Dove andare a vivere?

Patagonia

La globalizzazione ha vinto, siamo ormai tutti cittadini del mondo e potenzialmente liberi di andare a vivere dove vogliamo; ormai ci siamo spogliati delle ristrettezze dei patri confini!

Verissimo, ma dove andiamo? Chi è nato nei paesi poveri non ha dubbi! Va nei paesi ricchi. Ma chi è nato nei paesi ricchi, che fa? Il Viaggiatore Critico è una vita che si sta facendo questa domanda e non è ancora riuscito a darsi una risposta. E sta perdendo la speranza di trovarne mai una.

Vediamo i luoghi che ha preferito. La città più bella e più piacevole che abbia mai visto ha un dolce nome: Rio de Janeiro. Paesaggi stupendi, mare meraviglioso, vita frenetica, gente simpatica, un grande paese, molte cose da fare, prezzi abbordabili, non manca niente (buona cucina a parte). Il brasiliano si impara facilmente. Ma gli inconvenienti sono importanti. Il primo è l’insicurezza; tutto il continente, tutto il paese ha un livello di microcriminalità altissimo e soprattutto scellerata. Non si limitano al borseggio, vanno giù duro di rapina e, se reagisci, di omicidio. Non succede tutti i giorni, ovviamente, ma lo straniero è una preda preferenziale e finisce per vivere con il timore costante. Ha paura a passeggiare la notte, si guarda sempre intorno, evita posti che ritiene pericolosi, magari a torto. Insomma, vive malamente e non si gode la vita che si è scelto.

Altro luogo bellissimo: Cadice. Posizione eccezionale, clima buono, città quasi integralmente pedonale e molto affascinante, folclore, prezzi ben inferiori a quelli italiani, gastronomia succulenta, vini eccellenti. Lo spagnolo ce lo abbiamo in tasca, basta aggiungere una s finale alle parole italiane, come ben sappiamo. Il Viaggiatore Critico ben conscio di quanto appena detto ci ha abitato alcuni mesi. Poi gli sono scoppiate le palle dalla noia e se ne è dovuto andare. Popolazione locale affabile ma di scarsa profondità filosofica.

Alla ricerca di gente carina si è spostato a Santiago del Cile, dove gli abitanti sono di una gentilezza e cortesia rimarchevoli. Clima decente, prezzi decenti, capitale e quindi molte cose da fare. Lingua sempre lo spagnolo. Ma ci sono due inconvenienti importanti: per prima cosa si è in fondo al mondo e lo si sente: pare di essere finiti nell’ultima stiva della nave Terra e ci si sente un po’ isolati. Oltre a lì c’e’ solo la Patagonia, per dire…. E poi c’e’ ovunque un senso di abbandono che scoraggia e deprime. E probabilmente i due inconvenienti sono strettamente legati.

Ad esclusione del Cile e di Cuba (dove però, non si può andare a vivere) e parzialmente dell’Argentina (che ha i suoi forti inconvenienti antropologici), tutto il continente sudamericano va scartato dalla lista dei luoghi dove trovare una vita migliore che in Italia. A causa dello stesso problema del Brasile. L’insicurezza. E così ci siamo giocati un continente intero.

Bulgaria

I pensionati italiani hanno a loro disposizione un criterio importante per scegliere la loro nuova residenza: la defiscalizzazione. Chi prende la residenza all’estero non paga le tasse in Italia ed alcuni paesi non tassano i pensionati stranieri che vi si trasferiscono. Le due cose sommate fanno sì che i pensionati italiani, che vi abitano almeno 181 giorni l’anno, si mettono in tasca la pensione lorda e non netta. Una benedizione per un popolo (quello italiano) che ha fatto dell’evasione fiscale il suo massimo valore. Ed in questo caso è anche legale. Questi paesi sono la Tunisia, la Bulgaria, il Portogallo, il Cile, che io sappia. Ci vanno in molti, ma sono ormai troppo anziani ed acciaccati per godersela.

C’e’ poi la possibilità di trovare dei luoghi remoti, dei villaggi persi nella natura, delle pieghe della geografia dove installarsi e dimenticarsi di se e del mondo. Un sorte di Lete d’oggi. Molti di questi luoghi sono stati trovati dal Viaggiatore critico: Corvo, Pellestrina, Grand’Riviere, Kassos, il Sikkim, la penisola di Paria. Ma li ha abbandonati, per un motivo o per un altro, ma soprattutto per la noia che ti pervade in poco tempo. Che te ne fai di un paradiso terrestre di pochi km quadrati? La calma e la serenità, quanto a lungo puoi sopportarle prima di cominciare ad ululare alla luna?

Bisogna quindi cercare un luogo dove essere attivi, produttivi, intraprendenti; per guadagnare dei soldi e della visibilità sociale? Questo può andar bene per alcuni, ma non per tutti. Per i giovani affamati di quelle cose o per vecchi che continuano a non capire. Si andrà allora in Canada, in Quebec; dove le possibilità sembrano vaste, aperte, allettanti. Aspettano voi, andate. Ma poi ci si ritrova in un contesto sociale di gente gradevole e simpatica, ma straordinariamente semplice e di poche dimensioni. Un europeo non si stressa; vince facile (nel paese dei ciechi l’orbo è re….), ma son posti che gli vanno stretti; oppure è lui ad essere troppo largo di testa per entrarci. E non si parli poi degli Stati Uniti imperiali, arroganti e paranoici.

Resta quindi l’Europa, casa nostra. Il nord continentale ci ha sempre attratto. Come non desiderare la Finlandia? Come non buttare un pensiero agli stati baltici? C’e’ chi agogna l’olimpica serenità della Danimarca, la vitalità di Londra, l’efficienza olandese. Ma poi uno ci pensa meglio e si scoraggia, se non è spinto dall’urgente bisogno di trovare un lavoro che l’Italia infame gli nega. Le lingue locali sono ostiche ed un emigrato finisce per condannarsi all’esclusivo uso dell’inglese, almeno per anni ed anni. Il calore è assente dal clima come dalle genti, e ciò son due pesi grevi. Certo, donne bellissime e questo può essere un valido motivo per scegliere quei paesi. Ma son posti cari, molto. Quindi o si guadagna bene o ci si condanna ad una vita misera, inferiore a quella dei locali. Gli stessi stormi di italiani che lavano i piatti a Londra dividono casucce e stanzette, non se la passano mica bene. E per chi vive senza aver bisogno di lavorare, il nord Europa è, spesso, insopportabilmente caro. Poi bisogna andare a vedere le difficoltà di ogni paese: francesi, tedeschi ed olandesi stanno ben al disotto della soglia della simpatia. I norvegesi ti guardano dall’alto in basso. I baltici sembrerebbero più simpatici, ma sono accoglienti? Mai sentito dire… E così ci siamo giocati anche questa parte di mondo.

Pellestrina

Molti vanno in Asia. Ma pochi ci restano. In Giappone ed in Cina non ti ci fanno stare, in India nessuno ci resiste, mai sentito di stranieri felici in Corea. Certi si accomodano in Thailandia con successo esistenziale. Ma ho sempre avuto l’impressione che restino pesci molto fuor d’acqua. Corpi estranei accettati, ma mai integrati. Deve essere una vita comoda: economica, pacifica, gentile, liscia. Ma il senso di estraneità sarebbe troppo forte per me.

Più facile l’integrazione in Africa, ma le difficoltà quotidiane della vita ed i costi, per voler conservare un livello di vita all’europea, farebbero perder la pazienza a San Francesco. Andrebbe visto meglio il Sud Africa e specialmente Città del Capo; ma anche lì il problema della sicurezza e delle tensioni etnico – sociali non devono essere acqua fresca.

Resta il Mediterraneo, che è ancor più casa nostra dell’Europa. Come non voler vivere nella nostra patria culturale che è la Grecia? E la Tunisia, così vicina, così simile, così diversa?

Che il segreto stia nel cambiare ma non troppo? Andare a trovare delle diversità gestibili, senza perdersi in quelle che ti travolgono e che finiscono per alienarti? Sfuggire dall’Italia ormai insopportabilmente malata, ma senza gettarsi nell’estremo esotico che ti affascina per un momento e ti sfibra a lungo andare. E quelli, invece, che si son persi in America sud/nord od in Asia e che non son mai tornati? Si saranno spiaggiati come balene moribonde in lidi alieni o si saranno fatti il loro nidino di serenità? Incapaci di tornare pur volendolo o felicemente integrati? Io penso la prima; un po’ come l’ergastolano che ha paura di uscire. Non è un bel risultato.

Ed in preda a questi dubbi il Viaggiatore critico si aggira per il mondo, cercando la sua cuccia.

 

 

 

Il turismo della miseria

E’ ormai un classico. La guida che porta la turista occidentale in una bidonville a fotografare i bambini poveri, che sono così carini… Foto di Hannah Reyes Morales – tratto da “Il controverso fenomeno dello slum tourism”, National Geographic, 9.5.2018

Vogliamo parlare di quelli che vanno a visitare la miseria?

Fra le tante distorsioni del turismo ve ne è una particolarmente grave, complessa, preoccupante, densa di significati. Sono i turisti che vanno a visitare luoghi particolarmente poveri, dove vive una umanità in piena miseria. I visitatori delle bidonville, delle favelas, degli immondezzai dove rovistano battaglioni di capatori. E’ il cosiddetto slums tourism.

La cosa è antica; la visita delle sofferenze altrui è sempre stato molto interessante. Lo stesso Dante non si privò di un bel giro fra i disgraziati dell’inferno. I nobilastri europei, che scendevano in Italia per il loro Grand Tour formativo, amavano osservare la plebe italiana ed i loro poveri tuguri comparandoli stupefatti con le magnifiche rovine dei loro antenati dell’Impero Romano. E al tempo del positivismo si andava nei quartieri operai di Londra per concepire (e forse realizzare) azioni filantropiche.

