Il paese che non dovrebbe esistere

Vi è un paese curioso, molto bello, inaspettato, pieno di storie strane. E’ Scanno, in Abruzzo.

Non dovrebbe esistere: si trova in una posizione impossibile. La valle dei fiumi Sagittario e Tasso è relativamente ampia nella parte superiore, dove sta Scanno, ma si restringe, verso lo sbocco inferiore nella Valle Peligna, in una lunga e strettissima gola fra erte e grigie pareti di roccia. Tali Gole del Sagittario rendono difficilissimo l’accesso alla parte superiore della valle. Fino all’inizio del 1900 non c’era proprio la strada e si arrivava a Scanno solo grazie ad una mulattiera che serpeggiava sul fondo delle Gole disputandosi con il fiume il pochissimo spazio disponibile fra le rocce.

Ma perchè fu quindi costruito questo paese, che ha resti anche romani? Perchè sulle alture ci sono vastissimi pascoli nei quali hanno brucato ed ingrassato infinite greggi di pecore. Greggi che passavano l’inverno in Puglia e l’estate sui monti di Scanno: il vecchio sistema della transumanza. Con questa importantissima fonte di reddito si costituirono in paese delle belle fortune di alcune famiglie che arricchirono il borgo di importanti palazzi, chiese, muraglie. La pietra è il bel calcare bianco locale. Il paese vecchio è su una specie di promontorio, molto mosso, in forte salita. L’effetto è delizioso: strade e stradine, scalinate, belle case e palazzi, slarghi e strettoie. Il colpo d’occhio è meraviglioso. Impossibile accedere al centro vecchio in auto o moto.

E’ tutto così caratteristico che il paese è diventato, fin da metà ‘900, un terreno prediletto per i fotografi. Moltissimi dei grandi maestri vi sono passati e vi hanno scattato foto divenute celeberrime. Sulle loro tracce appassionati di fotografia attuali continuano a percorrere le stradine del borgo cercando ispirazione e inquadrature; chi organizza corsi di fotografia si onora di portare i propri allievi in questo luogo.

Questa faccenda della transumanza delle greggi faceva sì che quasi tutti gli uomini passassero l’inverno lontano da casa, lasciando il paese in mano ad una sorta di matriarcato di fatto. Le donne furono quindi obbligate a gestire i figli ed i beni in autonomia, sviluppando un forte carattere. Forse per questo motivo Scanno è l’ultimo paese in Italia nel quale il costume tradizionale venga ancora usato, quotidianamente, dalle donne più anziane. Il costume della festa è particolamrente ricco ed elaborato. Alcune volte all’anno viene organizzata una rievocazione durante la quale molte donne sfilano con i vecchi costumi pazientemente mantenuti, riparati, indossati. Immancabili, quindi, le foto a queste donne, fra le viuzze di pietra del borgo. Scorci antichi.

La ricchezza del paese la si vede anche dalla presenza di una importante tradizione orafa che ha prodotto alcuni gioielli tradizionali. Ci sono ancora alcune oreficerie artigianali, sul corso principale. E pare incredibile che un paese così isolato ed inaccessibile possa esser stato tanto ricco.

Ma le eccezionalità di Scanno non finiscono qui: poco sotto il paese c’e’ un bel lago nel quale si può anche fare il bagno. Dalla parte opposta c’e’ il Passo Godi, a 1600 metri, circondato da montagne che oltrepassano i 2.000. Insomma, montagne vere.

E’ relativamente vicino a Roma e nei periodi di gran caldo frotte di anziani romani si rifugiano fra queste montagne a prendere il fresco. Ed ancora: è la prima vera montagna per chi viene dalla Puglia; li vedi allora questi turisti, abituati alle strade diritte, avventurarsi esitanti ed impauriti sulla strada stretta e tortuosa che sale al paese. Oppure vengono d’inverno, a vedere la neve, su cui è anche possibile sciare.

Fin dagli anni ’60 Scanno ebbe un notevolissimo sviluppo turistico basato soprattutto su romani e pugliesi. E’ nata intorno al borgo vecchio, fortunatamente rimasto intatto, una corona di orribili costruzione residenziali ed alberghiere nello stile di quegli anni; certamente uno dei peggiori nella storia dell’umanità. Edifici nati male ed invecchiati peggio; un pò disabitati, un pò cadenti. Triste edilizia delle seconde case nell’epoca del boom.

E qui incomincia l’inarrestabile parabola discendente di Scanno.  La risorsa pecore e’ ormai ridotta ad un paio di aziende residuali. Il turismo stanziale langue; gli alberghi di un tempo sono ormai ridotti a misere pensioni dove si trascinano i tradizionali habituès, sempre più anziani e sempre meno numerosi, un anno dopo l’altro. Nessuna capacità di rinnovarsi, di creare attività. L’impianto sciistico è perennemente in fallimento; le possibilità di camminare d’estate sono poche, non essendo mai stati segnati i sentieri in modo accettabile; la cucina è modesta, poco curata e meno invitante; gli abitanti sono gentili come un cazzotto nello stomaco; un deposito di pezzi polverosi, aperto solo a chiamata, gioca il ruolo di museo locale; le produzioni locali di salumi e formaggi sono venduti a prezzi esosi per una qualità banale. Gli Scannesi si rifanno spesso ai loro antenati Sanniti e vanno fieri delle Forche Caudine. Trattano i visitatori un pò nello stesso modo.

Scanno è l’esempio vivente (morente, sarebbe meglio dire) del cambio di tipo di turismo: il tempo della vacanza residenziale lunga un mese è finito. Ora si vogliono numerose vacanzine di breve durata, ma di ricchi e variati contenuti. Non si vuole più respirare l’aria buona, si cercano esperienze appaganti. E queste esperienze vanno costruite, organizzate, gestite con professionalità. E quest’ultimo attributo sembra crudelmente mancare agli Scannesi.

Insomma, quello che è un unicum nazionale per i costumi tradizionali, un borgo superbo ed una bizzarria storica e geografica sta morendo soffocato dalla grettezza degli abitanti e dalla povertà culturale delle Amministrazioni Pubbliche. E la popolazione diminuisce ogni anno.

Scanno vale ampiamente una visita per poter meravigliarsi del borgo. Una visita breve, di un paio di notti (e vi consiglio questo B&B, in una casa del borgo). Aspettando che i suoi abitanti riescano a capire che bisogna offrire qualcos’altro di decente, oltre al borgo, a chi arriva fino a quassù.

Le terme Asmana a Firenze

La piscina principale. Foto dal sito delle terme.

A volte chi scrive è un po’ scoraggiato da quel che vede e poi vuole raccontare. E non sa se rassegnarsi o continuare a dire che le cose non dovrebbero andare così.

E’ quel che è successo all’Asmana: centro benessere, terme, ecc, in posizione centrale fra Firenze, Prato ed i Comuni della Piana fiorentina. Una zona molto abitata. E’ aperto da ben quattro anni, ancora non me ne ero accorto.

Accanto all’autostrada ed in vista della chiesa del Michelucci, le terme sono ospitate in una costruzione di stile “villetta abusiva anni ’70 disegnata dal geometra” e sono dotate di ampio e comodo parcheggio.

