Everesting

Mt. Everest from Gokyo Ri November 5, 2012.jpg
Sua maestà l’Everest. Foto di Rdevany – Wiki Commons.

Fra le mille forme di turismo vi è questa, sportiva e pazza. Si tratta di bicicletta, ma non di quelle gare/non gare che sono le Gran Fondo che muovono, solo in Italia, migliaia di ciclisti non professionisti durante tutta la bella stagione, con un giro economico impressionante. E non si tratta nemmeno del ciclo-turismo che consiste nel fare viaggi ciclistici su certi percorsi come lungo il Danubio o la Drava o mille altri, sempre più frequentati.

Questo modo di pedalare è del tutto particolare.

Si tratta di salire sull’Everest in bicicletta: da qui il nome Everesting. Siccome l’Everest rifiuta di farsi scalare in bicicletta, i cultori di questo sport scelgono una salita che piace loro, ne misurano con grande esattezza il suo dislivello (con questo strumento), dalla base di partenza al culmine di arrivo e la percorrono il numero di volte necessario affinché si raggiungano almeno gli 8848 metri di ascensione totale eguagliando così l’altezza dell’Everest.

Le regole sono poche e semplici. Qualsiasi salita va bene; una volta arrivati in cima, si deve scendere per la stessa via; la prova deve essere continua, ci si può fermare a riposare, ma non si può dormire; va fatto tutto in bicicletta, non si può né camminare, né fare la discesa in macchina; se durante la discesa c’e’ un po’ di salita questa entra a far parte dell’elevazione totale; il sistema che controlla la posizione e la velocità della bicicletta (GPS) deve essere sempre acceso.

Ecco la maglietta con la fascia grigia che solo chi ha fatto l’Everesting ha il legittimo diritto di indossare. E’ in vendtia sul sito degli Hells 500.

Una volta che si è effettuato il percorso si manda il file a quei pazzi che hanno inventato la faccenda; i quali lo controllano, lo omologano e lo pubblicano nell’apposito sito con nome del ciclista, nome del percorso, tempo impiegato, distanza percorsa, ecc.  A quel punto il ciclista può indossare una maglia con una striscia grigia orizzontale all’altezza del petto (che ti viene venduta, se vuoi).

I pazzi in questione sono un gruppo australiano, gli Hells 500 che curano il sistema, il sito, la lista dei ciclisti che son riusciti nell’impresa.

Perché si tratta di una impresa vera e propria. Almeno 8848 metri di dislivello sono una salita che mette paura, anche se spezzettata in tante più brevi salite. Il dilemma del ciclista è presto detto: è meglio scegliere una salita durissima che mi fa guadagnare molti metri di ascensione in pochi chilometri di pedalata o è meglio fare una salita più leggera, ma con la conseguenza di aumentare il numero delle ripetizioni ed i chilometri percorsi? La scelta è ardua e dipende dal propri stato fisico.

Guardando la lista degli Everesting si trovano numeri impressionanti: si va spesso oltre i 250 km percorsi e si arriva a superare le 30 ora di sforzo (senza dormire, ricordiamo). Poi. naturalmente c’e’ chi esagera ed arriva a superare anche i 10.000 metri di dislivello. Da non sottovalutare il peso psicologico di effettuare per decine di volte lo stesso percorso che deve finire per dare la nausea: credo che diventi un incubo.

La prova è  talmente dura che i tentativi riusciti fino ad ora non sono più di 3.000, in tutto il mondo. Son prove che si fanno in solitaria, ma ci vuole un supporto di persone per i rifornimenti, l’assistenza meccanica, il supporto morale, l’evacuazione medica se necessaria.

Naturalmente ci sono delle salite che sono diventate di moda per l’Everesting. Sul sito c’e’ anche uma mappa con tutti i percorsi realizzati; ognuno può scegliere quel che più gli si confà oppure crearne uno nuovo. Gli aspiranti Everesters vi andranno per fare i loro allenamenti ed infine per provare l’assalto al cielo, con la loro squadra di amici. Anche tutto ciò è turismo e del migliore!

Lo strano caso dei trasporti in Spagna

Il deserto alle partenze dell’aeroporto di Girona. Foto de El pais.

La Spagna è sempre fonte di molte meraviglie per il Viaggiatore Critico. Vede un sacco di cose e non ne capisce molte. Altre preferirebbe non vederle e non capirle. Il mondo dei trasporti spagnolo offre una quantità di spunti di riflessioni che accompagnano i suoi viaggi in quelle terre.

Paese grande e relativamente poco popolato (la densità della sua popolazione è inferiore alla metà di quella italiana) i trasporti sono sempre stati un problema: molti chilometri da fare e poca gente da spostare e a cui far pagare i biglietti. Durante il franchismo le strade erano in uno stato terribile e viaggiare in treno un’epopea. Sono famosi i racconti dei viaggi che i toreri facevano, in macchina, di notte, per passare da una plaza de toros all’altra; dove il viaggio era quasi più pericoloso della corrida. Ricordo code infinite alla stazione dei treni di Barcellona in cui si era costretti a raccomandarsi agli altri viaggiatori per poter saltare la fila e non  perdere il treno, dopo ore di attesa.

Nel frattempo tutto è cambiato, ma le stranezze restano.

Le infrastrutture del trasporto, dalla fatiscenza franchista si sono trasformate in faraoniche, capillari, ovunque nuovissime. Le stazione dei treni rivaleggiano con quelle dei bus per dimensioni ed efficienza. I treni sono avveniristici. Sembra di essere in Scandinavia: tutto nuovo, pulito, ordinato, spazioso e luminoso. Ma, ahimè, tragicamente vuoto.

L’aeroporto di Girona, lo scalo di Ryanair per Barcellona e la Costa Brava, ha pochissimi voli al giorno: in inverno anche solo tre, al massimo una decina. Eppure è un bellissimo e grande aeroporto. La stazione dei bus della stessa città accoglierebbe una trentina di bus in contemporanea, ma ve ne sono solo un paio in attesa di pochi viaggiatori. Dalla supermoderna stazione ferroviaria di Vigo-Urzaiz partono una decina di treni al giorno. La stazione dei bus della Coruna è così grande e vuota che si ha paura ad attraversarla. E non sono casi cercati con attenzione; sono quelli che mi sono capitati sotto gli occhi per caso.

Poi c’e’ la ridondanza. Dal Puerto di Santa Maria si può andare a Cadice, che sta lì di fronte, si vede bene, dall’altra parte della baia, usando il treno o il bus o il battello normale o il battellino storico. Ognuno con numerose corse al giorno (salvo il battellino storico che ne fa solo due). Altrove. sugli stessi percorsi ci sono sia i bus che i treni. Spesso due tipi di autostrade corrono quasi affiancate: una libera e l’altra a pagamento.

Vuoto anche la stazione dei bus della Coruna.

Insomma, sembra che si sia investito somme colossali per fare una rete infrastrutturale moderna, grandiosa e ridondante. Gli spazi costruiti paiono assolutamente incongrui con i pochi passeggeri accolti. Meglio per loro, certo, ma ci si sente spaesati in mezzo a tanto spazio vuoto, da percorrere con la tua valigina. La domanda è la seguente: chi ha pagato tutto ciò? Molto spesso l’Europa. Chi manterrà tutto ciò? Chi lo sa? Pulizie, manutenzioni, illuminazione, riscaldamento. Ora è tutto nuovo. Ma fra qualche anno cadrà tutto a pezzi per mancanza dei fondi per la manutenzione? E tante spese sono state fatte perché utili o per mantenere attiva l’enorme mole della corruzione che i molti scandali recenti hanno messo in luce nel sistema politico spagnolo?

Perché poi i trasporti mica funzionano tanto bene, nonostante le infrastrutture avveniristiche. Le corse dei treni e degli autobus sono poche, durante la giornata; le fermate dei treni sono molte e lunghe, allungando i tempi di percorrenza in modo abnorme. I giri che fanno i bus provinciali diventano esasperanti. Son perfino tornato a vedere dei treni che fanno manovra, accoppiandosi; cosa che in Italia non vedo da trent’anni.

Poi ci son le cose che sarebbe meglio non vedere.

Gli italiani sono profondamente convinti che gli spagnoli siano un popolo di allegri casinisti, giocosi e strampalati. Credono che siano tutti degli Almodovar. Non è così.

