Il turista e il Ramadan

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Ecco l’inizio dell’abbuffata del tramonto: datteri e zuppa. A seguire il resto.

Immaginate una nazione  intera, dai ragazzi ai vecchi, nessunissimo escluso. Tutti seduti al tavolo, allo stesso momento, con gli occhi fissi alla televisione che emette su tutti i canali lo stesso programma religioso. Davanti ad ognuno di loro c’è un piattino con tre datteri, una ciotola con una zuppa, un bicchiere con acqua, latte, succo di frutta.

Stanno lì seduti, immobili, con lo sguardo stralunato, le labbra tese, l’aspetto abbattuto. Aspettano per lunghi minuti, i più sconsiderati sono lì da mezz’ora, accarezzando di sottecchi i datteri.

Poi il prete dice qualcosa e, nello stesso istante, milioni di persone bevono un sorso di liquido e mettono in bocca il primo dattero. Milioni di datteri ingurgitati all’unisono. La sinfonia del dattero deglutito.

Siamo nel mese di Ramadan. I musulmani digiunano dal levarsi del sole al suo tramonto e questi precisi istanti sono comunicati dall’Iman, non sono affidati al poco certo criterio di ciascun fedele.

Il menù descritto è quello tunisino, ma la cerimonia si ripete uguale per tutti i quasi due miliardi di musulmani.

Durante quel mese, dal sorgere del sole al suo tramonto non è lecito mangiare, bere, fumare, trombare. È materia di dibattito teologico se si possa annusare profumi. È invece permesso farsi le iniezioni e, si immagina, le pere.

La vita è completamente sconvolta. I normali orari saltano. In Tunisia le attività fervono la mattina, i mercati sono affollatissimi  per la spesa della cena, con i prezzi che aumentano nettamente. Poi le attività si spengono nel pomeriggio: la gente si rintana in casa a soffrire in silenzio e a dormire. La città è spettrale, deserta. Al tramonto scatta la mandibola e non c’è un solo passante nelle vie. Anche chi è di turno come poliziotti, sanitari, receptionist degli alberghi, si addobba un tavolinetto in un angolo e mangia, al via dell’Imam. Degli altoparlanti, nelle strade, diffondono la sua attesa parola. In certe città si spara un colpo di cannone.
Dopo la cena tutti escono, la città pulsa di festa, i negozi riaprono, i cinema, i teatri, i bar si riempiono. Si organizzano concerti, mostre, performances, sfilate di moda, mercatini artigianali ed alimentari.  La prostituzione raddoppia il giro d’affari, nonostante che alcune lavoratrici si astengano, durante questo mese.  Si mangia, si beve ancora. A notte inoltrata si torna a casa e si va a letto, non dopo un ultimo spuntino.

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Anche i poliziotti in servizio nelle strade si preparano con trempo alla “rottura del digiuno”.

Al momento della “rottura del digiuno”, dopo i tre datteri e la zuppa canonica arrivano i piatti forti, ricchi, nutritivi. Il cibo è ridondante, grasso, zuccherino. Ci sono piatti speciali per il Ramadan; vanno moltissimo i dolcetti intrisi di miele.  Molto viene gettato, chi può spreca, si spende e si spande. È il momento per riunire le famiglie, ci si scambiano visite, si mangia tutti insieme. È l’equivalente del nostro pranzo di Natale, solo che è così tutte le sere, per un mese. Chi mangia all’aperto offre qualcosa ai passanti. Anche i gatti hanno digiunato tutto il giorno, ma ora hanno le loro buone porzioni. Aumentano gli infarti, gli ictus, i diabetici vanno in coma.

Ma non solo cibo. Durante il Ramadan, il musulmano è più buono, fa molta elemosina, anche i mendicanti mangiano come lupi. In questo mese non si delinque. I ladri si contengono, i truffatori si limitano, uccidere è doppiamente grave. Si può girare tranquillamente in angoli normalmente da evitare. Le donne circolano ancora più costumate del solito.

Ed il turista in tutto ciò?

Soffre abbastanza. Finisce per fare il Ramadan anche lui. Naturalmente nessuno gli chiede di digiunare: se non è musulmano non ha nessun dovere.

Ma…. Ma i bar ed i ristoranti sono del tutto chiusi, fino al tramonto. Non ci si può sedere al bar, non si può entrare in un ristorante. In nessuno. Eccetto quelli di alcuni grandi alberghi, ma sono o lontani, o cari, o entrambe le cose.

È certamente possibile comprare l’acqua e le  merendine nei negozi di alimentari e i dolci nelle pasticcerie, ma poi che fai? Ti metti a mangiare su una panchina di fronte agli affamati? Ti astieni oppure lo fai di nascosto, in camera o in un angolo deserto. Come nel “Fantasma della libertà” di Buñuel; o come fanno molti di loro, nascostamente, perché non bisogna dimenticare che dove c’è religione, c’è ipocrisia.

Eppure, camminando in qualche anfratto della città si ode all’improvviso, durante il giorno, dico, un inconfondibile tintinnare di posate. E si scopre, ben nascosta, una gargotta dove si mangia e si beve senza ritegno. Peccatori, ma felici.  Ma son luoghi che il turista difficilmente riesce a trovare.

Nel pomeriggio è tutto chiuso ed il turista non si diverte a passeggiare nel deserto. Ed in tutta la giornata non ha un bar dove sedere a riposarsi un po’.

Ma anche la cena può essere complicata. Se il tramonto è alle sei del pomeriggio che fai? Mangi a quell’ora con i locali oppure aspetti le otto con il rischio che il ristorante stia chiudendo perché ormai hanno già cenato tutti? Del resto, nei piccoli centri la cena si fa in famiglia ed i ristoranti non aprono nemmeno la sera. Può essere complicata la cosa e la cena del turista si può limitare ad un po’ di cibo di strada.

In Senegal le abitudini sono diverse. La giornata si svolge normalmente e la gente, via via che passano le ore è sempre più disperata per la fame, la sete, la mancanza di sigarette. Mezz’ora prima del tramonto scoppia il caos. Folle di gente inferocita fugge verso casa. Il traffico impazzisce, le persone diventano violente, irascibili, aggressive. Guai al turista che vi si trovi nel mezzo.

Poi c’è il problema dell’alcool. Si trova in quasi tutti i paesi musulmani (ma non in Mauritania) nei supermercati o in certi bar autorizzati. Invece, durante il Ramadan l’alcool sparisce dalla vendita e farsi una birra diventa un gran problema: solo negli alberghi di cui sopra. E dimenticatevi di ordinare una bottiglia di vino al ristorante.

Ci sono poi le tensioni religiose, in Marocco, ad esempio. Lì chi viene trovato ad infrangere il digiuno finisce in carcere, anche a lungo, anche se ha “consumato” in casa propria. E gli integralisti vanno a caccia degli infrattori, sollevando disturbi pubblici. Il turista, ancora una volta, non è implicato, ma l’atmosfera non è propizia.

Insomma, se possibile, evitiamo il Ramadan, è tutto più complicato. Quindi prima di partire, informatevi bene di quando cade il Ramadan. I mesi musulmani sono, infatti, lunari ed ogni anno decalano di una decina di giorni.

Un viaggio molto antico (II parte)

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Il momento del massimo prosciugamento del Mediterraneo dirante il Messiniano. (Vedi I parte) Foto di Paubahi, Wikicommons.

Può causare meraviglia il fatto che su quattro siti “antichi” della Sardegna, ben tre siano concentrati nella zona di Tempio Pausania. Ci sono alcune spiegazioni: intanto è solo in quella zona che sono state fatte ricerche approfondite, da personale qualificato della Sovrintendenza, in seguito al primo ritrovamento casuale. Come a dire che se si cercasse anche altrove, forse qualcosa si troverebbe. Un secondo motivo può stare nel fatto che quella zone è di dolci colline interessate da lavori agricoli. Muovere la terra con i mezzi agricoli fa emergere le selci. Se gli stessi luoghi fossero stati a macchia mediterranea o a boschi, le selci sarebbero rimaste interrate e sconosciute. Normalmente, in Sardegna, i campi stanno in pianura (terreni alluvionali recenti, dove non ci possono essere resti così antichi) e le colline non sono coltivate. Ed infine non va dimenticato che l’aspra orografia della Sardegna ha certamente causato importanti fenomeni erosivi che hanno portato a valle, distruggendoli, molti degli eventuali resti antichi.

Il quarto sito è a Ottana dove sono state raccolte un buon numero di selci scheggiate in cinque diversi luoghi, prossimi gli uni agli altri. Il materiale usato viene da giacimenti in prossimità, esattamente come nei due primi siti. Ma le similitudini si fermano qui: infatti le tecniche usate ad Ottana sembrano ad un livello tecnologico nettamente superiore a quello dei due primi siti. Tutt’altra cosa, molto distante.

La lunga descrizione dei complessi di selci che abbiamo appena fatto (non per amore di pedanteria) introduce un tema centrale nello studio della Preistoria: l’analisi delle selci e la loro attribuzione ad una o ad un’altra fase culturale. Il tema è di una complessità straordinaria ed è centrale nel lavoro di un preistorico; ne è l’essenza. Un insieme di selci, che agli occhi di un semplice interessato può sembrare muto, allo sguardo del professionista svela molte informazioni. Facciamo un esempio: i bifacciali di cui abbiamo parlato prima (o amigdale) sono stati prodotti solo in un certo momento, sia pure molto lungo, della preistoria (con una piccola eccezione, ma lasciamo stare). Trovarne uno in un sito permette di assegnare quello scavo all’unica cultura umana che li faceva. Un altro esempio: quando si trovano, in Europa,  delle selci scheggiate secondo la bellissima tecnica levallois si può esser certi che siamo prima di 40.000 fa e che le fece l’uomo di Neandertal o il suo antenato. Ed anche quando si trovano degli strumentini in selce molto piccoli  e di forma ben geometrica sappiamo che siamo nel Mesolitico.

Ricostruzione artistica di vari tipi del cervo antico, il Megaloceros. Foto di Apokryltaros, Wikicommons

Ma questi – ed alcuni altri – sono esempi molto facili; nella maggioranza dei casi il riconoscimento non è così semplice. La fattura degli strumenti in pietra dipende da una grande quantità di variabili: il tipo di pietra e la sua attitudine ad essere scheggiata; la capacità tecnica dell’artigiano, il tipo di utilizzazione che si doveva fare di ogni singolo strumento, il contesto in cui gli strumenti venivano usati (area abitativa / di lavoro / di caccia), il tipo di supporto sul quale l’attrezzo veniva, eventualmente, immanicato.