C’e’ una piscina principale dalle forme rotondeggianti parzialmente all’interno e parzialmente all’esterno. Esternamente due piscinette più piccole. Pochi giochi d’acqua: solo una rotonda in cui l’acqua forma una corrente che ti trascina e qualche postazione con le bollicine. Nessun getto dall’alto per il massaggio alla cervicale.  Un bar si affaccia sulla piscina principale. Ci sono poi tre o quattro saune abbastanza grandi, un paio di bagni turchi, una piscinetta interna. Lettini ovunque, alcune stanze per distendersi nel silenzio. Locali per i massaggi, un bar con panini ed un ristorante con un menu dall’aria salutista. L’edificio è tagliato in modo furbo, sembra molto più grande di quel che in realtà sia.  L’arredamento è strettamente minimalista – risparmioso del tipo di quello che si trova nei negozi tipo “Bamboo – India”. Non manca il Budda, le poltroncine di finto vimini, le ambientazioni marocchine.

E fin qui sarebbe tutto molto banale e già visto mille volte, ma potrebbe anche andare. Lo scoraggiamento comincia ora.

Le piscine sono tutte profonde 135 cm; l’acqua a me da all’ombelico. Ma soprattutto si risparmia sul riscaldamento: la temperatura è al limite inferiore del tiepido, un grado in meno e farebbe freddo. Non si ha la sensazione del calore, che è proprio il motivo per il quale si va alle terme. Stessa cosa per le saune; solo una sfiora gli 80 gradi, che è poco per una vera sauna. Le altre sono tiepide; ci si può stare a lungo e non si arriva quasi nemmeno a sudare. Perfettamente inutili; va da se che non c’e’ il secchio con l’acqua da gettare con il romaiolo sulle pietre. Le ambientazioni sono fantasiste: India (saune in India?), wine  sauna (????) in un edificio a sé, sauna alle erbe. La vasca dell’acqua fredda è lontana dalle saune interne e comunque nessuno la usa, visto il poco riscaldamento delle saune stesse. Molta scena e pochissimo contenuto.

Va un po’ meglio nel bagno turco dove la temperatura, complice il vapore, da una discreta sensazione. L’ambientazione è marocchina ed il tutto è chiamato Hamman; in una stanza viene anche fatto (pagando un extra) il lavaggio con la schiuma.

Ci sono andato a cavallo dell’ora di pranzo di un giorno della settimana e c’era abbastanza gente. Mi immagino la ressa il fine settimana. Ed infatti, all’entrata di alcune saune ho visto i famigerati paletti con i nastri per regolare le file. Quarti d’ora d’attesa per entrare in una sauna stracolma di gente? Sta di fatto che gli armadietti sono 900, ma che è impensabile che queste terme possano contenere tutta quella gente.

Molte cerimonie nelle saune, con il solito tipo aitante che sventola l’asciugamano facendo finta di essere Sandokan.

Errori gravi della direzione. All’entrata danno il braccialetto con il numero dell’armadietto. Pare che questi braccialetti siano conservati in ordine progressivo; quindi le persone che arrivano una dopo l’altra alla biglietteria si troveranno ad avere armadietti contigui disturbandosi a vicenda al momento di spogliarsi. Il bar della piscina principale è uno solo con due banconi: uno esterno ed uno interno. Ebbene, durante l’inverno si serve solo al bancone interno, nonostante che i barman siano prossimi anche al bancone esterno e che le persone volentieri vorrebbero bere qualcosa rimando all’esterno.

Prezzi da 21 euro per due ore a 34 per tutta la giornata. Cari gli extra, compresi i noleggi di teli e ciabatte.

Insomma, è sempre la solita faccenda. Si investe il meno possibile, molto fumo negli occhi, prosopopea ed arroganza, servizi modesti, scarsa cura dell’ospite. Massimizzare il profitto, minimizzare gli sforzi, circuire il cliente che, probabilmente, non ha idea di cosa sua una vera sauna, delle terme veramente piacevoli, o dei centri benessere da professionisti. Vi è soprattutto l’insopportabile arroganza dell’apparire senza essere. E la gente continua a cadere nella trappola, cieca e sorda ad ogni evidenza. Poi, intendiamoci, una mezza giornata ci si può anche passare, ma siamo lontanissimi da quel che dovrebbe essere un centro benessere…..

Everesting

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Sua maestà l’Everest. Foto di Rdevany – Wiki Commons.

Fra le mille forme di turismo vi è questa, sportiva e pazza. Si tratta di bicicletta, ma non di quelle gare/non gare che sono le Gran Fondo che muovono, solo in Italia, migliaia di ciclisti non professionisti durante tutta la bella stagione, con un giro economico impressionante. E non si tratta nemmeno del ciclo-turismo che consiste nel fare viaggi ciclistici su certi percorsi come lungo il Danubio o la Drava o mille altri, sempre più frequentati.

Questo modo di pedalare è del tutto particolare.

Si tratta di salire sull’Everest in bicicletta: da qui il nome Everesting. Siccome l’Everest rifiuta di farsi scalare in bicicletta, i cultori di questo sport scelgono una salita che piace loro, ne misurano con grande esattezza il suo dislivello (con questo strumento), dalla base di partenza al culmine di arrivo e la percorrono il numero di volte necessario affinché si raggiungano almeno gli 8848 metri di ascensione totale eguagliando così l’altezza dell’Everest.

Le regole sono poche e semplici. Qualsiasi salita va bene; una volta arrivati in cima, si deve scendere per la stessa via; la prova deve essere continua, ci si può fermare a riposare, ma non si può dormire; va fatto tutto in bicicletta, non si può né camminare, né fare la discesa in macchina; se durante la discesa c’e’ un po’ di salita questa entra a far parte dell’elevazione totale; il sistema che controlla la posizione e la velocità della bicicletta (GPS) deve essere sempre acceso.

Ecco la maglietta con la fascia grigia che solo chi ha fatto l’Everesting ha il legittimo diritto di indossare. E’ in vendtia sul sito degli Hells 500.

Una volta che si è effettuato il percorso si manda il file a quei pazzi che hanno inventato la faccenda; i quali lo controllano, lo omologano e lo pubblicano nell’apposito sito con nome del ciclista, nome del percorso, tempo impiegato, distanza percorsa, ecc.  A quel punto il ciclista può indossare una maglia con una striscia grigia orizzontale all’altezza del petto (che ti viene venduta, se vuoi).

I pazzi in questione sono un gruppo australiano, gli Hells 500 che curano il sistema, il sito, la lista dei ciclisti che son riusciti nell’impresa.

Perché si tratta di una impresa vera e propria. Almeno 8848 metri di dislivello sono una salita che mette paura, anche se spezzettata in tante più brevi salite. Il dilemma del ciclista è presto detto: è meglio scegliere una salita durissima che mi fa guadagnare molti metri di ascensione in pochi chilometri di pedalata o è meglio fare una salita più leggera, ma con la conseguenza di aumentare il numero delle ripetizioni ed i chilometri percorsi? La scelta è ardua e dipende dal propri stato fisico.