La società spagnola è profondamente autoritaria e conservatrice. Nei trasporti lo vedi bene: vigono regole strette, arbitrarie, eccessive, autoritarie. L’accesso ai binari è permesso solo poco prima della partenza del treno; i passeggeri si incolonnano in fila, in piedi, aspettando che venga  aperto il varco. Se per caso sei passato con la scusa di prendere un altro treno, ti rispediscono nella hall in malo modo. In tutte le stazioni c’e’ lo scan dei bagagli con almeno due tipi della Guardia Civil, quasi sempre molto scortesi. Il controllore si aggira in compagnia di due guardiani armati di sfollagente, anche in situazioni dove il passeggero più giovane ha i capelli bianchi. Sui treni i posti sono solitamente numerati, anche sulle brevi tratte. I passeggeri rispettano il posto assegnato, fino al ridicolo: quando il treno è semivuoto ti viene da sederti dove capita. Se arriva il proprietario di quel posto ti pianta una grana che non finisce più. Alle immancabili file alle biglietterie il passeggero non si avvicina allo sportello che si è liberato, ma aspetta di essere chiamato. Ma, in cambio, passeggero e bigliettaio si prolungano in conversazioni infinite ed assolutamente superflue a danno di chi aspetta; in piedi, perché non ci sono i numerini. Anche all’aeroporto di Melilla ti fanno aspettare nella hall ed hai accesso al gate solo poco prima che questo apra. Molto spesso devi farti tutto il lungo percorso obbligato fra quelle odiose strisce mobili, anche nel caso che non ci sia nessuno.

Insomma, tutte quelle piccole cose che denotano rigidità, esercizio arbitrario di un piccolo potere, mancanza di rispetto per gli altri, autoritarismo, scarso “saper vivere”. Si badi bene: non si tratta di regole utili a qualcosa. Si tratta semplicemente di soprusi di alcuni su tutti gli altri; di volontà di dominazione.  Resti duri a morire della tragica storia coloniale degli spagnoli e della ancora fresca dittatura franchista.

Molluschi comprati e mangiati al mercato di Pontevedra

Il bel mercato del pesce della Coruna.

Il Viaggiatore critico è molto felice di far sapere ai suoi pochi lettori della eccellente abitudine che ha trovato al mercato di Pontevedra, in Galizia, all’estremità nord-occidentale della Spagna. Coste aspre protese verso il freddo e burrascoso Atlantico. Terre di gente forte, poco comunicativa, molto di destra, non particolarmente conosciuta per la profondità del loro pensiero. Ma questa volta l’hanno indovinata in pieno.

Grandi pescatori, i Galiziani ed in pieno Oceano; infinite storie di lotta con il mare, spesso finita in tragedie. Un tratto del litorale galiziano è conosciuto con il nome di “Costa della morte”. Ma mare pescosissimo e ricco di eccellenti pesci, molluschi, gasteropodi, crostacei. In grande quantità e varietà e di eccellente qualità. Il piatto re della gastronomia locale è il famoso “polpo alla gallega”.

Non stupisce, quindi, che nelle città si trovino dei mercati del pesce affascinanti, ricchi, invitanti, animati. Molti venditori ed acquirenti esperti. Mercati veri, non inquinati dalla presenza di merce e cibo da turistame. In particolare quello di Pontevedra, caratteristica cittadina di gradevole visita.

Il mercato è in un forte edificio della tipica pietra bionda che i galiziani squadrano in blocchi megalitici ed usano senza risparmio. Bei banchi: nuovi, funzionali, puliti. Molta merce, ben esposta, senza sovrabbondare in ghiaccio, come da noi. Venditori abbastanza specializzati nel senso che ognuno ha il suo tipo di pesce e che ogni banco è diverso dagli altri: non è che tutti offrono tutto, a vantaggio della qualità, direi.

Ma il bello viene ora: il turista accorto seguirà questa bell’abitudine dei locali. Comprerà i molluschi, i granchi, i pesci che vorrà, scegliendoli con accuratezza fra i diversi banchi. Per quanto molto più riservati degli altri spagnoli, i venditori non si lasceranno sfuggire l’occasione di far quattro chiacchere con il forestiero e si prodigheranno in consigli culinari. Ed ho anche avuto l’impressione che non cercheranno per forza di appiopparvi la fregatura. Una volta fatta la vostra bella spesina, come se foste al mercato rionale di casa vostra, salirete le scale del mercato ed al secondo piano troverete due dei tipici bar spagnoli. Consegnerete la vostra bustina al barista che, nel giro di qualche minuto che voi occuperete a bere birra ed a mangiare las tapas offerte, cucinerà i vostri acquisti al vapore, bolliti o alla piastra. Arriveranno in tavola e voi li divorerete contenti come Pasque. Se avete problemi su come affrontare certi molluschi sconosciuti o i grossi granchi, il barista vi aiuterà volentieri.

Il mercato del pesce di Pontevedra.

Si tratta naturalmente di cotture molto semplici e ciò per due motivi: per prima cosa perché è un cocedero e non un ristorante: un luogo di cottura, non di preparazione. Per seconda cosa perché gli spagnoli amano mangiare i molluschi ed i crostacei bolliti e freddi: è loro costume. A volte, nei bar, gli apprezzatissimi gamberetti sono serviti  in ciotole d’acqua con i ghiaccioli dentro.

A noi fa un po’ effetto, ma bisogna riconoscere che con la semplice bollitura il sapore naturale dell’animale viene apprezzato nella sua essenza, privo di aggiunte. Mangiare diversi tipi di molluschi e crostacei diventa quindi una vera e propria degustazione di cose spesso introvabili da noi. Ho mangiato dei percebres fino a quel momento del tutto sconosciuti per me; delle deliziose cozze al vapore, carnose e saporite, dei cannolicchi che mi fanno impazzire, sia lessati che alla piastra, dei gamberetti. Ed avrei voluto continuare se non fosse per il colesterolo che non mi abbandona. Il tutto innaffiato dalla birra alla spina spagnola che scende come nettare nel gargarozzo. Nei tavoli accanto mangiavano enormi granchi tipo granseole o centollas. Molto richiesti i gamberetti locali, di colore bruno, da vivi e crudi; poi rossi come gli altri, da cotti. Non ho provato o visto provare pesci alla piastra, ma credo che sia possibile farli fare.

Il costo della cottura è poco più che simbolico, al barista interessano le consumazioni alcoliche. Il costo dei molluschi è invece tutt’altro che modesto. I percebres vanno spesso oltre i 50 € per un kg, nel quale non c’e’ poi molto da mangiare. Carissimi anche i gamberetti locali o le vongole che non vanno al di sotto dei 20 €, per le varietà migliori. A prezzi bassi, invece, le cozze.

Un vero piacere.

Cannolicchi al vapore.

Che avevo provato solo altre due volte. Una al Puerto de Santa Maria, in Andalusia, vicino Cadice, dove c’e un venditore di roba di mare da cui compri le fagottate di roba che vuoi e poi te le fai friggere direttamente lì; il notissimo Romerijo. Ma si tratta dello stesso negozio, non c’e’ il piacere dello scegliere fra merce di diversi venditori; finisce per diventare un ristorante qualsiasi. Ed anche ad Essaouira, in Marocco, dove al porto si comprano i pesci dai pescatori che arrivano e ci si fanno abbrustolire sui carboni da dei grigliatori appostati nelle vicinanze. Eccellenti, ma manca la birra.

 

 

 

 

 

 

Rivolta contro il turismo

 

La rivolta degli abitanti delle grandi città, travolte dal flusso turistico, si sta organizzando e diventa movimento politico. Il turismo che veniva lodato come rimedio economico per i territori non industrializzati viene ora indicato come fonte di nuovo impoverimento e come fattore di ulteriore ingiustizia sociale.  Non si parla di lotta ai turisti come persone (la manifestazione di Barceloneta lo insegna), ma di ferma opposizione a quei grandi agenti economici e alle loro manovre che, sotto il nome di sviluppo turistico, alterano il tessuto delle città turistiche e snaturano la vita delle persone che normalmente vi abiterebbero.

Si è creata una rete sud europea delle città contro la turistificazione: SET (qui la pagina – blog del nodo di Firenze con i link). Per il momento vi aderiscono movimenti, associazioni, gruppi, individui di: Barcellona, Palma de Maiorca, Lisbona, Venezia, Firenze, Valencia, Siviglia, Pamplona, Malaga, Madrid, Napoli. Il I, 2, 3 marzo 2019 vi sarà una riunione a Firenze. Qui il programma.

Il tema centrale è quello dell’espulsione degli abitanti dei centri storici per far posto ai turisti, negli alberghi o nei B&B. Il tema è antico ed ha preso negli anni diversi nomi. Molti decenni fa si incominciò a parlare del fatto che i legittimi abitanti dei centri storici ricevevano lo sfratto per far posto agli studenti fuori sede. Questi protestavano meno per la fatiscenza delle case e pagavano complessivamente affitti più alti. Più recentemente si è diffuso il concetto di “gentrificazione” intendendo con ciò il fenomeno per il quale vecchi quartieri della città vengono svuotati di attività produttive e dei loro lavoratori, per far posto alla borghesia, dopo un processo di “riqualificazione” urbanistica ed abitativa. Come se le fabbriche, i laboratori e gli operai fossero “squalificati” e i professionisti borghesi che andavano ad abitare nei loft fossero “qualificati”. Infine è degli ultimi anni la selvaggia riconversione degli appartamenti dei centri storici che sono finiti in gran numero su Airbnb, mentre i vecchi abitanti, spesso anziani, sono stati costretti a spostarsi nelle anonime periferie. E si badi bene che non sono i piccoli proprietari a mettere la loro abitazione su Airbnb, ma spesso sono gruppi finanziari che comprano molti appartamenti per piazzarli sul mercato dell’affitto turistico. Altri gruppi immobiliari sono allora intervenuti ed in combutta con gli enti locali hanno comprato vecchi edifici abbandonati in posizioni centrali trasformandoli nei cosiddetti “studentati”. Non sono le classiche Case dello Studente come il nome lascerebbe intendere, ma dei lussuosi residence dove una parte delle camere sono per gli studenti, ad alto prezzo. Mentre il resto delle camere è per normali turisti. Ancora una spoliazione del normale tessuto cittadino. Questo il caso di Firenze.