Eppure, nonostante tutte queste variabili, negli strumenti in pietra, nelle selci usate da ogni grande complesso culturale umano preistorico, vi è un’aria specifica, un sapore caratteristico, uno stile riconoscibile. E’ un po’ come con i vestiti: entrando in una sartoria ognuno di noi riconoscerebbe se vi si producono toghe romane, abiti rinascimentali o abiti da lavoro ottocenteschi. E’ una semplice questione di stile della produzione. Ecco, con le selci è un po’ la stessa cosa, solo molto più difficile, soprattutto perché per noi le selci sono oggetti strani, da bambini non ne abbiamo mai viste in mano ai nostri padri.

Torniamo al nostro mistero sardo; nel Paleolitico antico vi erano sostanzialmente quattro grandi stili di produzione di strumenti. Nel più antico si toglievano delle schegge ad un ciottolo e si otteneva uno strumento: è il chopping tool. Nel secondo stile lo strumento guida per il riconoscimento è il famoso bifacciale. Nel quarto si incomincia ad utilizzare la tecnica levallois che si svilupperà nel Paleolitico Medio. Il terzo stile è quello che interessa a noi: si chiama Clactoniano e consisteva nel togliere da un nucleo di selce delle schegge, grossomodo rotondeggianti, i cui bordi venivano leggermente scheggiati (o ritoccati) per raddrizzare ed irrobustire il filo che sarebbe stato utilizzato nelle varie operazioni che si volevano compiere. Ecco, negli strumenti dei primi tre siti sardi, prima descritti, lo stile che si “respira” è il Clactoniano. Nel quarto sito – Ottana – vi sarebbe addirittura un sentore dello stile (o tecnica) levallois. In assenza di datazioni ottenute con un qualche sistema scientifico, l’archeologo si è basato sulla sua sensibilità agli stili delle selci, per attribuire al Paleolitico antico quei siti in Sardegna e quindi arguire che l’uomo vi arrivò in tempi antichissimi.

Non solo. Si dibatte il seguente, affascinante, tema, su cui avevamo promesso di tornare. Fra le varie ipotesi precedentemente avanzate, rispetto ai rapporti che ci possono essere fra le selci dei due primi siti, ammettiamo che si decida di considerare quelle del primo sito (Sa Coa de Sa Multa) più antiche di quelle del secondo (A Sa Pedrosa-Pantallinu). In altre parole lo stile di lavorazione del primo sito è più antico del secondo, e ciò IN BASE all’esperienza che si ha dell’evoluzione degli stili di scheggiatura sul continente. Si ipotizza anche che i fabbricatori del primo sito siano arrivati in Sardegna in occasione del massimo ritiro del mare avvenuto circa 325.000 anni fa. La domanda centrale è questa. Come è possibile che l’evoluzione dello stile di scheggiatura che è avvenuto in Sardegna, fra il primo ed il secondo sito, abbia percorso lo stesso cammino di quanto avveniva sul continente, pur senza esistere alcun legame fra le due popolazioni di scheggiatori?  Può sembrare lo stesso problema delle piramidi egiziane e maya od azteche. Perché due popoli senza legami arrivarono a fare costruzioni simili? In realtà qui la faccenda è diversa; le piramidi sono costruzione “spontanee”, quasi obbligate, se si vuole avere una vicinanza al cielo. Lo stile di fabbricazione delle selci deriva dalla scelta di un modus operandi di scheggiatura fra i mille possibili. Per il secondo sito si avanza con prudenza una datazione di 200.000 – 100.000 anni fa, sulla base delle caratteristiche del suolo su cui le selci poggiavano. Possiamo realmente pensare che il gruppo umano passato per primo in Sardegna 325.000 anni fa (e che produsse le selci del primo sito) abbia evoluto la propria tecnica durante 125.000 – 225.000 anni (per arrivare alle selci del secondo sito) in modo del tutto parallelo a quanto avveniva sul continente? L’ipotesi, francamente, pare peregrina. Ecco quindi che sorge la possibilità che il primo gruppo si sia estinto (magari per i motivi di consanguineità già accennati) e che una nuova traversata abbia avuto luogo al successivo abbassamento marino, avvenuto circa 165.000 anni fa. E che questo secondo gruppo sia il produttore delle selci del secondo sito. Anch’esso si sarebbe poi estinto. I conti degli anni tornano; certo sono ipotesi, per il momento.

Ma…

Ma, come succede con gli abiti, a volte, gli stili si confondono, si mescolano, si ripetono, si mimetizzano. Per le selci, il caso (e molti altri motivi) ha voluto che durante il Neolitico o le prime età dei metalli, si fosse continuato a scheggiare e si siano riprese delle tecniche antiche. Ecco quindi che altri archeologi, vedendo gli stessi complessi di strumenti sardi ora descritti, abbiano pensato che siano di poco precedenti il Neolitico. Cadrebbe quindi ogni ipotesi antica ed anche ogni reale interesse.

Il mistero resta per il momento intatto. Ma anche in questo caso c’e’ solo da aspettare nuove ritrovamenti, nuove ricerche sui materiali già trovati e sui suoli nei quali sono stati trovati, nuovi studi con nuove tecniche. Un giorno il mistero sarà sciolto.

Per terminare: come è andata a finire la colonizzazione della Sardegna, o, per meglio dire, come è incominciata, quella che continua fino ad ora?

Dopo le prime due colonizzazioni abortite, di cui abbiamo parlato fino ad ora, se ne prospetta una terza, ormai in tempi molto più recenti, verso i 20.000 anni da noi; in occasione di un terzo minimo climatico, con il conseguente abbassamento del mare ed avvicinamento delle due coste. Le testimonianze di questo terzo evento stanno nella Grotta Corbeddu presso Dorgali. In questo caso ci sono anche dei resti ossei umani (ovviamente sapiens) ed in particolare una falange ed un osso del cranio. Quest’ultimo presenterebbe delle caratteristiche deviate dalla norma; si potrebbe quindi trattare di un fenomeno di deriva genetica, di endemizzazione. Un prodotto dell’isolamento a cui tale popolazione fu sottoposta; si tratterebbe della conferma della teoria prima esposta secondo la quale una popolazione composta inizialmente da un numero ristretto di persone non riesce a sopravvivere in un ambiente isolato. Quindi anche questo terzo tentativo di insediamento sarebbe fallito. Fortunatamente in questo caso ci sono delle selci di stile molto chiaro e che puntano tranquillamente verso quelle date. Ma la presenza umana nel Paleolitico abbastanza recente non fa particolare meraviglia; il possesso, da parte di quelle genti, di tecniche minimali di navigazione non stupisce eccessivamente.

Ed ancora. Fra gli esperti c’è, quindi, il seguente modello di arrivo dell’umanità in Sardegna: al momento dei minimi marini ci sarebbero stati degli attraversamenti di gruppi umani, ma troppo piccoli per avere una autonomia genetica che impedisse loro di estinguersi in poco tempo. E ciò sarebbe avvenuto tre volte. L’ipotesi è suggestiva, ma presenta un problema maggiore. I minimi marini non erano fenomeni ch duravano una stagione. Sono processi lunghissimi che si misurano almeno in decenni se non in secoli. E non sono improvvisi, ma assai lenti. Quindi la riva toscana e quella di Capo Corso rimasero progressivamente più vicine e dopo progressivamente più lontane per tempi lunghi. Se presumiamo che quegli antichi gruppi avessero capacità marinare, dovremmo aspettarci che fossero numerosi i drappelli che attraversavano il mare arrivando in Sardegna; anno dopo anno, nella stagione più favorevole. E questo lento e lungo esodo avrebbe permesso di rimpolpare ed accrescere il pool genico degli isolani. A meno che la popolazione che avesse accesso alla costa toscana fosse solo una, geneticamente molto omogenea e numericamente molto scarsa. Vi sono altre due possibilità: la prima è che realmente ci sia stato, e ciò per tre volte a centinaia di migliaia di anni di distanza, dei brevi momenti in cui il passaggio poté essere effettuato a piedi, all’asciutto, e questo per un brevissimo tempo. Quella gente non avrebbe avuto capacità marinare, ma avrebbero sfruttato un brevissima finestra temporale di terra emersa per passare. Passato quel’attimo sarebbero rimasti isolati fino all’estinzione.  Ma su ciò non ci sono evidenze geologiche. L’ultima ipotesi prevedrebbe degli arrivi assolutamente involontari e non desiderati: come un’onda anomala o di piena, uno tsunami, un inseguimento di nemici sanguinari. Questa ipotesi renderebbe ragione del numero ridotto degli individui formanti il gruppo colonizzatore. Attraversare il mare sarebbe stato un “incidente” da evitare e quando successo, da non ripetere.

Il quarto tentativo di colonizzazione sarà quello buono; ma ormai siamo a 8.000 anni fa, al Mesolitico: i cervi saranno sterminati e si vivrà principalmente del prolago. Arriveranno poi i commerci marittimi di ossidiana, l’agricoltura e l’introduzione di tutto il bestiame domestico. Ma questa è un’altra storia.

 

Un viaggio molto antico

Il simpatico prolago, estinto, anche se qualcuno dice di averlo visto. Foto di Prolagussardus, wikicommons.

I nostri remotissimi antenati saranno andati in Sardegna? A piedi?

La Sardegna è un’isola. E’ un’ovvietà, ma tale caratteristica ha fatto nascere una grande quantità di dilemmi di tipo archeologico. Il primo, il più importante, riguarda il momento nel quale l’umanità vi mise piede per la prima volta. La discussione, fra i pochi paletnologi esperti di Sardegna è vivissima. Le prove sono scarse ed i dubbi molteplici e profondi; le ipotesi non mancano.

Ne è stata avanzata una straordinaria, secondo la quale il primo popolamento dell’isola sarebbe avvenuto in un tempo antichissimo; ben superiore a quanto avremmo mai potuto immaginare prima che certi ritrovamenti, che poi vedremo, venissero a galla. Si parla addirittura di circa 320.000 anni fa; una data sconcertante, se si pensa che l’arrivo in Sardegna comporta necessariamente la costruzione e l’uso di una imbarcazione. Capacità che dovrebbe essere stata del tutto al di fuori della portata delle genti di quel tempo. Ma può anche darsi che non ci sia stato bisogno di nessuna imbarcazione. Come è possibile?

