Invito nella ruspante Romania

Il temibile formaggio Branza de burduf all’interno del suo contenitore di corteccia di abete. Foto di Oliver Speks via Wiki Commons.

Il fascino dei Balcani non abbandona il vostro Viaggiatore Critico che vi invita di tutto cuore a visitare la Romania. Dove non troverete grandi cose, ma starete benissimo. Vi sconsiglia di andare a vedere quelle poche e poco interessanti cose legate al Conte Vlad, Dracula. Paccottiglia per turisti ignoranti che vogliono continuare ad esserlo. E non indicherà nemmeno i vieti ristoranti di Bucarest, trappoloni per turisti di bocca buona, che pure tanto successo riscuotono: Caru cu bere e Hanul lui Manuc. Carichi di storia, è vero, ma ormai prostituiti ai gruppi con guida e bandierina. O le terme di Bucarest, moderne, enormi, tecnologiche e del tutto innaturali.  Ed anche la vita notturna del vecchio quartiere centrale di Lipscani, a meno che non siate ragazzotti nordeuropei alcolizzati. O le spiagge tristanzuole di Mamaia, sul Mar Nero.

No, niente di tutto ciò.

Le corde che la Romania sa toccare meglio sono quelle bucoliche, calme, paesane e contadine, un po’ melanconiche ed un po’ cialtrone, ma con grande simpatia.

E vi presento dei quadretti di ciò che mi è rimasto nel cuore.

Sui Carpazi, fra le montagne una vecchia contadina che vendeva, sul bordo della strada, il famoso formaggio Branza de burduf, conservato nella corteccia di pino di cui assume il fortissimo aroma di resina. Quasi immangiabile, ma assolutamente vero. Da accompagnare poi con la mamaliguta cu smantana che sarebbe la polenta con una generosa cucchiaiata di panna acida. Nemmeno questa buona, ma dopo ti senti in grado di montare un puledro a pelo ed andare a combattere contro i turchi.

Foto di Radu Ana Maria via Wikicommons.

E in quelle infinite pianure si trovano (si trovavano) dei pozzi pubblici accanto ai quali si erge un alto palo che ha incernierata una lunga asta orizzontale che fa da bilanciere per calare un secchio nel pozzo. Due lunghi legni scheletrici in croce, visibilissimi da lontano, presso i quali far sostare ed abbeverare il bestiame, i cavalli durante i viaggi.

E parlando di viaggi e di gente del viaggio, si andrà allora a visitare i paesi dei Rom. I più poveri di tutti (come in Slovacchia), con le case sempre senza intonaco, trascurati, fra carcasse d’auto ed immondizia. Ma che testimoniano la straordinaria vitalità di un popolo che da almeno 6 secoli sviaggia in Europa resistendo ai massacri, al razzismo e al disprezzo di tutti. Chapeau. Ed il disprezzo dei romeni verso i Rom è altissimo; parli con un romeno di questo e di quello ma lui cercherà sempre di ficcare nel discorso delle ignominie contro i Rom. E di questo sono molto dispiaciuto. Forse fanno così con gli stranieri, per lasciare ben chiaro che i popoli sono due, del tutto diversi e che nessuno deve associare Romeni e Rom, malgrado l’imbarazzante assonanza dei nomi.

Ma anche battere le campagne per cercare i vecchi villaggi tedeschi, così diversi dagli altri, con le loro chiese fortificate. Tedeschi che hanno abitato lì per secoli e che avevano accolto a braccia aperte l’invasione dei nazisti. Nonostante ciò, il socialismo aveva permesso loro di continuare a vivere nei luoghi tradizionali e di conservare scuola e lingua tedesca. Ma questo popolo, da buoni tedeschi ingrati, appena caduto Ceausescu si è spostato in massa nella Grande Germania, da cui, per altro, erano partiti alcuni secoli prima. Ora quei villaggi sono semiabbandonati e le chiese chiuse ed in declino. Ma vanno comunque visitate, perché sono eccezionali esempi di architettura spontanea.

Villaggi completamente differenti da quelli della zona verso il Mar Nero, dove le case sono separate l’una dall’altra, con delle staccionate che ne proteggono il giardino e l’orto. Hanno un sapore che le avvicinano a quelle ucraine, addirittura russe. nelle stradine, fra una casa e l’altra s’aggirano simpaticamente dei maiali liberi come l’aria.

Così come si vedono degli enormi greggi di oche con il loro pastorello che le conduce al pascolo. Povere loro, povero lui, si stringe il cuore al destino di entrambi.

Oppure frequentare le stazioni provinciali del treno o degli autobus, in compagnia dei molti che vanno con i mezzi pubblici perché la macchina non se la possono permettere. Stazioni uscite da alcuni decenni fa, molto modeste, spartane, non necessariamente tirate a lucido (proprio no); gente semplice, un po’ triste, molti giovani. Ma che non rinuncia a muoversi, che spera e persegue con forza un futuro più ricco, con la macchina, ormai fuori dalla lotta quotidiana con il portafoglio. Fra i molti giovani e vecchi, spuntano anche grossi uomini con la barba di una settimana, dalle mani potenti e dalla risata pronta che vi aiuteranno volentieri se non capite qualcosa.

Che pace! Foto di Vmano91 via WikiCommons

E’ facile incontrare romeni che hanno lavorato in Italia e che parlano bene l’italiano. Saranno loro stessi a riconoscervi come italiani ed a parlarvi nella vostra lingua. Ho spesso avuto attimi di imbarazzo: l’insopportabile e crescente razzismo degli italiani può aver fatto danni in queste persone che avrebbero potuto aver voglia di vendicarsi, comprensibilmente, su di me. Non è mai successo, ma, a volte, ho sentito molta amarezza in loro. Fortunatamente riscattata da altri episodi di buona accoglienza e di comprensione umana. Si tratta di emigrati ormai ritornati a casa, con soddisfazione per il risultato raggiunto ed è interessante discutere con loro dell’esperienza vissuta. E tutti hanno dimostrato di apprezzare il fatto che volessi visitare i loro luoghi e che ponessi molte domande sugli aspetti locali, avendo infine trovato qualcuno con cui era facile intendersi. Gli aspetti umani di un viaggio.

C’è tanto spazio in Romania. E’ grande quasi come l’Italia, ma gli abitanti sono meno di un terzo (e molti di questi se ne sono andati). Zone poco abitate, molto naturali. Parchi, riserve. L’incredibile Delta del Danubio, percorribile solo in barca in un misto emozionante di fiume, mare, terra e piante, ma anche storia. I Carpazi con i bellissimi boschi; le valli fresche e verdi della Transilvania; i grandi spazi agricoli del Maramures, e chissà quanti altri posti che non conosco. Si sta larghi, a proprio agio, in Romania. E per aumentare ancor di più questa sensazione di libertà, si può arrivare fino in fondo, verso la Bulgaria, a Vama Veche dove c’e’ una grande spiaggia, tradizionalmente naturista.

Poi si va nei bar a bere qualcosa. E qua ci ritroviamo in pieno nel mondo balcanico – ottomano. Bar dove ci si siede e si passa molto tempo a chiacchierare. Soprattutto gli uomini, ancor di più in campagna. Un po’ come in Grecia, dove però i bar sono molto più belli. Un po’ come in Turchia o nei paesi arabi, ma qui con l’aggiunta dell’alcool. Atmosfere dense di fumo delle sigarette, del maschio odore dei lavoratori all’aria aperta. D’inverno si sta caldi in questi bar e non se ne vorrebbe uscire mai. Il turista è ignorato, ma se vuole attaccar discorso sarà ascoltato con interesse.

Un bellissimo viaggio e si spende pure poco.

Dove andare a vivere?

Patagonia

La globalizzazione ha vinto, siamo ormai tutti cittadini del mondo e potenzialmente liberi di andare a vivere dove vogliamo; ormai ci siamo spogliati delle ristrettezze dei patri confini!

Verissimo, ma dove andiamo? Chi è nato nei paesi poveri non ha dubbi! Va nei paesi ricchi. Ma chi è nato nei paesi ricchi, che fa? Il Viaggiatore Critico è una vita che si sta facendo questa domanda e non è ancora riuscito a darsi una risposta. E sta perdendo la speranza di trovarne mai una.

Vediamo i luoghi che ha preferito. La città più bella e più piacevole che abbia mai visto ha un dolce nome: Rio de Janeiro. Paesaggi stupendi, mare meraviglioso, vita frenetica, gente simpatica, un grande paese, molte cose da fare, prezzi abbordabili, non manca niente (buona cucina a parte). Il brasiliano si impara facilmente. Ma gli inconvenienti sono importanti. Il primo è l’insicurezza; tutto il continente, tutto il paese ha un livello di microcriminalità altissimo e soprattutto scellerata. Non si limitano al borseggio, vanno giù duro di rapina e, se reagisci, di omicidio. Non succede tutti i giorni, ovviamente, ma lo straniero è una preda preferenziale e finisce per vivere con il timore costante. Ha paura a passeggiare la notte, si guarda sempre intorno, evita posti che ritiene pericolosi, magari a torto. Insomma, vive malamente e non si gode la vita che si è scelto.

Altro luogo bellissimo: Cadice. Posizione eccezionale, clima buono, città quasi integralmente pedonale e molto affascinante, folclore, prezzi ben inferiori a quelli italiani, gastronomia succulenta, vini eccellenti. Lo spagnolo ce lo abbiamo in tasca, basta aggiungere una s finale alle parole italiane, come ben sappiamo. Il Viaggiatore Critico ben conscio di quanto appena detto ci ha abitato alcuni mesi. Poi gli sono scoppiate le palle dalla noia e se ne è dovuto andare. Popolazione locale affabile ma di scarsa profondità filosofica.