Guardando la lista degli Everesting si trovano numeri impressionanti: si va spesso oltre i 250 km percorsi e si arriva a superare le 30 ora di sforzo (senza dormire, ricordiamo). Poi. naturalmente c’e’ chi esagera ed arriva a superare anche i 10.000 metri di dislivello. Da non sottovalutare il peso psicologico di effettuare per decine di volte lo stesso percorso che deve finire per dare la nausea: credo che diventi un incubo.

La prova è  talmente dura che i tentativi riusciti fino ad ora non sono più di 3.000, in tutto il mondo. Son prove che si fanno in solitaria, ma ci vuole un supporto di persone per i rifornimenti, l’assistenza meccanica, il supporto morale, l’evacuazione medica se necessaria.

Naturalmente ci sono delle salite che sono diventate di moda per l’Everesting. Sul sito c’e’ anche uma mappa con tutti i percorsi realizzati; ognuno può scegliere quel che più gli si confà oppure crearne uno nuovo. Gli aspiranti Everesters vi andranno per fare i loro allenamenti ed infine per provare l’assalto al cielo, con la loro squadra di amici. Anche tutto ciò è turismo e del migliore!

Lo strano caso dei trasporti in Spagna

Il deserto alle partenze dell’aeroporto di Girona. Foto de El pais.

La Spagna è sempre fonte di molte meraviglie per il Viaggiatore Critico. Vede un sacco di cose e non ne capisce molte. Altre preferirebbe non vederle e non capirle. Il mondo dei trasporti spagnolo offre una quantità di spunti di riflessioni che accompagnano i suoi viaggi in quelle terre.

Paese grande e relativamente poco popolato (la densità della sua popolazione è inferiore alla metà di quella italiana) i trasporti sono sempre stati un problema: molti chilometri da fare e poca gente da spostare e a cui far pagare i biglietti. Durante il franchismo le strade erano in uno stato terribile e viaggiare in treno un’epopea. Sono famosi i racconti dei viaggi che i toreri facevano, in macchina, di notte, per passare da una plaza de toros all’altra; dove il viaggio era quasi più pericoloso della corrida. Ricordo code infinite alla stazione dei treni di Barcellona in cui si era costretti a raccomandarsi agli altri viaggiatori per poter saltare la fila e non  perdere il treno, dopo ore di attesa.

Nel frattempo tutto è cambiato, ma le stranezze restano.

Le infrastrutture del trasporto, dalla fatiscenza franchista si sono trasformate in faraoniche, capillari, ovunque nuovissime. Le stazione dei treni rivaleggiano con quelle dei bus per dimensioni ed efficienza. I treni sono avveniristici. Sembra di essere in Scandinavia: tutto nuovo, pulito, ordinato, spazioso e luminoso. Ma, ahimè, tragicamente vuoto.

L’aeroporto di Girona, lo scalo di Ryanair per Barcellona e la Costa Brava, ha pochissimi voli al giorno: in inverno anche solo tre, al massimo una decina. Eppure è un bellissimo e grande aeroporto. La stazione dei bus della stessa città accoglierebbe una trentina di bus in contemporanea, ma ve ne sono solo un paio in attesa di pochi viaggiatori. Dalla supermoderna stazione ferroviaria di Vigo-Urzaiz partono una decina di treni al giorno. La stazione dei bus della Coruna è così grande e vuota che si ha paura ad attraversarla. E non sono casi cercati con attenzione; sono quelli che mi sono capitati sotto gli occhi per caso.

Poi c’e’ la ridondanza. Dal Puerto di Santa Maria si può andare a Cadice, che sta lì di fronte, si vede bene, dall’altra parte della baia, usando il treno o il bus o il battello normale o il battellino storico. Ognuno con numerose corse al giorno (salvo il battellino storico che ne fa solo due). Altrove. sugli stessi percorsi ci sono sia i bus che i treni. Spesso due tipi di autostrade corrono quasi affiancate: una libera e l’altra a pagamento.

Vuoto anche la stazione dei bus della Coruna.

Insomma, sembra che si sia investito somme colossali per fare una rete infrastrutturale moderna, grandiosa e ridondante. Gli spazi costruiti paiono assolutamente incongrui con i pochi passeggeri accolti. Meglio per loro, certo, ma ci si sente spaesati in mezzo a tanto spazio vuoto, da percorrere con la tua valigina. La domanda è la seguente: chi ha pagato tutto ciò? Molto spesso l’Europa. Chi manterrà tutto ciò? Chi lo sa? Pulizie, manutenzioni, illuminazione, riscaldamento. Ora è tutto nuovo. Ma fra qualche anno cadrà tutto a pezzi per mancanza dei fondi per la manutenzione? E tante spese sono state fatte perché utili o per mantenere attiva l’enorme mole della corruzione che i molti scandali recenti hanno messo in luce nel sistema politico spagnolo?

Perché poi i trasporti mica funzionano tanto bene, nonostante le infrastrutture avveniristiche. Le corse dei treni e degli autobus sono poche, durante la giornata; le fermate dei treni sono molte e lunghe, allungando i tempi di percorrenza in modo abnorme. I giri che fanno i bus provinciali diventano esasperanti. Son perfino tornato a vedere dei treni che fanno manovra, accoppiandosi; cosa che in Italia non vedo da trent’anni.

Poi ci son le cose che sarebbe meglio non vedere.

Gli italiani sono profondamente convinti che gli spagnoli siano un popolo di allegri casinisti, giocosi e strampalati. Credono che siano tutti degli Almodovar. Non è così.

La società spagnola è profondamente autoritaria e conservatrice. Nei trasporti lo vedi bene: vigono regole strette, arbitrarie, eccessive, autoritarie. L’accesso ai binari è permesso solo poco prima della partenza del treno; i passeggeri si incolonnano in fila, in piedi, aspettando che venga  aperto il varco. Se per caso sei passato con la scusa di prendere un altro treno, ti rispediscono nella hall in malo modo. In tutte le stazioni c’e’ lo scan dei bagagli con almeno due tipi della Guardia Civil, quasi sempre molto scortesi. Il controllore si aggira in compagnia di due guardiani armati di sfollagente, anche in situazioni dove il passeggero più giovane ha i capelli bianchi. Sui treni i posti sono solitamente numerati, anche sulle brevi tratte. I passeggeri rispettano il posto assegnato, fino al ridicolo: quando il treno è semivuoto ti viene da sederti dove capita. Se arriva il proprietario di quel posto ti pianta una grana che non finisce più. Alle immancabili file alle biglietterie il passeggero non si avvicina allo sportello che si è liberato, ma aspetta di essere chiamato. Ma, in cambio, passeggero e bigliettaio si prolungano in conversazioni infinite ed assolutamente superflue a danno di chi aspetta; in piedi, perché non ci sono i numerini. Anche all’aeroporto di Melilla ti fanno aspettare nella hall ed hai accesso al gate solo poco prima che questo apra. Molto spesso devi farti tutto il lungo percorso obbligato fra quelle odiose strisce mobili, anche nel caso che non ci sia nessuno.