Gli altri, forti, inconvenienti riscontrati dagli abitanti delle città turistiche sono: i normali esercizi commerciali sono stati chiusi; al loro posto vi sono negozi e servizi per i turisti: negozi 24h, fast food o ristorazione dozzinale, souvenir, agenzie di escursioni. Il volto, in senso stretto, delle vie centrali delle città turistiche è completamente cambiato ed in peggio.

I prezzi sono aumentati, i trasporti pubblici sono invasi dai turisti, i servizi per i residenti scarseggiano.  Il turismo è soggetto a stagionalità; quindi i lavoratori sono chiamati con contratti di breve durata ai quali alternano periodi di disoccupazione. Molto diffuso il ricorso a manodopera straniera (soprattutto nelle cucine e come cameriere ai piani negli alberghi), in condizioni ambientali e legali precarie. Intasamento di tutto, presenza dei turisti ovunque, le enormi navi da crociera nella laguna di Venezia, i bus al Piazzale Michelangelo, il porto intasato di Bayahibe.

Ma questo è solo l’aspetto visto dalla parte dell’abitante della città turistica. Lo stesso selvaggio sfruttamento delle risorse colpisce anche il turista. Estrema massificazione, affollamento insopportabile, prezzi elevati, servizi scadenti e dozzinali sono l’altra faccia della medaglia. Quella che patiscono i turisti.

Succede spesso che nascano delle discussioni fra i lavoratori a contatto al pubblico ed i turisti. Da entrambi i lati vi è esasperazione: da una parte per eccesso di lavoro a basso salario; dall’altra per servizi scadenti a prezzi alti. E le scintille scoccano. Lo sfruttamento regna sovrano.

I cittadini si stanno organizzando per diminuire l’impatto del turismo; per i lavoratori è molto più difficile per la loro parcellizzazione, per essere stranieri, per subire facilmente i ricatti dei contratti stagionali, per essere tradizionalmente una categoria poco organizzata. Per i turisti è del tutto impossibile; il massimo che possono fare è lamentarsi su Tripadvisor. Eppure la resistenza alla turistificazione è la stessa battaglia per tutti.

 

 

L’esemplare turismo genealogico

In questo edificio, nel porto di Buenos Aires, venivano ospitati gli immigrati in attesa che trovassero lavoro e casa. Ora è il Museo dell’Immigrazione. Foto di Carlos Zito via Wikicommons.

Il turismo è come la vita: ricchissimo di sfaccettature. Vi è pure quello che si dedica ad visitare gli antenati.

Si sa, gli italiani sono un popolo di emigranti; ormai da un paio di secoli, anche se pare che se ne siano dimenticati. Ci sono più italiani all’estero che in Italia ed ogni giorni altri se ne aggiungono.  E Anche gli spostamenti interni delle genti italiche sono stati massicci, verso Roma o verso il Nord dove c’era lavoro.

D’altra parte, da una trentina d’anni, si è largamente diffuso l’interesse per la genealogia. Prima era stata una faccenda di sedicenti nobili che volevano dimostrare le loro antiche origini o reclamavano eredità in cause secolari; ora, grazie alla democratizzazione della cultura, anche i discendenti dei morti di fame ci tengono a conoscere le proprie, sia pur umili, origini. E se ne vantano, giustamente. Molto attivi i francesi, i quali, nella loro arroganza, non mancano di avere (tutti quanti) fra i loro antenati Carlo Magno. Ma anche in Italia gli archivi diocesani, storici comunali, di Stato, sono pieni di gente che fruga nel proprio, dimenticato, passato.

Il turismo non poteva non penetrare anche questo settore. Con tre tipi diversi di approccio.

La visita alle famiglie d’origine. Fa parte della tradizione dei vecchi emigrati italiani. Si tornava al paesello d’origine. Una vota l’anno, se si era emigrati in Europa, una volta ogni tanti anni se si abitava nelle Americhe, poveri loro. Si facevano conoscere i nipoti nati nel frattempo ai nonni rimasti alla vanga. Ci si vantava dei successi ottenuti, si tacevano le miserie e le umiliazioni subite. Storie di emigranti, il mito dello zio d’America. Questo tipo di turismo è ormai minoritario: le grandi ondate migratorie si sono estinte ormai da molti decenni ed i legami con le famiglie di origine sono esilissimi o meglio scomparsi. Gli emigrati recenti, invece, si giovano delle nuove tecnologie e delle compagnie low cost e tornano a casa, virtualmente o fisicamente, ogni giorno.

La ricerca genealogica. Per quanto esistano schedari on-line (il più incredibile è questo, frutto di una collaborazione inusuale fra Mormoni e Stato italiano) la ricerca dei propri antenati ha bisogno di molte ore chine su antichi manoscritti di impiegati comunali artritici o di parroci cialtroni. E’ quindi necessario spostarsi nei luoghi abitati dalla propria antica famiglia, soggiornarvi a lungo, andare ogni mattina all’archivio. Si soggiorna, si mangia, nel pomeriggio si visitano i luoghi che furono dei trisavoli o dei loro bisnonni. E’ un turismo speciale, ma è turismo.

Visita ai luoghi ancestrali. E’ il segmento più recente e maggiormente in sviluppo. Si tratta di coppie o famiglie che si recano a visitare i luoghi dove vissero i loro antenati, prima dell’emigrazione. Ormai non hanno nessun legame con i parenti rimasti, non sanno nemmeno chi siano.  A volte sanno il nome del paese di origine solo grazie a vecchi documenti o alle storie che giravano in casa. Altre volte, addirittura, la famiglia aveva perso ogni memoria e qualcuno di loro ha commissionato una ricerca genealogica che ha ritrovato i vecchi legami, spesso partendo dai registri degli sbarchi degli immigrati a Buenos Aires o a New York. E quindi la famigliola si reca in sommesso pellegrinaggio a vedere quei luoghi che un secolo e mezzo fa un loro antenato aveva abbandonato, inseguito dalla miseria, inseguendo un sogno. Succede anche che la stessa persona che ha eseguito la ricerca genealogica organizzi la visita di ritorno. Ciò avviene soprattutto per chi è emigrato in America del Nord e si ritrova spaesato in quel continente privo di storia e di memoria. Ma succede anche con i brasiliani; meno frequentemente con gli altri sudamericani, forse semplicemente per motivi di minori risorse da investire in una cosa apparentemente inutile come la ricerca dei propri antenati.

Paradossalmente il turismo genealogico si presenta come il miglior turismo possibile. Ecco perché: per prima cosa va spesso in luoghi reconditi e poco frequentati; quelli da cui venivano i poveri antenati emigranti che non lasciavano certo Venezia o Taormina. Relegati paesini del sud, strette valli friulane, pendici pascolative abruzzesi. Non c’e’ sovraffollamento, niente ingorghi di bus. Turismo disperso, al massimo.

Poi il turista genealogico è terribilmente rispettoso dei luoghi che visita (furono percorsi dai suoi avi) e delle persone che incontra (potrebbero essere suoi cugini). Si presenta con fare discreto, umile, commosso e grato. Esattamente il contrario del turista classico, cialtrone, arrogante e chiassoso.  Volge il suo intenso sguardo alle cose, ai colori, aspira l’aria con sommessa emozione. Accarezza le case in cui l’antenato visse. Si fa tutt’uno con il contesto: un pesce nell’acqua. L’emozione che provano i turisti genealogici è intensissima, ne parlano con tutti, come bambini felici.

Ed infine, il turista genealogico rimarrà per sempre attaccato al suo viaggio. Continuerà a parlarne a famigliari ed amici, conserverà un grato ricordo dei luoghi visitati. Ci tornerà ancora portando figli e nipoti. Sarà un ambasciatore nel mondo dello sperduto borgo montano.

E’ così che vorremmo i turisti e non come sono normalmente.

PS. Per approfondire, una tesi di laurea sull’argomento.

Le chiese fortificate in Romania

Una strada di un villaggio tedesco in Transilvania. Foto da un sito di approfondimento dei fatti balcanici di cui raccomanda vivamente la visita.

Nell’infinita babele dei popoli balcanici, che non smette di affascinarmi, ve n’è uno che ha lasciato delle opere architettoniche di grande interesse. Si tratta dei tedeschi della Transilvania: vi furono insediati dagli Ungheresi quando questi conquistarono quella regione nel XIII secolo. I tedeschi avevano il compito di controllare il territorio spesso preda delle scorrerie dei turchi e dei tartari, secondo i momenti storici.