La storia dell’umanità è sempre stata tributaria delle condizioni climatiche dei luoghi dove ha vissuto. L’alternanza di momenti freddi e momenti caldi ha avuto grandi influenze sulla vita, umana ed animale. Proprio in quell’epoca menzionata, la glaciazione che era in atto (chiamata di Mindel, secondo la vecchia nomenclatura) raggiunse il suo acme. Di conseguenza i ghiacciai pervennero al massimo della loro estensione ed altezza: di volume, in altre parole, assorbendo grandi quantità di acqua che fu tolta ai mari il ui livello si abbassò. Sardegna e Corsica divennero una sola isola, le coste della Toscana si spostarono verso la Corsica e la distanza marina fra il continente e la duplice isola divenne minima, pari a pochi chilometri. Certamente si arrivava a piedi asciutti fin’oltre l’isola della Capraia e da lì la costa avanzata del Capo Corso era perfettamente visibile, vicina.

E’ certo che alcuni animali arrivarono sull’isola. Si tratta di un cervo, il Megaloceros, oggi estinto e del cuon: una miscela di cane e volpe, di cui alcuni lontani cugini vivono ancora in Asia. Da tener presente chi i due animali sono buoni nuotatori, all’occorrenza. Arrivando sull’isola, vi trovarono, probabilmente, la fauna locale in cattivo stato ed incapace di opporre loro molta resistenza. Quella fauna terrestre vi era arrivata ai tempi della famosa crisi messiniana o in qualche glaciazione successiva.

Il cuon asiatico, ancora esistente, lontano parente di quello sardo. Foto di Keven Law Wikicommons.

La crisi messiniana risale a circa cinque milioni di anni fa, quando lo Stretto di Gibilterra si chiuse completamente. Il Mediterraneo rimase un mare isolato e l’acqua che vi arrivava dai fiumi, pur copiosissima, non era sufficiente a compensare le perdite che aveva per evaporazione. Il livello si abbassò gradualmente e si creò una profonda depressione dove le temperature salirono, aumentando ancora di più l’evaporazione; come sta succedendo attualmente al Mar Morto, ma in scala infinitamente maggiore[1].

Dopo la chiusura dello Stretto, il Mediterraneo, lentamente, si svuotò quasi completamente e rimasero solo dei grandi laghi fra la Sardegna e la Spagna. La fauna ebbe quindi tutto l’agio di invadere questi nuovi spazi ed arrivare in Sardegna. Lo stretto di Gibilterra tornò poi ad aprirsi ed in pochi anni di inimmaginabile inondazione, il Mediterraneo si riempì nuovamente: la fauna arrivata in Sardegna vi rimase intrappolata continuando la propria evoluzione in un contesto chiuso. Fra questa fauna, un animale in particolare sarebbe poi diventato importante per il proseguo della nostra vicenda: il Prolagus sardus, una sorta di unione fra un coniglio ed un criceto, più grosso del coniglio attuale. L’ultima popolazione di prolago rimase in vita sulla disabitata isola di Tavolara, dove si è estinto solo nel 1774. Si dice che qualche esemplare sia ancora avvistato, ma è abbastanza improbabile.

Al massimo delle glaciazioni lo spazio fra la Toscana e la Corsica-Sardegna era minuscolo.

Quando il cervo ed il cuon arrivarono in Sardegna si trovarono molto a loro agio e la fauna precedente oppose poca resistenza al loro insediamento, in quanto ormai sfinita dal lungo isolamento, dai cambiamenti di clima, dalla consanguineità, dalla mancanza di apporti di “sangue fresco” da altre zone. Il cuon, in particolare, aveva una quantità di prolificissimi prolaghi da mangiare. Ricordiamo che in Sardegna non vi era nessun altro degli animali ai quali noi siamo abituati a pensare: bovini, cavalli, cani, gatti, conigli, lepri ed altro. Tutti questi animali arriveranno, moltissimi millenni dopo, sulle navi dei Neolitici.

Ma perché parliamo del cervo e del cuon? Ci interessano molto perché sono la palese dimostrazione che degli animali riuscirono a passare dalla Toscana alla Corsica. Viene quindi da chiedersi se l’uomo non sarebbe stato in grado di fare altrettanto; magari seguendo delle mandrie di cervi che stava cacciando e che si sarebbero avventurate in mare.

Può sorgere un ulteriore dubbio. Si da per certo che un tratto di mare abbia continuato a separare Toscana e Corsica anche nel peggiore dei momenti freddi. Questo lo si deduce confrontando il livello calcolato del mare in quel momento e la profondità attuale del braccio di mare fra la Capraia e Capo Corso (altrove la profondità è sempre maggiore). Naturalmente non può essere escluso, con assoluta certezza, che i calcoli dell’antico livello del mare siano imperfetti o che il fondo del mare non si sia approfondito nel frattempo, per un qualche problema tettonico o per l’erosione, che esiste anche sui fondali. Non ci sentiremmo quindi di escludere, con assoluta certezza, che quel braccio di mare si sia veramente asciugato, sia pure per un tempo brevissimo, o comunque ridotto a tali modeste dimensioni da non scoraggiare nemmeno un modesto nuotatore.

Detto tutto ciò, non possiamo dimenticare un illustrissimo precedente. In Indonesia, sull’isola di Flores, sarebbero arrivati degli Homo erectus ben 700.000 anni fa, superando un braccio di mare di 19 chilometri. Si dovrebbe quindi ammettere una capacità di navigare terribilmente più antica di quanto ritenuto fino a pochissimi anni fa; quando si pensava che il primo navigatore fosse stato il sapiens.

Comunque stiano le cose, il punto centrale della nostra storia sarda è che degli animali arrivarono in Sardegna e che se lo fecero loro, anche l’uomo avrebbe potuto farlo. Per togliere un dubbio che potrebbe esser nato, diciamo subito che non vi è la possibilità che avessero potuto utilizzare dei blocchi di ghiaccio alla deriva. Faceva freddo, ma non così tanto. Certo avrebbero potuto utilizzare dei tronchi, altrettanto alla deriva. Comunque con difficoltà perché l’acqua doveva essere assai freddina.

A questo punto, nel dibattito fra archeologi si inserì un argomento veramente curioso. Una equipe olandese scavò e studiò negli anni ’80 e ’90 le ossa dei vecchi animali sardi. Non erano archeologi, ma paleontologi: i sistemi di scavo sono simili. La quantità di informazioni sugli antichi cervi e cani sardi aumentò di molto. Ora, i paleontologi sanno per esperienza che una specie animale, quando resta confinata in una isola, specie se povera di alimenti, come la Sardegna, molto montuosa e rocciosa, ha la tendenza a divenire più piccola. Per evidenti motivi di “parsimonia” nel consumo delle scarse risorse disponibili. Questo avvenne con l’elefante siciliano che, sull’isola, diventò un nanetto di 90 centimetri. Ma ciò succede solo se non ha predatori. Se invece li ha, quella specie è obbligata a restare di buone dimensioni per essere in grado di resistere ai predatori, o con la lotta, o con la fuga. Il nostro antico cervo sardo rimase delle sue dimensioni o le diminuì di poco. Tale fatto lascia pensare che avesse un predatore. E questo predatore non è certo il vecchio cuon sardo, troppo piccolo e già troppo impegnato a correre dietro alla facile preda prolago. Tale predatore non poteva essere che l’uomo.

Ci si chiederà, ormai, se quest’uomo arrivato in Sardegna ci abbia lasciato qualche traccia e come è finito. Cominciamo dall’ultimo punto. Ed immaginiamoci una piccola popolazione di uomini e donne che arrivano su una grande isola deserta. Hanno una infinità di risorse a loro disposizione e nessuna concorrenza. Gli animali, cervi esclusi, non conoscono la vena cacciatrice dell’uomo e quindi, probabilmente, si fanno avvicinare con grande innocenza, come successe e succede ancora alle isole Galapagos. La vita di quel gruppo è facilissima. Potrebbe sembrare un vero paradiso. Ma vi è un’enorme insidia che li attende, dentro di loro, nel loro DNA. Lo spettro della consanguineità. Un piccolo gruppo umano, se non è in grado di mescolarsi con altri gruppi è destinato a scomparire in poche generazioni. Il numero di queste dipende dalla quantità iniziale dei componenti del gruppo e dalla loro variabilità genetica. Ora, vi sono alcuni esempi che sembrano andare contro questo punto di vista. Il primo è, ancora una volta, quello degli uomini di Flores, in Indonesia, che sembrano esser sopravvissuti in totale isolamento molte centinaia di migliaia di anni, sia pur andando verso una miniaturizzazione che li portò ad essere alti meno di un metro. Ma è anche vero che le informazioni su quella vicenda sono ancora troppo scarse e frammentarie per poter affermare qualcosa di conclusivo. Un secondo esempio è l’isola di Pasqua; ma in questo caso l’isolamento della popolazione è durato poche centinaia di anni ed è probabile che nuove ondate di popolamento siano giunte, durante quei secoli, rinvigorendo il corredo genetico degli isolani.  Ma vi è anche un esempio, clamoroso, che conferma la teoria innanzi detta: in Croazia, a pochi chilometri da Lussino e a poche decine di chilometri da Venezia, Fiume o Zara c’e’ un’isoletta, Susak, tristemente famosa per l’alto tasso di consanguineità della popolazione, il cui stato di salute fisico e mentale è molto degradato. Eppure sono sempre stati circondati da tanti altri gruppi umani. Ma vi è anche l’esempio contrario, anche se molto poco conosciuto, dell’isola di Sentinel.

In conclusione è possibile ipotizzare che i primi “scopritori” umani della Sardegna-Corsica, se arrivati in piccoli gruppi – magari già molto omogenei geneticamente – e rimasti isolati, non avrebbero avuto molte possibilità di durare a lungo: si sarebbero estinti.