Insomma, tutte quelle piccole cose che denotano rigidità, esercizio arbitrario di un piccolo potere, mancanza di rispetto per gli altri, autoritarismo, scarso “saper vivere”. Si badi bene: non si tratta di regole utili a qualcosa. Si tratta semplicemente di soprusi di alcuni su tutti gli altri; di volontà di dominazione.  Resti duri a morire della tragica storia coloniale degli spagnoli e della ancora fresca dittatura franchista.

Molluschi comprati e mangiati al mercato di Pontevedra

Il bel mercato del pesce della Coruna.

Il Viaggiatore critico è molto felice di far sapere ai suoi pochi lettori della eccellente abitudine che ha trovato al mercato di Pontevedra, in Galizia, all’estremità nord-occidentale della Spagna. Coste aspre protese verso il freddo e burrascoso Atlantico. Terre di gente forte, poco comunicativa, molto di destra, non particolarmente conosciuta per la profondità del loro pensiero. Ma questa volta l’hanno indovinata in pieno.

Grandi pescatori, i Galiziani ed in pieno Oceano; infinite storie di lotta con il mare, spesso finita in tragedie. Un tratto del litorale galiziano è conosciuto con il nome di “Costa della morte”. Ma mare pescosissimo e ricco di eccellenti pesci, molluschi, gasteropodi, crostacei. In grande quantità e varietà e di eccellente qualità. Il piatto re della gastronomia locale è il famoso “polpo alla gallega”.

Non stupisce, quindi, che nelle città si trovino dei mercati del pesce affascinanti, ricchi, invitanti, animati. Molti venditori ed acquirenti esperti. Mercati veri, non inquinati dalla presenza di merce e cibo da turistame. In particolare quello di Pontevedra, caratteristica cittadina di gradevole visita.

Il mercato è in un forte edificio della tipica pietra bionda che i galiziani squadrano in blocchi megalitici ed usano senza risparmio. Bei banchi: nuovi, funzionali, puliti. Molta merce, ben esposta, senza sovrabbondare in ghiaccio, come da noi. Venditori abbastanza specializzati nel senso che ognuno ha il suo tipo di pesce e che ogni banco è diverso dagli altri: non è che tutti offrono tutto, a vantaggio della qualità, direi.

Ma il bello viene ora: il turista accorto seguirà questa bell’abitudine dei locali. Comprerà i molluschi, i granchi, i pesci che vorrà, scegliendoli con accuratezza fra i diversi banchi. Per quanto molto più riservati degli altri spagnoli, i venditori non si lasceranno sfuggire l’occasione di far quattro chiacchere con il forestiero e si prodigheranno in consigli culinari. Ed ho anche avuto l’impressione che non cercheranno per forza di appiopparvi la fregatura. Una volta fatta la vostra bella spesina, come se foste al mercato rionale di casa vostra, salirete le scale del mercato ed al secondo piano troverete due dei tipici bar spagnoli. Consegnerete la vostra bustina al barista che, nel giro di qualche minuto che voi occuperete a bere birra ed a mangiare las tapas offerte, cucinerà i vostri acquisti al vapore, bolliti o alla piastra. Arriveranno in tavola e voi li divorerete contenti come Pasque. Se avete problemi su come affrontare certi molluschi sconosciuti o i grossi granchi, il barista vi aiuterà volentieri.

Il mercato del pesce di Pontevedra.

Si tratta naturalmente di cotture molto semplici e ciò per due motivi: per prima cosa perché è un cocedero e non un ristorante: un luogo di cottura, non di preparazione. Per seconda cosa perché gli spagnoli amano mangiare i molluschi ed i crostacei bolliti e freddi: è loro costume. A volte, nei bar, gli apprezzatissimi gamberetti sono serviti  in ciotole d’acqua con i ghiaccioli dentro.

A noi fa un po’ effetto, ma bisogna riconoscere che con la semplice bollitura il sapore naturale dell’animale viene apprezzato nella sua essenza, privo di aggiunte. Mangiare diversi tipi di molluschi e crostacei diventa quindi una vera e propria degustazione di cose spesso introvabili da noi. Ho mangiato dei percebres fino a quel momento del tutto sconosciuti per me; delle deliziose cozze al vapore, carnose e saporite, dei cannolicchi che mi fanno impazzire, sia lessati che alla piastra, dei gamberetti. Ed avrei voluto continuare se non fosse per il colesterolo che non mi abbandona. Il tutto innaffiato dalla birra alla spina spagnola che scende come nettare nel gargarozzo. Nei tavoli accanto mangiavano enormi granchi tipo granseole o centollas. Molto richiesti i gamberetti locali, di colore bruno, da vivi e crudi; poi rossi come gli altri, da cotti. Non ho provato o visto provare pesci alla piastra, ma credo che sia possibile farli fare.

Il costo della cottura è poco più che simbolico, al barista interessano le consumazioni alcoliche. Il costo dei molluschi è invece tutt’altro che modesto. I percebres vanno spesso oltre i 50 € per un kg, nel quale non c’e’ poi molto da mangiare. Carissimi anche i gamberetti locali o le vongole che non vanno al di sotto dei 20 €, per le varietà migliori. A prezzi bassi, invece, le cozze.

Un vero piacere.

Cannolicchi al vapore.

Che avevo provato solo altre due volte. Una al Puerto de Santa Maria, in Andalusia, vicino Cadice, dove c’e un venditore di roba di mare da cui compri le fagottate di roba che vuoi e poi te le fai friggere direttamente lì; il notissimo Romerijo. Ma si tratta dello stesso negozio, non c’e’ il piacere dello scegliere fra merce di diversi venditori; finisce per diventare un ristorante qualsiasi. Ed anche ad Essaouira, in Marocco, dove al porto si comprano i pesci dai pescatori che arrivano e ci si fanno abbrustolire sui carboni da dei grigliatori appostati nelle vicinanze. Eccellenti, ma manca la birra.

 

 

 

 

 

 

Rivolta contro il turismo

 

La rivolta degli abitanti delle grandi città, travolte dal flusso turistico, si sta organizzando e diventa movimento politico. Il turismo che veniva lodato come rimedio economico per i territori non industrializzati viene ora indicato come fonte di nuovo impoverimento e come fattore di ulteriore ingiustizia sociale.  Non si parla di lotta ai turisti come persone (la manifestazione di Barceloneta lo insegna), ma di ferma opposizione a quei grandi agenti economici e alle loro manovre che, sotto il nome di sviluppo turistico, alterano il tessuto delle città turistiche e snaturano la vita delle persone che normalmente vi abiterebbero.

Si è creata una rete sud europea delle città contro la turistificazione: SET (qui la pagina – blog del nodo di Firenze con i link). Per il momento vi aderiscono movimenti, associazioni, gruppi, individui di: Barcellona, Palma de Maiorca, Lisbona, Venezia, Firenze, Valencia, Siviglia, Pamplona, Malaga, Madrid, Napoli. Il I, 2, 3 marzo 2019 vi sarà una riunione a Firenze. Qui il programma.

