Uomini e donne a Tokyo

Uomini e donne a Tokyo

Marzo 30, 2020 0 Di ilviaggiatorecritico

Marco Bi aggiunge un altro capitolo della sua eperienza di abitante di Tokyo. I due precedenti articoli sono qui e qui.

Matrimonio tradizionale giapponese. Foto di Guillaume Buret via Wiki Commons.

I rapporti personali nelle grandi città sono sovente caratterizzati da due elementi: gran quantità e una generale superficialità; in una metropoli di 30 e passa milioni di abitanti come Tokyo, questi aspetti sono ovviamente ben presenti.

Se si conosce la lingua, socializzare a Tokyo è relativamente facile: eventi, appuntamenti, mostre, locali notturni, amici di conoscenti, colleghi, sono tutte occasioni valide per venire in contatto con facce nuove, mentre le nuove tecnologie stanno ulteriormente oliando questo meccanismo.

Anche se la lingua giapponese fosse fuori dalla nostra portata, per la legge dei grandi numeri, di possibilità ce ne saranno sicuramente.

La facilità di conoscere persone crea una sorta di superficialità nei rapporti che si intrecciano: tante persone conosciute in poco tempo son difficili da metabolizzare, anche per il soggetto più avido di socialità. Il ritmo incalzante della vita metropolitana – che poco spazio lascia alla sfera privata – non fa altro che alimentare questo schema: ho poco tempo da dedicarti, quindi per conoscerti. Se anche con te non dovesse andar bene, ci son molte altre carte che posso pescare dal mazzo. Avanti il prossimo.

Quanto detto credo si applichi più o meno alle grandi aree metropolitane, indipendentemente dal paese (in Italia, anche con le debite proporzioni, non abbiamo città così grandi), ma entrando nel dettaglio si scoprono aspetti affascinanti tipicamente nipponici, che si imparano ad apprezzare solo sul campo, dopo anni di prove ed errori.

Innanzitutto, i rapporti tra le persone sono sovente influenzati dall’hon’ne (本音, ciò che uno realmente pensa) ed il tatemae (建前, ciò che si dice in pubblico) che sono spesso veramente diversi, se non addirittura contrastanti.

L’hon’ne non si ottiene tanto facilmente e condizione necessaria (ma non sufficiente) è una relazione profonda ed un rapporto di fiducia consolidato, come ad es. quello tra parenti o amicizie di quando si era giovani/bambini. Per tutti gli altri c’è il tatemae, che spesso lascia nel dubbio se il/la vostro/a entusiasta interlocutore/trice si veramente interessato/a ad andare al cinema con voi la prossima domenica.

Ecco così che dopo aver scambiato i contatti sull’euforia del nuovo incontro, non di rado vi capiterà di ricevere un messaggio pochi giorni prima, in cui si scusa, ma dovrà andare dalla nonna che starà male (proprio quella domenica…).

A quel punto è inutile ribattere sulla puerilità della scusa o chiedere spiegazioni: non si otterrà che silenzio tombale.

Specie nei rapporti tra uomo e donna, la regola non scritta – nella maggior parte dei casi – vuole che, se c’è un annullamento/rifiuto dell’appuntamento senza che sia accompagnato da un’esplicita contro-offerta con nuova data d’incontro, quell’annullamento significa che, ahimè, non c’è interesse ad incontrarsi. A poco porta offrire una data alternativa: si procrastina solo l’agonia.

In Giappone, dire “no, non mi interessi” direttamente all’interlocutore è abilità di una sparuta minoranza: ottenere il numero di telefono della persona interessata non è assolutamente indicatore di un possibile interesse, visto che si può finire come nell’esempio sopra.

Un altro aspetto curioso è quanto i giapponesi a Tokyo siano impegnati (o forse fingano di esserlo). Se ingenuamente provate a chiedere un’uscita per il fine settimana il lunedì della stessa, è verosimile che la risposta sarà negativa. Se spinti da spirito di iniziativa, chiediamo quando sia la prossima data disponibile, con buona probabilità vi verrà proposta una data 3 o 4 settimane dopo.

Tutto va programmato in grande anticipo, organizzato al dettaglio e sgarrare gli orari può portare a musi lunghi o persino all’annullamento dell’appuntamento.

Entriamo nel particolare.

Nella socialità tra lui e lei, esistono due fenomeni particolari che vale la pena spiegare: il primo sono i gōkon (合コン) ed il secondo è il konkatsu (婚活).