Nel turismo moderno, alcuni cominciarono, già diversi anni fa, ad andare a visitare le favelas di Rio di Janeiro. Provando i brividi della miseria, delle bande di delinquenti, delle squadroni della morte, dei narcotrafficanti grondanti sangue e dollari. Tanto che alla fine certe favelas sono diventati simil-lusso e vi si possono affittare appartamenti su Airbnb. Vi venivano accompagnati i turisti in occasione delle Olimpiadi di Rio.

Nel frattempo prendeva piedi la piaga del turismo solidale, nel quale i turisti sono portati a vedere orfanotrofi, scuole di periferie, ospedali di amputati; nel quadro di progetti ai quali contribuiscono con pochi spiccioli.  E in questo contesto, la visita di Korogocho, il quartiere che vive sulla discarica di Nairobi è diventato un must, andando a far visita al padre Alex Zanotelli che vi viveva e lavorava (fino a quando ha deciso di tornare in Italia, abbandonando i poveri alla loro miseria).

Ormai ci sono agenzie specializzate nella visita degli slums indiani (anche con corsi di cucina), alberghi di lusso in Sud Africa che hanno ricostruito angoli di bidonville posticcia, ma fedele. E secondo l’UNICEF, nei luoghi turistici della Cambogia nascono falsi orfanotrofi con falsi orfani per estorcere qualche dollaro ai turisti che li visitano. E a Napoli si trovano su Airbnb i “bassi” dove pernottare facendo finta di essere in una commedia di Eduardo in un delirio kitsch di luoghi comuni partenopei e di voyeurismo pauperistico. Un palestinese affitta su Airbnb una camera nel campo profughi di Betlemme e porta i turisti a parlare con una povera vecchia i cui due nipoti sono stati uccisi dagli israeliani. Per non parlare poi dei giri a Chernobyl.

In questo quadro disgustoso proliferano gli articoli dei giornali, le dotte dissertazioni etico – sociali, gli studi antropologici.

La posizione predominante è ovvia: gli sporchi occidentali si “divertono” (proprio così) a vedere i poveri per qualche ora e poi a tornarsene nel loro agio, felici di non esserlo. Gli sporchi occidentali di sinistra aggiungono ipocrisia trasformando queste visite in viaggi di studio della condizione umana di cui prendere maggiormente coscienza e consapevolezza. Gli sporchi occidentali di destra confermano le loro idee sulla supremazia della razza bianca e sul fatto che uno è povero soprattutto perché è stronzo. Gli sporchi occidentali cristiani raggiungono il massimo dell’ipocrisia, versando una lacrimuccia, donando una miseria e pregando insieme ai poveri che tanto il Regno dei Cieli sarà loro.

In ogni caso questo turismo viene descritto come deteriore, abusivo, tragico. Ci si spinge a definirlo “crimine contro l’umanità”.  Paradossalmente, invece, gli abitanti degli slums visitati non ci trovano niente in contrario ed, in larghissima maggioranza, sono contenti di ricevere dei turisti, come se i loro quartieri fossero divenuti i centri delle città.

Gli organizzatori del turismo della miseria usano facili e superficiali argomenti: che la conoscenza mutua fra poveri e turisti è comunque un fatto positivo; che qualcosa i turisti lasciano sempre; che i luoghi dei poveri hanno finalmente la possibilità di mostrare i lati positivi che pure non mancano loro perdendo così, o almeno riducendo, la loro aura di maledizione (solidarietà fra persone, attività ricreative, allegria dei bambini); che sono esperienze che resteranno impresse nei turisti per sempre, avvicinandoli emozionalmente alle sofferenze della vita. Argomenti di un cinismo aberrante.

L’UNICEF si occupa dei falsi orfanotrofi in Asia nei quali i bambini vengono tenuti, pur avendo almeno un genitore, per ricevere soldi dai turisti.

Ma, indipendentemente da tutte queste considerazioni dei fautori e degli avversari del turismo della miseria, se i turisti son contenti ed i poveri pure, perché non lasciarli fare smettendo di emettere moralismi di bassa lega o giustificazioni pelose? Se la gente si mescola consenziente perché preoccuparsi? Se i poveri non vogliono i turisti non hanno che prenderli a sassate e quelli smetteranno subito. Se i turisti sono dei biechi individui che godono delle sofferenze altrui, a noi che ce ne cale? Gli vogliamo forse redimere come missionari della Compagnia del Buon Turismo? Se i tour operators della miseria  son degli sciacalli, sono in eccellente e vastissima compagnia.

Il punto, secondo il Viaggiatore Critico è tutt’altro, ed è per questo che bisogna osservare con attenzione il turismo della miseria.

Eccolo: questo tipo di viaggi si colloca pienamente nel campo del turismo “esperienziale” che sta sostituendo quello delle “visite”.  Non si va più a vedere, ma si cerca di vivere. Del resto Airbnb sta puntando molto di più sulle esperienze che sugli affitti e quel settore gli sta crescendo in mano  molto più rapidamente di quello delle notti.

Quindi si mangia, si cucina, si fanno corsi, si preparano candele, si torniscono vasi, si potano le vigne, si ferrano i cavalli, si tessono sciarpe, si fanno tour etilici, si provano sostanze, si cammina, cavalca, pedala, veleggia e così via. Mi pare chiaro che il vecchio turismo non funziona più. I centri storici sono ormai diventati luoghi sterili  ripieni degli stessi negozi ovunque nel mondo. I musei hanno scassato la minchia ed escluso i forzati della cultura, gli altri ne fanno anche volentieri a meno. Il turista si sta annoiando, bisogna trovargli altri passatempi; è necessario rinnovare l’offerta. Il turismo sta morendo, dobbiamo trapiantargli nuovi organi perché continui a far girare l’economia.

I turisti vogliono vedere come vive la gente per davvero? Vogliono viaggiare secondo la formula magica del like a local? Ed ecco che gli forniamo i giri nella miseria. I poveri hanno alcune eccellenti caratteristiche agli occhi del turista: sono soggetti fotografici molto interessanti; si capisce bene come vivono perché lo fanno per strada; si lasciano osservare volentieri in quanto hanno dovuto mettere da parte l’orgoglio da molto tempo; si corrompono con poco e con poco li fai sorridere; in generale, sono docili; sono tanti ed in molti luoghi, così che è facile organizzare dei tours, anche esclusivi.

La macchina economica avanza implacabile e cieca: per il turismo è l’ora delle esperienze; del toccare con mano la miseria. Domani vedremo cosa si potrà inventare. Probabilmente lo sviluppo del turismo di guerra (i primi esempi si stanno vedendo) o l’accoglienza presso gli ultimi popoli tradizionali ancora esistenti (con il loro definitivo annullamento).

Per il momento i poveri (che turisti non possono essere) sembrano i migliori sostenitori del turismo. I paradossi.

PS. A scanso di critiche, il tono generale di questo articolo è amaramente ironico.

 

 

 

Nuovi turismi in Africa dell’Ovest

Una casa del nord del Togo, la takyenta. Foto da http://www.fondationteiga.org

Vastissimi spazi pieni di cose interessanti da vedere e da fare esistono al mondo. Non è necessario ammassarsi tutti nei pochi luoghi dove tutti i turisti pecoroni vanno felici a farsi spennare.

In Africa dell’ovest, per esempio ci sono molti luoghi interessanti. Un bel viaggetto in quei paesi è del tutto da raccomandare. Della Guinea Bissau abbiamo già parlato ampiamente.

Poi c’è il Togo, paese che si visita facilmente perché è stretto, lungo e percorso da una sola strada importante che va dalla capitale sul mare fino alla frontiera con il Burkina Faso. La faccenda del Togo che più mi è piaciuta è una zona a nord, oltre la città di Kara; si chiama Kotammakou ed è abitata da una etnia chiamata Batammariba; regione agreste e bucolica. Ma l’aspetto interessante di questo simpatico popolo è la fabbricazione delle loro case tradizionali, ancora oggi comunemente abitate. Sono delle specie di nuraghi, solo che in paglia e fango. Costruiscono delle torrette raggruppate che poi uniscono con un muro tutto intorno. Si ritrovano ad avere, quindi, una specie di fortezza turrita. Le porte sono minuscole e per entrarci bisogna praticamente inginocchiarsi. La gente di questo popolo è abbastanza minuta, per un europeo corpulento è un esercizio ginnico. Dalla stessa porta entrano le persone e le capre. Queste ultime restano al pianterreno e vanno negli spazi fra una torretta e l’altra, ben protette, per la notte, dal muro circolare esterno. Con una scaletta si sale ad una sorta di primo piano: ogni torretta ha una stanza dove si dorme, si abita, si conservano i grani alimentari. Una ulteriore scaletta porta alla terrazza superiore dove si pongono a seccare i soliti grani o si costruisce un ulteriore, piccolo granaio. Le dimensioni di tutto ciò sono molto ridotte, una specie di fortezza per lillipuziani. Ogni famiglia ha la sua e la adorna con dei tetti di paglia, con delle decorazioni, con un cippo fallico fuori dalla porta. E’ un mirabile esempio di architettura tradizionale di grande efficienza, anche se un po’ scomoda. La gente ti fa visitare le case volentieri, in cambio di un piccolo regalo. E’ un popolo assai tradizionale, molto povero, sembrano molto gentili e miti. Nel passato devono aver passato tempi difficili se avevano organizzato una tale difesa. Da queste case si difesero anche dai tedeschi che fecero del Togo una delle loro poche ed effimere colonie, all’inizio del ‘900. La zona è patrimonio mondiale dell’UNESCO. Le case si chiamano “Takienta” o “Tata” se volete cercarle su Google.

Per il resto non c’è molto da vedere nel paese, se si eccettua la vita ed il casino ed i mercati di Lomè, la capitale. In città ci sarebbero anche delle belle spiagge, ma se ne sconsiglia la visita per due motivi ben differenti. Il primo è perché si sarà molto probabilmente rapinati; il secondo è un motivo meno facilmente intuibile: le spiagge urbane sono utilizzate come gabinetti pubblici, al riparo delle numerose barche da pesca tirate in secco.