Il tema centrale è quello dell’espulsione degli abitanti dei centri storici per far posto ai turisti, negli alberghi o nei B&B. Il tema è antico ed ha preso negli anni diversi nomi. Molti decenni fa si incominciò a parlare del fatto che i legittimi abitanti dei centri storici ricevevano lo sfratto per far posto agli studenti fuori sede. Questi protestavano meno per la fatiscenza delle case e pagavano complessivamente affitti più alti. Più recentemente si è diffuso il concetto di “gentrificazione” intendendo con ciò il fenomeno per il quale vecchi quartieri della città vengono svuotati di attività produttive e dei loro lavoratori, per far posto alla borghesia, dopo un processo di “riqualificazione” urbanistica ed abitativa. Come se le fabbriche, i laboratori e gli operai fossero “squalificati” e i professionisti borghesi che andavano ad abitare nei loft fossero “qualificati”. Infine è degli ultimi anni la selvaggia riconversione degli appartamenti dei centri storici che sono finiti in gran numero su Airbnb, mentre i vecchi abitanti, spesso anziani, sono stati costretti a spostarsi nelle anonime periferie. E si badi bene che non sono i piccoli proprietari a mettere la loro abitazione su Airbnb, ma spesso sono gruppi finanziari che comprano molti appartamenti per piazzarli sul mercato dell’affitto turistico. Altri gruppi immobiliari sono allora intervenuti ed in combutta con gli enti locali hanno comprato vecchi edifici abbandonati in posizioni centrali trasformandoli nei cosiddetti “studentati”. Non sono le classiche Case dello Studente come il nome lascerebbe intendere, ma dei lussuosi residence dove una parte delle camere sono per gli studenti, ad alto prezzo. Mentre il resto delle camere è per normali turisti. Ancora una spoliazione del normale tessuto cittadino. Questo il caso di Firenze.

Gli altri, forti, inconvenienti riscontrati dagli abitanti delle città turistiche sono: i normali esercizi commerciali sono stati chiusi; al loro posto vi sono negozi e servizi per i turisti: negozi 24h, fast food o ristorazione dozzinale, souvenir, agenzie di escursioni. Il volto, in senso stretto, delle vie centrali delle città turistiche è completamente cambiato ed in peggio.

I prezzi sono aumentati, i trasporti pubblici sono invasi dai turisti, i servizi per i residenti scarseggiano.  Il turismo è soggetto a stagionalità; quindi i lavoratori sono chiamati con contratti di breve durata ai quali alternano periodi di disoccupazione. Molto diffuso il ricorso a manodopera straniera (soprattutto nelle cucine e come cameriere ai piani negli alberghi), in condizioni ambientali e legali precarie. Intasamento di tutto, presenza dei turisti ovunque, le enormi navi da crociera nella laguna di Venezia, i bus al Piazzale Michelangelo, il porto intasato di Bayahibe.

Ma questo è solo l’aspetto visto dalla parte dell’abitante della città turistica. Lo stesso selvaggio sfruttamento delle risorse colpisce anche il turista. Estrema massificazione, affollamento insopportabile, prezzi elevati, servizi scadenti e dozzinali sono l’altra faccia della medaglia. Quella che patiscono i turisti.

Succede spesso che nascano delle discussioni fra i lavoratori a contatto al pubblico ed i turisti. Da entrambi i lati vi è esasperazione: da una parte per eccesso di lavoro a basso salario; dall’altra per servizi scadenti a prezzi alti. E le scintille scoccano. Lo sfruttamento regna sovrano.

I cittadini si stanno organizzando per diminuire l’impatto del turismo; per i lavoratori è molto più difficile per la loro parcellizzazione, per essere stranieri, per subire facilmente i ricatti dei contratti stagionali, per essere tradizionalmente una categoria poco organizzata. Per i turisti è del tutto impossibile; il massimo che possono fare è lamentarsi su Tripadvisor. Eppure la resistenza alla turistificazione è la stessa battaglia per tutti.

 

 

L’esemplare turismo genealogico

In questo edificio, nel porto di Buenos Aires, venivano ospitati gli immigrati in attesa che trovassero lavoro e casa. Ora è il Museo dell’Immigrazione. Foto di Carlos Zito via Wikicommons.

Il turismo è come la vita: ricchissimo di sfaccettature. Vi è pure quello che si dedica ad visitare gli antenati.

Si sa, gli italiani sono un popolo di emigranti; ormai da un paio di secoli, anche se pare che se ne siano dimenticati. Ci sono più italiani all’estero che in Italia ed ogni giorni altri se ne aggiungono.  E Anche gli spostamenti interni delle genti italiche sono stati massicci, verso Roma o verso il Nord dove c’era lavoro.

D’altra parte, da una trentina d’anni, si è largamente diffuso l’interesse per la genealogia. Prima era stata una faccenda di sedicenti nobili che volevano dimostrare le loro antiche origini o reclamavano eredità in cause secolari; ora, grazie alla democratizzazione della cultura, anche i discendenti dei morti di fame ci tengono a conoscere le proprie, sia pur umili, origini. E se ne vantano, giustamente. Molto attivi i francesi, i quali, nella loro arroganza, non mancano di avere (tutti quanti) fra i loro antenati Carlo Magno. Ma anche in Italia gli archivi diocesani, storici comunali, di Stato, sono pieni di gente che fruga nel proprio, dimenticato, passato.

Il turismo non poteva non penetrare anche questo settore. Con tre tipi diversi di approccio.

La visita alle famiglie d’origine. Fa parte della tradizione dei vecchi emigrati italiani. Si tornava al paesello d’origine. Una vota l’anno, se si era emigrati in Europa, una volta ogni tanti anni se si abitava nelle Americhe, poveri loro. Si facevano conoscere i nipoti nati nel frattempo ai nonni rimasti alla vanga. Ci si vantava dei successi ottenuti, si tacevano le miserie e le umiliazioni subite. Storie di emigranti, il mito dello zio d’America. Questo tipo di turismo è ormai minoritario: le grandi ondate migratorie si sono estinte ormai da molti decenni ed i legami con le famiglie di origine sono esilissimi o meglio scomparsi. Gli emigrati recenti, invece, si giovano delle nuove tecnologie e delle compagnie low cost e tornano a casa, virtualmente o fisicamente, ogni giorno.

La ricerca genealogica. Per quanto esistano schedari on-line (il più incredibile è questo, frutto di una collaborazione inusuale fra Mormoni e Stato italiano) la ricerca dei propri antenati ha bisogno di molte ore chine su antichi manoscritti di impiegati comunali artritici o di parroci cialtroni. E’ quindi necessario spostarsi nei luoghi abitati dalla propria antica famiglia, soggiornarvi a lungo, andare ogni mattina all’archivio. Si soggiorna, si mangia, nel pomeriggio si visitano i luoghi che furono dei trisavoli o dei loro bisnonni. E’ un turismo speciale, ma è turismo.