Ma lasciamo le supposizioni e veniamo alle prove della presenza umana antica in Sardegna ed in Corsica. Tralasciamo quelle che sono troppo esili numericamente o troppo dubbie da un punto di vista archeologico. Restiamo su quelle consistenti. Si tratta di soli quattro siti, che abbiano restituito una consistente quantità di pietre scheggiate dall’uomo. Solo pietre, non c’e’ nient’altro. La sfortuna ha voluto che, nei luoghi scavati, non vi sia stata nessuna possibilità di trovare degli elementi che potessero essere sottoposti ad almeno una delle numerose e diverse tecniche di datazione. Niente di niente, nemmeno i pollini per avere un’idea della flora o qualche pezzo di ossa di animale. Gli archeologi si sono quindi trovati in mano solo delle selci, certamente scheggiate intenzionalmente.

I quattro siti principali sono i seguenti: Sa Coa de Sa Multa, Sa Pedrosa-Pantallinu, Riu Altana; i tre nell’Anglona (la zona di Tempio Pausania) ed Ottana, nel Nuorese.

In nessun caso ci sono tracce dei grossi strumenti bifacciali – che una volta si chiamavano amigdale – che caratterizzano con certezza il Paleolitico più antico. Ma è pur vero che vi è tutto un filone di popoli, in quell’epoca, che non facevano quel tipo di strumento ed usavano esclusivamente delle schegge per i loro attrezzi di lavoro.

A Sa Coa de Sa Multa vi era un’officina di lavorazione di selce che affiorava a breve distanza. Si scheggiavano dei blocchi facendo pochi tipi di strumenti. La tecnica usata era una sola ed assai semplice. La sensazione di antichità di questo sito è corroborata dalle caratteristiche del suolo su cui agivano coloro che preparavano le selci. Ripetiamo, sulla sola osservazione del tipo di suolo formatosi a quel tempo e poi rimasto sepolto.

Nello scavo di A Sa Pedrosa-Pantallinu lo strato principale è a sua volta suddiviso in tre o quattro fasi di abitazione separate fra loro da sottili strati alluvionali. Si trattava quindi di un luogo di frequentazione che venne più volte invaso dalle acque di un fiume. Anche in questo caso, come nel precedente, della selce era naturalmente presente e qui veniva estratta ed elaborata. Vi si trovano quindi pezzi di materia prima, assieme a strumenti già finiti. Una sorta, quindi, di cava-laboratorio. Gli strumenti, alcune centinaia quelli scavati ed ancora in studio, sembrano di fattura un po’ più evoluta di quelli del sito precedente. I tipi di strumento sono pochi, anche in questo caso. L’aspetto interessante è che alcune selci portano i segni caratteristici di essere state esposte al gelo. Dovrebbero quindi essere precedenti almeno all’ultima glaciazione che è di circa 20.000 anni fa. Molto precedenti se si pensa che una datazione sull’osservazione del suolo rimanderebbe a 200 – 100.000 anni fa. Andrebbero studiate le eventuali differenze fra i materiali provenienti dai diversi strati – intervallati dalle alluvioni – per identificare dei segni di evoluzione fra le tecniche dello strato inferiore, più antico e quelli degli strati superiori, più recenti. Siamo in attesa che qualcuno lo faccia.

Dal terzo sito, Riu Altana, provengono numerose selci, trovate lungo il fiume. Non sono stai fatti scavi. Molto difficile, quindi, dare indicazioni precise. Si sono potute dividere in due gruppi principali, in base al loro stato fisico: molto rovinato dall’acqua o ancora abbastanza ben conservate. La suddivisione non sembri arbitraria; probabilmente il fiume ha intaccato, molto tempo fa, il vecchio piano di campagna che conteneva il primo gruppo e solo più recentemente il luogo che conteneva il secondo gruppo. E’ quindi legittimo supporre che i due insiemi fossero da sempre distinti. Un gruppo sembrerebbe assomigliare alle selci di Sa Coa de Sa Multa, l’altro gruppo a quelle di A Sa Pedrosa-Pantallinu. L’ipotesi avanzata verterebbe sulla possibilità di due frequentazione di questa regione, una successiva all’altra con una evoluzione per quanto riguarda le tecniche di scheggiatura. Resta senza risposta la domanda se si trattasse dello stesso gruppo umano che abbia raffinato le proprie capacità artigianali o se fossero due gruppi umani diversi con diverse abilità. Ma non si può nemmeno teoricamente escludere che fosse lo stesso gruppo umano, con le stesse capacità, che preparasse strumenti più  o meno raffinati a seconda dei bisogni del momento. Una ipotesi che presenteremo nel prossimo post tenterà di chiarire questo dilemma.

[1] Fra le due guerre mondiali si discusse molto di un progetto che voleva tornare ad isolare il Mediterraneo, per mezzo di una diga fra Marocco e Spagna, allo scopo di disporre di nuova terra grazie alla discesa del livello del Mediterraneo e di produrre energia elettrica sfruttando il salto che si sarebbe creato fra l’Atlantico ed il nostro mare.

Un paese dell’anima

Il parco di Orango. Foto dal sito del Parco.

C’e’ un paese ignoto, appartato, che nessuno conosce e dove nessuno, almeno fra gli italiani, va. A me è carissimo e vorrei portare per mano tutte le persone che conosco a visitarlo. Il paese, ma soprattutto le sue variegate genti. Quando ne parlo mi emoziono, mi commuovo e rimpiango di averci passato troppo poco tempo.

Si tratta della Guinea Bissau, sulla costa occidentale dell’Africa, subito sotto il Senegal. E’ una ex colonia portoghese e questa lingua vi è relativamente diffusa. E’ un paese molto piccolo (poco più grande della Sicilia), poco abitato (1,5 milioni di persone) molto povero (fra i 10  paesi messi peggio secondo gli indici delle Nazioni Unite). Bissau ne è la capitale ed il paese si chiama Guinea Bissau per non confonderla con la Guinea che era colonia francese e la Guinea Equatoriale che era colonia spagnola. Da non confondere nemmeno con le Guaiane francese e britannica che stanno dalla parte di là dell’Oceano, sopra il Brasile. Il clima e la vegetazione vi sono tropicali. Caldo, umido, pieno di acqua e di vegetazione dappertutto.

La Guinea Bissau, apparentemente, non offre molto al turista. Davanti alla capitale c’e un folto gruppo di isole, anche abbastanza grandi, le Bijagòs, che sono conosciute per essere pescosissime, come fanno in Quebec, ma molto più alla buona. Alcuni imprenditori europei, soprattutto francesi, vi hanno aperto dei modesti resort in cui offrono dei pacchetti di pesca. Altri vi vanno a far del mare. Si tratta soprattutto dei non numerosi expat che abitano Bissau e delle loro famiglie. Diverse di queste isole hanno delle vecchie piste di atterraggio, dei tempi della colonia portoghese. Su queste piste arrivano attualmente dei piccoli aerei pieni di coca in provenienza dalla Colombia. Dalla Guinea la coca poi prosegue verso l’Europa per terra o per mare. Non sembra che la popolazione locale sia particolarmente scompensata dal traffico, come invece accade dalla parte opposta dell’Atlantico.

Ancora vivissime le tradizioni culturali dei popoli della Guinea. Foto di Odile RAPEAU Via Wiki Commons.

Arrivai a Bissau per lavoro, andammo ad un Ministero; aveva piovuto e non riuscimmo ad entrare dal portone principale per essere completamente allagato; passammo da un porticina sul dietro. Accanto c’e’ la vecchia fortezza portoghese, in mattoni. Le pareti, ovviamente verticali, erano completamente coperte da vivaci erbe, del tutto spontanee, come se si fosse trattato di una foresta verticale della moderna architettura europea. Cenavo in uno dei due o tre ristorantini nel vecchio e malandato centro coloniale, per strada, in compagnia dell’ambasciatore cubano, uno dei pochi presenti. Andavo in giro per il paese cercando di trovare rimedi per una profondissima crisi commerciale che colpiva la principale fonte di reddito di molti villaggi: gli anacardi. Produzione di buona qualità comprata soprattutto dagli indiani.

E girando per i villaggi, chiaccherando con questo e quello, mi resi conto del grande valore di queste paese e ne rimasi affascinato. Molti sono i gruppi etnici, in apparente armonia fra di loro. La maggior parte della gente nei villaggi seguono ancora le loro usanze religioso tradizionali; cristianesimo ed islam sono minoritari. Il matriarcato è molto diffuso e c’erano zone in cui il cristianesimo si fuse stranamente con l’animismo tanto che i preti erano delle donne. Pur esistendo la moneta, il famigerato FCFA con cui la Francia strozza quei paesi, la forma più normale di scambio fra le persone e fra i villaggi è il baratto. Solo gli anacardi vengono venduti contro moneta, che serve a comprare in città il riso tailandese, i vestiti, il sapone.

Non ho mai conosciuto un paese così ricco di “capitale sociale” che è l’esatto contrario del “capitale economico”. Si tratta, infatti, di quella reti fitta e ramificata di contatti umani e sociali che permette alle persone ed alle famiglie di mantenere una stabilità e di far fronte alle difficoltà. Si aiutano un casino fra di loro, in poche parole.

Il Presidente della Repubblica, in tornata elettorale, con il cappellino simbolo della sua etnia. Foto di Nammarci, Wiki Commons

Ogni etnia ha le sue abitudini e se le conserva care, mentre i membri delle altre la prende in giro per certe stranezze. I miei lunghi viaggi in macchina erano rallegrati da questi racconti ironici e gai sulle abitudini etnologiche di questi e di quelli. Una di queste etnie è facilmente riconoscibile perché tutti gli uomini vanno in giro con un pesante cappello di maglia con il pompon di colore rosso acceso. Il filato è certamente sintetico ed il cappello è sicuramente importato, ma per un qualche motivo è diventato il simbolo della loro etnia. Lo usano assolutamente tutti e sempre, anche sotto il sole africano; uno degli ultimi Presidenti della Repubblica era di quell’etnia ed alle cerimonie ufficiali dello Stato lo vedevi con il suo cappello rosso con il pompon. Un’altra etnia è invece molto permissiva con i giovani. Permettono loro di ubriacarsi, di dire parolacce, di essere maleducati, di insidiare le donne sposate, anche di rubacchiare. Lasciano correre. Ma poi si sposano e devono diventare perfetti cittadini. Questa è saggezza! In una altra etnia le ragazze hanno dei figli abbastanza presto, sono ancora giovani, vogliono divertirsi, ballare, girare, devono studiare, lavorare. Non si possono occupare dei bambini. Li affidano alla nonna che li alleverà. Loro alleveranno, anni dopo, i loro nipoti. Maternità differita di una generazione. Non son cose meravigliose?