Alla ricerca di gente carina si è spostato a Santiago del Cile, dove gli abitanti sono di una gentilezza e cortesia rimarchevoli. Clima decente, prezzi decenti, capitale e quindi molte cose da fare. Lingua sempre lo spagnolo. Ma ci sono due inconvenienti importanti: per prima cosa si è in fondo al mondo e lo si sente: pare di essere finiti nell’ultima stiva della nave Terra e ci si sente un po’ isolati. Oltre a lì c’e’ solo la Patagonia, per dire…. E poi c’e’ ovunque un senso di abbandono che scoraggia e deprime. E probabilmente i due inconvenienti sono strettamente legati.

Ad esclusione del Cile e di Cuba (dove però, non si può andare a vivere) e parzialmente dell’Argentina (che ha i suoi forti inconvenienti antropologici), tutto il continente sudamericano va scartato dalla lista dei luoghi dove trovare una vita migliore che in Italia. A causa dello stesso problema del Brasile. L’insicurezza. E così ci siamo giocati un continente intero.

Bulgaria

I pensionati italiani hanno a loro disposizione un criterio importante per scegliere la loro nuova residenza: la defiscalizzazione. Chi prende la residenza all’estero non paga le tasse in Italia ed alcuni paesi non tassano i pensionati stranieri che vi si trasferiscono. Le due cose sommate fanno sì che i pensionati italiani, che vi abitano almeno 181 giorni l’anno, si mettono in tasca la pensione lorda e non netta. Una benedizione per un popolo (quello italiano) che ha fatto dell’evasione fiscale il suo massimo valore. Ed in questo caso è anche legale. Questi paesi sono la Tunisia, la Bulgaria, il Portogallo, il Cile, che io sappia. Ci vanno in molti, ma sono ormai troppo anziani ed acciaccati per godersela.

C’e’ poi la possibilità di trovare dei luoghi remoti, dei villaggi persi nella natura, delle pieghe della geografia dove installarsi e dimenticarsi di se e del mondo. Un sorte di Lete d’oggi. Molti di questi luoghi sono stati trovati dal Viaggiatore critico: Corvo, Pellestrina, Grand’Riviere, Kassos, il Sikkim, la penisola di Paria. Ma li ha abbandonati, per un motivo o per un altro, ma soprattutto per la noia che ti pervade in poco tempo. Che te ne fai di un paradiso terrestre di pochi km quadrati? La calma e la serenità, quanto a lungo puoi sopportarle prima di cominciare ad ululare alla luna?

Bisogna quindi cercare un luogo dove essere attivi, produttivi, intraprendenti; per guadagnare dei soldi e della visibilità sociale? Questo può andar bene per alcuni, ma non per tutti. Per i giovani affamati di quelle cose o per vecchi che continuano a non capire. Si andrà allora in Canada, in Quebec; dove le possibilità sembrano vaste, aperte, allettanti. Aspettano voi, andate. Ma poi ci si ritrova in un contesto sociale di gente gradevole e simpatica, ma straordinariamente semplice e di poche dimensioni. Un europeo non si stressa; vince facile (nel paese dei ciechi l’orbo è re….), ma son posti che gli vanno stretti; oppure è lui ad essere troppo largo di testa per entrarci. E non si parli poi degli Stati Uniti imperiali, arroganti e paranoici.

Resta quindi l’Europa, casa nostra. Il nord continentale ci ha sempre attratto. Come non desiderare la Finlandia? Come non buttare un pensiero agli stati baltici? C’e’ chi agogna l’olimpica serenità della Danimarca, la vitalità di Londra, l’efficienza olandese. Ma poi uno ci pensa meglio e si scoraggia, se non è spinto dall’urgente bisogno di trovare un lavoro che l’Italia infame gli nega. Le lingue locali sono ostiche ed un emigrato finisce per condannarsi all’esclusivo uso dell’inglese, almeno per anni ed anni. Il calore è assente dal clima come dalle genti, e ciò son due pesi grevi. Certo, donne bellissime e questo può essere un valido motivo per scegliere quei paesi. Ma son posti cari, molto. Quindi o si guadagna bene o ci si condanna ad una vita misera, inferiore a quella dei locali. Gli stessi stormi di italiani che lavano i piatti a Londra dividono casucce e stanzette, non se la passano mica bene. E per chi vive senza aver bisogno di lavorare, il nord Europa è, spesso, insopportabilmente caro. Poi bisogna andare a vedere le difficoltà di ogni paese: francesi, tedeschi ed olandesi stanno ben al disotto della soglia della simpatia. I norvegesi ti guardano dall’alto in basso. I baltici sembrerebbero più simpatici, ma sono accoglienti? Mai sentito dire… E così ci siamo giocati anche questa parte di mondo.

Pellestrina

Molti vanno in Asia. Ma pochi ci restano. In Giappone ed in Cina non ti ci fanno stare, in India nessuno ci resiste, mai sentito di stranieri felici in Corea. Certi si accomodano in Thailandia con successo esistenziale. Ma ho sempre avuto l’impressione che restino pesci molto fuor d’acqua. Corpi estranei accettati, ma mai integrati. Deve essere una vita comoda: economica, pacifica, gentile, liscia. Ma il senso di estraneità sarebbe troppo forte per me.

Più facile l’integrazione in Africa, ma le difficoltà quotidiane della vita ed i costi, per voler conservare un livello di vita all’europea, farebbero perder la pazienza a San Francesco. Andrebbe visto meglio il Sud Africa e specialmente Città del Capo; ma anche lì il problema della sicurezza e delle tensioni etnico – sociali non devono essere acqua fresca.

Resta il Mediterraneo, che è ancor più casa nostra dell’Europa. Come non voler vivere nella nostra patria culturale che è la Grecia? E la Tunisia, così vicina, così simile, così diversa?

Che il segreto stia nel cambiare ma non troppo? Andare a trovare delle diversità gestibili, senza perdersi in quelle che ti travolgono e che finiscono per alienarti? Sfuggire dall’Italia ormai insopportabilmente malata, ma senza gettarsi nell’estremo esotico che ti affascina per un momento e ti sfibra a lungo andare. E quelli, invece, che si son persi in America sud/nord od in Asia e che non son mai tornati? Si saranno spiaggiati come balene moribonde in lidi alieni o si saranno fatti il loro nidino di serenità? Incapaci di tornare pur volendolo o felicemente integrati? Io penso la prima; un po’ come l’ergastolano che ha paura di uscire. Non è un bel risultato.

Ed in preda a questi dubbi il Viaggiatore critico si aggira per il mondo, cercando la sua cuccia.

 

 

 

Il turismo della miseria

E’ ormai un classico. La guida che porta la turista occidentale in una bidonville a fotografare i bambini poveri, che sono così carini… Foto di Hannah Reyes Morales – tratto da “Il controverso fenomeno dello slum tourism”, National Geographic, 9.5.2018

Vogliamo parlare di quelli che vanno a visitare la miseria?

Fra le tante distorsioni del turismo ve ne è una particolarmente grave, complessa, preoccupante, densa di significati. Sono i turisti che vanno a visitare luoghi particolarmente poveri, dove vive una umanità in piena miseria. I visitatori delle bidonville, delle favelas, degli immondezzai dove rovistano battaglioni di capatori. E’ il cosiddetto slums tourism.

La cosa è antica; la visita delle sofferenze altrui è sempre stato molto interessante. Lo stesso Dante non si privò di un bel giro fra i disgraziati dell’inferno. I nobilastri europei, che scendevano in Italia per il loro Grand Tour formativo, amavano osservare la plebe italiana ed i loro poveri tuguri comparandoli stupefatti con le magnifiche rovine dei loro antenati dell’Impero Romano. E al tempo del positivismo si andava nei quartieri operai di Londra per concepire (e forse realizzare) azioni filantropiche.

Nel turismo moderno, alcuni cominciarono, già diversi anni fa, ad andare a visitare le favelas di Rio di Janeiro. Provando i brividi della miseria, delle bande di delinquenti, delle squadroni della morte, dei narcotrafficanti grondanti sangue e dollari. Tanto che alla fine certe favelas sono diventati simil-lusso e vi si possono affittare appartamenti su Airbnb. Vi venivano accompagnati i turisti in occasione delle Olimpiadi di Rio.

Nel frattempo prendeva piedi la piaga del turismo solidale, nel quale i turisti sono portati a vedere orfanotrofi, scuole di periferie, ospedali di amputati; nel quadro di progetti ai quali contribuiscono con pochi spiccioli.  E in questo contesto, la visita di Korogocho, il quartiere che vive sulla discarica di Nairobi è diventato un must, andando a far visita al padre Alex Zanotelli che vi viveva e lavorava (fino a quando ha deciso di tornare in Italia, abbandonando i poveri alla loro miseria).

Ormai ci sono agenzie specializzate nella visita degli slums indiani (anche con corsi di cucina), alberghi di lusso in Sud Africa che hanno ricostruito angoli di bidonville posticcia, ma fedele. E secondo l’UNICEF, nei luoghi turistici della Cambogia nascono falsi orfanotrofi con falsi orfani per estorcere qualche dollaro ai turisti che li visitano. E a Napoli si trovano su Airbnb i “bassi” dove pernottare facendo finta di essere in una commedia di Eduardo in un delirio kitsch di luoghi comuni partenopei e di voyeurismo pauperistico. Un palestinese affitta su Airbnb una camera nel campo profughi di Betlemme e porta i turisti a parlare con una povera vecchia i cui due nipoti sono stati uccisi dagli israeliani. Per non parlare poi dei giri a Chernobyl.

In questo quadro disgustoso proliferano gli articoli dei giornali, le dotte dissertazioni etico – sociali, gli studi antropologici.

La posizione predominante è ovvia: gli sporchi occidentali si “divertono” (proprio così) a vedere i poveri per qualche ora e poi a tornarsene nel loro agio, felici di non esserlo. Gli sporchi occidentali di sinistra aggiungono ipocrisia trasformando queste visite in viaggi di studio della condizione umana di cui prendere maggiormente coscienza e consapevolezza. Gli sporchi occidentali di destra confermano le loro idee sulla supremazia della razza bianca e sul fatto che uno è povero soprattutto perché è stronzo. Gli sporchi occidentali cristiani raggiungono il massimo dell’ipocrisia, versando una lacrimuccia, donando una miseria e pregando insieme ai poveri che tanto il Regno dei Cieli sarà loro.

