Regole giapponesi

Regole giapponesi

Marco Bi continua ad affascinarci con le sue analisi della società giapponese. Oggi si parla di regole. Qui il primo articolo.

Come già osservato, il Giappone, avendo goduto di un lungo periodo di isolamento con influenze limitate dall’esterno, è riuscito a mantenere una società omogenea, che è stata un potentissimo collante per garantire l’armonia sociale all’interno del paese.

Andiamo per ordine.
In Giappone, non esiste una religione pervasiva come quella cattolica in Italia, bensì esiste una religione “leggera” come lo scintoismo (che tra l’altro non ha dogmi), la quale non insegna ciò che sia sbagliato fare (perché se no si va all’infermo), ma ciò che sia meglio fare per raggiungere una pace spirituale, ed uno di questi insegnamenti è quello di offrirsi per aiutare il prossimo, mettendo quindi il bene comune come via per raggiungere indirettamente il proprio benessere, evitando il conflitto (in estrema sintesi: “se stiamo bene tutti, sto bene anch’io”).

Nella vita di tutti i giorni questo si traduce in un profondo rispetto per il bene comune (ad es. è pressoché impossibile trovare una macchinetta automatica vandalizzata, un muro imbrattato, un cantiere le cui polveri si estendono sulla via pubblica, ecc.) ed il profondo rispetto per l’altro è riflesso nei vari livelli di “umiltà” espressi nella lingua giapponese.

Pertanto, il cliente che entra in un negozio, ha un livello nella “scala di umiltà” più alto del commesso che lo serve, il cui compito è soddisfare le esigenze dell’avventore. Si comincia con un “irasshai mase” (いらっしゃいませ, cioè “Lei sia benvenuto”) rivolto a tutti gli avventori che entrano nel negozio ed un “arigatō gozaimasu” (ありがとうございます, cioè “grazie mille”) a quelli che escono – indipendentemente che abbian comprato qualcosa o fatto “perder tempo” (nell’italico modo di pensare), senza comprare nulla. Li si ringrazia per essere solo entrati ed aver considerato il nostro negozio come posto per un potenziale acquisto.
Immaginatevi la scena in cui il commesso scorta il cliente fino all’uscita del negozio, portandogli il sacchetto con gli acquisti, poi prontamente consegnato una volta fuori dalla porta: segue profondo inchino finché il cliente non scompare dalla vista. Normale, nell’esperienza di acquisto nel Sol Levante.

Sempre a fin di bene comune – in maniera quasi socialista – la società giapponese una possibilità di inserimento la dà a tutti: indipendentemente dal fatto che sia un paese (diventato) ricco, è molto difficile incontrare miseria, indigenza e quelli che (nella classica speranza cattolica) si aspettano di ricevere l’aiuto dall’alto (questuanti e quant’altro). Anche il più lento di comprendonio o il più lavativo hanno la loro chance per non rimanere indietro, magari “tirati in avanti” in malo modo dalla società, ma difficilmente abbandonati.
Ma ecco che se la ricchezza c’è, raramente la si ostenta, se c’è povertà, la si tende a nasconde: i propri pregi e difetti non devono emergere.

Questo porta ad un’armonia (quasi omologazione) diffusa, dove c’è scarso incentivo a delinquere (specie i furti) per sopravvivere, dove però non è bene primeggiare, le idee individuali e/o individualistiche non incoraggiate e le questioni personali tenute per sé o comunque condivise solo nella primissima cerchia ristretta dei familiari.

Il marito che vuole cambiare lavoro, può ritrovarsi ad addirittura chiedere preventivamente il permesso al padre della moglie, onde evitare che la sua scelta “egoistica” possa avere impatto sugli altri componenti della famiglia senza aver prima condiviso i contenuti.
Il collega che ha scoperto un tumore, prima di entrare in malattia chiede scusa tramite e-mail per il disagio che la sua assenza creerà.

Un’ulteriore caratteristica di questa cultura lo si trova ancora nella lingua: in giapponese, se qualcuno ci tiene la porta aperta per farci entrare non si dice “grazie”, ma si chiede “scusa” (per il non potersi sdebitare del favore ricevuto).