Altro paese di ben maggiore interesse: la Guinea. La capitale, Conakry, è uno dei luoghi più sgradevoli del mondo, e ciò per molti motivi diversi e non vale assolutamente la pena di fermarsi. Bisogna andare direttamente nella regione del Fouta Djallon. E’ in altitudine: ci fa fresco e piove molto. La natura geologica della zona fa sì che i frequenti ed abbondanti fiumi abbiano scavato profonde vallate verdi di vegetazione e fresche d’acqua. Bei panorami, grande varietà di paesaggi (il che è una rarità in Africa), possibilità di fare il bagno nei torrenti, belle e lunghe camminate da fare in un clima non torrido. La regione ha avuto un’importante sviluppo turistico fin dai tempi dei francesi. I coloni andavano a riposarsi dalle loro nefandezze o a curarsi nella città di Dalaba. Vi sono diverse agenzie locali di trekking che permetteranno al turista di passare diversi giorni in modo molto gradevole.  Certi panorami sulle profonde valli meritano il viaggio. Si visiteranno anche dei villaggi dove la gente vi accoglierà con la tipica ospitalità africana. La nostra guida volle fare il malizioso e ci portò a vedere, nonostante che fossi con mia moglie, l’angolo del fiume dove facevano il bagno serale le donne del villaggio (gli uomini lo facevano in un altro angolo). Meravigliose Giunoni nere che giocavano nude nell’acqua. Spettacoli che valgono la pena di esser visti.

A Dalaba si può visitare la villa dove l’antico presidente Sekou Touré ospitò per anni Miriam Makeba, la cantante sudafricana, ed il suo marito Carmichael, leader delle Pantere Nere americane. Sono pezzi di storia dei movimenti contro l’apartheid ed il razzismo. In Guinea ci si sposta con i taxi brousse che sono normali auto dove si sta in 4 dietro e in tre davanti (compreso l’autista). Costano poco ma sono terribilmente scomodi e partono solo quando sono pieni. La sera può esser difficile trovarli. Molto folcloristico, ma si perde un sacco di tempo. L’alternativa è noleggiarne uno tutto per voi comprando i sei posti; in questo caso ci sarà sicuramente da litigare perché l’autista vorrà vendere ad altri i posti che voi avete già comprato e finirete comunque per viaggiare come sardine in scatola.

Altro paese, subito accanto, dove però non sono mai stato: la Sierra Leone. Dopo una serie infinita di catastrofi politiche, guerre civili ed Ebola, questo paese sembra che offra delle meravigliose spiagge nei dintorni della capitale e degli angoli stupendi nelle prossime Banana Island. Se si è in Guinea, una scappatina può meritare di esser fatta.

Bei paesaggi del Fouta Djallon. Foto di Maarten van der Bent via WikiCommons

Ma, soprattutto, in questi paesi si assisterà all’inesauribile ed incomprensibile torrente di vita che anima gli africani e le loro città. Posti che sembrano molto difficili ospitano una umanità che vuole vivere nonostante tutto le difficoltà che incontra. Si vivrà per strada, mangiando gli spiedini di capra o la viande coupé coupé, arrostita sui carboni in un fusto di latta e servita su un pezzo di carta di sacco di cemento, bevendo una birra, seduti sul marciapiedi su una sedia sbilenca. E la gente vi sorriderà perché capiranno che uno straniero sta apprezzando il loro modo di vita. Ed il turista capirà che ha visto una cosa bella, nuova, interessante; molte volte più importante che un museo od un centro commerciale in Europa.

Ma i turisti sono dei pecoroni e continuano ad andare agli Uffizi.

 

 

L’iboga, la sostanza degli antenati

L’arbusto dell’iboga.

Quello allucinogeno è uno dei molti turismi possibili. Ne abbiamo parlato a proposito dell’ayahuasca in Brasile e delle canne in India. E’ un turismo come un altro, esperienziale diremmo. In Gabon si può andare per provare l’iboga, una sostanza allucinogena. L’alcaloide responsabile degli effetti psicotropi è stato denominato, con pochissima fantasia, ibogaina. Si estrae da un cespuglio – alberello dai caratteristici frutti gialli a forma di uovo appuntito. La pianta è originaria dell’Africa Centrale: Gabon, Cameroun, Congo. L’alcaloide è contenuto nella corteccia delle radici. Che io sappia le altre parti della pianta non sono utilizzate.

Intorno all’iboga ruota tutto il mondo spirituale di gran parte dei popoli del Gabon. E’ probabile che siano stati i Pigmei a scoprirne gli effetti. Le conoscenze botaniche di questo popolo sono stupefacenti; si può dire che fanno parte della foresta, che ne sono figli e fratelli. Nei millenni hanno imparato ogni dettaglio delle piante, compreso ciò che produce la masticazione delle radici di questa pianta. Ciò vuol dire che hanno masticato le radici di ogni pianta (ed anche tutte le altre parti) scoprendone gli insospettabili effetti.

Come ogni sostanza psicotropa naturale anche l’iboga è stato arruolato nel mondo spirituale diventando un mezzo per entrare in contatto con gli spiriti. L’uso di questa radice è passato dai Pigmei agli altri popoli che arrivavano in quella foresta oggi gabonese ed, infine, anche ai Fang che sono diventati dominanti nel paese. In quel coacervo di culture si è venuta formando una religione animista e sincretista chiamata Bwiti nelle cui cerimonie l’iboga ha un ruolo centrale. Lo si usa per iniziare le persone che vogliono entrare nella religione (non tutti lo fanno) e poi lo si usa durante le cerimonie collettive ed ancora viene usato dagli sciamani per i riti durante i quali si curano i corpi e gli animi di chi richiede le cure. Lo si chiama “legno sacro” e solo gli adepti possono raccoglierlo, trattarlo, conservarlo, assumerlo. Non ne sarebbe permessa la vendita alle persone estranee al rito che nemmeno avrebbero il diritto di raccoglierlo. Pper questo motivo nessun adepto indicherà ad un estraneo quale sia la pianta dell’iboga e dove la si può trovare.  Inutile di chiedere un pezzettino, giusto per provare. Non è concepibile un uso ludico della sostanza; non si deve consumare al di fuori delle occasioni religiose, magiche, curative, vaticinatorie. L’iboga è, per i gabonesi, una cosa molto seria, tanto che è stata dichiarata “tesoro nazionale” dal Governo del Gabon. Almeno in teoria.

Alla cerimonia di iniziazione, che dura diversi giorni, si somministrano elevatissime quantità di iboga all’iniziando, il quale è recluso in una capanna e sottoposto ad un severo regime alimentare. Fra gli effetti dell’iboga vi è l’insensibilizzazione della pelle. L’iniziatore, allora, punzecchierà l’iniziando con uno spillo e continuerà a somministrare iboga fino a quando questo smetterà di sentire dolore. Invece, durante le cerimonie del Bwiti gli officianti danzano e suonano tutta la notte, fino a quando il cielo divenga ben chiaro. Di tanto in tanto si allontanano dalla scena e si sa che sono andati a masticare un po’ di “lagno sacro” che darà loro la forza di continuare a danzare e a picchiare come dannati sui tamburi.

Gli effetti dell’ibogaina sono molteplici e dipendono molto dalle quantità assunte. A livello fisico si ha: nausea, vomito, difficoltà di dormire, rallentamento della frequenza cardiaca, insensibilità cutanea, incapacità di muoversi. A livello mentale sono molto interessanti: si hanno esperienze oniriche legate al vissuto personale. Nella fase di massima azione della sostanza questi “sogni” sono slegati dalla realtà cognitiva. In una fase successiva si integrano alle vicende cognitive del soggetto. Aumenta fortemente la capacità introspettiva e l’analisi della propria identità. La durata di tali effetti non va oltre le 24 ore, ma la capacità di profonda autoanalisi del soggetto dura anche per mesi. Si hanno allucinazioni solo con l’assunzione di forti dosi.

Cerimonia notturna del Bwiti nei pressi di Lambarené. Anni ’90. I danzatori assumevano costantemente piccole quantià di iboga per poter reggere alla fatica di una danza che dura oltre 10 ore praticamente ininterrotte.

Un ulteriore, importantissimo, effetto dell’iboga sarebbe la rapidissima azione disintossicante da eroina e cocaina. Molte fonti riportano che con una o due assunzioni di iboga viene completamente eliminata la dipendenza da quelle sostanze. La cosa sembra miracolosa e, come per caso, la legislazione italiana ha definito illegale il possesso e l’uso dell’iboga nel 2016. Tale utilizzazione dell’iboga potrebbe essere eccezionalmente utile. Dispiace vedere che apparentemente nessuno si occupi di questo aspetto.

Si riportano casi di decessi per l’uso dell’iboga, probabilmente a causa degli effetti sul rallentamento del cuore e per la diminuzione della pressione.

Detto tutto questo, torniamo al nostro turismo allucinogeno. Può un turista andare in Gabon e provare l’iboga? Certamente. Ci sono due vie, una difficile, che io intraprenderei ed una facile. Fate voi.

Quella difficile consiste nell’andare in una cittadina dell’interno (io consiglierei Lambarené, perché ci ho abitato) ma anche Mouila o Fougamou potrebbero andar bene. Ci si installa e si comincia a parlare con la gente, con calma, gentilezza e garbo. In francese. E si comincia a porre, alla lontana, delle domande. Ci saremo forniti di una moto e con quella si andrà in giro nei villaggi, bevendo il vino di palma, Dopo molti giorni o qualche settimana si potrà chiedere dell’iboga. E’ escluso che vi propongano di farvi iniziare; ci vogliono anni per arrivare a quel punto. E’ anche escluso che vi offrano apertamente di darvi dell’iboga: è proibito darlo ai non iniziati. Ma siamo in Africa ed i bisogni sono molti. Prima o poi qualcuno che ve lo rifila sottobanco si trova. E’ molto probabile che vi diano una patacca; bisognerà stare attenti e non pagare se non dopo l’uso (al quale il venditore deve essere presente). Ma questi sono accorgimenti che ogni utilizzatore di sostanze conosce a menadito. Quindi lo potete provare; stando attenti, in presenza di una persona fidata e sobria e, possibilmente, vicino ad un medico.