In ogni caso questo turismo viene descritto come deteriore, abusivo, tragico. Ci si spinge a definirlo “crimine contro l’umanità”.  Paradossalmente, invece, gli abitanti degli slums visitati non ci trovano niente in contrario ed, in larghissima maggioranza, sono contenti di ricevere dei turisti, come se i loro quartieri fossero divenuti i centri delle città.

Gli organizzatori del turismo della miseria usano facili e superficiali argomenti: che la conoscenza mutua fra poveri e turisti è comunque un fatto positivo; che qualcosa i turisti lasciano sempre; che i luoghi dei poveri hanno finalmente la possibilità di mostrare i lati positivi che pure non mancano loro perdendo così, o almeno riducendo, la loro aura di maledizione (solidarietà fra persone, attività ricreative, allegria dei bambini); che sono esperienze che resteranno impresse nei turisti per sempre, avvicinandoli emozionalmente alle sofferenze della vita. Argomenti di un cinismo aberrante.

L’UNICEF si occupa dei falsi orfanotrofi in Asia nei quali i bambini vengono tenuti, pur avendo almeno un genitore, per ricevere soldi dai turisti.

Ma, indipendentemente da tutte queste considerazioni dei fautori e degli avversari del turismo della miseria, se i turisti son contenti ed i poveri pure, perché non lasciarli fare smettendo di emettere moralismi di bassa lega o giustificazioni pelose? Se la gente si mescola consenziente perché preoccuparsi? Se i poveri non vogliono i turisti non hanno che prenderli a sassate e quelli smetteranno subito. Se i turisti sono dei biechi individui che godono delle sofferenze altrui, a noi che ce ne cale? Gli vogliamo forse redimere come missionari della Compagnia del Buon Turismo? Se i tour operators della miseria  son degli sciacalli, sono in eccellente e vastissima compagnia.

Il punto, secondo il Viaggiatore Critico è tutt’altro, ed è per questo che bisogna osservare con attenzione il turismo della miseria.

Eccolo: questo tipo di viaggi si colloca pienamente nel campo del turismo “esperienziale” che sta sostituendo quello delle “visite”.  Non si va più a vedere, ma si cerca di vivere. Del resto Airbnb sta puntando molto di più sulle esperienze che sugli affitti e quel settore gli sta crescendo in mano  molto più rapidamente di quello delle notti.

Quindi si mangia, si cucina, si fanno corsi, si preparano candele, si torniscono vasi, si potano le vigne, si ferrano i cavalli, si tessono sciarpe, si fanno tour etilici, si provano sostanze, si cammina, cavalca, pedala, veleggia e così via. Mi pare chiaro che il vecchio turismo non funziona più. I centri storici sono ormai diventati luoghi sterili  ripieni degli stessi negozi ovunque nel mondo. I musei hanno scassato la minchia ed escluso i forzati della cultura, gli altri ne fanno anche volentieri a meno. Il turista si sta annoiando, bisogna trovargli altri passatempi; è necessario rinnovare l’offerta. Il turismo sta morendo, dobbiamo trapiantargli nuovi organi perché continui a far girare l’economia.

I turisti vogliono vedere come vive la gente per davvero? Vogliono viaggiare secondo la formula magica del like a local? Ed ecco che gli forniamo i giri nella miseria. I poveri hanno alcune eccellenti caratteristiche agli occhi del turista: sono soggetti fotografici molto interessanti; si capisce bene come vivono perché lo fanno per strada; si lasciano osservare volentieri in quanto hanno dovuto mettere da parte l’orgoglio da molto tempo; si corrompono con poco e con poco li fai sorridere; in generale, sono docili; sono tanti ed in molti luoghi, così che è facile organizzare dei tours, anche esclusivi.

La macchina economica avanza implacabile e cieca: per il turismo è l’ora delle esperienze; del toccare con mano la miseria. Domani vedremo cosa si potrà inventare. Probabilmente lo sviluppo del turismo di guerra (i primi esempi si stanno vedendo) o l’accoglienza presso gli ultimi popoli tradizionali ancora esistenti (con il loro definitivo annullamento).

Per il momento i poveri (che turisti non possono essere) sembrano i migliori sostenitori del turismo. I paradossi.

PS. A scanso di critiche, il tono generale di questo articolo è amaramente ironico.

 

 

 

Finlandia d’inverno

Non vedemmo le aurore boreali. Del resto, come fare a restare all’aperto ad aspettare che comparissero? Questa è nel villaggio della stazione di benzina, alla frontiera. Foto di Bo-Göran Lillandt via Wikicommons

Un viaggio invernale in Finlandia, di molti anni fa, mi produce ancora ondate di ricordi molto intensi. Uno dei viaggi più emozionanti di sempre. E’ un’esperienza che va fatta, ma in autonomia, non con quei tristi giri organizzati che finiscono per portarti sulle moto slitte trasformando il profondo mondo nordico in una squallida giostra. Fu un viaggio molto difficile; avemmo forti momenti di preoccupazione e spendemmo una fortuna. Ma ne valse la pena; i ricordi che ancora conservo ne sono la prova.

Questo blog è esente dalle noiose e stucchevoli descrizioni dei viaggi. Ma questo articolo fa eccezione, perché il senso di estraniamento provato va descritto passo passo, per cercare di renderlo al lettore.

Arrivammo ad Helsinki per Natale e decidemmo di partire per il nord il giorno successivo, con il treno, partendo la sera. Arrivammo la mattina dopo a Rovaniemi, già dopo le nove. Ma il buio era totale. Ci incamminammo verso il centro storditi per la notte in treno e per il mattino che era ancora notte e la neve per terra, scricchiolante sotto le scarpe, congelatissima. Arrivammo in un albergo con una bella sala delle colazioni tutta illuminata con tanta gente che mangiava aringhe con il burro salato e il pane nero. Ne mangiai anch’io e fra un sottaceto ed un bicchiere di latte venne fuori un po’ di chiarore che chiamano giorno. Ma erano le 10 passate.

A mezzogiorno era decisamente giorno e facemmo una passeggiata in un parco urbano in compagnia delle renne. Evitammo la trappola per turisti del villaggio di Babbo Natale e proseguimmo in bus per Inari, molto più a nord. Ci fermammo lì per vedere un museo dei Lapponi molto carino. Deludente invece una passeggiata nella foresta di abeti nella quale sorge il museo. Pensavo di trovare piante colossali ed invece erano alberelli. Solo in seguito ad un viaggio in Canada capii che siamo già troppo a nord per avere delle condizioni climatiche in grado di far sviluppare dei grandi alberi. A Ineri camminammo sul lago ghiacciato, reggeva le motoslitte, ma era comunque terrificante, scricchiolava tutto, come nei film. Le donne, in paese, uscivano con delle specie di carrello del supermercato-slitta. In questo modo si sorreggono per non scivolare sul ghiaccio e, sul piano della slitta, portano la spesa od il bambino nel seggiolino.

Presi da spirito esploratore decidemmo di continuare verso il nord. Da quel momento i ricordi si fanno confusi; la luce sparì ed avevamo solo un’oretta di leggero chiarore intorno a mezzogiorno. Perdendo l’alternanza di giorno e di notte si perde la misura del trascorrere dei giorni. Fu una lunghissima notte; qualsiasi cosa facessimo era notte. Il giorno dopo non esisteva, era la notte dopo. Il corpo si ribella: vuole la luce come vuole il cibo quando ha fame. L’ostilità dell’ambiente ci era evidente.

Alla tappa seguente, continuando a voler andare verso nord ed ormai decisi ad arrivare al Mare di Barents, chiedemmo spiegazioni sugli orari dei bus e su dove dormire. Il personale dell’ufficio della compagnia dei bus ci guardò un po’ strano ed avemmo la netta impressione che si preoccuppassero per noi. Fecero un consulto fra loro e chiamarono l’autista del bus che ci avrebbe portato. Capimmo che il problema era il seguente. Ancora a nord c’era la frontiera con la Norvegia, la Finlandia non arriva al mare. Ma il bus non arriva alla frontiera ed in quella zona non c’erano alberghi. Quindi l’autista ci avrebbe lasciato ad una stazione di benzina dove avremmo chiamato (il roaming non esisteva ancora) un taxi norvegese che ci avrebbe fatto attraversare la frontiera fino alla prima stazione dei bus della loro parte. Ci dissero di stare attenti e di fare come ci avevano detto di fare; dicendolo ci guardavano le scarpe, praticamente da città, e i cappottini da inverno mediterraneo che avevamo.

Foto estiva delle cassette della posta “da lancio” delle campagne finlandesi.

E cominciò il viaggio; il bus era quasi del tutto vuoto. Naturalmente era buio e non vedemmo assolutamente niente di come era fatto il mondo. Il bus si fermava a tutte le rare case esistenti, un po’ ritirate dalla strada principale. Davanti ad ogni casa c’era sempre una grande cassetta postale a cui mancava la parete anteriore. L’autista aveva accanto a se la borsa del postino con le lettere ed i giornali da recapitare. All’indirizzo giusto apriva la porta del bus e senza scendere lanciava la posta (opportunamente appesantita in qualche modo) centrando con maestria la cassetta. Poi ripartiva fino alla prossima casa. Uno stillicidio di fermate. Alla luce dei fari si intravedevano, a volte, delle renne dallo sguardo un po’ ebete.

Arrivammo finalmente alla stazione di benzina. Non doveva esser troppo tardi (comunque era buio), ma non passava nessuno, freddo intenso, neve ghiacciata, intorno non si vedevano case. Per non trascinare i bagagli sul ghiaccio volli restare sul bordo della strada mentre mia moglie andava nell’ufficio per vedere di telefonare al taxi norvegese. Poche volte mi son sentito così incongruo, fuori posto ed imbecille come in quell’occasione. Per quale motivo mi dovevo io trovare su una strada dell’estremo nord della Finlandia, in piena notte, a fine anno, con la valigia ai piedi e l’incertezza totale sulle prossime ore? Che cosa stavo facendo? Mi sentivo proprio strano.