Gli immigrati, da bravi tedeschi, si organizzarono perbenino e, nel tempo, costruirono circa 150 villaggi fortificati di cui 100 esistono ancora e 7 sono Patrimonio UNESCO. I villaggi erano composti da due o tre strade che confluivano in una piazza centrale. Le case erano unifamiliari, massicce, ad un piano, squadrate ed erano tutte in fila, vicine l’una all’altra lungo le strade. Il poco spazio fra una casa e l’altra era chiuso da dei robusti muri. In questo modo l’assalitore che avesse percorso la strada vi si trovava intrappolato e poteva uscirne o fuggendo da dove era venuto o proseguendo fino alla piazza centrale sotto il tiro proveniente dalla case; non gli sarebbe stato possibile uscire dalla strada e tagliare per i campi.

Nella piazza centrale c’era la chiesa, gotica ed assai massiccia anche lei.

La particolarità di questi villaggi consiste nel fatto che le chiese sono circondate da un’alta muraglia, a volte spessa molti metri e vuota all’interno. Nello spessore della muraglia trovavano spazio molte stanze dalle cui finestre i difensori bersagliavano gli assalitori. In quei vani trovavano anche ricovero i raccolti agricoli, ben al sicuro. La muraglia aveva delle porte, ben solide e difese.

Possente chiesa e possente mura. Tutto molto tedesco. Foto di Oswald Engelhardt via Wiki commons.

Quando arrivava un forte gruppo assalitore, tutta la popolazione si rifugiava nella chiesa fortificata dove trovava cibo per poter resistere a lungo. Fra la chiesa vera e propria e la muraglia c’era sufficiente spazio per ospitare gli animali.

I complessi delle chiese e delle muraglie sono molto belli, caratteristici ed unici e la loro visita è un momento importante in qualsiasi viaggio si voglia fare in Romania.

Ma la storia dei tedeschi della Transilvania non finisce così.

La fortificazione della chiesa di Prejmer, vista dalla parte interna. Foto di pubblico dominio via Wikicommons.

Mantennero per secoli la loro lingua, senza mescolarsi con i Romeni, al loro solito, ma mantenendo dei buoni rapporti con i vicini. Arrivarono ad essere, prima della II guerra mondiale, diverse centinaia di migliaia di persone. Il nazismo al potere in Germania rovinò tutto. I tedeschi romeni risposero volentieri, molto volentieri, troppo volentieri al richiamo nazionalistico della loro patria, pur essendosene allontanati da mezzo millennio. Accolsero a braccia aperte gli eserciti nazisti, al cui interno furono creati corpi da loro composti. E parteciparono alle nefandezze che quegli eserciti erano soliti compiere. Al momento della ritirata molti dei tedeschi della Transilvania seguirono l’esercito verso la Germania. Per quelli che restarono le cose non furono evidentemente rosee. Ma, passati i momenti più tesi ed arrivato Ceausescu al potere, i tedeschi della Transilvania, sia pure numericamente molto diminuiti, continuarono la loro vita di sempre. Nonostante quel che era successo durante la guerra, continuarono ad avere le scuole in tedesco, a vivere nelle loro case ea non subire discriminazioni. Un bell’esempio di tolleranza della Romania socialista.

Una tipica chiesa fortificata. Foto dal sito del progetto UNESCO.

Al crollo d quest’ultima, i tedeschi decisero di fuggire numerosi verso la ricchezza della loro patria riunificata, lasciando i villaggi fortificati e la miseria ai romeni. Ormai non ce ne sono quasi più, e quelli rimasti sono integrati e del tutto mescolati ai romeni-romeni.

I loro villaggi che non sono protetti dall’UNESCO si trovano in una condizione di grave sofferenza. Le vecchie case sono state occupate dai romeni che, con i soldi guadagnati con l’emigrazione le stanno “modernizzando” snaturandole. Certe chiese sono in rovina. Si perde così un’eccellente opportunità di sviluppo turistico diffuso in quella regione, (troppo spesso associata al solo richiamo di Dracula), come sta avvenendo nel Delta del Danubio.

 

Quel che il turista cerca e non trova (quasi) mai

Il turista è come Tantalo, sempre teso alla ricerca di ciò che desidera pur senza poterlo mai raggiungere. O come il gatto che corre per cercare di acchiappare la propria coda. Perché il turismo sega il ramo su cui è seduto, ma poi a cadere a terra è il turista. Parlo qui, naturalmente del turista attento e curioso, non di quello che va in Crociera o a Rimini. Quelli son vacanzieri.

E’ tutto un problema di backstage, del dietro le quinte, di ciò che succede lontano dagli occhi del passante, dell’estraneo. Il turista che va a visitare un luogo lontano, una città importante, un ambiente naturale sconosciuto, si pone mille domande. Se va a in India vorrebbe sapere cosa pensano in cuor loro gli indiani quando assistono alle loro cerimonie religiose o quando si siedono sulla spiaggia, a migliaia, al tramonto, a vedere il sole che sparisce nell’Oceano. Se  va sulle Dolomiti, dopo aver osservato il panorama, si chiede come sarà quel luogo nella mezza stagione e cosa fanno quelli che vi abitano, quando non ci sono più turisti. Se gli capita di mangiare una bistecca alla fiorentina in centro a Firenze e non è del tutto stupido, si chiede se i fiorentini mangiano quel tipo di bistecca e come realmente è quella che loro vogliono mangiare.

Perché il turista che non sia un cialtrone, vorrebbe capire quel che sta vedendo, desidererebbe sapere quel che avviene quando lui non c’e’, sarebbe la sua massima aspirazione riuscire a carpire i pensieri delle persone che lui incontra nel suo viaggiare. Non si vuole fermare all’apparenza, ha curiosità antropologiche ed addirittura etnologiche; vuole penetrare nel backstage. Tanto che fioriscono espressioni come: ” Visitare una città like a local“, “Dormire presso l’abitante” come se fossimo sui parenti; o si utilizza il metodo del “couchsurfing” dormendo sui divani altrui; certo, per risparmiare, ma anche per sentirsi, fosse solo per una notte, un abitante di quella casa, un membro di quella famiglia che la mattina, di fretta, si alza per andare a lavorare. E si affittano appartamenti su Airbnb, facendo finta di essere vecchi residenti nel quartiere, passando dal fornaio e facendo una capatina al bar per una birretta. Strattagemmi per sentirsi locali e non turisti che vanno, loro!, in albergo. E vanno molto quei siti e quei gruppi su FB dove si ritrovano gli expat di una certa città, ai quali i turisti chiedono consigli su cosa vedere e dove mangiare: “Dove mangiate voi residenti, non i turisti come noi”.

E ciò avviene perché ormai il turismo è una lebbra che divora se stesso. Là dove vanno numerosi i turisti, l’atmosfera cambia, le persone diventano ciniche, sfrontate, maleducate, avide; i ristoranti adattano i loro menu ai supposti gusti dei turisti, diminuiscono la qualità ed aumentano i prezzi; spariscono le piccole attività locali che fanno il colore di una città; tutto diventa, falso, artefatto, plastificato e mercificato. Le città subiscono la gentrificazione. L’omologazione è massima. Il turismo diventa inutile; nei luoghi visitati si vedranno solo altri turisti. Sarà diventato inutile viaggiare dal momento che tutto sarà uguale ed andrai solo a vedere persone come te che cercano ciò che non c’e’ più.

Ed eccoci al mito di Tantalo; il turista che cerca il diverso troverà solo l’uguale a se stesso, mentre il diverso si ritira e gli sfugge. Il backstage, quel che c’e’ dietro, non esiste più: è tutto oscenamente spiattellato davanti agli occhi del visitatore; è tutto ad una sola dimensione. Gli stessi locali non lo sono più; sono solo dei servitori del turista, assimilati a lui, nella lingua, l’inglese, e nei costumi.

Si dirà: ma le Piramidi, la Venere di Botticelli e le terme di Budapest sono ancora là, sono valori immutabili ed incorruttibili. Ebbene no; perché se intorno alla Gioconda c’e’ una selva di bastoni da selfie, la Gioconda non è più il miglior dipinto della storia dell’umanità: è un fenomeno da baraccone.

Questa degradazione del turismo sta ormai entrando nelle coscienze: il termine turistico era positivo fino a qualche anno fa come sinonimo di bello ed usufruibile. Ora ha preso un’accezione negativa, è sinonimo di dozzinale, affollato, di bassa qualità.

Le cosiddette nuove destinazioni sono immediatamente invase e fanno la fine di tutte le altre in un baleno. Lisbona ed il Portogallo ne sono un esempio. Niente sfugge alla penetrazione capillare dell’asfalto del turismo che penetra nelle più remote grinze del mondo.

Ed il turista intelligente ormai si è accorto di questa faccenda e se ne dispiace fortemente. E comincia ad immaginare che il turismo, dopo l’incredibile boom degli ultimi decenni, sia in via di declino e forse diventerà come le sigarette: una faccenda da vecchi, anche un po’ schifosa. Ed un intero settore commerciale mondiale crollerà.

