. Questo è bestiame, vivo, che va verso Kinshasa per essere macellato. Qui siamo a Zongo e mancano ancora moltissimi giorni di viaggio. Il bestiame è senza acqua, cibo, riparo dal sole ed è stipato. Molti capi moriranno.

Poi c’e’ il parco della Salonga, nel mezzo del paese. E’ il più grande dell’Africa, da solo è più del Piemonte e della Liguria messi insieme. E’ il cuore umido dell’Africa fatto di fiumi e foreste. Là dove Conrad ambientò il suo “Cuore di tenebre”. Andarci è un’impresa e chi organizza i viaggi chiede cifre molto importanti; è una spedizione quasi come ai tempi del Dott. Livingstone. Ma le emozioni che dà la foresta equatoriale, a mio parere, non ha uguali al mondo. In quel parco si trovano i bonobo, la varietà più intelligente di scimpanzé. Passano il loro tempo, direi in egual misura, a mangiar frutta ed a trombare. Questi nostri fratelli si possono trovare anche vicino a Kinshasa, in un parco-rifugio: sono deliziosi e dispettosissimi.

Piccolo bonobo nel rifugio di Kinshasa. Foto del Rifugio di Kinshasa.

Se si ha pazienza infinita si può prendere una nave da Kinshasa e risalire il fiume Congo. Le condizioni sono più che spartane ed il viaggio non finisce mai, dura giorni e giorni, settimane. Si può arrivare fino a Kisangani, a 1.700 km di distanza dalla capitale, dove delle cateratte interrompono la navigazione. Spesso a navigare sono grossi rimorchiatori che trainano/spingono chiatte o pontoni mobili, carichi di merce industriale, sui quali i passeggeri allestiscono un accampamento. Lungo il viaggio fervono i commerci. Le chiatte accostano ai porti e sbarcano la merce in lunghe e confuse operazioni. Durante il ritorno, le canoe accostano alle chiatte in movimento e vendono prodotti agricoli non troppo deperibili che delle grasse commercianti acquistano per poi rivendere a Kinshasa: è un confuso mondo di traffici e trattative senza esclusione di sotterfugi. Tutti ingannano tutti, chi può ruba, i più valorosi fanno razzie. E’ il cuore profondo dell’Africa, del Congo. E’ la vita in azione.

Un paese pasoliniano

Nelle periferie delle città, nei paesi tunisini ritrovo volti ed atmosfere dei sottoproletari pasoliniani; dei suoi ragazzi di borgata.
C’erano stati i poveri ma belli della primssima commedia all’italiana; i successivi personaggi pasoliniani erano sì poveri, ma anche brutti, viziosi, tamarri, sfrontati, obliqui, dall’animo a volte oscuro. Come quello che, forse, lo uccise.

Ritrovo con emozione e grande empatia quei volti, quei corpi spigolosi e non armonici in Tunisia, in quelle torme di giovani che affollano ogni angolo; là dove in Italia non troveremmo che vecchi lamentosi. Qua invece la vita pulsa con dolorosa forza.

Mi trovo bene in questi posti; dopo tutto il male che ho detto di Marocco ed Egitto, la Tunisia mi riconcilia con il popolo arabo. Vi si respira un’aria leggera, pulsante, vitale pur nell’evidente e diffusa miseria e nel sudicio disordine che regna sovrano.

Molte le ragazze senza velo, a gruppetti sedute al bar, truccate e carine. Coppiette che si tengono per mano. Ma anche signore con il velo che ti rivolgono la parola con sicurezza e determinazione. Ovunque gentilezza, garbo, calma e rispetto. Mai un cenno di insofferenza e razzismo nei confronti dello straniero infedele e, potenzialmente, crociato.

Ma le coppiette le vedi nei quartieri ricchi o sull’avenue Bourguiba, a Tunisi. Nei paesi la separazione fra i sessi domina ancora incontrastata. Ancora una volta solo i ricchi sono liberi, i poveri sono religiosi e segregati per genere.

Ed allora i giovani maschi conducono una vita separata dalle giovani femmine. Sempre fra di loro, senza aver sentore dell’altra metà del mondo, che immagino diventi per loro, mitico, irreale, inconoscibile.

Ed è palese che devono finire ad arrangiarsi fra loro. Vedi quindi quelle coppiette omosessuali, quei gesti inequivocabili, gli sguardi obliqui, gli atteggiamenti di alcuni fra di loro.

E non è per caso che la Tunisia sia una meta del turismo omosessuale maschile, specie per i signori maturi. Come ben ci spiega il perfetto Aldo Busi, credo nel suo “Venditore ecc, ecc”. E di questi signori solitari, compassati, eleganti nei loro maglioncini rossi o pastello se ne vedono circolare diversi.

Sono capitato in una sala biliardi, in una cittadina. Erano tutti molto giovani, giocavano male. Gente povera, pescatori, lavoratori. Facce magre a volte patibolari, grandi nasi, Eisenstein ne sarebbe stato affascinato; non a caso utilizzava per i suoi film volti presi dal popolo, esattamente come faceva Pasolini. Fisici, robusti, ma tormentati; non certo atletici e sereni. L’ideale greco della bellezza è lontano. Mani grosse, da lavoratori. Fra di loro le Regine: ragazzi flessuosi, ben pettinati, eleganti e sprezzanti. Fanno passerella, si fanno desiderare. I prescelti gongolano, gli altri sguardano in tralice, lascivi e gelosi.

Poi tutti loro si sposeranno, avranno famiglia. Mi chiedo cosa resterà dei loro amori giovanili. Uomini maturi e panzuti si ritroveranno in certi locali fumosi a bere birra. Di cosa parleranno? Si conserveranno i sentimenti? Vorrei credere di si, perché in quei bar, a quei tavolini pare scorrere una intimità che non pare fatta solo di amicizia, ma anche di carne. Osservo dei giovani che lavorano insieme, come muratori o nelle botteghine del cibo di strada: paiono avere una consuetudine, fra di loro, non solo da colleghi.

E son colto da vertigine. È questa, intrinsecamente, una società omosessuale che poi si muta in etero solo per meri fini riproduttivi? Questi giovani si amano per bisogno (le donne sono assenti!) o per intimo desiderio?

Da quando questa idea mi è germogliata in testa ho cominciato ad osservare le donne: quelle velate, povere, tradizionali, non occidentalizzate, quelle che si spostano a coppie. E mi par di cogliere nei loro gesti una intimità non comune. Tutto torna?

Sono affascinato da queste correnti sotterranee. Vi pulsa una vita e vedo vibrare emozioni che nell’esangue Italia sono ormai sconosciute.