Le cose poi girarono bene, arrivò il taxi che con costi sanguinosi ci portò alla successiva stazione dei bus dove ne prendemmo uno fino a Vadso. Tutto facile: mentre il nord della Finlandia è disabitato, quella parte della Svezia è ricca di attività, avendo davanti alla costa le piattaforme petrolifere.

Andammo a visitare, un po’ fuori dalla città, nella neve, il pilone dal quale partì Nobile con il suo dirigibile nel 1928 per il viaggio che si concluse tragicamente con l’episodio della Tenda Rossa. Scarsamente illuminato da qualche lampione, non vedemmo quasi nulla, tutto deserto intorno, la neve non toccata da piede umano. Ma fu gradevole camminare in paese popolato da molti nigeriani occupati nelle piattaforme petrolifere

Il viaggio pareva ormai tranquillo quando capimmo che l’albergo dove eravamo avrebbe chiuso il 30 dicembre. Ed insieme a lui, tutti gli altri della città e dei dintorni. E non potevamo andarcene perché anche i trasporti erano in ferie. Fummo colti da profonda disperazione. Io proposi chiaramente di andare dalla Polizia e di chiedere una cella dove passare le notti del 30 e del 31. Non potevamo dormire sulle panchine ad alcuni gradi sottozero. Poi trovammo, fortunatamente, una donnina che ci affitto una molto semplice stanza. E a quel punto ci sorse la bellissima idea della crociera dell’ultimo anno, narrata qui.

Viaggio strano: tutto quel perenne buio che diveniva, notte dopo notte, angosciante e patologico. La neve ghiacciatissima che cantava cristallina sotto i piedi e gli pneumatici. Quella gente che viveva come se niente fosse. La chiara percezione dell’impossibilità di vivere fuori dai luoghi riscaldati; come se oltre le porte ci fosse una belva di freddo che ti osservava pronta a portarti via al primo inconveniente. La natura ostile.

Viaggio meraviglioso, sensazioni nuovissime.

Le terme di Rapolano Terme

La prima piscina esterna delle Terme della Querciolaia. La più bella. Foto dal sito delle Terme.

Fa sempre molto piacere andare, d’inverno, a mettersi nell’acquiccina calduccina delle piscine delle Terme di Rapolano, a circa 25 km da Siena, verso Arezzo. Una delle innumerevoli terme della Toscana meridionale.

Vediamo come fare per rendere piacevole al massimo l’esperienza.

Che tipo di terme? A Rapolano troverete le terme per il pubblico generale, un po’ come a Budapest. Non c’e’ spazio né per nudismi come a Bad Gastein, per atmosfere tecnologiche come a Bucarest, per vezzi modaioli come all’Asmana. A Rapolano trova il loro spazio gente molto tranquilla e che si accontenta dell’acqua calda, senza altri ingredienti.

Quali terme? In effetti gli stabilimenti termali di Rapolano sono due, a tre km di distanza l’uno dall’altro. Le Terme dell’Antica Querciolaia e le Terme di San Giovanni. Le acque fanno parte dello stesso sistema idrotermale, ma sono leggermente differenti. Le prime hanno una minore quantità di carbonato di calcio disciolto, un leggero odore di zolfo in più e una temperatura leggermente inferiore. Quest’ultimo è un notevole difetto in quanto, d’inverno, nelle piscine all’aperto si può avvertire una leggera sensazione di mancanza di temperatura per raggiungere il benessere perfetto. Si può restare in acqua tutto il tempo che si vuole, ma si è perennemente in cerca del refolo di acqua più caldo del resto della piscina. Tutto ciò sembra dovuto al fatto che la portata iniziale del getto d’acqua delle Terme della Querciolaia era modesto. Si perforò più in profondità e si riuscì a trovare molto più acqua, ma, ahimè, ad una temperatura leggermente inferiore. Ovviamente, al di fuori dell’inverno, la differenza di temperatura fra le due terme è del tutto ininfluente.

I locali delle Terme di San Giovanni sono certamente migliori di quelli della Querciolaia. Più spaziosi, meglio curati, più nuovi, molti spazi relax con belle poltrone. In poche parole la Querciolaia è popolare e San Giovanni è borghese.  La gestione della Querciolaia è mista Comune/privati; l’ingresso in settimana è a 13 euro, a San Giovanni 15. La differenza del prezzo è minore della differenza dei locali. San Giovanni è privata (ma come possono essere private delle acque termali?). Accanto alle terme si ha un albergo di buon livello; e nelle terme c’e’ una parte che è riservata ai clienti dell’albergo e alla quale i clienti esterni non possono accedere. Ciò è abbastanza sgradevole.

Entrambe le terme hanno delle piscine interne. San Giovanni una sola, ottagonale con sedili immersi ed un bocca d’acqua che forma una cascata. Dalla vasca interna si accede a quelle esterne. La Querciolaia ha due vasche interne abbastanza piccole, purtroppo senza sedili nell’acqua. Un  corridoio porta ad un vano dove si lasciano gli accappatoi, si entra in acqua e si può accedere direttamente alla parte esterna.

Le piscine esterne. Sono più grandi quelle di San Giovanni, ma la prima, quella più calda è maggiormente gradevole alla Querciolaia. Entrambe hanno sedili in acqua. Oltre ci sono ancora delle piscine, ma l’acqua scende rapidamente di temperatura e sono utilizzabili solo in estate. Prati e giardini tutt’intorno, più vasti, ancora una volta, a San Giovanni. Pochi i giochi d’acqua, bella cascata nella prima piscina esterna della Querciolaia.

La vasca ottagonale interna delle Terme di San Giovanni. Il pezzo forte di queste terme. Foto dal sito delle terme di San Giovanni.

Le due terme hanno bar con ristorante, di modesto livello quello della Querciolaia, con bella vista a San Giovanni. Naturalmente sono disponibili i soliti servizi aggiuntivi di massaggi ecc, ecc.

Gravissima pecca di San Giovanni è la persistente ed inguaribile maleducazione del personale. Passano gli anni e l’ignoranza di costoro resta intatta. Veramente fastidiosa, mentre alla Querciolaia si respira aria di simpatica famiglia.

Quando andare? Da escludere, a parere del Viaggiatore Critico, tutto il periodo delle vacanze scolastiche. Le mammine di tutto il mondo vi portano la prole. Non si capisce che senso abbia andare alle terme d’estate, quando una qualsiasi piscina andrebbe ugualmente bene.

Da evitare anche il sabato e la domenica, in ogni stagione, per l’affollamento.

Da evitare anche il venerdì perché cominciano ad arrivare i pendolari del fine settimana. Inoltre in quel giorno le terme restano aperte fino all’una e vi va una fauna dai pensieri lascivi.

Restano quindi i primi 4 giorni della settimana. Meglio se piove, fa freddo, tira vento, nevica ed i lupi son discesi a valle. E’ il momento perfetto. Non c’e’ quasi nessuno ed è delizioso stare nelle piscine all’aperto, in mezzo alla nebbia, al gelo, ma nell’acqua calda. Vanno evitate anche i giorni delle feste patronali dei paesi vicini perché pare che sia abitudine diffusa di andare a festeggiare tutti alle terme.

Chi va alle terme? Vi sono due popoli distinti che si mescolano negli effluvi sulfurei. Uno è quello locale, dei dintorni, di Siena. Popolo rurale, bottegaio, paesano, a volte un po’ arricchito. Sono zone di buona disponibilità economica e di vecchia tradizione di saper vivere (Boccaccio era di queste parti) e quindi un biglietto per le terme sono in molti a poterselo permettere e a volerselo concedere. Popolo contento di star nell’acqua, le donne chiaccherano con le donne, gli uomini silenziosi con la bocca a filo dell’acqua che sguardano le eventuali figliole presenti.

Poi c’e l’altro popolo; quello forestiero. Si incrociano qua pattuglie provenienti da Roma con quelle di origine padano – milanese. In entrambi i casi sono coppie, o gruppetti di amici in pensione, che hanno deciso di visitare la Toscana, o che, addirittura, vi hanno messo su casa. Sono benestanti, professionisti, soddisfattissimi di se stessi e di esser così cool da stare nella piscina delle terme. Immancabilmente fanno la lista di tutte le terme toscane che hanno visitato facendone una classifica. Poi parlano di alberghi, B&B, borghi, ristoranti. Se la tirano tantissimo  e sembrano la guida della Lonely Planet; altrettanto inutili. Perché, in realtà non hanno capito assolutamente niente. Sono caduti nella trappola della via toscana del turismo: enogastronomia, accoglienza diffusa, borghi, campagna e cultura. In realtà non si rendono conto che la loro presenza ha completamente snaturato una regione agricola facendola diventare insopportabilmente stucchevole e leziosa. Che quel che loro credono di cercare (ed anche di trovare) è esattamente ciò che stanno distruggendo con la loro presenza.  Questo secondo tipo di popolo sborroncello ovviamente frequenta San Giovanni e disdegna la Querciolaia.

Quindi? Quindi vale molto la pena andare a Rapolano. Per il pubblico frequentante e per il personale consiglio la Querciolaia. Per i locali e per la temperatura dell’acqua San Giovanni. Per le piscine se la giocano alla pari. Il meglio è alternare le due.

Buon bagno.

Nuovi turismi in Africa dell’Ovest

Una casa del nord del Togo, la takyenta. Foto da http://www.fondationteiga.org

Vastissimi spazi pieni di cose interessanti da vedere e da fare esistono al mondo. Non è necessario ammassarsi tutti nei pochi luoghi dove tutti i turisti pecoroni vanno felici a farsi spennare.