La seconda via è banale. Andate a trovare Tatayo, a qualche km da Libreville (la capitale del Gabon). E’ un francese che si è fatto iniziare secoli fa e che ha montato una ONG che ha uno spazio dove ospita voi e gente come voi che si fa iniziare. Il soggiorno di una decina di giorni costa qualche migliaio di euro (tutto compreso, s’intende). Un paio di clienti gli sono morti, ma gli altri son contenti. E’ una vera iniziazione? No, certo. Manca completamente il contesto. Il Bwiti è una religione e le religioni non si improvvisano durante un viaggio (checché ne dicano quelli che vanno in India). Ma potrete dire di essere stati iniziati e, comunque, proverete l’iboga.

Non è una cattiva idea.

 

 

 

 

Il cosiddetto Mal d’Africa

Sono tutti lì a parlare del Mal d’Africa. Dice di soffrirne anche chi è stato 15 giorni in un resort a Malindi. Ci si sente così importanti e giramondo e viaggiatori incalliti e cosmopoliti quando si soffre il Mal d’Africa. Mi paion tutti dei Livingstone appena sbarcati a Londra dopo 5 anni di esplorazioni nelle foreste dell’Africa non nera, ma nerissima.

Del resto l’origine di questa singolare sindrome deve essere collocata in ambiente letterario, romantico e coloniale. Quei funzionari spesso inglesi o francesi che, dopo aver passato decenni in Africa a fare le peggio ignominie, tornavano a casa e sospiravano, nei tramonti grigi della loro vecchiaia, pensando ai mezzogiorni torridi di colori della loro gioventù in Africa.

Non si sa cosa sia il Mal d’Africa, ma prima che quest’articolo finisca, ve lo dirò io.

Non è solo la malinconica nostalgia di quelle terre esotiche. C’e’ chi afferma che è la memoria genetica dei nostri tessuti. Il nostro DNA è nato in Africa (siamo tutti immigrati) e quando ci ritorniamo è come se rientrassimo, dopo lunghissimo viaggio, nella nostra vera casa. Più in particolare nelle savane, dal momento che è lì che delle scimmie sono scese dagli alberi decidendo di camminare sulle zampe di dietro e di utilizzare quelle davanti per uccidere altri animali da mangiare. Questa puttanata la diceva Richard Leakey, uno della famiglia dei paleontologi umani del Kenya.

Altri invece dicono che il Mal d’Africa va cercato nell’inconscio; nella memoria collettiva inconscia che ci fa ricordare i luoghi che abitammo centomila anni fa. In particolare, secondo questa teoria, gli africani, notoriamente dei selvaggi incalliti, non disporrebbero del senso del tempo. E quando noi bianchi evoluti ci troviamo a contatto con loro, questa mancanza della dimensione temporale risveglia in noi l’antico ricordo di quando del tempo non ce ne fregava niente nemmeno a noi e si stava meglio. Da qui un sentimento di familiarità con quei luoghi e quelle genti. Ridicole fantasie,

C’e’ poi tutto il filone romantico della faccenda. I tramonti nella savana, con il cappello coloniale di sughero sulla testa e la sahariana addosso; sorseggiando un the insieme a Robert Redford, come se fossimo comparse nel film “La mia Africa”, mentre i negri lavorano nella piantagione di caffè e si odono cantare in lontananza. Questo è il modello di Mal d’Africa più diffuso fra la gente. Nella versione da turismo di massa questa versione del Mal d’Africa si coniuga in molti modi diversi: su un cammello scureggione che vi trasporta per una mezzoretta nelle dune ingombre di immondizia del Marocco. O in un villaggio senegalese, attraversato per caso durante un giro in gruppo, dove i bambini corrono dietro alle macchine (non avendo, in quel momento, nessun altro gioco più divertente da fare) chiedendo le caramelle. Oppure in una spiaggia di Zanzibar, con le palme regolamentari, mentre al tramonto si beve un martini, mi raccomando, molto secco. Per non parlare del peggior modello: quello della festa notturna nel villaggio turistico con il gruppo di musicisti locali vestiti al modo tradizionale con le scatenate ballerine nude al modo tradizionale. Questo è il vertice massimo del Mal d’Africa trash.

Quando si torna a casa ci si sofferma un attimo, si ripensa a quei momenti e con lo sguardo sognante si mormora sul filo delle labbra: “Ho il Mal d’Africa”. Tutte stronzate.

Poi ci sono i poeti; quelli che dicono: “Mal d’Africa è disegnare con gli occhi il contorno di un baobab che si staglia sullo sfondo del cielo basso e turchese”. Oppure: “Il Mal d’Africa è il ricordo di una luce tutta particolare, mai vista né prima né dopo in nessun’altra parte del pianeta, che appare nel tardo pomeriggio e ricopre tutto come fosse una coperta d’oro.” Ragli asinini, direi.

Altri ancora preferiscono restare più vicino a terra ed identificano il Mal d’Africa con quella infinita serie di malattie che si prendono in Africa e per le quali molti ci hanno lasciato le penne. Ad esempio Rimbaud ci rimise prima una gamba e poi la vita, Blixen ci prese la sifilide, un milione ci son morti di malaria. Questo, secondo loro, è il vero Mal d’Africa ed hanno evidentemente ragione.

Invece, molti altri si sperticano in mirabolanti spiegazioni che vanno dalle dimensioni del cielo, alla intensità dei colori, al carattere degli africani, alla semplicità della vita in Africa, alla facilità dei rapporti umani, alla riscoperta dei veri valori della vita, alla Natura incontaminata, selvaggia, onnipresente, avvolgente; alla presenza dei grandi animali (che a sentir loro, pare si aggirino per tutte le strade). Teorie le più cervellotiche, strampalate, inconsistenti e fantasiose. Bisogna però dire che da quando l’Italia è sommersa dall’attuale mefitica ondata di razzismo, degli africani e del loro modo di vivere si parla sempre meno. Forse per il timore che quel modo di vivere, così simpatico presso di loro, ce lo portino qua. E ciò non ci piace, perche soffriamo del Mal d’Africa, ma a casa nostra comandiamo noi. Fetenti.

Comunque son tutte fandonie. Ve lo spiego io: il Mal d’Africa sono le quattro S.

Sesso, Soldi, Sbronze, Superiorità. Che son quattro cose che fanno venir fuori il peggio dell’animo umano. Il Mal d’Africa è una malattia propria di quelli che soffrono anche il male della quinta S: gli Stronzi.

Sesso. Gli africani sono sodi, spesso atletici, hanno grandi tette, culi, cazzi. La loro pelle è fresca, morbida, tesa. Inoltre non sono stati (in generale) rovinati dal cattolicesimo o dall’Islam, entrambe religioni sessuofobe. Gli africani fanno sesso come prendere un caffè; senza dargli tanta importanza. E’ una faccenda sociale, di pronta beva. Alla portata di tutti. Il Mal d’Africa è una sana trombata senza tante storie.

Soldi. Il bianco che è in Africa ha dei soldi in tasca. O ci lavora ed ha un buon stipendio perché se no non avrebbe lasciato casa propria. O ha delle attività economiche che gli rendono bene, se no se ne sarebbe già andato. O ci fa il pensionato e quindi ha la pensione. O è turista e quindi si può permettere quel viaggio. In tutti i casi in Africa i bianchi hanno dei soldi in tasca; e gli africani questo lo sanno benissimo. Il Mal d’Africa è un portafoglio ben messo.

Sbronze. Tradizionalmente e per un motivo non ben chiaro, in Africa è socialmente ben accetto bere molto. Qui non si parla di giovani; si tratta di uomini e donne ben adulti, di buona condizione sociale. In Europa si limiterebbero a qualche bicchiere, almeno pubblicamente. Si sbronzerebbero solo in privato od in cerchi ristretti.  In Africa, no. Si può bere fino a sfondarsi senza nessuna vergogna, ritegno o censura sociale. E’ evidente che in questa maniera la vita è molto più facile e dolce. Il Mal d’Africa sono sbronze libere!

Superiorità. E qui viene il punto più dolente ed infame. Gli africani sono stati schiacciati dalla colonizzazione. Sono stati trattati come bestie. Hanno imparato ad aver paura dei bianchi; come i leoni hanno paura dei domatori. I tempi son cambiati, ma non poi troppo. Nelle vie africane, quando un bianco passeggia (raramente, vanno soprattutto in macchina) gli africani si scansano. Se va in un ufficio, gli permettono di saltare la coda; lo fanno sedere anche se non ci sarebbero sedie libere. Se parla viene ascoltato. Il bianco pezzente a casa propria, in Africa diventa una persona importante. Si diceva: ” Quando  arriva in Africa un bianco diventa immediatamente giovanissimo, bellissimo, ricchissimo”.  Le donne se lo contendono: un bianco da prestigio sociale fra le amiche e comprerà molti regalini. Esattamente la stessa cosa per le donne: bianche che non battono chiodo in Europa, in Africa si ritrovano con modelli.  Anche i turisti vivono questa ondata di improvvisa popolarità e considerazione. Il personale di servizio s’inchina davanti a loro che a casa non li guarda nemmeno il cane. In Africa anche gli accattoni europei sono re. I meschini sono persone importanti. I brutti, belli e gli stupidi intelligenti.

Eccolo il vostro tanto romantico Mal d’Africa. Semplicemente sopraffazione psicologica dell’uomo sull’uomo.

Infami, verranno gli africani e vi mangeranno tutti.

Atmosfere da Blade Runner a Luanda

Il palazzo in questione.

Decadenze di imperi coloniali e difficile sopravvivenza nella metropoli di Luanda. Due film diversissimi che si incontrano su un lungomare africano. Atmosfere difficili da credere e stupefacenti da vivere. Tutto ciò in questo post.