Resta solo una via al turista. Andare dove è certo che nessuno va; andarci in bassissima stagione; rifiutare ciò che è citato dalle riviste, dai siti, dalle trasmissioni per turisti. Cercare le persone e non il paesaggio o l’opera d’arte. Perché di quelle ce ne sono moltissime e quasi tutte non ancora visitate e rovinate.

 

 

I soldi durante il viaggio

Non usare mai questo tipo di cassa automatica. Foto di FredTC via Wikimedia Commons.

Una delle preoccupazioni maggiori dei turisti riguarda la disponibilità dei soldi durante un viaggio. Come procurarseli e come evitare i diversi rischi. Pur nella grande variabilità delle circostanze vediamo di dare dei consigli SEMPLICI e PRATICI, nei limiti del possibile, perchè la materia è vasta, complessa e cangiante.

Portarsi dietro la mazzetta di € o $. Errore. Si corrono evidentemente molti rischi con il contante addosso o nelle borse o nelle fasce strette in vita, sotto i vestiti, come nel Medioevo. E comunque si starà sempre in apprensione. Se poi avremo cambiato in dollari avremo perduto qualcosa nel cambio. Ormai l’Euro è una moneta di importanza mondiale e in tutti i paesi viene accettata allo stesso livello dei dollari.

Portarsi dietro una piccola somma in €. Giusto. Avere comunque una piccola disponibilità di soldi può risolvere delle situazione complicate: un guasto alla macchina in campagna, una sosta in un luogo senza banche, un poliziotto da corrompere al volo. Si terrà sempre addosso, in fondo ad una tasca, nella scucitura di un giubbotto.

Cambiare banconote presso i cambiavalute. Mai. E’ certo che perderete molto. I cartelli che annunciano il valore delle monete spesso non riportano le commissione che poi vi troverete a pagare. Oppure ci sono delle tasse, più o meno fittizie che vi vengono addebitate. In alcuni casi succede anche che vi rifilano banconote false. Da evitare come la peste i cambiavalute che si trovano nei dintorni del ritiro dei bagagli, negli aeroporti, hanno commissioni elevate.

Cambiare la moneta del paese dove andate presso la vostra banca. Non si fa più. Prima era la norma. Chi doveva andare in Inghilterra passava la settimana prima al proprio sportello, ordinava un tot di sterline e tre giorni dopo tornava a prenderle. Evidentemente c’era il rischio di portarsi la mazzetta dietro.

Ritirare moneta locale dalle banche con la carta di credito. Bene, ma caro. La propria carta di credito permette di ritirare dei contanti, in valuta locale, sia alla cassa automatica delle banche sia agli sportelli. Bisogna ricordarsi il codice e si ottengono i contanti. I problemi sono due. Il primo è che molto spesso i possessori delle carte di credito non si ricordano il codice per il prelievo dei contanti. E quando se ne rendono conto è troppo tardi: è rimasto a casa, nel cassetto del comodino. Il secondo problema è che il contante ritirato è considerato un anticipo e viene addebitato sul conto anche un ulteriore 4% di “interessi”.

Ritirare moneta locale dal bancomat con la propria tessera. Perfetto, anche se ci sono alcuni ma ed il problema delle commissioni.

Il primo ma: bisogna andare SOLO alle banche. Bisogna evitare quelle casse automatiche con sopra scritto ATM, Euronet o cose simili. Non sono casse delle banche ed applicano tassi di cambio e commissioni mooolto sfavorevoli per il cliente.

Il secondo ma: Alcune casse automatiche tendono un tranello. Chiedono se vuoi cambiare al tasso del momento o a un tasso fisso che è indicato. Conviene SEMPRE cambiare al tasso del momento perchè in questo modo vige il tasso di quel momento fra le banche e non quello che mettono loro a loro vantaggio. Con questa scelta il tasso di cambio ti viene applicato dalla tua banca e non dalla proprietaria dello cassa automatica.

Il terzo ma:  Bisogna prelevare tutto quello che ti permettono di prelevare. Dal momento che ci sono delle commissioni fisse, indipendenti dall’importo, più volte prelievi, più volte paghi la commissione.

Il quarto ma: Alcune banche impediscono alle proprie tessere di prelevare all’estero, per motivi di sicurezza. Quindi il cliente, prima di partire si deve accertare se può prelevare all’estero e, in caso che non lo sia, farsi sbloccare la propria tessera.

Le commissioni? Naturalmente, usando il proprio bancomat come se si fosse a casa, ti vengono applicate delle commissioni. Ce ne sono di diverso tipo e di diverso nome. Sono cmq accettabili, non dovrebbero superare il 2% tutte insieme. Prima di partire sarebbe bene chiedere alla propria banca queli sono le condizioni dell’uso del bancomat e magari vedere se si può contrattare un miglioramento. Il vantaggio di questa forma di ritiro contanti è che il tasso di cambio è il migliore possibile, essendo fra le banche. Ed inoltre non hai bisogno di girare con le mazzette in tasca. Ed infine tu stai usando un mezzo di pagamento emesso dalla tua banca ed in caso di problemi devono rispondere di quel che succede ai tuoi soldi.

I primi soldi, appena arrivati. Bancomat in aerporto alla cassa automatica di una banca. E’ un momento un pò delicato. Si è appena scesi dall’aereo, si deve cercare un mezzo di trasporto per andare in città, non si conosce niente. Soprattutto abbiamo bisogno di soldi locali per evitare di dover usare degli euro, con tutti i rischi che il tassista ci speculi sopra o che la biglietteria dei bus non li accetti. Nel salone degli arrivi, subito dopo l’uscita dalla zona riservata ai soli viaggiatori, vi sarà certamente una cassa automatica. Usarla senza inconvenienti, con il proprio bancomat, stando attenti che sia di una Banca e non di una azienda di servizi (Euronet o altri) e seguendo i “ma” del punto precedente.

Bisogna pagare con il bancomat, con la carta di credito o in contanti?. Le spese correnti in contanti. Nei paesi del Nord è normale pagare con il bancomat anche il caffè; in molti altri il POS (la macchinetta che legge il bancomat) non ce l’ha nessuno. Può anche succedere che ad ogni operazione venga aggiunta una piccola commissione. Per evitare problemi, io mi comporto così. Le spese grosse come alberghi o biglietti le pago con la carta di credito nella quale le commissioni sono normalmente minori od addirittura assenti e cmq più standardizzate. Per tutte le altre spese uso i contanti. Il bancomat lo uso quasi solo per ritirare contanti dalla cassa automatica.

E’ sempre così? Purtroppo no: ciò è valido sostanzialmente nei paesi SEPA che è un accordo bancario che riunisce praticamente tutti i paesi europei, che abbiano l’euro o no. Altrove può essere differente.

Fuori dall’Europa? I problemi aumentano molto. Portarsi i liquidi in giro può essere ancora più pericoloso. Le commissioni aumentano. Il bancomat spesso non funziona. Quindi:

Cercare banche internazionali. Ai Caraibi una volta la “Banca dei mari del sud” mi prese il 25% su un prelievo. Dietro l’angolo scoprii solo dopo c’era la Scotian bank che me ne prese il 2%.

Stare attenti ai simboli. Sulla tessera del bancomat c’e’ un simbolo (Cirrus, Maestro, Mastercard, ecc). Vedere bene che sulla cassa automatica ci sia l’adesivo con lo stesso simbolo. Se non c’e’, meglio non infilare la tessera nella fessura, per evitare improbabili ma non impossibili inconvenienti.

Il problema della lunghezza del codice. I nostri codici sono a 5 cifre. Certe casse automatiche ne richiedono solo 4. Mettete le vostre prime 4 cifre, sperando bene.

A volte dentro funziona e fuori no. Succede anche che la cassa automatica non riconosca la vostra tessera, ma che il cassiere umano, all’interno della banca possa farvi l’operazione. Vale la pena provarci.

Usare maggiormente la carta di credito. La carta di credito è molto più potente del bancomat, fuori dall’Europa. Va usata per pagare, ma anche per ritirare liquidi dalle casse automatiche o dagli sportelli delle banche. Ciò costerà il famoso 4%, ma a volte non c’e’ rimedio.

Quante carte? Dove tenerle? E i codici? Io viaggio con la carta di credito e due bancomat su due conti diversi. In questo modo sono meno esposto a furti, a danneggiamenti delle tessere o all’eventuale disseccamento di un conto. Le tre carte sono conservate in tre tasche/borse diverse. I codici li so a memoria, li ho scritti in una agendina che porto con me come se fossero dei numeri di telefono e stanno in un messaggio mail che ho inviato a me stesso e che posso recuperare da un qualsiasi computer del mondo.   Paranoie? No, troppe volte mi son trovato a chieder l’elemosina per esser rimasto senza accesso ai soldi che pur avevo su un conto da qualche parte del mondo. Da quando faccio così non mi è più successo.

Buon viaggio.