Visita ai luoghi ancestrali. E’ il segmento più recente e maggiormente in sviluppo. Si tratta di coppie o famiglie che si recano a visitare i luoghi dove vissero i loro antenati, prima dell’emigrazione. Ormai non hanno nessun legame con i parenti rimasti, non sanno nemmeno chi siano.  A volte sanno il nome del paese di origine solo grazie a vecchi documenti o alle storie che giravano in casa. Altre volte, addirittura, la famiglia aveva perso ogni memoria e qualcuno di loro ha commissionato una ricerca genealogica che ha ritrovato i vecchi legami, spesso partendo dai registri degli sbarchi degli immigrati a Buenos Aires o a New York. E quindi la famigliola si reca in sommesso pellegrinaggio a vedere quei luoghi che un secolo e mezzo fa un loro antenato aveva abbandonato, inseguito dalla miseria, inseguendo un sogno. Succede anche che la stessa persona che ha eseguito la ricerca genealogica organizzi la visita di ritorno. Ciò avviene soprattutto per chi è emigrato in America del Nord e si ritrova spaesato in quel continente privo di storia e di memoria. Ma succede anche con i brasiliani; meno frequentemente con gli altri sudamericani, forse semplicemente per motivi di minori risorse da investire in una cosa apparentemente inutile come la ricerca dei propri antenati.

Paradossalmente il turismo genealogico si presenta come il miglior turismo possibile. Ecco perché: per prima cosa va spesso in luoghi reconditi e poco frequentati; quelli da cui venivano i poveri antenati emigranti che non lasciavano certo Venezia o Taormina. Relegati paesini del sud, strette valli friulane, pendici pascolative abruzzesi. Non c’e’ sovraffollamento, niente ingorghi di bus. Turismo disperso, al massimo.

Poi il turista genealogico è terribilmente rispettoso dei luoghi che visita (furono percorsi dai suoi avi) e delle persone che incontra (potrebbero essere suoi cugini). Si presenta con fare discreto, umile, commosso e grato. Esattamente il contrario del turista classico, cialtrone, arrogante e chiassoso.  Volge il suo intenso sguardo alle cose, ai colori, aspira l’aria con sommessa emozione. Accarezza le case in cui l’antenato visse. Si fa tutt’uno con il contesto: un pesce nell’acqua. L’emozione che provano i turisti genealogici è intensissima, ne parlano con tutti, come bambini felici.

Ed infine, il turista genealogico rimarrà per sempre attaccato al suo viaggio. Continuerà a parlarne a famigliari ed amici, conserverà un grato ricordo dei luoghi visitati. Ci tornerà ancora portando figli e nipoti. Sarà un ambasciatore nel mondo dello sperduto borgo montano.

E’ così che vorremmo i turisti e non come sono normalmente.

PS. Per approfondire, una tesi di laurea sull’argomento.

Le chiese fortificate in Romania

Una strada di un villaggio tedesco in Transilvania. Foto da un sito di approfondimento dei fatti balcanici di cui raccomanda vivamente la visita.

Nell’infinita babele dei popoli balcanici, che non smette di affascinarmi, ve n’è uno che ha lasciato delle opere architettoniche di grande interesse. Si tratta dei tedeschi della Transilvania: vi furono insediati dagli Ungheresi quando questi conquistarono quella regione nel XIII secolo. I tedeschi avevano il compito di controllare il territorio spesso preda delle scorrerie dei turchi e dei tartari, secondo i momenti storici.

Gli immigrati, da bravi tedeschi, si organizzarono perbenino e, nel tempo, costruirono circa 150 villaggi fortificati di cui 100 esistono ancora e 7 sono Patrimonio UNESCO. I villaggi erano composti da due o tre strade che confluivano in una piazza centrale. Le case erano unifamiliari, massicce, ad un piano, squadrate ed erano tutte in fila, vicine l’una all’altra lungo le strade. Il poco spazio fra una casa e l’altra era chiuso da dei robusti muri. In questo modo l’assalitore che avesse percorso la strada vi si trovava intrappolato e poteva uscirne o fuggendo da dove era venuto o proseguendo fino alla piazza centrale sotto il tiro proveniente dalla case; non gli sarebbe stato possibile uscire dalla strada e tagliare per i campi.

Nella piazza centrale c’era la chiesa, gotica ed assai massiccia anche lei.

La particolarità di questi villaggi consiste nel fatto che le chiese sono circondate da un’alta muraglia, a volte spessa molti metri e vuota all’interno. Nello spessore della muraglia trovavano spazio molte stanze dalle cui finestre i difensori bersagliavano gli assalitori. In quei vani trovavano anche ricovero i raccolti agricoli, ben al sicuro. La muraglia aveva delle porte, ben solide e difese.

Possente chiesa e possente mura. Tutto molto tedesco. Foto di Oswald Engelhardt via Wiki commons.

Quando arrivava un forte gruppo assalitore, tutta la popolazione si rifugiava nella chiesa fortificata dove trovava cibo per poter resistere a lungo. Fra la chiesa vera e propria e la muraglia c’era sufficiente spazio per ospitare gli animali.

I complessi delle chiese e delle muraglie sono molto belli, caratteristici ed unici e la loro visita è un momento importante in qualsiasi viaggio si voglia fare in Romania.

Ma la storia dei tedeschi della Transilvania non finisce così.

La fortificazione della chiesa di Prejmer, vista dalla parte interna. Foto di pubblico dominio via Wikicommons.

Mantennero per secoli la loro lingua, senza mescolarsi con i Romeni, al loro solito, ma mantenendo dei buoni rapporti con i vicini. Arrivarono ad essere, prima della II guerra mondiale, diverse centinaia di migliaia di persone. Il nazismo al potere in Germania rovinò tutto. I tedeschi romeni risposero volentieri, molto volentieri, troppo volentieri al richiamo nazionalistico della loro patria, pur essendosene allontanati da mezzo millennio. Accolsero a braccia aperte gli eserciti nazisti, al cui interno furono creati corpi da loro composti. E parteciparono alle nefandezze che quegli eserciti erano soliti compiere. Al momento della ritirata molti dei tedeschi della Transilvania seguirono l’esercito verso la Germania. Per quelli che restarono le cose non furono evidentemente rosee. Ma, passati i momenti più tesi ed arrivato Ceausescu al potere, i tedeschi della Transilvania, sia pure numericamente molto diminuiti, continuarono la loro vita di sempre. Nonostante quel che era successo durante la guerra, continuarono ad avere le scuole in tedesco, a vivere nelle loro case ea non subire discriminazioni. Un bell’esempio di tolleranza della Romania socialista.

Una tipica chiesa fortificata. Foto dal sito del progetto UNESCO.

Al crollo d quest’ultima, i tedeschi decisero di fuggire numerosi verso la ricchezza della loro patria riunificata, lasciando i villaggi fortificati e la miseria ai romeni. Ormai non ce ne sono quasi più, e quelli rimasti sono integrati e del tutto mescolati ai romeni-romeni.

I loro villaggi che non sono protetti dall’UNESCO si trovano in una condizione di grave sofferenza. Le vecchie case sono state occupate dai romeni che, con i soldi guadagnati con l’emigrazione le stanno “modernizzando” snaturandole. Certe chiese sono in rovina. Si perde così un’eccellente opportunità di sviluppo turistico diffuso in quella regione, (troppo spesso associata al solo richiamo di Dracula), come sta avvenendo nel Delta del Danubio.