Bello il centro coloniale di Bissau, anche se ridotto in condizioni pietose. Foto di jbdodane, Wiki Commons.

Insomma una infinità di storie e di abitudini curiose riempiono questo paese. La gente è gentile e ben disposta, si sta volentieri a parlare con loro. Conobbi un prete italiano che fu mandato in Guinea come missionario; proprio nelle isole Bijagòs. Lì ripensò a tutta la faccenda, trovò moglie e figli e si spretò. Lo raccontava come la migliore decisione della sua esistenza, trasportato dal fiume impetuoso della vita africana. Non mi sembrò un posto pericoloso, anche se la politica e l’esercito sono a volte turbolenti; bene informarsi della situazione del momento, prima di andare. Ma degli italiani di una ONG che avevo conosciuto, furono rapinati in casa e purtroppo malamente riempiti di botte, mentre ero lì. D’altra parte, tornando verso la capitale, facemmo un frontale, su una strada mezza distrutta ed arrivò la polizia con rotella metrica e blocco da disegno e fece un perfetto rilievo! Non credevo ai miei occhi.

Per un turista scendere in profondità in Guinea è difficile, un po’ come in Gabon. Ci vuole tempo, pazienza ed il portoghese. Ed anche soldi perché le poche strutture in cui un europeo possa andare sentendosi a suo agio sono care. Alcune piccole agenzie organizzano dei giri nei numerosi parchi naturali del paese, certamente molto belli; ma ho trovato questa che fa un interessante giro culturale / antropologico che mi sento fortemente di consigliare. I prezzi non sono nemmeno eccessivi.

Andate in Guinea Bissau, è il più bel consiglio che posso dare.

Due capitali

Le ricche ville del centro di Bucarest.

Ho passato due brevi periodi, quest’inverno, in due capitali balcaniche: Bucarest ed Atene. Pur legate da una relativa vicinanza geografica e per esser passate entrambe attraverso le dominazioni romane, bizantine e poi ottomane, le due capitali sono straordinaraimente differenti. Pochi, direi, i punti in comune, oltre i dolciumi di influenza turca; che non mi par cosa molto importante.

Non vi è nessun dubbio che mi sia trovato nettamente meglio ad Atene che a Bucarest. E direi semplicemente per il fattore umano. Gli ateniesi mi son sembrati molto, ma molto, più simpatici, gradevoli ed accoglienti dei bucaresteni (così si chiamano in romeno).  Le condizioni economiche dei due paesi non sono poi troppo diverse in termini di reddito procapite; di un pò migliori quelle greche. Ma la Grecia è in tragica crisi economica da anni; mentre la Romania conosce un boom straordinario. I primi si sono impoveriti, mentre i secondi si stanno arricchendo. Ci sarebbe quindi da aspettarsi che gli ateniesi fossero intristiti ed arrabbiati ed i bucaresteni ottimisti ed allegri. Invece è l’opposto.

Ad Atene si respira un’aria calma, forse un pò rassegnata; comunque di chi sa vivere e non perde la calma nè nelle difficoltà, nè nella fortuna, ammesso che vi sia mai stata. A Bucarest c’e’ invece una specie di frenesia all’arraffare quel che è possibile. Si tiran fuori unghie e zanne par acchiappare rapidamente quel che può passare. E’ l’epoca della ricerca dei guadagni facili e rapidi, un pò come in Sudamerica.

Le tranquille strade intorno al centro di Atene. Le piante di arancio amaro o di altro sono tipiche di moltissime strade greche. E danno un tocco di colore e tranquillità a delle vie che sarebbero anonime e monotone.

A Bucarest non è passato un giorno che non avessi uno scazzo con qualcuno: il poliziotto razzista al controllo del museo, il cameriere che ti lascia con il piatto davanti, ma senza forchetta, l’insegnante di romeno che cerca di fregarti, il personale delle terme che ti tratta come una pecora. Ad Atene sono stato adottato da un venditore di vino sfuso che mi invitava a pranzo con i suoi amici, in bottega. Ognuno portava qualcosa, lui metteva il vino e la grappa ed i pranzi erano feste. Io portavo il dolce. Ecco, questa è la differenza “umana” fra le due capitali.

Anche la faccenda dell’architettura è un pò la stessa cosa. Bucarest ha subito l’influenza dell’architettura del Impero Austroungarico e ciò in un momento di ricchezza.  La zona del centro ha preso quelle caratteristiche di imponenza, potere economico, severità che erano tipiche del trionfo della borghesia liberale. Potenza, afermazione di una classe sociale, prestigio economico ed ostentazione della rispettabilità, come a Milano o a Barcellona. Tutto molto interessante, ma ben poco accogliente per il visitatore.

Atene, invece è una città levantina, mai stata ricca (negli ultimi millenni) e con una molto maggiore influenza dei turchi. Gli stili architettonici si sono accavallati ed intrecciati in un miscuglio abbastanza informe, ma pieno di vitalità. E quando alzi gli occhi vedi il Partenone e scusa se è poco.

Deliziose, infine ad Atene, le stradette del ‘900, nei quartieri intorno al centro: intime, calme, alberate, gradevoli, di composta semplicità; dolci ed ospitali. Nello stesso periodo  a Bucarest si facevano i grandi condomini di tipo sovietico di cui apprezziamo la funzione sociale, ma non l’estetica.

Atena, dal Partenone, ti osserva.

A totale discredito di Atene va l’insopportabile quartiere di Plaka, infestato dai turisti e dai pessimi negozi di cianfrusaglie a loro destinati; insieme ai vieti dispensatori di dozzinale cibo chiamati ristoranti turistici con i loro menu multilingua corredati da fotografie. Molto più vivibile l’equivalente quartiere di Lipscani a Bucarest. Altrettanto ricco di locali, sia per il gorno che per la notte, ma molti più vivibile. Anche e soprattutto a causa del numero incomparabilmente minore di turisti che visitano Bucarest rispetto ad Atene. Nella prima città sono pochi e fanno meno danni; anche se a Bucarest c’e’ una presenza di turismo sessuale che, invece, credo, manchi completamente ad Atene.

Parlando di turismo italiano vi è un’altra differenza notevole. I greci paiono amare gli italiani: molti di loro hanno fatto l’università in Italia essendo la propria a numero chiuso; i rapporti sono sempre stati intensi; celeberrima (e misteriosa) la frase che ogni greco diceva, con affetto, ad ogni italiano, fino a qualche anno fa: “Italia Grecia, una faccia, una razza”. Insomma, un italiano ad Atene non si sente per niente straniero.

In Romania, invece, gli italiani sono venuti sulle palle. Già non andava ai tempi di Ceausescu quando partivano con la valigia piena di calze, blue jeans e penne a sfera che barattavano con l’amore delle ragazze romene. Poi, con la democrazia, gli italiani si sono avventati sul paese, aprendo attività produttive grazie alla manodopera locale pagata due soldi bucati. Ora gli italiani sono diventati noti e famosi per non pagare, e per truffare chi possono. Secondo i noti costumi nazionali. La situazione è divenuta tale che è meglio far finta di esser giapponesi.

Palesi dissidi condominiali in questo elegante palazzetto di Bucarest.

Mercati. Quello di Atene è deliziosamente levantino e affascinante. Quello di Bucarest è veramente troppo povero, confuso e fangoso per essere apprezzato. Monotone entrambe le cucine.

Quel che salva Bucarest è l’atmosfera. Nonostante l’imponenza dei palazzi del centro, vi si respira un’aria ruspante, campagnola, ingenua e provinciale che è molto gradevole e che fa bene al cuore. Non se la tirano. A Bucarest la maggioranza della popolazione è di recente immigrazione, dalle campagne o dalle cittadine dell’interno: per i ponti lunghi tutti tornano a casa lasciando la capitale spopolata. Ci si trova, quindi, in un ambiente di persone sostanzialmente semplici, di recenti radici contadine; senza la classica boria dei capitalini.

All’inverso, quel che frega Atene è il peso immane dei secoli e delle vicende spesso tragedie che hanno attraversato le sue vie. Una città che ne ha viste talmente tante; che ha dovuto sopportare talmente tante dominazioni violente e sconsiderate da esser diventata esperta, scafata, cinica, rotta a tutti i giochi. Come Roma, del resto, bella, ma inaffidabile.

Il meraviglioso mercato di Tunisi

In primo piano la pasta rossa dell’harissa.
Gamberetti freschissimi a 3 euro al kg.
La zona verdure.
La zona del pesce, molto ben illuminata.

Son capitato al mercato alimentare di Tunisi e mi è piaciuto talmente tanto che ci son tornato quasi tutti i giorni che ho passato in città. Anche ora, all’idea di quel mercato, mi viene il sorriso sulle labbra. Che bellezza!

Sta a poche decine di metri dalla principale Avenue Bourguiba, vicino alla Medina ed accanto alla piazza della Porta di Francia, anche se non si capisce che c’entrino i francesi qua, sempre invadenti. E’ quindi centralissimo, in un quartiere abbastanza convulso. L’edificio da fuori è del tutto anonimo, ad un solo piano. Ma all’interno si scoprono scorci anche gradevoli, bei soffiti, piacevoli sistemi di copertura leggera nella parte degli ortaggi. Pur essendo affollato non ho mai avuto l’impressione della calca, dell’estrema ristrettezza degli spazi, del soffocamento da ingorgo.

Vi si trovano tutti i tipi di cibo.

E’ un mercato come tanti altri, ma ha un insieme di caratteristiche che ne fanno un luogo molto piacevole. Si può dire che è un mercato giusto. Vediamo perchè:

  • E’ un mercato vero: gli abitanti di Tunisi ci vanno a far la spesa. Non è per i turisti, anche se alcuni di loro ci vanno. Non ci sono banchi di robaccia cara e finta per i turisti. Non ci sono raffinati ristorantini romantici. Non c’e’ un food corner da centro commercilae come a Firenze.
  • Non è asettico come i mercati europei che sembra di entrare in un ospedale; in un luogo, cioè, dove la vita è in forse. Ma non è nemmeno sudicio e pien di mosche e di puzzo come molti mercati africani o sudamenricani
    I fiori di arancio, per fare distillai. L’odore è meraviglioso.

    dove ci sono angoli così bui da pensare che vi abiti il diavolo e che vanno scansati con timore. Il mercato di Tunisi ha quel giusto punto di disordine e sudicio che si confà ad un luogo affollato di persone e cose che arrivano e partono in continuazione. Nè troppo pulito, indice di inutile smanie igieniche, nè troppo sporco, indice di cialtronaggione e di mancanza di rispetto verso la merce ed i clienti.