Nella prima scena africana del film “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa” Alberto Sordi esce dall’albergo vestito come Livingstone nella savana e si ritrova, invece, nel mezzo di una moderna e piena di traffico città. Siamo sul lungomare di Luanda, corre l’anno 1968 e l’Angola fa ancora parte dell’impero coloniale portoghese che crollerà solo nel 1975.
Alle spalle di Sordi, nel film, si scorgono una serie di modernissimi palazzi pulsanti di attività economiche e commerciali. Pare di essere a Milano.

In uno di quei palazzi, ben visibile alle spalle di Sordi, mi son ritrovato a vivere. Era il palazzo comunemente conosciuto come “edificio Nocal” dal nome della birra che aveva collocato una enorme scritta pubblicitaria sul tetto, visibile da tutta la città.

Quando vi arrivai io erano passati numerosi decenni dalla realizzazione del film; i portoghesi se ne erano andati ed una infinita guerra civile aveva ridotto in briciole l’Angola, dissanguandola delle sue risorse in petrolio e diamanti, uccidendo centinaia di migliaia di persone e spostandone milioni. Ma il palazzo Nocal era ancora in piedi, affacciato sul lungomare di Luanda, posizione prestigiosa. Quattordici piani, io abitavo al nono, vista stupenda sul mare, terrazza.

Ai tempi della colonia era un palazzo abitato certamente da portoghesi; alla loro partenza gli appartamenti erano stati assegnati dal Governo a questa o quella famiglia angolana, secondo i loro criteri. Famiglie che avevano del tutto dimenticato ogni forma di manutenzione dell’edificio. Non era stata spesa una lira.

Al mio arrivo, l’abbandono regnava sovrano. Il palazzo, all’origine lussuoso, era caduto in uno stato di fatiscenza completo, di deliquescenza direi. Era dotato di tre ascensori: due per gli abitanti ed uno più grande per il personale di servizio e le merci. Erano, ovviamente fuori servizio. Quindi bisognava farsi le scale a piedi, ogni volta, ogni giorno. Nove piani per me, quattordici per chi abitava all’ultimo piano. Ed era una signora meticcia, molto per bene, già un poco anziana. Per lei era un calvario e non usciva quasi mai. Quando lo faceva era accompagnata da qualcuno che portava una sedia su cui riposarsi, quando era stanca della scalata.

Provate ad avere la diarrea ed a tornare a casa in fretta per andare in bagno. E dover fare 10 piani di scale con il bisogno che cresce ad ogni scalino. Impossibile, vero? E quindi, a volte, tornando a casa, trovavo su un pianerottolo, in un angolo, una bella fatta umana.

Bisognava organizzarsi. Si partiva di casa, la mattina, con tutto il necessario per la giornata e si tornava solo per dormire. Al massimo si poteva tornare a casa prima di cena per cambiarsi ed uscire per la sera. Non era pensabile farsi i nove piani per più di due volte al giorno. Bisognava stare attentissimi a che non mancassero mai le sigarette, la birra, il pane. Se mancavano gli abitanti dell’appartamento si scannavano per decidere chi sarebbe sceso a comprarli.

Uscire di casa era una sorta di discesa agli inferi. In alto c’erano la brezza del mare, rumori attutiti, il sole chiaro. Via via che scendevi, piano dopo piano, aumentava il rumore della città incasinatissima, dai vetri rotti delle scale entrava meno aria e più puzzolente. Le pareti delle scale erano sempre più sporche e nere, avvicinandosi al pianterreno. Si sfociava, finalmente, nell’androne, di marmi lussuosi, ma devastato dall’incuria. Il ritorno, la notte, magari un po’ ubriachi e distrutti dalla frenesia delle notti di Luanda, era un viaggio dantesco. Avevamo tutti una torcia in tasca; spesso mancava la luce e si salivano le rampe nell’oscurità totale, con il terrore di essere assaltati, di pestare le cacche, di doversi fermare a lungo per riprendere il fiato. Atmosfere da Balde Runner. Avevo imparato a riconoscere i piani, sapevo sempre a che livello mi trovavo; un lento ed affannoso rosario di numeri fino ad arrivare al nono, il mio, e potersi rifugiare in casa. Dopo un anno di quella vita avevo delle cosce che sembravano di granito.

Alcune porte degli ascensori erano semiaperte su un pozzo oscuro e maleodorante. Infatti alcuni buttavano la loro immondizia direttamente in quel pozzo. I tubi dell’acqua erano in pessime condizioni e le perdite numerose. Per le più gravi il muro delle scale veniva aperto, si individuava il foro e si sostituiva il pezzo di tubo bucato con un altro, allacciandoli come meglio si poteva. Naturalmente lo sbrano nella parete rimaneva aperto ed i calcinacci al suolo. Ma le perdite più piccole venivano trascurate. Di conseguenza rigagnoli di acqua percorrevano le scale, scendendo lentamente verso la strada e trasportando la polvere e la sporcizia che raccoglievano nel loro percorso. Alcuni rigagnoli finivano nel pozzo degli ascensori. Su udiva allora il suono di una fresca cascatella alpina che percorreva il palazzo allietandolo. Una notte eravamo in casa, storditi dalla fortissima erba angolana, quando tale rumore di cascatella si trasformò in una vera e propria sinfonia di suoni acquatici. Me ne beai a lungo, perso nelle fantasie tossiche. Poi cominciò a sembrarmi veramente troppo e mi riscossi. Il tubo del vicino (un dipendente portoghese della sua ambasciata), appena riparato, accanto alla sua porta, era saltato e potenti zampilli, riempivano di giochi d’acqua il comune pianerottolo. Lo svegliai e fra le bestemmie chiuse il rubinetto generale e cominciò ad asciugare. Lo aiutai, come potevo: presi la scopa e spinsi l’acqua verso le scale, nel loro lungo viaggio al mare.

Un giorno l’amministratore del condominio riuscì ad estorcere ai suoi amministrati sufficienti soldi da poter chiamare un camioncino, vuotare dall’immondizia il pozzo di un ascensore (ci vollero alcuni viaggi) ed infine ripararlo. Vedemmo con stupore ed incredulità quell’aggeggio infernale andare in su ed in giù. Ma nessuno si azzardò a montarci sopra, ci limitavano a chiamarlo, per divertimento. Ed in effetti, pochissimi giorni dopo si riguastò, fra le battuti salaci dei condomini, alle spalle del velleitario amministratore.

Il tema centrale delle discussioni fra condomini era il fatto che la fabbrica di birra che ci occupava il tetto con la sua enorme scritta aveva smesso di pagare l’affitto dello spazio. Del resto anche la scritta cadeva in rovina ed alcune lettere perdevano pezzi. Io proposi di smontarla per non continuare a fare la pubblicità gratis alla birra. Mi chiesero se avrei pagato io le spese per lo smontaggio.

Alberto Sordi sul lungomare di Luanda nel film “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare il loro amico misteriosamente scomparso in Africa?”. Parzialmente coperto dal cappello, il mio palazzo.

Anche il problema delle fughe d’acqua fu risolto alla maniera angolana. Casualmente. Una grossissima valvola dell’acquedotto cittadino si ruppe, ad un paio di isolati di distanza dall’edificio. Tutta la zona restò a secco. Il guasto venne riparato in pochi giorni e l’acqua rifece capolino. Ma per poco perché la riparazione non tenne e la valvola si ruppe di nuovo. La buca fu riaperta e la valvola smontata. Se ne chiese una di ricambio a Lisbona e ci volle del tempo prima di riceverla, rimontarla e ridare l’acqua. Molto tempo. Moltissimo tempo. Cinque mesi per l’esattezza. Per quei cinque mesi vivemmo senza acqua, in Africa, al nono piano. Ci organizzammo, ovviamente. Mi procurai due bidoni da 200 litri ed alcune taniche. Prendevo l’acqua in ufficio e la portavo a casa in macchina. Nell’androne disadorno e polveroso dell’edificio stazionavano permanentemente dei ragazzi per aiutare gli abitanti a portare la spesa in casa. Cominciarono a portare anche l’acqua. Degli atleti, due taniche a viaggio. In casa me le vuotavano nei grossi bidoni ed io mi lavavo e facevo da mangiare con i secchi e le tazze. I ragazzi avevano delle tariffe a seconda del numero dei piani da fare. I condomini dei piani alti si svenavano. Durante quei mesi i ragazzi guadagnarono come cassieri di banca. Quando tornò l’acqua ci parve una cosa strana.

Mancava anche la luce, ovviamente. Ma avevo un gruppo elettrogeno, grande come una 500 con dei consumi analoghi a quelli di una macchina. C’era quindi il problema delle taniche di carburante da portare in casa, sempre con i soliti ragazzi. Il gruppo tremava moltissimo e l’appartamento intero ne veniva scosso; i bicchieri cadevano dalle mensole.

Si penserà che abitavo in simile tugurio perché ero tirchio. Tutto il contrario. Spendevo di affitto più di mille dollari al mese. Era molto difficile trovare degli appartamenti in affitto, il mio era sul lungomare, ad un piano alto e quindi più lontano dal rumore e dalla polvere della strada. Insomma, le altre soluzioni erano peggiori; mi si riteneva un fortunato ad abitare in quel luogo.

Ed in effetti, a volte, mi sedevo sulla terrazza con una birra ed assistevo al tramonto sul mare, nella calugine di umidità, di smog e di polvere che avvolgeva la città. Ed ero orgoglioso del mio palazzo Nocal.

Che del resto è ancora là, un po’ più malandato che a miei tempi. Durante l’estate del 2019 c’e’ stato un fenomeno che ha preoccupato moltissimo i condomini. Il palazzo ha tremato fortemente, come se fosse stato sottoposto ad un terremoto (che però non c’era stato). Le crepe nelle strutture sono numerose e si stanno allargando ed allungando. Il Presidente della Repubblica ha ordinato una valutazione tecnica del palazzo. Vedremo che dirà.