 

Quel che il turista cerca e non trova (quasi) mai

Il turista è come Tantalo, sempre teso alla ricerca di ciò che desidera pur senza poterlo mai raggiungere. O come il gatto che corre per cercare di acchiappare la propria coda. Perché il turismo sega il ramo su cui è seduto, ma poi a cadere a terra è il turista. Parlo qui, naturalmente del turista attento e curioso, non di quello che va in Crociera o a Rimini. Quelli son vacanzieri.

E’ tutto un problema di backstage, del dietro le quinte, di ciò che succede lontano dagli occhi del passante, dell’estraneo. Il turista che va a visitare un luogo lontano, una città importante, un ambiente naturale sconosciuto, si pone mille domande. Se va a in India vorrebbe sapere cosa pensano in cuor loro gli indiani quando assistono alle loro cerimonie religiose o quando si siedono sulla spiaggia, a migliaia, al tramonto, a vedere il sole che sparisce nell’Oceano. Se  va sulle Dolomiti, dopo aver osservato il panorama, si chiede come sarà quel luogo nella mezza stagione e cosa fanno quelli che vi abitano, quando non ci sono più turisti. Se gli capita di mangiare una bistecca alla fiorentina in centro a Firenze e non è del tutto stupido, si chiede se i fiorentini mangiano quel tipo di bistecca e come realmente è quella che loro vogliono mangiare.

Perché il turista che non sia un cialtrone, vorrebbe capire quel che sta vedendo, desidererebbe sapere quel che avviene quando lui non c’e’, sarebbe la sua massima aspirazione riuscire a carpire i pensieri delle persone che lui incontra nel suo viaggiare. Non si vuole fermare all’apparenza, ha curiosità antropologiche ed addirittura etnologiche; vuole penetrare nel backstage. Tanto che fioriscono espressioni come: ” Visitare una città like a local“, “Dormire presso l’abitante” come se fossimo sui parenti; o si utilizza il metodo del “couchsurfing” dormendo sui divani altrui; certo, per risparmiare, ma anche per sentirsi, fosse solo per una notte, un abitante di quella casa, un membro di quella famiglia che la mattina, di fretta, si alza per andare a lavorare. E si affittano appartamenti su Airbnb, facendo finta di essere vecchi residenti nel quartiere, passando dal fornaio e facendo una capatina al bar per una birretta. Strattagemmi per sentirsi locali e non turisti che vanno, loro!, in albergo. E vanno molto quei siti e quei gruppi su FB dove si ritrovano gli expat di una certa città, ai quali i turisti chiedono consigli su cosa vedere e dove mangiare: “Dove mangiate voi residenti, non i turisti come noi”.

E ciò avviene perché ormai il turismo è una lebbra che divora se stesso. Là dove vanno numerosi i turisti, l’atmosfera cambia, le persone diventano ciniche, sfrontate, maleducate, avide; i ristoranti adattano i loro menu ai supposti gusti dei turisti, diminuiscono la qualità ed aumentano i prezzi; spariscono le piccole attività locali che fanno il colore di una città; tutto diventa, falso, artefatto, plastificato e mercificato. Le città subiscono la gentrificazione. L’omologazione è massima. Il turismo diventa inutile; nei luoghi visitati si vedranno solo altri turisti. Sarà diventato inutile viaggiare dal momento che tutto sarà uguale ed andrai solo a vedere persone come te che cercano ciò che non c’e’ più.

Ed eccoci al mito di Tantalo; il turista che cerca il diverso troverà solo l’uguale a se stesso, mentre il diverso si ritira e gli sfugge. Il backstage, quel che c’e’ dietro, non esiste più: è tutto oscenamente spiattellato davanti agli occhi del visitatore; è tutto ad una sola dimensione. Gli stessi locali non lo sono più; sono solo dei servitori del turista, assimilati a lui, nella lingua, l’inglese, e nei costumi.

Si dirà: ma le Piramidi, la Venere di Botticelli e le terme di Budapest sono ancora là, sono valori immutabili ed incorruttibili. Ebbene no; perché se intorno alla Gioconda c’e’ una selva di bastoni da selfie, la Gioconda non è più il miglior dipinto della storia dell’umanità: è un fenomeno da baraccone.

Questa degradazione del turismo sta ormai entrando nelle coscienze: il termine turistico era positivo fino a qualche anno fa come sinonimo di bello ed usufruibile. Ora ha preso un’accezione negativa, è sinonimo di dozzinale, affollato, di bassa qualità.

Le cosiddette nuove destinazioni sono immediatamente invase e fanno la fine di tutte le altre in un baleno. Lisbona ed il Portogallo ne sono un esempio. Niente sfugge alla penetrazione capillare dell’asfalto del turismo che penetra nelle più remote grinze del mondo.

Ed il turista intelligente ormai si è accorto di questa faccenda e se ne dispiace fortemente. E comincia ad immaginare che il turismo, dopo l’incredibile boom degli ultimi decenni, sia in via di declino e forse diventerà come le sigarette: una faccenda da vecchi, anche un po’ schifosa. Ed un intero settore commerciale mondiale crollerà.

Resta solo una via al turista. Andare dove è certo che nessuno va; andarci in bassissima stagione; rifiutare ciò che è citato dalle riviste, dai siti, dalle trasmissioni per turisti. Cercare le persone e non il paesaggio o l’opera d’arte. Perché di quelle ce ne sono moltissime e quasi tutte non ancora visitate e rovinate.

 

 

I soldi durante il viaggio

Non usare mai questo tipo di cassa automatica. Foto di FredTC via Wikimedia Commons.

Una delle preoccupazioni maggiori dei turisti riguarda la disponibilità dei soldi durante un viaggio. Come procurarseli e come evitare i diversi rischi. Pur nella grande variabilità delle circostanze vediamo di dare dei consigli SEMPLICI e PRATICI, nei limiti del possibile, perchè la materia è vasta, complessa e cangiante.

Portarsi dietro la mazzetta di € o $. Errore. Si corrono evidentemente molti rischi con il contante addosso o nelle borse o nelle fasce strette in vita, sotto i vestiti, come nel Medioevo. E comunque si starà sempre in apprensione. Se poi avremo cambiato in dollari avremo perduto qualcosa nel cambio. Ormai l’Euro è una moneta di importanza mondiale e in tutti i paesi viene accettata allo stesso livello dei dollari.

Portarsi dietro una piccola somma in €. Giusto. Avere comunque una piccola disponibilità di soldi può risolvere delle situazione complicate: un guasto alla macchina in campagna, una sosta in un luogo senza banche, un poliziotto da corrompere al volo. Si terrà sempre addosso, in fondo ad una tasca, nella scucitura di un giubbotto.