  • I venditori sono gentilissimi. Sorridono, rispondono alle domande, ti fanno assaggiare, ti spiegano le differenze fra un prodotto e l’altro. Allo stesso tempo non sono invadenti, non ti tirano per la manica, non ti
    Due chioccioline?

    rimbombano il cervello con i loro richiami, non cercano di intmidirti e di rifilarti il pacco. Stavo cercando, spazientito, un certo banco e non riuscivo a trovarlo; un venditore, a cui chiedevo informazioni, mi ha preso per mano e mi ci ha portato, abbandonando la sua postazione.

  • Molti prezzi sono esposti e così non ci sono timori di truffe e puoi scegliere il prezzo che ti conviene. Se poi vuoi contrattare, come amano spesso fare gli arabi, lo puoi sempre fare.
  • La merce è presentata bene, ma con moderazione, senza quei barocchismi che si vedono spesso nei mercati marocchini (specialmente delle spezie) tesi a mascherare la pochezza della qualità con la sontuosità della presentazione.

Il reparto del pesce è particolarmente vivace e frequentato: tutti i banchi sono fortemente illuminati. Lo spazio a disposizione di ogni venditore è piuttosto piccolo e sembra che ci sia la tendenza a specializzarsi. Quindi ogni venditore avrà uno o pochi   prodotti. Purtroppo si fa scarso uso di ghiaccio e quindi, d’estate, a fine mercato, non so in che condizioni di freschezza si trovino i prodotti. Il pesce viene pultio sul posto, le bilance sono in vista del cliente. Anche in questo mercato, come a Pontevedra, vi è un localino, in un angolo, dove si può portare il pesce comprato sui banchi e farselo cucinare sul momento. Era sempre troppo affollato per cercare di fare l’esperienza, peccato.

Emozionante il settore dei datteri. Ve ne sono di molti tipi ed origini diverse. Sciolti od in scatola; alla rinfusa o sui loro grappoli. Anche i prezzi sono molto differenti. Il venditore ti lascerà provare tutti quelli che vuoi. ne verrà fuori una bellissima degustazione.

In primavera, nel settore degli ortaggi vengono vendute cataste di zagare, i fiori degli agrumi, di rose, di rami di geranio. Se ne fanno delle essenze per il cibo. In un angolo del mercato c’e’ il settore della piante medicinali (dove io ho comprato delle belle ghiande), in un altro delle piante ornamentali e dei fiori recisi.

I banchi più allettanti sono quelli dei sapori: olive di tutti i tipi, capperi grandi e piccini, sottaceti, peperoncini sottolio, spezie varie e, soprattutto, il re della cucina tunisina: l’harissa. E’ un peperoncino non piccantissimo ma molto aromatico. Viene venduto intero, seccato al sole o in forno, viene macinato grossolanamente o ridotto in farina. Oppure la farina viene mescolata all’olio ed al lievito divenendo una pasta: la vera e propria harissa. Tutti i diversi tipi di prodotto sono in bella mostra. Li guardi estasiato ed il venditore te li fa assaggiare uno ad uno. Esci con la bocca in fiamme. Te la sfiammi ai banchi del formaggio con della eccellente ricotta.

Il Congo

Parco della Salonga. Foto di Radio Okapi.

C’è poi una altro paese, un continente intero, dove il turismo non è ancora arrivato: un mondo enorme, affascinante, profondissimo che esiste, ma che nessun visita. E’ grande come l’Europa ed è il Congo o Repubblica Democratica del Congo o RDC o Congo – Kinshasa, ex Zaire, ex Congo belga, ex Congo – Leopoldville.

Lì dentro, su una superficie 8 volte l’Italia, c’è di tutto. 80 milioni di abitanti, un sistema fluviale secondo solo a quello amazzonico, una foresta equatoriale in gran parte intatta, flora e fauna per tutti i gusti, i resti di società tribali di straordinario spessore, le tracce della colonizzazione belga con i suoi edifici, una ricchezza mineraria sfacciata, le barbarie di una guerra infinita.

Molte parti del paese sono di difficilissimo accesso: la rete di trasporti fluviali, ferroviari e stradali che era stata messa in piedi, con grandi difficoltà, dal potere coloniale ha finito, con gli anni, per collassare. I viaggi diventano imprese: i trasporti pubblici si svolgono in condizioni che un europeo non è in grado di sopportare; affittare 4×4 comporta costi molto alti. I tempi, i costi, le difficoltà degli spostamenti sono scoraggianti. La presenza di persone in divisa da foraggiare costantemente è capillare. In certi luoghi, le milizie armate rendono molto pericoloso il passaggio.

Andare in RDC non vuol dire fare turismo; significa andare a cercare una quantità senza fine di beghe e problemi. Eppure le emozioni che questo paese può dare sono potentissime.

All’estremo est ci sono i parchi dei Virunga e del Kauzi-Biega dove vivono (se non li cacciano di frodo) i gorilla. Le guide hanno scelto alcuni gruppi, sanno quotidianamente dove si trovano e li hanno abituati alla loro presenza. Ci portano i turisti che possono osservare, a lungo, da vicino e senza nessuna protezione, le loro attività; è anche frequente che mentre si spostano per cercare i buoni germogli freschi di cui si nutrono, i gorilla passino accanto agli umani sfiorandoli, in tutta tranquillità. Le visite partono da Goma e da Bukavu che si raggiungono facilmente dall’Uganda o dal Rwanda. Il Parco dei Virunga è certamente il luogo più turistico del paese, pur ricevendo un numero molto limitato di visite.

Si può andare a Mbuji Mayi, la città dei diamanti, sorvegliatissima da stormi di uomini armati. Si possono visitare le enormi miniere dei diamanti e seguire il lungo processo che parte da migliaia di metri cubi di terra per arrivare a qualche grammo di diamanti. Attraverso un vetro si può vedere l’ultima cernita, manuale, dove i lavoratori sono seguiti individualmente dai controllori per evitare che si mettano in bocca qualche pietra. Ma i diamanti sono dovunque, anche in città e dopo un acquazzone, di notte, sotto i lampioni, i ragazzi cercano il brillio di un diamantino lavato dalla pioggia. A sera c’e’ un mercato dei diamanti dove i cercatori clandestini portano il frutto del loro lavoro e lo vendono ai commercianti: consiste in una fila di banchini con delle forti lampade. Il cercatore porta il bottino che viene attentamente osservato dal compratore; se si accordano sul prezzo, il “pacchetto”, come viene chiamato, passa di mano. I diamanti sono quasi sempre impuri, usati solo dall’industria; ma, a volte, sono da gioielleria: si fanno fortune e si disfano con le donne, gli amici, i vizi. I mendicanti non chiedono una moneta, ma 100 dollari.

Oppure si va nei quartieri di Kinshasa, dove sorgono, con il vento delle mode, concentrazioni di bar che sotto tendoni di fortuna, offrono gli spiedini di capra, la manioca bollita con il fortissimo peperoncino, le patate fritte e birra senza fine. Sotto un uragano di musica congolese, fatta dai grandi artisti nazionali che scatenano entusiasmi e polemiche ardenti. Per poi andare in qualche cortile scatasciato dove si mette in scena un delizioso teatro povero quasi sempre in lingala, ma a volte anche in francese, che descrive fra il drammatico e l’ironico la durissima vita di questa città da 11 milioni di abitanti. Perché bisogna sapere che il popolo congolese in generale e quello di Kinshasa in particolare è dotato di un finissimo spirito critico, arguto ed ironico. Maestri nell’uso della parola, i congolesi riescono a scherzare con ammirevole eleganza sulle infinite disgrazie che hanno percorso e percorrono questo paese. Decisi e sicuri, polemici e raffinati, sfrontati ed intelligenti è un piacere starli a sentire (chi pensa che siano dei rozzi abitanti della jungla si sbaglia completamente). Lavorarci insieme è un incubo.

Trasporto lungo il fiume Ubangi, affluente del Congo. Questo è bestiame, vivo, che va verso Kinshasa per essere macellato. Qui siamo a Zongo e mancano ancora moltissimi giorni di viaggio. Il bestiame è senza acqua, cibo, riparo dal sole ed è stipato. Molti capi moriranno.

Poi c’e’ il parco della Salonga, nel mezzo del paese. E’ il più grande dell’Africa, da solo è più del Piemonte e della Liguria messi insieme. E’ il cuore umido dell’Africa fatto di fiumi e foreste. Là dove Conrad ambientò il suo “Cuore di tenebre”. Andarci è un’impresa e chi organizza i viaggi chiede cifre molto importanti; è una spedizione quasi come ai tempi del Dott. Livingstone. Ma le emozioni che dà la foresta equatoriale, a mio parere, non ha uguali al mondo. In quel parco si trovano i bonobo, la varietà più intelligente di scimpanzé. Passano il loro tempo, direi in egual misura, a mangiar frutta ed a trombare. Questi nostri fratelli si possono trovare anche vicino a Kinshasa, in un parco-rifugio: sono deliziosi e dispettosissimi.

Piccolo bonobo nel rifugio di Kinshasa. Foto del Rifugio di Kinshasa.

Se si ha pazienza infinita si può prendere una nave da Kinshasa e risalire il fiume Congo. Le condizioni sono più che spartane ed il viaggio non finisce mai, dura giorni e giorni, settimane. Si può arrivare fino a Kisangani, a 1.700 km di distanza dalla capitale, dove delle cateratte interrompono la navigazione. Spesso a navigare sono grossi rimorchiatori che trainano/spingono chiatte o pontoni mobili, carichi di merce industriale, sui quali i passeggeri allestiscono un accampamento. Lungo il viaggio fervono i commerci. Le chiatte accostano ai porti e sbarcano la merce in lunghe e confuse operazioni. Durante il ritorno, le canoe accostano alle chiatte in movimento e vendono prodotti agricoli non troppo deperibili che delle grasse commercianti acquistano per poi rivendere a Kinshasa: è un confuso mondo di traffici e trattative senza esclusione di sotterfugi. Tutti ingannano tutti, chi può ruba, i più valorosi fanno razzie. E’ il cuore profondo dell’Africa, del Congo. E’ la vita in azione.