In Africa dell’ovest, per esempio ci sono molti luoghi interessanti. Un bel viaggetto in quei paesi è del tutto da raccomandare. Della Guinea Bissau abbiamo già parlato ampiamente.

Poi c’è il Togo, paese che si visita facilmente perché è stretto, lungo e percorso da una sola strada importante che va dalla capitale sul mare fino alla frontiera con il Burkina Faso. La faccenda del Togo che più mi è piaciuta è una zona a nord, oltre la città di Kara; si chiama Kotammakou ed è abitata da una etnia chiamata Batammariba; regione agreste e bucolica. Ma l’aspetto interessante di questo simpatico popolo è la fabbricazione delle loro case tradizionali, ancora oggi comunemente abitate. Sono delle specie di nuraghi, solo che in paglia e fango. Costruiscono delle torrette raggruppate che poi uniscono con un muro tutto intorno. Si ritrovano ad avere, quindi, una specie di fortezza turrita. Le porte sono minuscole e per entrarci bisogna praticamente inginocchiarsi. La gente di questo popolo è abbastanza minuta, per un europeo corpulento è un esercizio ginnico. Dalla stessa porta entrano le persone e le capre. Queste ultime restano al pianterreno e vanno negli spazi fra una torretta e l’altra, ben protette, per la notte, dal muro circolare esterno. Con una scaletta si sale ad una sorta di primo piano: ogni torretta ha una stanza dove si dorme, si abita, si conservano i grani alimentari. Una ulteriore scaletta porta alla terrazza superiore dove si pongono a seccare i soliti grani o si costruisce un ulteriore, piccolo granaio. Le dimensioni di tutto ciò sono molto ridotte, una specie di fortezza per lillipuziani. Ogni famiglia ha la sua e la adorna con dei tetti di paglia, con delle decorazioni, con un cippo fallico fuori dalla porta. E’ un mirabile esempio di architettura tradizionale di grande efficienza, anche se un po’ scomoda. La gente ti fa visitare le case volentieri, in cambio di un piccolo regalo. E’ un popolo assai tradizionale, molto povero, sembrano molto gentili e miti. Nel passato devono aver passato tempi difficili se avevano organizzato una tale difesa. Da queste case si difesero anche dai tedeschi che fecero del Togo una delle loro poche ed effimere colonie, all’inizio del ‘900. La zona è patrimonio mondiale dell’UNESCO. Le case si chiamano “Takienta” o “Tata” se volete cercarle su Google.

Per il resto non c’è molto da vedere nel paese, se si eccettua la vita ed il casino ed i mercati di Lomè, la capitale. In città ci sarebbero anche delle belle spiagge, ma se ne sconsiglia la visita per due motivi ben differenti. Il primo è perché si sarà molto probabilmente rapinati; il secondo è un motivo meno facilmente intuibile: le spiagge urbane sono utilizzate come gabinetti pubblici, al riparo delle numerose barche da pesca tirate in secco.

Altro paese di ben maggiore interesse: la Guinea. La capitale, Conakry, è uno dei luoghi più sgradevoli del mondo, e ciò per molti motivi diversi e non vale assolutamente la pena di fermarsi. Bisogna andare direttamente nella regione del Fouta Djallon. E’ in altitudine: ci fa fresco e piove molto. La natura geologica della zona fa sì che i frequenti ed abbondanti fiumi abbiano scavato profonde vallate verdi di vegetazione e fresche d’acqua. Bei panorami, grande varietà di paesaggi (il che è una rarità in Africa), possibilità di fare il bagno nei torrenti, belle e lunghe camminate da fare in un clima non torrido. La regione ha avuto un’importante sviluppo turistico fin dai tempi dei francesi. I coloni andavano a riposarsi dalle loro nefandezze o a curarsi nella città di Dalaba. Vi sono diverse agenzie locali di trekking che permetteranno al turista di passare diversi giorni in modo molto gradevole.  Certi panorami sulle profonde valli meritano il viaggio. Si visiteranno anche dei villaggi dove la gente vi accoglierà con la tipica ospitalità africana. La nostra guida volle fare il malizioso e ci portò a vedere, nonostante che fossi con mia moglie, l’angolo del fiume dove facevano il bagno serale le donne del villaggio (gli uomini lo facevano in un altro angolo). Meravigliose Giunoni nere che giocavano nude nell’acqua. Spettacoli che valgono la pena di esser visti.

A Dalaba si può visitare la villa dove l’antico presidente Sekou Touré ospitò per anni Miriam Makeba, la cantante sudafricana, ed il suo marito Carmichael, leader delle Pantere Nere americane. Sono pezzi di storia dei movimenti contro l’apartheid ed il razzismo. In Guinea ci si sposta con i taxi brousse che sono normali auto dove si sta in 4 dietro e in tre davanti (compreso l’autista). Costano poco ma sono terribilmente scomodi e partono solo quando sono pieni. La sera può esser difficile trovarli. Molto folcloristico, ma si perde un sacco di tempo. L’alternativa è noleggiarne uno tutto per voi comprando i sei posti; in questo caso ci sarà sicuramente da litigare perché l’autista vorrà vendere ad altri i posti che voi avete già comprato e finirete comunque per viaggiare come sardine in scatola.

Altro paese, subito accanto, dove però non sono mai stato: la Sierra Leone. Dopo una serie infinita di catastrofi politiche, guerre civili ed Ebola, questo paese sembra che offra delle meravigliose spiagge nei dintorni della capitale e degli angoli stupendi nelle prossime Banana Island. Se si è in Guinea, una scappatina può meritare di esser fatta.

Bei paesaggi del Fouta Djallon. Foto di Maarten van der Bent via WikiCommons

Ma, soprattutto, in questi paesi si assisterà all’inesauribile ed incomprensibile torrente di vita che anima gli africani e le loro città. Posti che sembrano molto difficili ospitano una umanità che vuole vivere nonostante tutto le difficoltà che incontra. Si vivrà per strada, mangiando gli spiedini di capra o la viande coupé coupé, arrostita sui carboni in un fusto di latta e servita su un pezzo di carta di sacco di cemento, bevendo una birra, seduti sul marciapiedi su una sedia sbilenca. E la gente vi sorriderà perché capiranno che uno straniero sta apprezzando il loro modo di vita. Ed il turista capirà che ha visto una cosa bella, nuova, interessante; molte volte più importante che un museo od un centro commerciale in Europa.

Ma i turisti sono dei pecoroni e continuano ad andare agli Uffizi.

 

 

L’iboga, la sostanza degli antenati

L’arbusto dell’iboga.

Quello allucinogeno è uno dei molti turismi possibili. Ne abbiamo parlato a proposito dell’ayahuasca in Brasile e delle canne in India. E’ un turismo come un altro, esperienziale diremmo. In Gabon si può andare per provare l’iboga, una sostanza allucinogena. L’alcaloide responsabile degli effetti psicotropi è stato denominato, con pochissima fantasia, ibogaina. Si estrae da un cespuglio – alberello dai caratteristici frutti gialli a forma di uovo appuntito. La pianta è originaria dell’Africa Centrale: Gabon, Cameroun, Congo. L’alcaloide è contenuto nella corteccia delle radici. Che io sappia le altre parti della pianta non sono utilizzate.

Intorno all’iboga ruota tutto il mondo spirituale di gran parte dei popoli del Gabon. E’ probabile che siano stati i Pigmei a scoprirne gli effetti. Le conoscenze botaniche di questo popolo sono stupefacenti; si può dire che fanno parte della foresta, che ne sono figli e fratelli. Nei millenni hanno imparato ogni dettaglio delle piante, compreso ciò che produce la masticazione delle radici di questa pianta. Ciò vuol dire che hanno masticato le radici di ogni pianta (ed anche tutte le altre parti) scoprendone gli insospettabili effetti.

Come ogni sostanza psicotropa naturale anche l’iboga è stato arruolato nel mondo spirituale diventando un mezzo per entrare in contatto con gli spiriti. L’uso di questa radice è passato dai Pigmei agli altri popoli che arrivavano in quella foresta oggi gabonese ed, infine, anche ai Fang che sono diventati dominanti nel paese. In quel coacervo di culture si è venuta formando una religione animista e sincretista chiamata Bwiti nelle cui cerimonie l’iboga ha un ruolo centrale. Lo si usa per iniziare le persone che vogliono entrare nella religione (non tutti lo fanno) e poi lo si usa durante le cerimonie collettive ed ancora viene usato dagli sciamani per i riti durante i quali si curano i corpi e gli animi di chi richiede le cure. Lo si chiama “legno sacro” e solo gli adepti possono raccoglierlo, trattarlo, conservarlo, assumerlo. Non ne sarebbe permessa la vendita alle persone estranee al rito che nemmeno avrebbero il diritto di raccoglierlo. Pper questo motivo nessun adepto indicherà ad un estraneo quale sia la pianta dell’iboga e dove la si può trovare.  Inutile di chiedere un pezzettino, giusto per provare. Non è concepibile un uso ludico della sostanza; non si deve consumare al di fuori delle occasioni religiose, magiche, curative, vaticinatorie. L’iboga è, per i gabonesi, una cosa molto seria, tanto che è stata dichiarata “tesoro nazionale” dal Governo del Gabon. Almeno in teoria.

Alla cerimonia di iniziazione, che dura diversi giorni, si somministrano elevatissime quantità di iboga all’iniziando, il quale è recluso in una capanna e sottoposto ad un severo regime alimentare. Fra gli effetti dell’iboga vi è l’insensibilizzazione della pelle. L’iniziatore, allora, punzecchierà l’iniziando con uno spillo e continuerà a somministrare iboga fino a quando questo smetterà di sentire dolore. Invece, durante le cerimonie del Bwiti gli officianti danzano e suonano tutta la notte, fino a quando il cielo divenga ben chiaro. Di tanto in tanto si allontanano dalla scena e si sa che sono andati a masticare un po’ di “lagno sacro” che darà loro la forza di continuare a danzare e a picchiare come dannati sui tamburi.