La storia dei cani pescatori dell’Isola delle tigri, Angola

La strada principale de Sao Martinho dos Tigres, all’occorrenza era pista d’atterraggio.

Questa è una delle storie più strane che abbia mai sentito. Si svolge all’estremità meridionale dell’Angola, ad una sessantina di chilometri dal confine con la Namibia. E’ una zona assolutamente desertica, con le dune che arrivano fino sul mare. E’ praticamente una spiaggia profonda decine di chilometri. A Rimini ci metterebbero infinite file di ombrelloni.

In quel punto scorre la famosa corrente di Benguela che viene dal sud e richiama acque profonde; fredde e ricchissime di plancton. Ciò fa sì che lungo la costa faccia molto più freddo di quanto ci potremmo aspettare e che vi sia spesso la nebbia, anche se ci troviamo in pieno deserto. Il plancton nutre una ricchissima comunità animale composta da infiniti pesci, molti uccelli ed anche foche che vengono a riposarsi sulla spiaggia.

La corrente di Benguela è venuta costruendo delle lingue di sabbia che nascono nella costa e che si prolungano per chilometri nel mare, restando semiparallele alla costa stessa. Sono delle lunghe penisole che vanno verso nord. Le baie, strette e lunghe, che si formano fra la costa e la penisola sono ovviamente dei porti super sicuri.

A metà del 1800 dei pescatori dell’Algarve portoghese si insediarono nella penisola di cui stiamo parlando e vi fondarono il paese di Sao Martinho; la penisola venne chiamata Dos Tigres, non si sa perché. Tigri certamente non c’erano e nemmeno un filo d’erba. La colonia prosperò; si pescava e si produceva pesce secco e farina di pesce che venivano esportati in tutto il mondo. Il paese arrivò a contare 1000 persone e diverse centinaia di costruzioni, comprese la scuola, la chiesa, il Comune, ecc. La strada principale era pavimentata da lastre di cemento e funzionava anche da pista di atterraggio per piccoli aerei. La città fu fondata sul lato tranquillo della penisola, quello che guarda la costa. Un po’ più a nord c’è il porto con le fabbriche del pesce; a debita distanza dal paese per evitare il puzzo e le mosche.

Poi, nel 1962, una enorme tempesta colpì la base della penisola, distruggendola e trasformandola in un’isola, come è ancora. Fu distrutto anche l’acquedotto e il paese doveva esser rifornito con una bettolina.

Le vecchie case del paese. Foto di juls26 via Wikicommons.

Nel 1975 crollò l’impero coloniale portoghese; l’Angola divenne indipendente, scoppiò il caos della guerra civile ed i pescatori di Sao Martinho dos Tigres se ne tornarono tutti quanti a casa loro. Il paese rimase completamente abbandonato e così è ancora oggi. Le foto lo testimoniano. Case disseccate dal sole e lentamente erose dal vento e dalla sabbia, ma ancora spettralmente in piedi. Ormai dirute le fabbriche. In tutti questi anni la pesca è continuata, ad opera dei grandi pescherecci d’altura o delle piccole imbarcazioni angolane, basate a Tombwa, ma senza sbarcare sull’isola.

Tombwa è l’ultimo luogo abitato della costa angolana. Ci capitai una volta, fra la polvere del deserto, la nebbia ed il puzzo di pesce. Ci sbarcano quantità colossali di pescetti di poco pregio ma di bassissimo costo che, seccati o congelati, vengono ridistribuiti in tutta l’Africa dove rappresentano spesso la proteina animale di miglior prezzo. Una specie di benedizione per quelle popolazioni. L’unico divertimento possibile a Tombwa è prendere la macchina e correre come disperati sull’enorme bagnasciuga, allontanandosene solo per scalare e poi discendere in picchiata le altissime dune. Chi ci ospitava ci portò a fare questa specie di ottovolante. Arrivò la notte e uscirono dalla sabbia, sul bagnasciuga, alcuni miliardi di granchietti bianchi. Noi viaggiavamo a folle velocità, nel nero assoluto e vedevamo questa distesa di granchietti alla luce dei fari. Ne uccidemmo un battaglione, che porto dolorosamente sulla coscienza.

Torniamo all’Isola Dos Tigres.

Lungo il bagnasciuga, nella zona della Ilha dos Tigres. Foto di Nuno Silva 1976 da Tripadvisor.

Quando i pescatori portoghesi ed i loro collaboratori angolani se ne andarono, lo fecero con molta sollecitudine. In altre parole: scapparono, con poche cose. Lasciarono lì quasi tutto, che fu poi immediatamente razziato dalla gente di Tombwa. Lasciarono anche dei cani che si ritrovarono, da un momento all’altro, senza padrone e senza cibo.

La storia che mi hanno raccontato è che questi cani, già abituati a convivere con dei pescatori, lo divennero a loro volta, spinti dalla fame. Finirono per organizzarsi in mute, tuffarsi nel mare e prendere quei pesci che si avvicinavano a riva. La vita per questi cani era molto dura (non so come facessero per l’acqua) e, di generazione in generazione, erano diventati estremamente feroci. Non avevano ormai nessun contatto con gli uomini.

Alla fine della guerra civile, nei primi anni 2000, la situazione del paese si normalizzo e le zone abbandonate cominciarono ad essere nuovamente percorse. In vista della ripresa delle attività di trasformazione del pesce nell’isola (che, cmq, non c’e’ mai stata) dei militari vi sbarcarono e sterminarono a fucilate i cani selvaggi.

Questa è la storia come me l’hanno raccontata.

Il turismo non è del tutto assente nella regione. Sull’isola non ci va nessuno perché è logisticamente difficile portarci una barca per attraversare lo stretto. Ma sulla costa c’e’ una certa presenza di turisti che vanno da Tombwa verso la Namibia e la sua Costa degli scheletri; alcuni sudafricani vengono da casa loro e percorrono tutta la costa. Non ci sono strade all’interno e quindi passano tutti quanti sul famoso bagnasciuga. Usano soprattutto le Land Rover. Bisogna saper guidare sulla sabbia. Dove le dune si gettano a picco nell’acqua, devono essere aggirate alle spalle. La sera organizzano un campo. Fra Tombwa e la prima città della Namibia, dove ricomincia la strada ci sono circa 500 chilometri di assoluto fuoristrada.

La zona è molto suggestiva, ma francamente monotona. Ma il percorrerla permette di arrivare alla foce ( e di risalire) il fiume Cunene che segna il confine fra Angola e Namibia. E questi son raccontati come posti assolutamente spettacolari. Più all’interno ci sono distese sconfinate di savana ed ancora deserto, con molta fauna e stupendi paesaggi.

Difficile e carissimo andare in quei posti. I turisti italiani vanno numerosi in Namibia, da qualche anno. Molto più semplice da viaggiare, molto più calma. Ma molto meno interessante.

L’olio di palma

Frutti di palma da olio. Questi vengono bolliti per l’estrazione. Foto di oneVillage Initiative – Jukwa Village & Palm Oil Production, Ghana via Wikicommons.

Ogni turista che si sia aggirato nei paesi tropicali sarà passato accanto o avrà attraversato, una piantagione di palma da olio. Proprio quella che produce il famigerato olio di palma, scacciato dai nostri cibi da qualche anno; in seguito ad una campagna irrefrenabile contro quest’olio.

Dal momento che è bene capire quel che si vede durante il viaggio (se no tanto vale restare sul divano) proviamo un po’ ad esaminare queste palme che l’ignaro viaggiatore avrà trovato bellissime ed avrà fotografato volentieri, probabilmente senza rendersi conto che stava ammirando il diavolo in persona (ironico).

Non perdiamoci nella suspense e riveliamo subito perché è nata quella campagna. Rivelazione sconcertante. E’ stata concepita, organizzata, finanziata e condotta dall’associazione americana dei produttori dell’olio di colza. Al semplice scopo di distruggere il loro principale concorrente: l’olio di palma, appunto. Trappolone nel quale i benpensanti europei sono caduti diventando, ignari, gli utili idioti al servizio dei latifondisti americani, principali sostenitori dell’agricoltura a base di chimica e di massimo sfruttamento della “risorsa suolo”. Pensate che bella cosa! Sai come se la ridono quei grassi americani con le loro camicie a scacchi!

Premessa necessaria: l’umanità ha sempre sofferto per la mancanza di materia grassa. E’ gustosissima, molto nutriente, delicata al palato. Ha anche molti altri usi: come lubrificante degli ingranaggi dei carri; come preservante antiruggine per spade ed elmi; per fare il sapone; per l’illuminazione nelle lucerne; per conservare il cibo (sottoli e sotto strutto); per proteggersi dal freddo spalmandoselo addosso; per ammorbidire il cuoio di scarpe e borse. Noi abbiamo materia grassa in abbondanza e ci preoccupiamo degli aspetti sanitari del suo abuso. Ma fino a pochi decenni fa il burro, l’olio, lo strutto erano beni preziosi e, soprattutto, rari e cari. Basti vedere l’importanza che viene data a queste sostanze nella cultura popolare. E si pensi che le balene sono state quasi sterminate non per la carne, ma per l’olio che se ne ricavava.

L’olio rosso, non raffinato, appena estratto. Foto di Palm Oil via Wiki Commons

Ogni popolo aveva le sue fonti di materia grassa: i siciliani usavano l’olio di oliva; i trentini il burro di latte di vacca; i tedeschi lo strutto di maiale.