Un paese pasoliniano

Nelle periferie delle città, nei paesi tunisini ritrovo volti ed atmosfere dei sottoproletari pasoliniani; dei suoi ragazzi di borgata.
C’erano stati i poveri ma belli della primssima commedia all’italiana; i successivi personaggi pasoliniani erano sì poveri, ma anche brutti, viziosi, tamarri, sfrontati, obliqui, dall’animo a volte oscuro. Come quello che, forse, lo uccise.

Ritrovo con emozione e grande empatia quei volti, quei corpi spigolosi e non armonici in Tunisia, in quelle torme di giovani che affollano ogni angolo; là dove in Italia non troveremmo che vecchi lamentosi. Qua invece la vita pulsa con dolorosa forza.

Mi trovo bene in questi posti; dopo tutto il male che ho detto di Marocco ed Egitto, la Tunisia mi riconcilia con il popolo arabo. Vi si respira un’aria leggera, pulsante, vitale pur nell’evidente e diffusa miseria e nel sudicio disordine che regna sovrano.

Molte le ragazze senza velo, a gruppetti sedute al bar, truccate e carine. Coppiette che si tengono per mano. Ma anche signore con il velo che ti rivolgono la parola con sicurezza e determinazione. Ovunque gentilezza, garbo, calma e rispetto. Mai un cenno di insofferenza e razzismo nei confronti dello straniero infedele e, potenzialmente, crociato.

Ma le coppiette le vedi nei quartieri ricchi o sull’avenue Bourguiba, a Tunisi. Nei paesi la separazione fra i sessi domina ancora incontrastata. Ancora una volta solo i ricchi sono liberi, i poveri sono religiosi e segregati per genere.

Ed allora i giovani maschi conducono una vita separata dalle giovani femmine. Sempre fra di loro, senza aver sentore dell’altra metà del mondo, che immagino diventi per loro, mitico, irreale, inconoscibile.

Ed è palese che devono finire ad arrangiarsi fra loro. Vedi quindi quelle coppiette omosessuali, quei gesti inequivocabili, gli sguardi obliqui, gli atteggiamenti di alcuni fra di loro.

E non è per caso che la Tunisia sia una meta del turismo omosessuale maschile, specie per i signori maturi. Come ben ci spiega il perfetto Aldo Busi, credo nel suo “Venditore ecc, ecc”. E di questi signori solitari, compassati, eleganti nei loro maglioncini rossi o pastello se ne vedono circolare diversi.

Sono capitato in una sala biliardi, in una cittadina. Erano tutti molto giovani, giocavano male. Gente povera, pescatori, lavoratori. Facce magre a volte patibolari, grandi nasi, Eisenstein ne sarebbe stato affascinato; non a caso utilizzava per i suoi film volti presi dal popolo, esattamente come faceva Pasolini. Fisici, robusti, ma tormentati; non certo atletici e sereni. L’ideale greco della bellezza è lontano. Mani grosse, da lavoratori. Fra di loro le Regine: ragazzi flessuosi, ben pettinati, eleganti e sprezzanti. Fanno passerella, si fanno desiderare. I prescelti gongolano, gli altri sguardano in tralice, lascivi e gelosi.

Poi tutti loro si sposeranno, avranno famiglia. Mi chiedo cosa resterà dei loro amori giovanili. Uomini maturi e panzuti si ritroveranno in certi locali fumosi a bere birra. Di cosa parleranno? Si conserveranno i sentimenti? Vorrei credere di si, perché in quei bar, a quei tavolini pare scorrere una intimità che non pare fatta solo di amicizia, ma anche di carne. Osservo dei giovani che lavorano insieme, come muratori o nelle botteghine del cibo di strada: paiono avere una consuetudine, fra di loro, non solo da colleghi.

E son colto da vertigine. È questa, intrinsecamente, una società omosessuale che poi si muta in etero solo per meri fini riproduttivi? Questi giovani si amano per bisogno (le donne sono assenti!) o per intimo desiderio?

Da quando questa idea mi è germogliata in testa ho cominciato ad osservare le donne: quelle velate, povere, tradizionali, non occidentalizzate, quelle che si spostano a coppie. E mi par di cogliere nei loro gesti una intimità non comune. Tutto torna?

Sono affascinato da queste correnti sotterranee. Vi pulsa una vita e vedo vibrare emozioni che nell’esangue Italia sono ormai sconosciute.

L’isola dove non si può andare: Sentinel Nord.

Ecco l’isoletta di North Sentinel. Foto della NASA, Jesse Allen, via Wiki Commons.

A me questi tipi stanno simpaticissimi. Ben determinati, anche se un po’ brutali; e soprattutto decisissimi a conservare la propria pace e l’indipendenza.

Si parla dei Sentinelesi, gli abitanti dell’isola di North Sentinel, nell’arcipelago delle Andamane, Oceano Indiano, formalmente appartenente all’India, ma, di fatto, lo Stato più indipendente del mondo. E’ un’isolina di appena 59 km quadrati, equivalente a poco più di Ischia. Minuscola, quindi. E nemmeno troppo remota e lontana dalle rotte abituali. Si trova, infatti, a solo una quarantina di km dalla capitale delle Andamane, Port Blair; poche mezz’ore di navigazione di un qualsiasi natante, quindi.

L’ultimo straniero che ha voluto sbarcare a North Sentinel era un invasato missionario evangelico, convinto di dover diffondere la parola del suo Dio. I Sentinelesi lo hanno ucciso a colpi di freccia direttamente sulla spiaggia su cui era arrivato, in solitaria, dopo essersi procurato una barchetta. Non è stato possibile recuperare il corpo. E ciò è successo nel novembre del 2018.

Qualche anno prima la stessa sorte era toccata a due pescatori di una isola vicina la cui imbarcazione era andata alla deriva sulla costa dell’isola, mentre loro dormivano. Non si sono più svegliati. Del resto, quando un elicottero dell’esercito indiano prova a sorvolare l’isola viene bersagliato dalle frecce. Strenua e costante difesa da parte dei Sentinelesi.

E’ dal 1850 che la vicenda di Sentinel North è conosciuta; da quando gli inglesi arrivarono in queste isole. Gli altri popoli nativi delle isole Andamane come i Jarawa o gli Onge sono stati decimati dalle malattie, dalla deforestazione, dai fucili di Sua Maestà. Eppure anche loro avevano cercato di resistere, per quanto hanno potuto; e di evitare contatti con gli stranieri. Ma hanno perso e sono ormai ridotti a poche centinaia, protetti dalle leggi indiane ma braccati dal turismo senza scrupoli.

Invece i Sentinelesi, almeno fino a qui, ce l’hanno fatta. Non ha avuto successo nessuno dei molti tentativi fatti fin dalla fine del 1800 per stabilire dei contatti con loro. A volte hanno permesso che delle barche si avvicinassero alla spiaggia ed hanno accettato delle noci di cocco in dono; ma non c’e’ mai stato un vero scambio, un inizio di discorso. A nessuno è mai riuscito sedersi con loro sotto una palma, a cercare di fare amicizia.

Pare che abbiano una lingua diversa da quella degli altri gruppi vicini, già ricordati; in alcuni tentativi di approccio erano stati portati delle persone di questi gruppi, ma non hanno riconosciuto nessuna delle parole che gridavano, dalla spiaggia, i Sentinelesi. Anche quando hanno accettano le noci di cocco (che non nascono sull’isola) hanno fatto capire di non desiderare affatto ulteriori contatti tirando rapidamente fuori archi e lancie. Oppure sparendo nella foresta. Una volta si misero tutti quanti a mimare una scopata di gruppo, come a dire che avevano altro da fare che ricevere visite (il mondo ti viene a far visita e tu fingi di far  sesso; non è delizioso come atteggiamento?).  Questo episodio e certi atteggiamenti delle donne, mostrati dai filmati, potrebbe far pensare al fatto che ci si trovi in presenza di una qualche forma di matriarcato.

In questo fotogramma del filmato si vede chiaramente come una donna interviene per allontanare l’uomo dal contatto con la barca che offriva noci di cocco. L’uomo è incuriosito, la donna molto preoccupata e lo porta in “salvo” con determinazione. L’uomo la lascia fare senza reagire. E’ una scena da matriarcato.

In altre occasioni sono stati lasciati sulla spiaggia dei regali. L’imbarcazione che li aveva portati si è poi allontanata ed è rimasta in osservazione a breve distanza. I Sentinelesi sono usciti dalla foresta: i maiali vivi che erano stati lasciati  sono stati subito uccisi e sotterrati senza esser consumati. Anche i giocattoli sono finiti sottoterra. Hanno invece portato via delle pentole.

Gli inglesi provarono anche a sbarcare e ad inoltrarsi nell’isola. Ma trovarono solo villaggi abbandonati in fretta: gli abitanti si erano nascosti nella fittissima foresta. In una occasione, sempre gli inglesi, riuscirono ad acchiappare e portar via due vecchi e qualche bambino, che non erano riusciti a scappare in tempo. I due vecchi morirono rapidamente ed i bambini furono riportati sulla spiaggia dell’isola e liberati. Questo fatto non deve certo aver migliorato l’opinione dei Sentinelesi riguardo chi sbarca sulla loro isola. In altre occasioni il tentativo di avvicinarsi alla spiaggia si è interrotto immediatamente a suon di frecce, di giavellotti e di inequivocabili gestualità aggressive (dal minuto 11).

Non si sa quante persone abitino sull’isola; le stime parlano di un numero fra 50 e 500, ma sono numeri inventati. Le riprese dagli elicotteri non mostrano campi o zone disboscate. Devono quindi vivere solo di caccia o pesca e di raccolta; come ai tempi del Paleolitico.  Dall’alto si sono visti tre villaggetti diversi con delle grandi capanne comuni. Costruiscono anche dei semplici ripari vicino alla spiaggia. Di loro abbiamo pochi filmati girati nelle rare occasioni in cui hanno accettato che una barca si avvicinasse alla spiaggia. Vi appaiono forti, in eccellente salute, nudi ma con degli ornamenti. Sembrano stare benissimo. Hanno fattezze fisiche simili a quelle degli africani, come gli altri popoli nativi delle Andamane.