Gli effetti dell’ibogaina sono molteplici e dipendono molto dalle quantità assunte. A livello fisico si ha: nausea, vomito, difficoltà di dormire, rallentamento della frequenza cardiaca, insensibilità cutanea, incapacità di muoversi. A livello mentale sono molto interessanti: si hanno esperienze oniriche legate al vissuto personale. Nella fase di massima azione della sostanza questi “sogni” sono slegati dalla realtà cognitiva. In una fase successiva si integrano alle vicende cognitive del soggetto. Aumenta fortemente la capacità introspettiva e l’analisi della propria identità. La durata di tali effetti non va oltre le 24 ore, ma la capacità di profonda autoanalisi del soggetto dura anche per mesi. Si hanno allucinazioni solo con l’assunzione di forti dosi.

Cerimonia notturna del Bwiti nei pressi di Lambarené. Anni ’90. I danzatori assumevano costantemente piccole quantià di iboga per poter reggere alla fatica di una danza che dura oltre 10 ore praticamente ininterrotte.

Un ulteriore, importantissimo, effetto dell’iboga sarebbe la rapidissima azione disintossicante da eroina e cocaina. Molte fonti riportano che con una o due assunzioni di iboga viene completamente eliminata la dipendenza da quelle sostanze. La cosa sembra miracolosa e, come per caso, la legislazione italiana ha definito illegale il possesso e l’uso dell’iboga nel 2016. Tale utilizzazione dell’iboga potrebbe essere eccezionalmente utile. Dispiace vedere che apparentemente nessuno si occupi di questo aspetto.

Si riportano casi di decessi per l’uso dell’iboga, probabilmente a causa degli effetti sul rallentamento del cuore e per la diminuzione della pressione.

Detto tutto questo, torniamo al nostro turismo allucinogeno. Può un turista andare in Gabon e provare l’iboga? Certamente. Ci sono due vie, una difficile, che io intraprenderei ed una facile. Fate voi.

Quella difficile consiste nell’andare in una cittadina dell’interno (io consiglierei Lambarené, perché ci ho abitato) ma anche Mouila o Fougamou potrebbero andar bene. Ci si installa e si comincia a parlare con la gente, con calma, gentilezza e garbo. In francese. E si comincia a porre, alla lontana, delle domande. Ci saremo forniti di una moto e con quella si andrà in giro nei villaggi, bevendo il vino di palma, Dopo molti giorni o qualche settimana si potrà chiedere dell’iboga. E’ escluso che vi propongano di farvi iniziare; ci vogliono anni per arrivare a quel punto. E’ anche escluso che vi offrano apertamente di darvi dell’iboga: è proibito darlo ai non iniziati. Ma siamo in Africa ed i bisogni sono molti. Prima o poi qualcuno che ve lo rifila sottobanco si trova. E’ molto probabile che vi diano una patacca; bisognerà stare attenti e non pagare se non dopo l’uso (al quale il venditore deve essere presente). Ma questi sono accorgimenti che ogni utilizzatore di sostanze conosce a menadito. Quindi lo potete provare; stando attenti, in presenza di una persona fidata e sobria e, possibilmente, vicino ad un medico.

La seconda via è banale. Andate a trovare Tatayo, a qualche km da Libreville (la capitale del Gabon). E’ un francese che si è fatto iniziare secoli fa e che ha montato una ONG che ha uno spazio dove ospita voi e gente come voi che si fa iniziare. Il soggiorno di una decina di giorni costa qualche migliaio di euro (tutto compreso, s’intende). Un paio di clienti gli sono morti, ma gli altri son contenti. E’ una vera iniziazione? No, certo. Manca completamente il contesto. Il Bwiti è una religione e le religioni non si improvvisano durante un viaggio (checché ne dicano quelli che vanno in India). Ma potrete dire di essere stati iniziati e, comunque, proverete l’iboga.

Non è una cattiva idea.

 

 

 

 

I marmisti di Carrara e la giornata Studi Aperti

Elias Naman e la sua Paolina Borghese.

Erano gli ultimi giorni di Agosto 2019. Faceva un caldo becco e stavo per andar via, in Tunisia. Non avevo nessuna voglia di schiodarmi dal letto con aria condizionata. Poi il dovere del Viaggiatore Critico prese il sopravvento e mi ritrovai in autostrada, con i miraggi sull’asfalto, per andare a Carrara a godermi il piacere delle Giornate “Studi Aperti” dei famosissimi marmisti di quella città. Ed ero anche abbastanza emozionato, perché non è cosa di tutti i giorni fare delle simili visite.

E fortunatamente che non si fanno tutti i giorni; non sopravvivremo a lungo. Organizzazione pessima; che certo non rende onore agli stupendi artigiani.

Ho letto bene il programma sul sito ed ho capito che c’e’ una quantità di roba da vedere; quindi arrivo prestino, il primo giorno d’apertura. Approdo che son le 14h30 di un venerdì infuocato. Vien voglia di piangere, dal caldo. M son portato anche spazzolino e camicia in più, nel caso la cosa sia assolutamente meravigliosa e che valga la pena passare la notte a Carrara per continuare la visita il giorno dopo (per dire come ero pieno di buona volontà).

Parcheggio dove mi dicono di parcheggiare. Il sito web della manifestazione fa assolutamente cacare. Ci sarebbe una cartina con i pallini degli Studi Aperti, ma non è interattiva e quindi vedi i pallini, ma non sai dove sei tu. In poche parole non serve a nulla, anche perché sul cellulare è troppo piccola per essere comprensibile e non è zoomabile. Bisogna quindi cercare la cartina fisica. Che il sito promette essere disponibile in un certo studio in via Elisa, vicinissimo al mio parcheggio. Smadonno un po’ e trovo via Elisa e lo Studio che invece di essere aperto è del tutto chiuso. Parcheggiando avevo intravisto un ufficio di informazioni turistiche. Ci vado, certo di trovare tutto ciò di cui ho bisogno. Scopro sbigottito che questo ufficio turistico è aperto solo la mattina del lunedì: il resto del lunedì e tutti gli altri 6 giorni è chiuso (vedi foto). Un ufficio turistico che apre 4 ore a settimana??

A Carrara l’ufficio informazioni turistiche è aperto 4 ore a settimana.

Non c’e’ nessuno per la strada. Trovo una signora che. alla mia domanda, telefona al figlio. In due non sanno nulla, ma la signora si lamenta del Comune che non sa organizzare le cose. Mi pare anche a me. Guardo sul sito dell’evento, in cerca di indicazioni e trovo, almeno, l’indirizzo dell’Organizzazione ed il numero di telefono. Penso di andare da loro a cercare la cartina che mi dirà dove sono questi Studi da visitare. Guardo meglio i contatti: presa in giro assoluta. L’indirizzo è Via di via 123, il telefono è 123456. Sono talmente affranto dal caldo che provo anche a fare quel numero di telefono prima di capire.

Smadonno ulteriormente e mi dirigo verso il centro, non sapendo cos’altro fare.

In centro trovo qualche raro passante: chiedo a questo e a quello notizie degli Studi Aperti. La gente o non sa o racconta le cose più inverosimili: uno mi dice che devo aspettare la settimana seguente per avere una mostra di macchine agricole. Lo mando in culo senza ritegno e senza rimpianto.

Finalmente trovo un barista molto gentile che mi da la cartina: sono salvo, lo ringrazio commosso; ora so dove andare a trovare gli Studi Aperti. Sulla cartina vedo che sono moltissimi, sparpagliati in tutta la città; pregusto delizie artistiche a non finire.

Il buon barista mi consiglia di cominciare dallo studio Grinberg, molto vicino. Ci vado ed ho una deliziosa conversazione con un giovane scultore non so più se mezzo svizzero o mezzo francese. Scolpisce colonne di fumo da macchine incendiate. Gongolo.

Mi consiglia di continuare con la visita dello Studio Nicoli, uno dei più antichi e famosi della città. Ma mentre mi spiega la strada arriva una famigliola che c’e’ appena stata e lo ha trovato chiuso. E con questo son già due (compreso quello di Via Elisa) gli studi ad esser chiusi nel giorno degli Studi Aperti.

Vado quindi verso il Duomo, sul cui sagrato alcuni scultori stanno lavorando, in diretta. I poveretti sono malamente protetti dal sole delle 3 del pomeriggio con dei miseri ombrelloni da spiaggia. Evidentemente il Comune non è nemmeno riuscito ad alzare un gazebo, per degli artisti che danno lustro alla città ed all’evento. Micragnosi.

In questo laboratorio c’e’ di tutto.

Percorro poi via Finelli. Dei 4 studi citati nella mappa che avrei dovuto trovare in questa strada, di aperti ce n’e’ solo uno, con delle simpatiche ragazze. In cambio trovo un pittore, Romeo, che, almeno lui, è aperto.

Passò un ponte e mi trovo sulla via principale di Carrara che si chiama Carriona e che deve portare su, verso le cave. Trovo facilmente una sorta di centro sociale con cinema dove mi parlano a lungo e con passione dei gravi problemi ambientali portati dalle cave di marmo, in inarrestabile espansione per fornire i mercati arabi e russi. Molto bene, ma io volevo vedere i laboratori dei marmisti.

Finalmente ne trovo uno vero ed importante. Si tratta di Elias Naman, siriano. Sta facendo una sorta di Paolina Borghese su commissione. Non usa nient’altro che martello e scalpelli. E’ gentilissimo, mi piace; gli do più volte del pazzo; ride contento, lo vorrei abbracciare.  Continuo e trovo subito una ragazza nera con delle belle cose. Comincio ad esser contento della mia giornata.

Continuo e trovo lo studio Vanelli, interessantissimo; ma non trovo lo studio Supra Lab pur citato dalla carta. Poco oltre trovo un laboratorio che pare uscito dall’800 che fa stupendi pezzi di incastro. Non mi sembra che ci sia sulla carta. Chiacchero a lungo con il tipo: qui non sono scultori, ma fanno elementi di arredamento, adorni. Ma con maestria e risultati entusiasmanti.