Gli africani hanno avuto in dono (uno dei pochi ricevuti) la palma da olio che cresce spontanea nell’Africa centrale, nelle loro foreste e boscaglie. La pianta produce dei grappoloni di frutti arancioni dalla parte del picciolo e neri verso la punta. Sono una sorta di datteri, ma più arrotondati e duri. Gli uomini ancora oggi vanno a raccogliere i pesanti grappoli nella boscaglia e li concentrano in certi luoghi. Lì vengono messi a bollire in un bidone da 200 litri, tipo quelli dei meccanici, sotto al quale viene fatto un bel fuoco. Si bolle a lungo e le donne rimestano il calderone fino a che la polpa del  frutto si sfibra e libera l’olio che viene a galla. (Nel frattempo gli uomini si dedicano alla estrazione del vino di palma esattamente dallo stesso tipo di pianta che fa l’olio. La stessa pianta che fa l’olio ed il vino!). L’olio che affiora viene recuperato con delle votazze e si mette nelle taniche per esser trasportato e venduto. Quest’olio è denso, rosso, ancora ricco di acqua ed alle temperature ambientali europee tende a solidificare. Il sapore è intenso, gustoso, tropicale, ha sentori di affumicato. Lo si trova nei negozi etnici con il nome di olio di palma naturale od olio rosso e può essere usato nelle nostre ricette dando un gusto particolarissimo. E’ del tutto sano, legale, autorizzato, permesso, buono. Io stesso lo utilizzo spesso, soprattutto per fare gli spinaci saltati con l’aglio.

Quelle palme native in Africa sono state portate e diffuse in tutto il mondo tropicale (equatoriale, a dirla esattamente): si tratta di una pianta che teme il fresco e che ha bisogno di moltissima pioggia (4 o 5 volte quella che cade a Roma). Quando si rispettano queste esigenza diventa generosissima: cresce a dismisura, diventa imponente e bellissima e produce a ritmo continuo un gran numero di grappoli ricchi di molto olio. Il processo di estrazione è diventato industriale e l’olio rosso viene raffinato nel comune olio al pari di tutti gli altri oli di semi.

Bellissima piantagione di palma da olio, durante la raccolta. E’ evidente come questa pianta copra bene il suolo e lo protegga, a differenza della soia ed anche dell’olivo. Foto di Papischou via Wikicommons.

L’olio di palma, grazie alla generosità della pianta che lo produce, è straordinariamente a buon mercato. Si tratta certamente della materia grassa più a buon mercato e più ampliamente diffusa che si trova in circolazione.

Grazie all’olio di palma l’umanità è uscita dalla sua perenne fame di materia grassa. E’ grazie all’olio di palma se le popolazioni povere di tutto il mondo si possono permettere di friggere o mangiare ben condito. (o volevate che gli indiani usassero l’olio extravergine d’oliva toscano a 15 euro il litro?) E’ grazie all’olio di palma che la popolazione mondiale ha la possibilità di lavarsi con dei saponi di buona qualità e di prezzo moderato. Non mi sembrano affatto cose di poco conto.

Non mi voglio addentrare nelle supposte modeste qualità nutrizionali dell’olio di palma in quanto non ne conosco i termini. Ma è certo che in nessun paese del mondo l’olio di palma è fuorilegge. Questo vuol dire che male, non fa.

Il grappolo parzialmente schiccolato. Foto di T.K. Naliaka via Wikicommons.

E’ indubbio che l’impianto delle enormi piantagioni di palma africana in Asia ed in America Latina abbia distrutto la flora originaria. E’ indubbio ed è un grande crimine. Ma non superiore a quello che fu commesso in Italia centrale quando i meravigliosi boschi di lecci e querce furono implacabilmente sostituiti dagli olivi. E non superiore alle distruzioni delle foreste brasiliane o alle praterie argentine perpetrate per piantare la soia che pur piace tanto alle elite culturali europee. O alla distruzione della boscaglia senegalese per produrre le arachidi da cui si trae l’olio.

E’ anche certo che gli oranghi hanno sofferto. Esattamente come i bisonti sulle cui praterie ora si coltiva la colza ed il girasole.

Ma nessuna si preoccupa di questi dettagli. Tutti a dar contro all’olio di palma; tutti inviperiti contro una delle più importanti risorse alimentari del pianeta. Nessuno pensa che quelle piantagioni danno lavoro (sia pure sfruttato) a legioni di operai agricoli. Nessuno riflette sul fatto che ci sono dei paesi per i quali l’esportazione dell’olio di palma rappresenta una delle poche merci da scambiare con il mondo; magari per procurarsi medicine e pezzi di ricambio.

No. I benpensanti e chic colti europei, nutriti ad olio d’oliva, il più caro degli oli comuni, hanno da ridire se gli africani finalmente possono mangiare le frittelle (che amano tantissimo, ovunque) fritte in un olio di palma decente.

Ma che vadano a fare in culo.

PS. Esiste una organizzazione che certifica l’olio di palma sostenibile.

Domenica pomeriggio con i Pigmei

Pigmeo Africa centrale
Non ho fotografie mie di quella domenica. E detesto le foto dei “selvaggi”: sono persone. Ho deciso quindi di mettere un disegno, risalente ai viaggi degli esploratori bianchi in Africa Centrale. Si tratta di un documento storico.

Cosa c’e’ di meglio che passare il pomeriggio della domenica in compagnia dei Pigmei, nella foresta? E’ la domanda che ci facemmo con la mia fidanzata, quando abitavamo a Lambarené, in Gabon.

Avevamo saputo di un gruppo di tale simpatica gente che si era insediato lungo una pista forestale, non lontano dalla città. Mi feci indicare qualcuno che frequentava quella zona, lo contattai e fissammo. Da persone civili quali siamo, mi feci consigliare su cosa portare, per non arrivare a mani vuote. Acquistai quindi un paio di lampade a petrolio, tipo minatori di carbone, un po’ di stoppino e una stagnina di petrolio; aggiunsi un sacchetto di qualche chilo di riso.

La storia era questa, press’a poco. I Pigmei sono gli antichi abitatori della densa foresta pluviale del Gabon (e non solo). Il loro territorio è stato eroso dalle successive invasioni dei popoli del sud del paese e poi dall’ultima invasione dei temibili Fang che hanno occupato la parte nord del paese mangiando (letteralmente) tutti quelli che non fuggivano. Tutti questi popoli sono agricoltori e sono sempre rimasti ai margini della foresta; abitavano le zone dove c’era almeno un po’ di savana, nella quale si sentivano più a loro agio, pur coltivando (e distruggendo) scampoli di foresta (che trasformano rapidamente in savana).

I Pigmei, no. Loro stanno dentro la foresta, non ne escono e ci si trovano benone. E’ il loro regno e lo conoscono alla perfezione. Gli altri Gabonesi sono spaventati dai pericoli insiti nella foresta (uno dei quali sono i Pigmei stessi) e riconoscono a questa gente delle straordinarie doti di adattamento a quell’ambiente. Dicono che un pigmeo può nascondersi dietro ad una sola foglia.

La domenica prendiamo il tipino con il pick-up 4×4, andiamo verso sud e poi deviamo su una di quelle piste che le compagnie forestali aprono per poter penetrare nella foresta e tagliare quei pochi alberi che conveniva loro vendere. Oggi la situazione è assai cambiata; sono entrati i cinesi che tagliano e portano a casa assolutamente tutto ciò che spunta dalla terra. Basti pensare che in questi mesi stanno comprando anche gli abeti (il cui legno è poco pregiato) abbattuti da Vaia, in Italia, nonostante i costi italiani.

In una oretta arriviamo al villaggio pigmeo, composto da tre o quattro capannucce di frasche, tipo capanni da cacciatori dell’Appennino. Una dozzina di persone fra uomini, donne e bambini stanno lì intorno. Ci accolgono con il sorriso e grande gentilezza. Sono piccoli, ma non piccolissimi; minuti nelle membra e nel volto, sembrano molto agili, si intuiscono scattanti. Si muovono un pò a scatti; per certi aspetti mi ricordano gli indigeni della foresta amazzonica, a dimostrazione che l’ambiente condiziona anche l’umanità. La pelle è molto più chiara di quella degli altri gabonesi ed i tratti del volto ci appaiono simpatici. Sono vestiti di stracci. Devo dire che mi vergogno un po’ di aver fatto questa descrizione fisica dei Pigmei come se fossi un antropologo anglosassone ottocentesco, ma so che ciò risponde alle domande, magari inespresse, dei lettori.

Accoglienza gentilissima, quindi. parliamo soprattutto con gli uomini, sorridenti e dai modi molto civili. Ricevono con piacere le nostre lampade e le mettono nelle capanne. Il tipino che ci accompagna deve essere imparentato con loro e traduce abbastanza facilmente fra la loro lingua ed il francese. Cerco soprattutto di capire per quale motivo hanno deciso di lasciare la foresta per stabilirsi lungo la pista. Intuisco le ragioni e mi riempio di tristezza, ma anche di solidarietà umana.

Oigmei, Repubblica Centrafricana
Questa foto si riferisce ad un luogo di vita di Pigmei della Repubblica Centrafricana. Si tratta di una foresta molto meno umida, densa e sviluppata di quella gabonese di cui si parla nell’articolo. Si noti la forma tradizionale della capanna, ma anche la presenza di elementi moderni: una stagna, delle pentole. Foto di Jmgracia100 via WikiCommons.

Non bisogna pensare che i Pigmei siano privi di contatti con il resto della popolazione: forniscono agli altri gabonesi gli animali cacciati e le erbe medicinali. In cambio ricevono vestiti, pentole, machetes, lampade, alcool, medicine, sale. Stare vicino alla strada facilita di molto questi scambi. Ma vi è anche un motivo più profondo ed è ciò che provoca la mia tristezza. Quel gruppo di pigmei è caduto nella seduzione del modo di vita occidentale. I nostri mezzi, la velocità del nostro vivere, l’apparente onnipotenza della nostra cultura (sia pure mediata dagli altri gabonesi) ha vinto sulla cultura vecchia di molti millenni dei Pigmei. Hanno dato le dimissioni da ciò che erano e si sono accodati al nostro treno. E’ la loro scelta, non possiamo obbligarli a restare nella loro “riserva indiana”, ma è evidente che un pezzo di umanità è stata perso. Vorrei consigliare loro di lasciar perdere e di seguire i loro antenati; ma non solo non mi compete e comunque non mi darebbero retta; ma non sono nemmeno sicuro che non abbiano ragione a volersi integrare nella globalizzazione. Il problema è che non ci riusciranno e finiranno sgretolati dalla macchina del progresso.