Si dice che questi popoli siano arrivati in queste isole dall’Africa decine di migliaia di anni fa (ciò mi sembra tutto da verificare).  Non si sa da quando North Sentinel sia abitata; non si sa da quando i Sentinelesi si sono distaccati dagli Jarawa – Onge (ma il fatto che non si capiscano lascerebbe supporre che siano passate molte generazioni); non si sa se vi siano stati (e quando? e quanti?) scambi di sangue con altre popolazioni. Non si sa quale sia il livello di consanguineità.

In un paio di occasioni delle piccole navi si sono incagliate nella barriera corallina che circonda l’isola. In una di queste l’equipaggio della nave si rese conto che i Sentinelesi si stavano preparando ad abbordare la nave, ma furono salvati prima che ciò accadesse. La nave rimase lì a lungo, prima di essere rimorchoata via. Durante questo periodo i Sentinelesi devono esser saliti a bordo, hanno recuperato dei pezzi di metallo ed hanno fabbricato delle punte di freccia; come constatarono facilmente, a loro spese, i visitatori successivi.

E’ quindi evidente che i Sentinelesi sono del tutto consapevoli, da oltre due secoli, che esistono altri uomini, dotati di mezzi sorprendenti, che, a volte, portano doni, altre volte sembrano aggressivi. Sanno quindi che un altro mondo esiste; solo che non gliene frega assolutamente niente.

Alla fine l’India, su pressioni di Survival, ha deciso di proibire ogni avvicinamento all’isola e fa dei pattugliamenti per dissuadere chi volesse provarci. Delle navi della Marina indiana scrutano la spiaggia, di tanto in tanto, per vedere se la popolazione continua ad essere in vita ed in buona salute. Da un punto di vista strettamente formale, nessun rappresentante ufficiale dell’India ha mai messo piede sull’isola per rivendicarne l’appartenenza. North Sentinel è quindi uno stato indipendente che non ha nessun tipo di relazione diplomatica, commerciale o politica con nessun altro Stato. Un pugno di selvaggi sono riusciti a sconfiggere il colonialismo, l’Ordine Mondiale, il capitalismo ed anche il turismo. Con le frecce e le lance.

Ma la genialità dei Sentinelesi risiede soprattutto in un altro aspetto. Sono riusciti nello straordinario miracolo ecologico di continuare a vivere solo di caccia, pesca e raccolta in uno spazio ridottissimo. Ciò vuol dire che cacciano senza sterminare la fauna; raccolgono senza impoverire la flora; vivono nella foresta senza abbatterla; si riproducono senza cadere nel sovraffollamento o nei danni della consanguineità (almeno in apparenza). Tutto ciò è assolutamente miracoloso e dovrebbe esser fonte, per noi, di infinito rispetto.

Il paese che non dovrebbe esistere: Scanno

Vi è un paese curioso, molto bello, inaspettato, pieno di storie strane. E’ Scanno, in Abruzzo. Così strano che merita largamente una visita.

Scanno non dovrebbe esistere: si trova in una posizione impossibile. La valle dei fiumi Sagittario e Tasso è relativamente ampia nella parte superiore, dove sta Scanno, ma si restringe, verso lo sbocco inferiore nella Valle Peligna, formando una lunga e strettissima gola fra erte e grigie pareti di roccia. Tali Gole del Sagittario rendono difficilissimo l’accesso alla parte superiore della valle. Le Gole formano un imbuto, un collo di bottiglia temibile. Fino all’inizio del 1900 non c’era nessuna vera strada e arrivava a Scanno solo una difficile mulattiera che serpeggiava sul fondo delle Gole disputandosi con il fiume il pochissimo spazio disponibile fra le rocce. Mulattiera che diventava impraticabile quando il fiume si alzava di livello, con lo sciogliersi della neve e le piogge primaverili od autunnali. Il paese restava isolato.

Ma perchè fu quindi costruito questo paese, che ha resti anche romani? Per motivi economici: sulle alture ci sono vastissimi pascoli nei quali hanno brucato ed ingrassato infinite greggi di pecore. Greggi che passavano l’inverno in Puglia e l’estate sui monti di Scanno: il vecchio sistema della transumanza. Con questa importantissima fonte di reddito alcune famiglie costituirono delle belle fortune arricchendo il borgo di importanti palazzi, chiese, muraglie. La zona è ricca di un bel calcare bianco che fu utilizzato nelle costruzioni. Il paese vecchio è su una specie di promontorio, molto mosso, in forte salita. L’effetto è delizioso: strade e stradine, scalinate, belle case e palazzi, slarghi e strettoie, fughe di viuzze con il verde delle montagne intorno come sfondo. Il colpo d’occhio è meraviglioso. Impossibile accedere al centro vecchio in auto o moto.

E’ tutto così caratteristico che il paese è diventato, fin da metà ‘900, un terreno prediletto per i fotografi. Moltissimi dei grandi maestri vi sono passati e vi hanno scattato foto divenute celeberrime. Sulle loro tracce, appassionati di fotografia dei giorni nostri percorrono le stradine del borgo cercando ispirazione e inquadrature; chi organizza corsi di fotografia si onora di portare i propri allievi in questo luogo.

Questa faccenda della transumanza delle greggi faceva sì che quasi tutti gli uomini passassero l’inverno lontano da casa, lasciando il paese in mano ad una sorta di matriarcato di fatto. Le donne furono quindi obbligate a gestire i figli ed i beni in autonomia, sviluppando un forte carattere. Forse per questo motivo Scanno è l’ultimo paese in Italia nel quale il costume tradizionale venga ancora usato, quotidianamente, dalle donne più anziane. Questa cosa è assolutamente straordinaria; un pezzo di tradizione antica unico in Italia. Il costume della festa è particolamrente ricco ed elaborato. Alcune volte all’anno viene organizzata una rievocazione durante la quale molte donne sfilano con i vecchi costumi pazientemente mantenuti, riparati, indossati. Immancabili, quindi, le foto a queste donne, fra le viuzze di pietra del borgo. Scorci antichi. A capitarci per caso si resta basiti.

La ricchezza del paese la si vede anche dalla presenza di una importante tradizione orafa che ha prodotto alcuni gioielli tradizionali. Ci sono ancora alcune oreficerie artigianali, sul corso principale. E pare incredibile che un paese così isolato ed inaccessibile possa esser stato tanto ricco.

Ma le eccezionalità di Scanno non finiscono qui: poco sotto il paese c’e’ un bel lago nel quale si può anche fare il bagno. Dalla parte opposta c’e’ il Passo Godi, a 1600 metri, circondato da montagne che oltrepassano i 2.000. Insomma, montagne vere, sulle quali è anche possibile sciare, quasi tutti gli anni.

E’ relativamente vicino a Roma e nei periodi di gran caldo frotte di anziani romani si rifugiano fra queste montagne a prendere il fresco. Ed ancora: è la prima vera montagna per chi viene dalla Puglia; li vedi allora questi turisti, abituati alle strade diritte, fra gli olivi pugliesi, avventurarsi esitanti ed impauriti sulla strada stretta e tortuosa che sale al paese. Oppure vengono d’inverno, a vedere come è fatta la neve.

Negli anni ’60 Scanno ebbe un notevolissimo sviluppo turistico, basato soprattutto su romani e pugliesi. E’ nata intorno al borgo vecchio, fortunatamente rimasto intatto, una corona di orribili costruzione residenziali ed alberghiere nello stile di quegli anni; certamente uno dei più infelici nella storia dell’umanità. Edifici nati male ed invecchiati peggio; un pò disabitati, un pò cadenti. Triste edilizia delle seconde case nell’epoca del boom.

E qui incomincia l’inarrestabile parabola discendente di Scanno.  La risorsa pecore e’ ormai ridotta ad un paio di aziende residuali. Il turismo stanziale langue; gli alberghi che un tempo si volevano pretenziosi sono ormai ridotti a misere pensioni la cui manutenzione è ridotta ad minima. Vi si trascinano gli habituès di sempre, ogni anno più anziani e meno numerosi, per semplice legge naturale. Nessuna capacità di rinnovarsi, di creare attività. L’impianto sciistico è perennemente in fallimento; le possibilità di camminare d’estate sono poche, non essendo mai stati segnati i sentieri in modo accettabile; la cucina è modesta, poco curata e meno invitante; gli abitanti sono gentili come un cazzotto nello stomaco; un deposito di pezzi polverosi, aperto solo a chiamata, gioca il ruolo di museo locale; le produzioni locali di salumi e formaggi sono venduti a prezzi esosi per una qualità banale.

Gli Scannesi si rifanno spesso ai loro antenati Sanniti e vanno fieri delle Forche Caudine alle quali obbligarono gli altezzosi romani. Millenni dopo i romani continuano a venire in questa zona e ad essere trattati nello stesso modo scortese.

Scanno è l’esempio vivente (morente, sarebbe meglio dire) del cambio di tipo di turismo: il tempo della vacanza residenziale lunga un mese è finito. Ora si vogliono numerose vacanzine di breve durata, ma di ricchi e variati contenuti. Non si vuole più respirare l’aria buona, si cercano esperienze appaganti. E queste esperienze vanno costruite, organizzate, gestite con professionalità. E quest’ultimo attributo sembra crudelmente mancare agli Scannesi.

Insomma, quello che è un unicum nazionale per i costumi tradizionali, un borgo di superba bellezza ed una bizzarria storica e geografica sta morendo; soffocato dalla grettezza degli abitanti e dalla povertà culturale delle Amministrazioni Pubbliche. E la popolazione tanto residente quanto turistica diminuisce ogni anno. Ci si affida a qualche iniziativa estemporanea, passeggera, corta come le competizioni di Iron Man che non lasciano niente.

Scanno vale ampiamente una visita per poter meravigliarsi del borgo. Una visita breve, di un paio di notti (e vi consiglio questo B&B, in una casa del borgo). Aspettando che i suoi abitanti riescano a capire che bisogna offrire qualcos’altro di decente, oltre al borgo, a chi arriva fino a quassù.