Il viaggio più bello

Un viaggio di molti anni fa è stato il più pieno ed interessante che abbia mai fatto. Nessuno, successivo, è riuscito ad avvicinarglisi. Un lungo percorso in Amazzonia.

La meta l’avevo scelta buttando a caso un dito sulla carta geografica, lo facevo spesso a quei tempi. Lavoravo in Ecuador. Per le vacanze di Natale, mi feci accompagnare da un collega fino a Canelos, nella parte amazzonica del paese. La strada si fermava lì, oltre solo foresta amazzonica fino a Belem, in Brasile, sull’Atlantico.

Parlai con dei maggiorenti del villaggio, bevvi la temuta chicha con loro, spiegai le ragioni del mio viaggio; dissi, un pò barando, che ero interessato ai frutti silvestri commestibili e chiesi delle guide per cominciare a discendere il fiume. Chiamarono due uomini, montammo sulla canoa e partimmo, io e loro, sul fiume; verso Curaray.

Cominciarono così 5 o 6 giorni di totale allucinazione. Mi trovavo in un ambiente assolutamente estraneo, inimmaginato ed inimmaginabile. Ero in un mondo non mio: tutto mi era differente, sconosciuto, nuovo, difficilissimo da prendere in mano. Non molto diverso da come deve essere trovarsi sulla Luna. Spaesatissimo. Ma di potenza eccezionale.

La prima parte fu lungo il fiume Bobonaza; poi fu necessario camminare per una infinita giornata, scavalcando un cresta di colline, per arrivare al fiume Villano. Discenderne gli infiniti meandri fino alla sua confluenza con il fiume Curaray giungendo, dopo poco, all’omonimo villaggio.  Io andavo leggerissimo, solo uno zainetto con un sacco a pelo e un cambio di vestiti, un telo di plastica per la pioggia. Stivali di gomma nei quali i piedi mi bollivano, nemmeno un coltellino svizzero, solo una borraccia.

Gli episodi si accavallano nella memoria, ancora vividi dopo tanti anni, uno più straordinario dell’altro. Il primo giorno, verso mezzogiorno le due guide accostano la canoa, a remi, su una spiaggetta del fiume, vicino ad una grande roccia immersa nell’acqua. Dal loro zaino tirarono fuori della polvere da sparo, fecero una specie di petardo e lo lanciarono nell’acqua profonda, sotto la roccia, con la miccia cortissima accesa. Un secondo dopo lo scoppio del petardo, uno dei due si tuffo riemergendo con un bel pesce, tramortito, forse ucciso, dallo scoppio. Misero una pentola su un fuoco e il pesce fu bollito, insieme a della manioca trovata sul posto, in un vecchio campo abbandonato da tempo. Con una foglia di banano, il più giovane avvolse le uova del pesce e, con del vimini, chiuse un specie di pacchettino che mise a bollire con il resto del pesce e la manioca.  Il pacchettino mi fu poi offerto come segno di speciale rispetto; aperto, le uova dentro erano una delizia.  Poi ripartimmo, la sosta avrà preso meno di un’ora. Mi pareva il paese della cuccagna dove per avere il cibo bastava allungare una mano.

Per la notte arrivammo in un villaggetto dove c’era un distaccamento militare ecuadoriano con alcuni militari. Mi accolsero volentieri, rappresentavo per loro un po’ di distrazione in una vita di infinita monotonia; il sergente in capo passava il tempo a riparare le radioline degli indigeni del villaggio accanto. I militari mi offrirono la cena; uno di loro aveva invitato anche un ragazzetto, lo trattava bene, lo faceva mangiare abbondantemente; io ero commosso da tanta gentilezza dei militari sudamericani nei confronti del popolo. Poi andammo a letto, in una baracca di legno, divisa in varie stanzette. Me ne dettero una con un giaciglio su cui mi accomodai bene, con il mio sacco a pelo. Nella stanzetta accanto entrarono il militare buono ed il bambino ben nutrito. Attraverso la sottile parete di assi ascoltai come il militare inculava il bambino piangente. Non intervenni.

Il sergente si adoperò per trovarmi due nuove guide per andare verso il fiume Villano. In quella zona vivono i cosiddetti Quichua dell’Oriente, parenti stretti degli indios delle Ande, con una lingua molto simile ed una buona familiarità con gli stranieri. Più verso il confine con il Perù c’erano e ci sono altre tribù molto più restie ad avere contatti, per primi i famosi Huaorani, che pochi anni prima avevano ucciso dei missionari americani. Durante il viaggio vidi una donna Huaorani, come mi dissero. Era nella miserrima bottega di un villaggio, al lume di una lampada tenuta accesa da un gruppo elettrogeno, per quella notte di festa. Erano tutti ubriachi sfiniti e ballavano. La donna aveva con sè una scimmietta che teneva sulla testa, aggrappata ai capelli; la scimmia era un maschio e si dimenava strofinando incessantemente il suo pisellino sui capelli della donna. Ogni tanto qualcuno alzava la scimmia e mostrava a tutti, fra grandi risate da ubriachi, il pisellino ritto. Abiezioni da ubriachi nel paradiso terrestre.

Una giornata intera di cammino, sempre nella foresta. Meraviglia infinita, ma stanchezza insopportabile. I piedi doloranti negli stivali, continue salite e discese nel fango, un sentierino minimo, alberi immensi a cui girare intorno o da scavalcare, quando caduti. Le due guide impazienti che volevano arrivare al fiume prima di notte e che non capivano la stanchezza di un povere bianco che arrivava anche a buttarsi a terra, morto di fatica. A volte, d’improvviso si fermavano, prendevano in mano una certa liana (per me del tutto identica alle mille altre intorno) e dandogli un taglio netto con il machete se la portavano alla bocca: sgorgava abbondante una buonissima acqua. Io continuavo con la mia recita dell’esploratore botanico e andavo raccogliendo semi, qua e là, e con questa scusa mi riposavo un attimo. Ma trovai anche un tipo di cacao commestibile da fresco che non riuscii a prendere perché troppo in alto e che poteva essere la pianta che mi avrebbe fatto diventare famoso.

Luoghi assolutamente spopolati. Qualche villaggio indigeno lungo i fiumi, a molte ore di canoa a remi l’uno dall’altro. Nei più importanti una pista di atterraggio, in erba, costruite e mantenute dai missionari, soprattutto protestanti. Certamente avamposti delle compagnie petrolifere americane: l’Amazzonia è ricchissima di petrolio. Alcuni di loro, anni prima avevano fondato quella che fu poi conosciuta come Instituto Linguistico de Verano i cui medici si dedicavano a sterilizzare, con vari pretesti e senza informarle, le donne indigene. Il fine era quello di eliminare gli indios e poter aver più facile accesso alle ricchezze forestali, agricole e minerarie della zona.

Solo foresta: alberi straordinari, cattredrali vegetali, l’infinita gamma di verdi. In quella zona l’Amazzonia non è ancora la piatta pianura che si troverà più a valle. Ci sono le ultime montagne e colline della Cordillera delle Ande: le vette vulcaniche e innevate hanno i loro piedi immersi nella foresta amazzonica. I fiumi erodono le colline e certe anse stanno sotto erte pareti di roccia e terra su cui si mantengono alberi giganteschi; sembrano imprendibili bastioni vegetali sotto i quali scivolava lenta la nostra canoina, sempre e solo a remi.

All’inizio della sua discesa il fiume Villano era ancora di portata modesta e molti banchi di sabbia e ciottoli affioravano, nelle anse. A volte bisognava scendere dalla canoa per superare dei tratti di acqua troppo bassa. In altri punti si formavano delle pozze profonde con dei gorghi. Mi avevano spiegato che se vi si cade dentro non bisogna cercare di nuotare verso l’alto, la superficie. Bisogna invece stare tranquilli e lasciarsi portare dal gorgo fino a toccare con i piedi il fondo e, a quel momento, darsi una forte spinta per uscire dal vortice. Ero assai preoccupato. Soffrivo molto per il sole che batteva sugli stivali di gomma e non me li potevo togliere perché c’e’ra da scendere psesso a spingere la canoa.

Agli indigeni si stavano aggiungendo, in quegli anni, delle famiglie di coloni ecuatoriani: poverissimi, si inoltravano nella foresta per trovare un pò di terra libera. Disboscavano qualche parcella di quella enorme foresta e ci coltivavano qualcosa per la sopravvivenza della famiglia. Ma i prodotti agricoli sono troppo pesanti perché potessero portarli al mercato, a giorni di cammino o di piroga. Allevavano allora qualche mucca per portare, un paio di volta all’anno, dei vitelli alla città del Puyo, giusto per avere qualche soldo per i vestiti, le medicine, le pile della radiolina che li fornisse di un po’ di musica. Non avevano i mezzi e la forza per recintare i pascoli e quindi le mucche erano legate con una corda ad un picchetto infisso in terra. Quando avevano mangiato tutta l’erba a cui potevano arrivare, un ragazzo spostava il picchetto e ciò più volte al giorno. Il cammino verso la città era estremamente penoso, a tratti molto erto, fangoso, scivoloso, durava giorni e giorni. Poteva succedere che i vitelli scivolassero in un burrone, finissero nel fiume, affogassero, si danneggiassero le zampe: e tutta la speranza del guadagno svaniva. Vita di una durezza incredibile. Le differenze fra  i coloni e gli indigeni erano abissali. I primi soffrivano, le baracche erano fatte malamante, povertà e sporcizia ovunque, bambini in cattivo stato. Presso gli indigeni tutto pareva più curato, meno disperato, in migliore stato: segni di una vita più tranquilla. Semplicemente, gli indigeni stavano nel loro ambiente e i coloni non erano che degli immigrati recenti, disperati.