Entrambe le parole sono delle abbreviazioni di concetti, quindi non traducibili con un’unica parola in italiano.

Il gōkon funziona così: due amici/conoscenti, generalmente un lui ed una lei, si accordano per invitare altri 2 o 3 amici ad una cena (raramente pranzo), con l’intento di far conoscere nuove persone dell’altro sesso. L’intento dei partecipanti – malcelato – è ovviamente di creare possibili situazioni amorose.

Si cerca sempre di essere in numero pari di uomini e donne, per non creare dissapori, anche se, nella laboriosa metropoli, gli annullamenti all’ultimo non mancano.

Poiché difficilmente si raggiunge un equilibrio in cui a tutti gli uomini interessano donne differenti (e viceversa), c’è sempre una silenziosa “lotta” sottobanco per accaparrarsi la ragazza (più carina) o il ragazzo (più danaroso), con battute, attenzioni, comportamenti, ecc., atti a far fuori l’avversario, anche se di fronte agli occhi di tutti, solo sorrisi smaglianti.

A fine cena, di norma i maschietti pagano il conto per il gentil sesso e chi vuole, chiede il numero della ragazza preferita (raramente le donne son proattive).

Il konkatsu, invece, è la quintessenza della ricerca dell’anima gemella secondo schemi e sistemi predeterminati. Konkatsu, abbreviazione di (letteralmente) “attività per il matrimonio”, comprende tutte quelle attività per trovare qualcuno da sposare.

Attenzione, “da sposare” e non, conoscere, uscirci, eventualmente innamorarsi, costruire una relazione e come coronamento di tutto ciò eventualmente convivere e/o sposarsi.

Il patto tra le persone che si adoperano nel konkatsu è che entrambe vogliano sposarsi, anche in tempi relativamente brevi. Poco importa se poi non ci sia amore, infatuazione o un sentimento superiore alla stima per l’altro come mero essere umano.

E così – a seconda della serietà, tempo, soldi, aspettative, ecc. – chi inizia questa attività si iscrive a siti, società specializzate e via dicendo, che offrono incontri di gruppo organizzati, test psicoattitudinali per la ricerca del partner migliore all’interno della banca dati. Insomma, una sorta di agenzia matrimoniale super efficiente, organizzata e ben schematizzata – con buona pace del sentimento – mirata solo ad avere un compagno/a, per far fronte alle pressioni sociali.

Un fenomeno aberrante agli occhi occidentali.

Facendo di tutta l’erba un fascio, si può riassumere così ciò che cercano i/le giapponesi nella capitale: gli uomini vogliono una ragazza di norma più giovane (possibilmente che non abbia passato i 32-33 anni), relativamente carina, non troppo appariscente e con le potenzialità di essere buona mamma/casalinga; magari che non faccia troppe domande che vadano a minare la propria libertà di movimento.

Le donne, dal canto loro, si interessano principalmente allo stipendio/averi dell’uomo: tanto più lo stipendio è alto e tanto più si è pronte a soprassedere sulla scarsa clemenza di Madre Natura e/o altri deficit, come ad esempio mancanza di attenzione, carattere, riguardo, gentilezze, ecc.

Le donne di Tokyo hanno una spiccata abilità per fare i conti in tasca al maschietto di turno o fare un calcolo veloce sulle sue potenzialità di carriera.

Il matrimonio è quindi frutto di un mero calcolo, in cui le due parti necessitano dell’altro per avere la stabilità che la società richiede, una volta raggiunta una certa età. Il patto, sin dal principio, nella stragrande maggioranza dei casi, non si basa sul sentimento, ma sulla necessità di mantenere questo equilibrio, nonostante sicuramente grandi eventi metteranno alla prova l’unione: scappatelle (di norma prima lui, poi eventualmente di lei), figli che diventano l’unica ragione di vita della madre e tirati su da lei (lui le delega la scocciatura, anche perché viene messo in secondo piano).

Unioni che – osservate dall’esterno – sembrano quasi da “Mulino Bianco”, ma che sotto la superficie mostrano due persone che in comune hanno solo il tetto che gli sta sopra: la loro quotidianità è quasi completamente basata sulla indipendenza.

All’interno di questo scenario, i rapporti profondi, basati sul sentimento e non sul “calcolo”, sono duri a venire, anche se (fortunatamente), per la legge dei grandi numeri, qualche rara felice eccezione c’è.