Cambiare banconote presso i cambiavalute. Mai. E’ certo che perderete molto. I cartelli che annunciano il valore delle monete spesso non riportano le commissione che poi vi troverete a pagare. Oppure ci sono delle tasse, più o meno fittizie che vi vengono addebitate. In alcuni casi succede anche che vi rifilano banconote false. Da evitare come la peste i cambiavalute che si trovano nei dintorni del ritiro dei bagagli, negli aeroporti, hanno commissioni elevate.

Cambiare la moneta del paese dove andate presso la vostra banca. Non si fa più. Prima era la norma. Chi doveva andare in Inghilterra passava la settimana prima al proprio sportello, ordinava un tot di sterline e tre giorni dopo tornava a prenderle. Evidentemente c’era il rischio di portarsi la mazzetta dietro.

Ritirare moneta locale dalle banche con la carta di credito. Bene, ma caro. La propria carta di credito permette di ritirare dei contanti, in valuta locale, sia alla cassa automatica delle banche sia agli sportelli. Bisogna ricordarsi il codice e si ottengono i contanti. I problemi sono due. Il primo è che molto spesso i possessori delle carte di credito non si ricordano il codice per il prelievo dei contanti. E quando se ne rendono conto è troppo tardi: è rimasto a casa, nel cassetto del comodino. Il secondo problema è che il contante ritirato è considerato un anticipo e viene addebitato sul conto anche un ulteriore 4% di “interessi”.

Ritirare moneta locale dal bancomat con la propria tessera. Perfetto, anche se ci sono alcuni ma ed il problema delle commissioni.

Il primo ma: bisogna andare SOLO alle banche. Bisogna evitare quelle casse automatiche con sopra scritto ATM, Euronet o cose simili. Non sono casse delle banche ed applicano tassi di cambio e commissioni mooolto sfavorevoli per il cliente.

Il secondo ma: Alcune casse automatiche tendono un tranello. Chiedono se vuoi cambiare al tasso del momento o a un tasso fisso che è indicato. Conviene SEMPRE cambiare al tasso del momento perchè in questo modo vige il tasso di quel momento fra le banche e non quello che mettono loro a loro vantaggio. Con questa scelta il tasso di cambio ti viene applicato dalla tua banca e non dalla proprietaria dello cassa automatica.

Il terzo ma:  Bisogna prelevare tutto quello che ti permettono di prelevare. Dal momento che ci sono delle commissioni fisse, indipendenti dall’importo, più volte prelievi, più volte paghi la commissione.

Il quarto ma: Alcune banche impediscono alle proprie tessere di prelevare all’estero, per motivi di sicurezza. Quindi il cliente, prima di partire si deve accertare se può prelevare all’estero e, in caso che non lo sia, farsi sbloccare la propria tessera.

Le commissioni? Naturalmente, usando il proprio bancomat come se si fosse a casa, ti vengono applicate delle commissioni. Ce ne sono di diverso tipo e di diverso nome. Sono cmq accettabili, non dovrebbero superare il 2% tutte insieme. Prima di partire sarebbe bene chiedere alla propria banca queli sono le condizioni dell’uso del bancomat e magari vedere se si può contrattare un miglioramento. Il vantaggio di questa forma di ritiro contanti è che il tasso di cambio è il migliore possibile, essendo fra le banche. Ed inoltre non hai bisogno di girare con le mazzette in tasca. Ed infine tu stai usando un mezzo di pagamento emesso dalla tua banca ed in caso di problemi devono rispondere di quel che succede ai tuoi soldi.

I primi soldi, appena arrivati. Bancomat in aerporto alla cassa automatica di una banca. E’ un momento un pò delicato. Si è appena scesi dall’aereo, si deve cercare un mezzo di trasporto per andare in città, non si conosce niente. Soprattutto abbiamo bisogno di soldi locali per evitare di dover usare degli euro, con tutti i rischi che il tassista ci speculi sopra o che la biglietteria dei bus non li accetti. Nel salone degli arrivi, subito dopo l’uscita dalla zona riservata ai soli viaggiatori, vi sarà certamente una cassa automatica. Usarla senza inconvenienti, con il proprio bancomat, stando attenti che sia di una Banca e non di una azienda di servizi (Euronet o altri) e seguendo i “ma” del punto precedente.

Bisogna pagare con il bancomat, con la carta di credito o in contanti?. Le spese correnti in contanti. Nei paesi del Nord è normale pagare con il bancomat anche il caffè; in molti altri il POS (la macchinetta che legge il bancomat) non ce l’ha nessuno. Può anche succedere che ad ogni operazione venga aggiunta una piccola commissione. Per evitare problemi, io mi comporto così. Le spese grosse come alberghi o biglietti le pago con la carta di credito nella quale le commissioni sono normalmente minori od addirittura assenti e cmq più standardizzate. Per tutte le altre spese uso i contanti. Il bancomat lo uso quasi solo per ritirare contanti dalla cassa automatica.

E’ sempre così? Purtroppo no: ciò è valido sostanzialmente nei paesi SEPA che è un accordo bancario che riunisce praticamente tutti i paesi europei, che abbiano l’euro o no. Altrove può essere differente.

Fuori dall’Europa? I problemi aumentano molto. Portarsi i liquidi in giro può essere ancora più pericoloso. Le commissioni aumentano. Il bancomat spesso non funziona. Quindi:

Cercare banche internazionali. Ai Caraibi una volta la “Banca dei mari del sud” mi prese il 25% su un prelievo. Dietro l’angolo scoprii solo dopo c’era la Scotian bank che me ne prese il 2%.

Stare attenti ai simboli. Sulla tessera del bancomat c’e’ un simbolo (Cirrus, Maestro, Mastercard, ecc). Vedere bene che sulla cassa automatica ci sia l’adesivo con lo stesso simbolo. Se non c’e’, meglio non infilare la tessera nella fessura, per evitare improbabili ma non impossibili inconvenienti.

Il problema della lunghezza del codice. I nostri codici sono a 5 cifre. Certe casse automatiche ne richiedono solo 4. Mettete le vostre prime 4 cifre, sperando bene.

A volte dentro funziona e fuori no. Succede anche che la cassa automatica non riconosca la vostra tessera, ma che il cassiere umano, all’interno della banca possa farvi l’operazione. Vale la pena provarci.

Usare maggiormente la carta di credito. La carta di credito è molto più potente del bancomat, fuori dall’Europa. Va usata per pagare, ma anche per ritirare liquidi dalle casse automatiche o dagli sportelli delle banche. Ciò costerà il famoso 4%, ma a volte non c’e’ rimedio.

Quante carte? Dove tenerle? E i codici? Io viaggio con la carta di credito e due bancomat su due conti diversi. In questo modo sono meno esposto a furti, a danneggiamenti delle tessere o all’eventuale disseccamento di un conto. Le tre carte sono conservate in tre tasche/borse diverse. I codici li so a memoria, li ho scritti in una agendina che porto con me come se fossero dei numeri di telefono e stanno in un messaggio mail che ho inviato a me stesso e che posso recuperare da un qualsiasi computer del mondo.   Paranoie? No, troppe volte mi son trovato a chieder l’elemosina per esser rimasto senza accesso ai soldi che pur avevo su un conto da qualche parte del mondo. Da quando faccio così non mi è più successo.

Buon viaggio.