Le guide che mi accompagnavano lungo il Villano erano giovani e credo che fossero cugini. Sapevano un pò di spagnolo, ma fra di loro parlavano in quichua; e lo facevano incessantemente, non stavano un attimo zitti. Intuivo che parlavano degli alberi, degli animali, degli uccelli, del fiume. Degli infiniti elementi di quel mondo che ci circondava; dove per me era solo meraviglia, loro ci trovavano mille aspetti di cui discutere, con passione, apparentemente. Si indicavano cose, continuamente, uno seduto a prua, l’altro a poppa; io nel mezzo. Remavano lentamente, lasciando fare molto alla corrente. Mille versi di uccelli si mescolavano allo sciaquettio delle pagaie; le zone di pieno sole erano inframmezzate da tratti in ombra, sotto gli enormi alberi. Il riflesso dell’acqua e il suo mormorio sulle pietre, nelle anse in cui il fiume si allargava e si faceva meno profondo. Loro chiacchieravano, io a volte mi appisolavo, seduto sul fondo della canoa. In tutta la discesa credo che incrociammo una sola altra canoa, che risaliva la corrente.

Ero affascinato dalla tranquilla disinvoltura con la quale tutte le mie guide si muovevano in quell’ambiente: veloci, precisi, sicuri, certi di quello che andava fatto. Dei pesci nel mare, mentre io ero perennemente impacciato, preoccupato, timoroso. Sconvolto, in una parola; loro, invece, coinvolti in quel loro mondo. Giovani beati in mezzo alla loro natura.

L’animale in questione era proprio così, anche nell’atteggiamento e nella attenzione con cui ci guardava. (Foto di By USFWS – U.S. Fish and Wildlife Service Digital Library System, Public Domain, via WikiCommons)

Avevano un vecchio fucile, arrugginito.  A una svolta del fiume, si zittiscono: su una spiaggetta c’e’ un bellissimo esemplare di giaguaro o di puma, qualcosa del genere, loro lo indicavano come el tigre. Grosso, decisamente da far paura. Nel silenzio quello davanti mi da la pagaia, mi fa segno di remare lentamente, prende il fucile e la mira. Quello dietro sussurra indicazioni. La canoa si avvicina all’animale che ci guarda con molta intensità. Io sono combattutissimo: vorrei salvare l’animale, mi basterebbe battere la pagaia con forza e fare rumore; ma non vorrei che i due, dopo, mi scannino al posto del felino. Ma temo anche che l’animale salti sulla canoa; mi pare improbabile, ma penso che potrebbe essere una madre che ha dei cuccioli proprio lì dietro e che li vuole proteggere. Cerco di pensare a cosa fare, ma che ne sapevo, di tutta quella faccenda? Nell’incertezza non faccio niente. Il cacciatore spara, il fucile fa cilecca, il rumore del cane che si abbatte sulla cartuccia è sufficiente a far scappare l’animale. Io sono contento, i due ridono e si prendono per il culo da soli, io mi aggiungo alle battute. La tensione si scioglie in risate.

Per l’ultimo dell’anno ci fermammo su una spiaggia, nel pomeriggio, abbastanza presto. Mi lasciarono lì e ripartirono per andare a caccia, per la cena. Io dissi che avrei fatto il bagno e scherzando chiesi se per caso non ci fossero i piranha in quel punto. Voleva essere una battuta, ma il più vecchio rispose che potevo stare tranquillo perché i piranha restavano al centro del fiume e non venivano verso riva. Non credo che arrivai a bagnarmi le ginocchia.

Ad un certo punto mi allontanai di qualche passo verso valle, scavai una buchetta nella sabbia e mi accoccolai per fare il bisognone. Mi resi conto che ero perfettamente solo, sulla spiaggia di un remoto fiume amazzonico, circondato dalla foresta più vigorosa del pianeta, sul far della sera e che stavo cacando. Una vertigine.

Che dette presto luogo alla preoccupazione perché i due non tornavano. Che avrei fatto se mi avevano abbandonato? La possibilità che una canoa passasse di lì nei giorni seguenti era remota. Ma poi arrivarono, quasi a buio, tristi. Avevano preso solo una modestissima scimmietta delle dimensioni di un gattino. L’arrostirono e me la dettero quasi tutta a me. Per bere avevano portato un fagotto di fibre di manioca masticata e fermentata (la famosa chicha, già citata, sempre quella); gettandone una manciatina in una mezza zucca (che ci serviva da bicchiere) di acqua del fiume e mescolando con la mano, si toglieva all’acqua il sapore di fango e il poco di alcol presente nella manioca fermentata, la purificava.   Dopo l’inesistente cena, io mi distesi dentro il sacco a pelo, su un margine del telo di plastica, pronto a coprirmi con l’altro margine se avesse piovuto (lo faceva tutti i giorni, dall’umidità pareva di stare in un acquario, ma le temperature mai torride). Loro erano meglio organizzati e dormivano sotto una specie di zanzariera. Ci diamo la buonanotte e noto che uno di loro si sistema il fucile a portata di mano. Immagino che abbiano deciso di spararmi durante la notte e chiedo spiegazioni: “In caso venga el tigre“.  Fu una notte lunga ed insonne.

E finalmente arrivammo al villaggio di Curaray, qualche decina di persone, tutti indigeni salvo due famiglie di coloni. La mia situazione mi apparve subito assai difficile. Ero stanco ed indebolito. Gia alla partenza stavo poco bene, inseguito dalle diarree tropicali; poi durante il viaggio, fra disagi, poco mangiare e stanchezza mi ero ridotto in pietoso stato. Non potevo, dunque, rifare il cammino inverso, molto più lento, perché controcorrente. Pagai le guide chiaccherine e decisi di prendere uno degli aeroplanini che arrivavano al villaggio portando persone e merci, che altra via non c’era, se non quella che avevo fatto io.

Questi indios mi parvero subito poco accoglienti, non so perché; certo mi avevano accumunato a quelli che andavano a rubare risorse: terra, petrolio, legname.  Mi rivolsi ad uno dei due coloni chiedendo se potevo dormire nella sua casa, grande e su palafitte. Un po’ scontroso, anche lui, mi disse di mettermi sulla veranda. Così feci, almeno stavo sotto un tetto. Tutti a letto appena arrivato buio (ovviamente nessuna elettricità), accesi una candela aspettando di prender sonno. Mi accorsi con terrore che da ogni fessura dello sgangherato pavimento di assi stava uscendo uno scarafaggio, di quelli tropicali, grande, solo il corpo, come un dattero. Erano un milione, mi avevano circondato, e vedevo vibrare due milioni di antenne, tenute a bada solo dalla luce della candela che si stava rapidamente consumando. Ho il terrore degli scarafaggi, deve essere una faccenda patologica. Passai dei minuti disperati. Mi misi a sedere su uno sgabello appoggiandomi alla balaustra della veranda e mi accorsi che gli scarafaggi stavano camminando sui pali orizzontali della balaustra. Ero disperato, preso dall’angoscia. Con l’ultima mezza candela uscii dalla tettoia e mi misi all’aperto sul fondo di una canoa arrovesciata. Ma cominciò a piovigginare e faceva freddo. Il cielo mi salvò: mi venne in mente di andare a dormire in chiesa, su un banco. Lì non c’era niente da mangiare, e quindi gli scarafaggi non la frequentavano e lì passai le restanti notti. Tanto il prete non c’era.

Ma c’era una specie di incaricato che possedeva una potente radio ricetrasmittente grazie alla quale parlava con la missione al Puyo e che poteva avere delle informazioni sull’arrivo dell’aereo. Ma o non le sapeva o non me le voleva dire, odioso.  Il problema maggiore era il cibo. Nessuno mi voleva dare da mangiare, nemmeno pagando. Era una muraglia; chi con una scusa, chi con un’altra nessuno mi voleva dare niente. E’ la tipica forma di resistenza passiva che gli indios hanno sempre adottato contro i bianchi invasori, fin dai tempi di Colombo. Bella spiegazione, ma io avevo sempre più fame. Solo una vecchietta mi dava una manciatina di noccioline, la mattina.