Riscendo la Carriona e la buona sorte mi abbandona: la mappa della manifestazione è pessima, molto imprecisa, non ci si ritrova. Mi imbatto in un piccolo gregge di tedeschi che cercano anche loro lo studio Giusti in via di Grazzano; lo cerchiamo insieme, non riusciamo a trovarlo. In cambio troviamo il bravo falegname Giacomo. Abbandono alla loro sorte il tedescume e scendo ancora sulla Carriona. Trovo lo Studio Costa, ma è chiuso, anche lui ( a dir la verità non faceva parte dell’evento Studi Aperti e quindi niente da dire). Mi avevano detto che Costa ha un robot che riproduce da sole le sculture. Gli mettono davanti un modello ed un blocco di marmo e dopo un po’ ha riprodotto perfettamente il modello. Mi sarebbe piaciuto vederlo all’opera.

Non solo sculture, ma anche elementi architettonici.

Perché comincio a capire che di scultori come il siriano Elias, che fa tutto a mano, ce ne sono pochi. Soprattutto si fanno copie da modelli in marmo o, più facilmente, in gesso. Lo scultore modella il gesso e l’artigiano, poi, copia in marmo. Hanno un curioso strumento fatto di asticelle appuntite, per riprodurre le dimensioni del modello sul blocco di marmo.

Torno quindi indietro e cerco l’interno del numero 1 di Via San Martino, dove la carta mette un sacco di pallini di Studi Aperti. E’ un calvario: rompo le palle alla metà degli abitanti di Carrara e finalmente riesco a trovarlo. Ma immaginare che fosse lì era veramente difficile. Tutti i carraresi lo sanno, ma nessun forestiero riuscirebbe a trovarlo da solo o con quella pessima cartina che hanno fatto. Ma era così difficile mettere una freccia ad indicare l’entrata? Non ci sono arrivati quei geni dell’organizzazione?

Nel frattempo si è fatto tardi ed è un vero peccato. Due Studi sono chiusi: il personale se ne è andato via prima dell’orario, tanto non veniva nessuno!! Visito la Cooperativa dove trovo uno stagista che mi commuove per la passione. Ed una signora russa che segue una sua scultura ciclopica. C’è un altro laboratorio, già immerso nella penombra. Vi si costruiscono delle sorte di enormi minareti per chissà quale sceicco.

Su Carrara incombono le cave di marmo.

Ceno con grande soddisfazione al circolo di via San Martino: pesce fritto ed abbondante vinellino fresco. 10 agli artisti, agli artigiani ed alla gente di Carrara, gentilissimi. Li ho molto disturbati con le mie domande, e mi hanno dato tutte le indicazioni che potevano. 2 agli organizzatori. Dei veri incapaci che dovrebbero vergognarsi del casino che hanno fatto. Se non sapete farlo, non fatelo.

Andate a visitare gli studi di Carrara, la gente è gentile, vi farà vedere quel che è possibile. Ma evitate le giornate degli Studi Aperti.

Il cosiddetto Mal d’Africa

Sono tutti lì a parlare del Mal d’Africa. Dice di soffrirne anche chi è stato 15 giorni in un resort a Malindi. Ci si sente così importanti e giramondo e viaggiatori incalliti e cosmopoliti quando si soffre il Mal d’Africa. Mi paion tutti dei Livingstone appena sbarcati a Londra dopo 5 anni di esplorazioni nelle foreste dell’Africa non nera, ma nerissima.

Del resto l’origine di questa singolare sindrome deve essere collocata in ambiente letterario, romantico e coloniale. Quei funzionari spesso inglesi o francesi che, dopo aver passato decenni in Africa a fare le peggio ignominie, tornavano a casa e sospiravano, nei tramonti grigi della loro vecchiaia, pensando ai mezzogiorni torridi di colori della loro gioventù in Africa.

Non si sa cosa sia il Mal d’Africa, ma prima che quest’articolo finisca, ve lo dirò io.

Non è solo la malinconica nostalgia di quelle terre esotiche. C’e’ chi afferma che è la memoria genetica dei nostri tessuti. Il nostro DNA è nato in Africa (siamo tutti immigrati) e quando ci ritorniamo è come se rientrassimo, dopo lunghissimo viaggio, nella nostra vera casa. Più in particolare nelle savane, dal momento che è lì che delle scimmie sono scese dagli alberi decidendo di camminare sulle zampe di dietro e di utilizzare quelle davanti per uccidere altri animali da mangiare. Questa puttanata la diceva Richard Leakey, uno della famiglia dei paleontologi umani del Kenya.

Altri invece dicono che il Mal d’Africa va cercato nell’inconscio; nella memoria collettiva inconscia che ci fa ricordare i luoghi che abitammo centomila anni fa. In particolare, secondo questa teoria, gli africani, notoriamente dei selvaggi incalliti, non disporrebbero del senso del tempo. E quando noi bianchi evoluti ci troviamo a contatto con loro, questa mancanza della dimensione temporale risveglia in noi l’antico ricordo di quando del tempo non ce ne fregava niente nemmeno a noi e si stava meglio. Da qui un sentimento di familiarità con quei luoghi e quelle genti. Ridicole fantasie,

C’e’ poi tutto il filone romantico della faccenda. I tramonti nella savana, con il cappello coloniale di sughero sulla testa e la sahariana addosso; sorseggiando un the insieme a Robert Redford, come se fossimo comparse nel film “La mia Africa”, mentre i negri lavorano nella piantagione di caffè e si odono cantare in lontananza. Questo è il modello di Mal d’Africa più diffuso fra la gente. Nella versione da turismo di massa questa versione del Mal d’Africa si coniuga in molti modi diversi: su un cammello scureggione che vi trasporta per una mezzoretta nelle dune ingombre di immondizia del Marocco. O in un villaggio senegalese, attraversato per caso durante un giro in gruppo, dove i bambini corrono dietro alle macchine (non avendo, in quel momento, nessun altro gioco più divertente da fare) chiedendo le caramelle. Oppure in una spiaggia di Zanzibar, con le palme regolamentari, mentre al tramonto si beve un martini, mi raccomando, molto secco. Per non parlare del peggior modello: quello della festa notturna nel villaggio turistico con il gruppo di musicisti locali vestiti al modo tradizionale con le scatenate ballerine nude al modo tradizionale. Questo è il vertice massimo del Mal d’Africa trash.

Quando si torna a casa ci si sofferma un attimo, si ripensa a quei momenti e con lo sguardo sognante si mormora sul filo delle labbra: “Ho il Mal d’Africa”. Tutte stronzate.

Poi ci sono i poeti; quelli che dicono: “Mal d’Africa è disegnare con gli occhi il contorno di un baobab che si staglia sullo sfondo del cielo basso e turchese”. Oppure: “Il Mal d’Africa è il ricordo di una luce tutta particolare, mai vista né prima né dopo in nessun’altra parte del pianeta, che appare nel tardo pomeriggio e ricopre tutto come fosse una coperta d’oro.” Ragli asinini, direi.

Altri ancora preferiscono restare più vicino a terra ed identificano il Mal d’Africa con quella infinita serie di malattie che si prendono in Africa e per le quali molti ci hanno lasciato le penne. Ad esempio Rimbaud ci rimise prima una gamba e poi la vita, Blixen ci prese la sifilide, un milione ci son morti di malaria. Questo, secondo loro, è il vero Mal d’Africa ed hanno evidentemente ragione.

Invece, molti altri si sperticano in mirabolanti spiegazioni che vanno dalle dimensioni del cielo, alla intensità dei colori, al carattere degli africani, alla semplicità della vita in Africa, alla facilità dei rapporti umani, alla riscoperta dei veri valori della vita, alla Natura incontaminata, selvaggia, onnipresente, avvolgente; alla presenza dei grandi animali (che a sentir loro, pare si aggirino per tutte le strade). Teorie le più cervellotiche, strampalate, inconsistenti e fantasiose. Bisogna però dire che da quando l’Italia è sommersa dall’attuale mefitica ondata di razzismo, degli africani e del loro modo di vivere si parla sempre meno. Forse per il timore che quel modo di vivere, così simpatico presso di loro, ce lo portino qua. E ciò non ci piace, perche soffriamo del Mal d’Africa, ma a casa nostra comandiamo noi. Fetenti.

Comunque son tutte fandonie. Ve lo spiego io: il Mal d’Africa sono le quattro S.

Sesso, Soldi, Sbronze, Superiorità. Che son quattro cose che fanno venir fuori il peggio dell’animo umano. Il Mal d’Africa è una malattia propria di quelli che soffrono anche il male della quinta S: gli Stronzi.

Sesso. Gli africani sono sodi, spesso atletici, hanno grandi tette, culi, cazzi. La loro pelle è fresca, morbida, tesa. Inoltre non sono stati (in generale) rovinati dal cattolicesimo o dall’Islam, entrambe religioni sessuofobe. Gli africani fanno sesso come prendere un caffè; senza dargli tanta importanza. E’ una faccenda sociale, di pronta beva. Alla portata di tutti. Il Mal d’Africa è una sana trombata senza tante storie.

Soldi. Il bianco che è in Africa ha dei soldi in tasca. O ci lavora ed ha un buon stipendio perché se no non avrebbe lasciato casa propria. O ha delle attività economiche che gli rendono bene, se no se ne sarebbe già andato. O ci fa il pensionato e quindi ha la pensione. O è turista e quindi si può permettere quel viaggio. In tutti i casi in Africa i bianchi hanno dei soldi in tasca; e gli africani questo lo sanno benissimo. Il Mal d’Africa è un portafoglio ben messo.