A questo punto succede una delle faccende più curiose a cui abbia mai assistito. La mia fidanzata era ecuatoriana e si dilettava nell’uso di piante medicinali, con un certo livello di esperienza. Si mette quindi a discuterne con un pigmeo, sempre grazie alla traduzione del tipo. Parlano delle virtù dell’albero della papaya presente tanto in Ecuador, quanto in Gabon. Viene fuori una discussione anche accesa sul fatto se siano più medicamentose le foglie ed il frutto (come dice la mia fidanzata) o le radici (come sostiene il pigmeo). La discussione si fa calda ed il traduttore fatica un po’ a stare dietro ai due che finiscono per comunicare più semplicemente a gesti. Ognuno difende la propria cultura fitomedicinale con veemenza ed io li osservo sbalordito, ma felice: non esistono frontiere fra la gente, ed ancor meno fra la gente tropicale!

Un altro pigmeo mi fa provare il suo arco. E’ un bastoncino ricurvo di meno di 60 centimetri; il filo è un tendine di animale; la freccia una sorta di spiedino da arrosto in bambù. Mi mostra una scatolina dove c’e’ del cotone imbevuto di veleno. Mi spiega che intingono la punta della freccia per avvelenare l’animale. E’ una caccia da foresta: si avvicinano in silenzio all’animale (scimmiette, uccelli, piccole gazzelline) e tirano la freccia avvelenata. Non è affatto necessario che colpisca organi vitali, del resto è troppo piccola e leggera per farlo. Basta che ferisca. Il cacciatore seguirà l’animale fino a che cadrà morto per avvelenamento. Mi fa un po’ di tiro al bersaglio contro un albero e mi regala il suo arco con una decina di frecce contenute in una faretra di bambù da appendersi al dorso con delle funicelle tipo vimini. La faretra mi si romperà appena arrivata a Firenze, schiantata dalla mancanza di umidità di un appartamento riscaldato.

Vado a vedere un campicello che hanno preparato, fra le capanne ed il fiume. Diventando stanziali ed abbandonando il loro modo di vita tradizionale, hanno fatto il passo da cacciatori / raccoglitori a contadini. Ho potuto vedere con i miei occhi il passaggio fra il Paleolitico ed il Neolitico: l’inizio della dannazione dell’umanità; la scoperta del lavoro. Per loro Adamo aveva appena mangiato la mela.

Non avevo mai visto un campo così strampalato. Invece di abbattere gli alberi per far posto alle colture si erano arrampicati fino ad una decina di metri di altezza e li avevano capitozzati (in modo da durare meno fatica). Sotto avevano seminato assolutamente alla rinfusa quel che era capitato loro sottomano, lasciando che le erbacce prendessero il sopravvento. Apprendisti contadini. Il cuore mi si strinse.

E mi si stringeva ancora di più al pensiero di ciò a cui i temibili Fang sottopongono queste mitissime persone. Sono convinti che il mal di schiena di un uomo si curi scopando una pigmea. Quindi vanno nei loro villaggi, violentano la prima donna che trovano e se ne vanno.

Alla fine del pomeriggio, ci salutammo come cordiali vicini e ce ne andammo. Non tornammo più ed io sono sicuro che quelle persone sono tutte morte di alcolismo, AIDS, mendicità, malattia, alienazione e tristezza.

L’oasi di Tozeur zoppica

Le palme dell’oasi di Tozeur.

Le oasi sono una delle meraviglie del mondo. Quella di Tozeur è una delle piu’ belle per dimensioni, organizzazione, storia. E’ nel sud della Tunisia. Fu citta’ romana, tappa dei commerci nord africani, citta’ medievale di primaria importanza, culla di scuole filosofiche. Ora é tappa di un turismo cialtrone e distratto che passa accanto ad un tesoro, senza nemmeno accorgersene. Fa male al cuore.

Tozeur sta sul margine di una conca. Sul fondo giace una enorme distesa di sale, il Chott el Djerid, altra meraviglia da visitare con raccoglimento. L’acqua, proveniente dalle montagne dell’Atlante sgorga sul lato della conca e, prima di finire sul fondo salato, da vita all’imponente palmeto di Tozeur: 1000 ettari con 400.000 alberi.

Il contrasto fra i dintorni montuosi e riarsi o con il Chott piatto e bianco di sale, é scioccante. La macchia del verde dell’oasi é una gioia per gli occhi. Passeggiare fra le fitte palme é un grande piacere per il corpo e per l’anima. Le diverse parcelle, pur recintate, sono di libero accesso e vi si puo’ passeggiare con calma; saremo sempre oggetto della spontanea ospitalità tunisina. Nel palmeto ci si sente salvi, fra gli alberi. L’aspra natura esterna si trasforma nella gentile natura dell’oasi. Il passaggio é commovente. Bisogna passare giorni e giorni nell’oasi per apprezzarne il grande valore. Ogni mattina la ritroviamo con gioia.

Il Chott el Djerid, il grande lago salato dove va a finire l’acqua residua dell’oasi di Tozeur.

Il palmeto di Tozeur é anche un grande esempio di sapienza agricola antica. Le coltivazioni si svolgono su tre piani: nel primo, superiore, ci stanno le palme da dattero. Sotto le palme ci sono gli alberi da frutto: dolci fichi, succosi melograni, delicate albicocche e pesche, meravigliosi agrumi. Al piano inferiore ci sono gli ortaggi per gli uomini e le erbe per le pecore, i cavalli, i bovini. La luminosità é così intensa che anche gli ortaggi e le erbe del piano inferiore hanno la loro parte di luce e possono crescere senza inconvenienti. Il terreno é suddiviso in quadrati dotati di bordi leggermente rialzati. Queste parcelle vengono inondate d’acqua fornita secondo il turno dell’irrigazione; si cammina su questi arginetti.

Non si poteva costruire nel palmeto: non uno spicchio di terra irrigua doveva essere utilizzato per altro che non fosse l’agricoltura. Le case e le stalle si costruivano subito fuori dall’area dove poteva arrivare l’acqua. E ci fu un saggio, ai tempi di Dante Alighieri che trovo’ il sistema definitivo per distribuire equamente l’acqua, in modo che tutte le parcelle potessero averne in misura sufficente ed a tempo debito. E quel sistema é andato avanti fino a pochi anni fa. Per evitare l’accumulo dei sali nel terreno, una certa parte dell’acqua deve colare via, andando a finire nel lago salato, lavando la terra agricola dai residui non graditi.

Le palme offrivano combustibile, fibre per tessere, foglie per coprire ed intrecciare. Dalla linfa si otteneva un vino di palma il cui uso era consentito, in certe circostanze, anche dall’Islam.

Le 200 diverse varieta’ di datteri che erano presenti nell’oasi maturavano in tempi diversi, assicurando la scalarità di raccolta e di consumo. Si dice che grandi carovane di cammelli carichi di ceste di datteri lasciavano Tozeur per portare questa ricchezza in molti e lontani paesi. Ancora oggi, al mercato di Tozeur si trovano datteri di strane forme, colori e consistenza; ben diversi dal Deglet Nour che é l’unica varietà che compare sulle noste tavole natalizie. E si trova anche la marmellata di datteri, le mandorle fresche di cui si mangia anche il guscio, il latte di cammella, salato e dal sapore di fieno.

Non vi pare un meraviglioso luogo dove i turisti potrebbero passare due o tre belle giornate? Ebbene, no! I pur numerosi turisti sfiorano appena questa oasi, magari soltanto per visitare un triste luogo che é stato costruito all’interno del palmeto che espone dinosauri e un parco tematico religioso. I turisti vengono principalmente portati a visitare delle piccole e misere oasi montane, nei dintorni di Tozeur, con poche palme arroccate fra polverosi dirupi rocciosi, percorsi da miseri corsi d’acqua ed invasi da fastidiosi venditori della solita paccottiglia da turistame, come succede continuamente in Marocco. Certe scelte delle agenzie di viaggio sono incomprensibili. Hanno a disposizione un tesoro e si afferrano alla polvere. Nell’oasi si potrebbero svolgere bellissime passeggiate, pic nic raffinati sotto le palme, banchetti a base del cinghiale che é animale diffuso e nocivo nel palmeto, degustazioni dei diversi tipi di datteri ed altre frutte, spiegazioni ecologistiche sulla raffinata gestione dell’oasi; sarebbe un grande piacere. Invece niente, una passata veloce e povera di contenuti, quando va bene. Altrimenti proprio niente, nemmeno c’entrano nel palmeto.

Sopra le palme, nel mezzo i fichi e sotto l’erba per le pecore.

Ma tutta l’oasi é in grave crisi. Invece di affidarsi all’acqua che sgorga naturalmente, si sono fatte perforazioni profonde e l’acqua scarseggia in certi anni; si sono impiantati altri e nuovi palmeti che hanno perturbato la distribuzione dell’acqua; le vecchie varieta’ sono sostituite dalla Deglet Nour, da esportazione, mettendo in pericolo la bio-diversità; si é permesso di costruire nel palmeto, perdendo terra irrigua e sciupandoi il paesaggio. Il vecchio sistema della mezzadria che dava al lavoratore tutta la produzione della frutta e delle erbe é in crisi: si ricorre maggiormente al lavoro salariato, diminuendo fortemente la cura del palmeto; i giovani preferiscono gli impieghi nel turismo o l’emigrazione. Ed anche il tursmo é in profonda crisi a causa dell’abbandono da parte dei turisti dei paesi arabi per paure vere, presunte o create ad arte.

Alberghi di centinaia di camere ormai ridotti in rovina.

Insomma, un gioiello del Magreb sta perdendo colpi da tutte le parti e si lascia sfuggire le nuove opportunità. Cosa possiamo immaginare di piu’ interessante di un agriturismo nell’oasi? Ed invece nessuno ci sta pensando…..