Io cominciavo a non poterne più e a voler tornare a casa. Del resto la meraviglia della foresta e dei fiumi era finita e l’atmosfera del villaggio mi era assai pesante. Unica distrazione, un dottore mandato là dai missionari che mi fece provare la Ayahuasca come ho già raccontato. Ma non mi dava da mangiare nemmeno lui; diceva che il cio che si era portato dietro stava finendo, anche lui era in attesa spasmodica dell’aereo. Cominciava a vaneggiare: mi parlava della sua speranza che sorgesse un vulcano davanti a casa sua, giusto per veder succedere qalcosa nella monotonia dei suoi giorni al Curaray.  Io, già  non mangiavo niente, poi ebbi anche a vomitare tutta una notte per via della Ayahuasca.

La faccenda era complicata dal fatto che la pista era sulla riva opposta del fiume, rispetto al villaggio. Quindi o restavo al villaggio a cercare di mendicare un pò di cibo o andavo sulla pista ad aspettare un aereo che non si sapeva se dovesse arrivare o no. Era certo che uno sarebbe arrivato il 6 gennaio per riportare il maestro della scuolina e portar via il dottore, ma un’altro aereo poteva venire prima, vai a sapere.

Ogni mattina uscivo dalla chiesa dove dormivo, passavo dalla vecchietta per avere la mia manciatina di noccioline e andavo sulla riva del fiume dove chiedevo a qualcuno di portarmi dall’altra parte. Passavo tutta la giornata sotto la tettoia di una baracca e la sera tornavo indietro. Per quattro giorni: un incubo. L’aspetto positivo fu che nella mia stessa condizione c’era un ragazzo che, dopo aver passato le vacanze di natale a casa, tornava al Puyo, al Liceo. Entrambi tutta la giornata ad aspettare. Ma lui aveva due grosse ceste di vimini piene di carne di cacciagione affumicata che portava con se in città, certamente per venderla e pagarsi le sue spese. La notte lasciava le ceste dentro la baracca, accanto alla pista. A fine pomeriggio, quando era evidente che l’aereo non sarebbe più arrivato il ragazzo tornava a casa. Io mi trattenevo ancora un poco e rubavo qualche pezzo di carne, fra l’affumicato, il bruciacchiato, il crudo ed il marcio che sgranocchiavo sul posto, a morsi. Il fatto è che la cesta era coperta e chiusa da delle foglie di banano legate al bordo. Per togliere la carne, dovevo spostare le foglie e pescare con due dita i pezzi di carne. Dopo un pò di operazioni così, il ragazzo si accorse delle foglie manomesse, portò una catena ed un lucchetto e chiuse la porta della baracca con la mia unica fonte di cibo dentro.

Finalmente, il 6 gennaio, come previsto, l’aereo arrivò. Era di sei posti; se non me ne avessero dato uno, ero pronto ad uccidere. Quando l’aereo cominciò a rullare mi si riempirono gli occhi di lacrime.

Dopo un viaggio così, tutti gli altri sono noia.

La maledizione di alcuni paesi

Il lago Kivu, fra Rwanda e Congo offre bellissimi paesaggi in un clima mite. Foto di Martijn Munneke via Wikicommons.

Spesso il turista non se ne cura e ci va lo stesso. ma alcuni paesi sono sovrastati e distrutti da una maledizione che distrugge chi ci vive. Il turista magari nemmeno se ne accorge, ma se ne è informato riesce a capire meglio ciò che sta vedendo e può evitare di essere il solito superficiale, che non si rende conto di niente.

Credo che il paese più infelice del mondo sia il Rwanda. Luogo poco turistico, eppure ricco di bei paesaggi e di molte interessanti tradizioni. La maledizione di quel paese è data dall’impossibile coesistenza di due etnie delle quali una, molto minoritaria, vuole conservare il potere assoluto sull’altra, maggioritaria e mantenuta in uno stato di insopportabile asservimento. Il paese ha una lunga storia di massacri, di vendette, di atrocità inimmaginabili, di giustizia sommaria ed infame. L’odio scorre sotterraneo, come un fiume carsico dai mille rivoli. Le due etnie vivono mescolate e gli individui sono costretti a coabitare negli stessi spazi, nascondendo l’odio reciproco, il disprezzo dei dominanti, l’infinito rancore dei dominati. Hanno fatto dell’ipocrisia e del mascheramento dei propri sentimenti, un pilastro della società. Si dice che il modello dell’uomo rwandese sia colui che passa una nottata intera a bere vino di banana, seduto accanto all’uomo che uccise suo padre, senza che nessuno noti il suo turbamento. Terrificante.

Perché in Rwanda il razzismo non si manifesta con insulti o scenate. Pare non esistere, fino a che non sfocia nel massacro. Ma chi muore sa che qualcuno della sua etnia, un giorno o l’altro, lo vendicherà. L’infinto ciclo del sopruso, della violenza, della vendetta.

Il Rwanda è veramente l’ultimo paese in cui vorrei andare a passare una vacanza. L’odio che vi regna, pur invisibile, è una lebbra che vi si appiccica addosso. La sua storia è atroce, i suoi governi sono bestemmie contro l’umanità, l’infelicità delle persone è massima; prigionieri della maledizione che copre quel paese da secoli e che non pare finire mai.

Tutt’altro contesto e continente, ma situazione simile in Colombia. La violenza è una costante di tutto il continente sudamericano con le lodevoli eccezioni di Cuba ed il Cile, ma in Colombia sono veramente scatenati. L’immagine che se ne ha in Italia è del tutto parziale e tendenziosa: allegria, balli, donne vestite con vivaci colori, spontaneità e voglia di vivere. Ma quella era la pubblicità di un caffè colombiano, non la vera Colombia.

E’ un paese che ha un sottofondo di violenza infinita, inarrestabile e continua dall’indipendenza  (volendo dimenticare quel che facevano gli spagnoli ai tempi della colonia) del 1819. I colombiani si sono sempre divisi in due fazioni che hanno cambiato mille volte nome, motivi, ideologia e configurazione, ma il cui fine ultimo è stato quello di scannarsi senza pietà.

Lavoravo con questo popolo. Erano contadini, ma avevano smesso di produrre per vendere, perchè i paramilitari rubavano tutto quel che raccoglievano. Si erano ridotti alla più misera delle austosussistenze. Foto di Brandon981123 via Wikicommons.

Alla base ci sono gli stessi motivi che portano alla violenza in Rwanda: la dominazione di pochi contro molti. Direte che ciò esiste ovunque; vero! ma in questi due paesi tale dominazione è senza ritegno, misura, umanità. Non si vuole solo comandare, sfruttare, arricchirsi. Si vuole farlo sfacciatamente, umiliando e sottomettendo. L’uso arbitrario e sadico del potere. Dracula come presidente della Repubblica. Si dirà anche che sono molti i paesi in preda alle guerre. Vero anche questo! Ma in pochi paesi come in questi due, le persone che fanno parte dei gruppi avversari vivono intimamente mescolati; sono così legate da mille vincoli di vicinanza, storia, cultura. Sono parenti, molte volte.

Mi fanno un po’ pena, francamente, i turisti italiani che vanno in Colombia e tornano contenti, parlando della gentilezza delle persone. Non hanno visto, non sanno, non vogliono sapere che Bogotà è un posto dove ci sono bande che uccidono i lavavetri agli incroci chiamandoli “usa e getta”. Ho conosciuto colombiani sfollati interni che hanno cambiato di regione per 13 volte, cercando un angolo di pace fra tante violenze. Ho un amico di Bogotà scappato a Parigi dopo che un giorno, nel traffico, tornando a casa, il guidatore della macchina accanto alla sua fu ucciso a revolverate. Ho stretto molte mani rese terribilmente callose dall’esercizio della raccolta delle foglie di coca. Ho visto le baracche degli sfollati accatastate lungo chilometri di scarpata della ferrovia mentre, a lato, immense e verdeggianti distese accoglievano rare mucche al pascolo; indimenticabile esempio della crudeltà umana dei latifondisti e dell’indifferenza sociale dei colombiani. Gli stessi che, chiamati alle urne per un referendum che avrebbe messo fine alla guerra civile che dura da 40 anni ininterrottamente, hanno votato contro la pace e per la guerra. In mezzo a tutto ciò i narcotrafficanti se la passano una meraviglia.

I colombiani sono tristi, intrisi di violenza bi-secolare; capaci, molti, delle peggiori nefandezze. I latifondisti hanno i loro eserciti di mercenari ed eleggono il presidente della Repubblica, Uribe, ad esempio. Tutti i giorni sindacalisti ed attivisti sociali vengono uccisi nelle periferie e nelle campagne. L’intellighenzia progressista, colta, urbana discetta sul futuro, il bicchiere di whisky in mano. E’ questo, soprattutto, ciò che mi ha sconvolto di quel paese nel quale lavorai troppi mesi, controvoglia: l’indifferenza umana e sociale, la mancnza di implicazione pesonale nel dramma storico in cui vivono immersi. Onore a quelli che rifiutarono l’indifferenza e presero le armi, sapendo che fine avrebbero fatto.

E’ un posto umanamente orrendo la Colombia, non bisogna andarci. Ci sono belle cose da vedere, Cartagena, belle spiagge tropicali. Ma è tutto insanguinato.