Sbronze. Tradizionalmente e per un motivo non ben chiaro, in Africa è socialmente ben accetto bere molto. Qui non si parla di giovani; si tratta di uomini e donne ben adulti, di buona condizione sociale. In Europa si limiterebbero a qualche bicchiere, almeno pubblicamente. Si sbronzerebbero solo in privato od in cerchi ristretti.  In Africa, no. Si può bere fino a sfondarsi senza nessuna vergogna, ritegno o censura sociale. E’ evidente che in questa maniera la vita è molto più facile e dolce. Il Mal d’Africa sono sbronze libere!

Superiorità. E qui viene il punto più dolente ed infame. Gli africani sono stati schiacciati dalla colonizzazione. Sono stati trattati come bestie. Hanno imparato ad aver paura dei bianchi; come i leoni hanno paura dei domatori. I tempi son cambiati, ma non poi troppo. Nelle vie africane, quando un bianco passeggia (raramente, vanno soprattutto in macchina) gli africani si scansano. Se va in un ufficio, gli permettono di saltare la coda; lo fanno sedere anche se non ci sarebbero sedie libere. Se parla viene ascoltato. Il bianco pezzente a casa propria, in Africa diventa una persona importante. Si diceva: ” Quando  arriva in Africa un bianco diventa immediatamente giovanissimo, bellissimo, ricchissimo”.  Le donne se lo contendono: un bianco da prestigio sociale fra le amiche e comprerà molti regalini. Esattamente la stessa cosa per le donne: bianche che non battono chiodo in Europa, in Africa si ritrovano con modelli.  Anche i turisti vivono questa ondata di improvvisa popolarità e considerazione. Il personale di servizio s’inchina davanti a loro che a casa non li guarda nemmeno il cane. In Africa anche gli accattoni europei sono re. I meschini sono persone importanti. I brutti, belli e gli stupidi intelligenti.

Eccolo il vostro tanto romantico Mal d’Africa. Semplicemente sopraffazione psicologica dell’uomo sull’uomo.

Infami, verranno gli africani e vi mangeranno tutti.

La caccia alla balena alle Faroer

Abbastanza impressionante. Foto di Erik Christensen via Wikicommons.

Da qualche anno le Isole Faroer, a metà strada fra Islanda, Scozia e Norvegia hanno conosciuto uno straordinario incremento di visite turistiche che rischiano di sconvolgere e non poco l’ovattata atmosfera sonnolenta di queste nordiche terre e dei suoi 50.000 abitanti tradizionalmente pescatori e allevatori di pecore.

Non parleremo di questo, ma di un altro aspetto per il quale le Faroer sono ancora più conosciute e non in termini positivi, almeno per molti. Quando si parla di questo tema le polemiche divampano e quindi cerchiamo di affrontarlo in modo pacato.

Il fatto è che alle Faroer si cacciano e si uccidono una alto numero di balene, ogni anno. Vediamo i punti principale di questa spinosa faccenda:

  1. Vengono cacciati quasi esclusivamente i Globicefali. Sono balene che da adulte raggiungono i 5 – 6 metri di lunghezza per un peso compreso fra 1,5 e 3 tonnellate ciascuno. Se lasciati in pace vivrebbero fra i 45 ed i 60 anni. Normalmente vivono in branchi di una trentina di individui, dimostrando dei notevoli comportamenti sociali. Tanta roba. Sembrerebbe che i globicefali non sono per niente in pericolo di estinzione.
  2. Esistono dei registri delle catture fin dal 1700. Il numero degli esemplari cacciati ogni anno è assai variabile; la caccia dipende da molti fattori diversi. Per avere un’idea, negli ultimi 10 anni si sono cacciati fra i 500 ed i 1000 esemplari l’anno.
  3. L’attività della caccia alla balena è sottoposta a numerose regole, fin dai primi documenti disponibili, del 1298. Oggi le norme sono molte, rigide e la loro applicazione è strettamente controllata dalle autorità delle Faroer ed anche da quelle della Danimarca, paese da cui le Faroer dipendono, sia pure parzialmente. La caccia alle balene è quindi un fatto giuridicamente, socialmente ed economicamente molto importante e coinvolge l’intero corpo sociale degli abitanti delle isole. In nessun modo va considerato un’attività di pochi individui lasciati liberi di agire come vogliono. Non ci sono spazi di manovra per i singoli. E’ un fatto nazionale, non personale.
  4. Attualmente la caccia si svolge in questo modo: quando viene avvistato un branco di globicefali, un buon numero di barche escono dal porto più vicino e da quelli contigui, se necessario e possibile. Sono barche piccole, a motore. Si dispongono a semicerchio intorno alle balene; le circondano e le spingono verso la spiaggia. Quando si sono arenate interviene il personale rimasto a terra e, con dei coltelli particolari, recidono la colonna vertebrale delle balene che muoiono in qualche decina di secondi. Le balene che non si sono spiaggiate vengono uccise in mare e poi trascinate a riva con delle corde; in questo caso l’agonia dell’animale è molto più lunga. Nel recidere la colonna vertebrale si tagliano anche molte vene ed arterie: grandi quantità di sangue fuoriescono e l’acqua del mare si tinge di rosso. Sono state fatte molte foto di questo momento, assai impressionanti, e sono usate dagli animalisti per denunciare le uccisioni delle balene. Questo tipo di caccia fa sì che tutto il branco, o una sua gran parte, venga ucciso durante a stessa battuta. Vengono quindi uccise anche femmine incinte e piccoli. Dal momento che i branchi sono composti normalmente da una trentina di animali, i capi abbattuti saranno numerosi e solo pochi fortunati riusciranno a sfuggire in mare, oltre le barche che li circondano.
  5. Sono 17 le zone dove è consentita la caccia. Si tratta di baie o fiordi che terminano con una spiaggia che scende gradatamente nel mare, in modo da rendere possibile lo spiaggiamento delle balene. Altrove è illegale e proibito.Dopo l’abbattimento i globicefali sono lavorati e la carne ed il grasso vengono recuperati e distribuiti a che ne ha diritto.
  6. Deve esser chiara una cosa. La caccia alle balene alle Faroer non è un’attività sportiva. Non è nemmeno una sorta di rievocazione storica o un
    Idilliaci paesaggi tinti di sangue. La forza di immagini come questa hanno causato lo sdegno degli animalist ed infinite polemiche contro le Faroer. Foto di Erik Christensen via Wikicommons.

    tentativo di mantenere in vita una tradizione morta. Niente di tutto ciò.  E’ un’attività economica finalizzata all’approvvigionamento di carne e grasso commestibili. Per gli abitanti delle Faroer una pesca come tutte le altre. Partecipano alle diverse attività solo gli uomini.

  7. La carne ed il grasso delle balene vengono divisi in un modo complesso, ma strettamente normato. Hanno una parte i pescatori ed i macellai, un’altra va al villaggio che ha ospitato quella partita di caccia. Ma se quest’ultimo ha già ricevuto molti kg di preda negli ultimi tempi, la direzione della caccia può decidere di dare quella parte ad un altro villaggio nel quale non si può cacciare o che non ha avuto fortuna nelle cacce precedenti. Un certo giorno viene dato l’appuntamento per la distribuzione ai beneficiari. Se alcuni di loro non si presentano, la carne avanzata verrà data ad un altro villaggio ancora o a una qualche struttura sociale come case di riposo. Niente viene venduto. Nelle regole della ripartizione vedo criteri simili a quelli utilizzati dalle compagnie dei cacciatori di cinghiali della Maremma. Tutta le parti commestibili della balena vengono consumate e c’e’ chi dice che l’apporto nutritivo e calorico di quel massacro sia importante per il bilancio alimentare delle Faroer ed essenziale per le classi più povere. Ricordiamoci che, a causa del clima, i cibi vegetali prodotti in quelle isole sono assai modesti e quelli importati terribilmente cari. L’ultimo dato che ho trovato risale al 2007. In quell’anno le 633 balene uccise fornirono in media 8 kg di carne e grasso ad ogni abitante delle Faroer. Non moltissimo, ma nemmeno insignificante. La carne generalmente viene mangiata bollita.

Il giudizio su questa faccenda rimane molto difficile.

E’ evidente che è un’attività antica, tradizionale, compiuta ad uso alimentare in un luogo che non offre molto altro cibo a basso prezzo; inoltre le tecniche utilizzate oggi dovrebbero ridurre le sofferenze degli animali.  Del resto la caccia alle balene è stata praticata per secoli ovunque fosse possibile. Ne abbiamo parlato riguardo a Brava (Capo Verde) e alle Azzorre.

D’altra parte gli animalisti si sono scatenati contro le Faroer. Prima Greenpeace, che, poi, ha abbandonato la campagna. Successivamente e fino ad oggi, Sea Shepherd è particolarmente attiva in difesa dei globicefali delle Faroer.

Ognuna delle parti contrapposte ha i suoi argomenti. Il fatto che la caccia alle balene non sia uno sport, ma un’attività che produce cibo al pari degli allevamenti di bovini o di maiali (ma ad un prezzo molto più basso) è certamente un argomento molto forte.

Io non sono mai andato alle Faroer, anche se un pensierino, anni fa, ce lo avevo fatto. Poi le circostanze me lo impedirono.

Ma non ci andrò. Tutti gli argomenti dei cacciatori non bastano ad impedirmi di pensare che su quelle spiagge, in fondo a quelle baie, circondate da spettacolari ed idilliaci panorami, prossime ai caratteristici paesini di pescatori; su quelle spiagge, dicevo, vengono uccise decine di giganteschi mammiferi del mare. Le balene sono come gli elefanti; rappresentano molto di più di quel che sono. E’ la grandezza della natura fatta animale.

La caccia delle balene alle Faroer è come la corrida in Spagna. Viene da lontano, ma ormai è il momento di smettere. La sensibilità moderna lo esige. Anni fa mi trovavo in Svezia. Avevo affittato un appartamento ed andai a fare la spesa al supermercato. Comprai una confezione di una cosa scritta solo in svedese che non capivo cosa fosse. Tornai a casa, la feci al sugo e la mangiai. Solo dopo la padrona di casa mi disse che era carne di balena. Mi dispiace ancora.