Un’armonia che ha però un costo: il rispetto di regole piuttosto rigide da parte di tutti, scritte o non scritte che siano. Chi non le rispetta, cammina ai margini della società, come ad esempio gli “hikikomori” (引き篭もり, confinarsi tra le mura), che decidono di rifuggire questi dettami per loro indigeribili e tagliano i rapporti con la società e nei casi più limite, anche con i familiari.

Dentro tanta pressione per rispettare i dettami della società, alcune valvole di sfogo sono però necessarie: il bere è una di queste.
Così accade che il solerte impiegato della grande azienda che ha de facto “sposato” il suo lavoro, con lunghe ore in ufficio e sacrificando i fine settimana al golf con il superiore, la sera – socializzando con i colleghi a cena – rosso paonazzo ed inebriato dai fumi dell’alcool, parlerà con un’insolita libertà “di quel cretino del capo”, sfogando la propria repressione. Siamo in zona franca: quasi tutto permesso e tollerato.
Conseguenza di ciò è che il rapporto con l’alcol assume talvolta degli eccessi: essendo una delle poche vie di fuga disponibili (le droghe son molto difficili da trovare), larghi strati della popolazione ne assume (l’età legale è 21 anni) ed in maniera simile al Nord Europa, sovente si beve per ubriacarsi o dimenticare, non per gustare l’esperienza.

Un’altra via di fuga (specie dai matrimoni di facciata) è la prostituzione – legale nel paese – con un variopinto menù, che va da un flirtare spinto, a rapporti quasi completi (un po’ ipocritamente la penetrazione è vietata per legge, ma in realtà, se “ci si sa fare” e si riesce a far cambiare idea alla signorina, anche quest’ultima barriera può essere abbattuta: l’idea di fondo è che si voglia tutelare il gentil sesso dalla parte più logorante del lavoro).
Quando la tua mente è bloccata in una gabbia dorata, dove le minacce sono scarse e la religione non intralcia, la fantasia corre veloce e le scelte – specie a Tokyo – abbondano.
Il tutto è regolamentato, offerto in siti che descrivon nero su bianco i servizi possibili e non, offerti con la proverbiale massima soddisfazione per il cliente.

Il rovescio della medaglia sono giovani donne, attratte dai luccichii della grande metropoli, che si accorgono ben presto che per comprarsi la borsa o le scarpe firmate, questo lavoro può essere la scorciatoia. Salvo eccezioni, chi sceglie questo lavoro lo fa solo per racimolare soldi in fretta (non per indigenza) e con buona probabilità lo farà solo per un periodo di tempo sufficientemente limitato da non compromettersi un futuro “normale” (cioè di norma non oltre i 30 anni d’età). Il numero delle fanciulle è decisamente ampio, segno che sia una via piuttosto battuta.

C’è molto meno moralismo rispetto ai paesi cristiani sul sesso ed a meno che non si sia deciso di fare la porno attrice, i peccati di gioventù potranno essere lavati rientrando nella società con un lavoro modesto, ma “onesto” o sposando qualcuno pronto a non chiedere troppo conto sui trascorsi allegri.

L’armonia sociale (ma anche il risultato della religione e della cultura popolare) ha dato frutto ad un altro aspetto positivo: c’è sempre stata – in media – molta più tolleranza nei confronti degli omosessuali. Sebbene il diritto di famiglia sia ancora decisamente retrogrado ed ovviamente non contempli unioni de facto tra eterosessuali (ben che meno omosessuali), la società non ha mai stigmatizzato né reso difficoltose le relazioni omosessuali. O quanto meno, non di più di quanto non faccia con le coppie di fatto non sposate.

Dunque una società in armonioso equilibrio, che offre una pace dei sensi quotidiana, ma che presenta il conto con regole che gravano e intrappolano chi vuole più libertà di comportamento.
Ecco che così le regole sociali danno vita sì all’equilibrio ed alla stabilità, che diventano parte fondante della serenità sociale (quindi la popolazione nella sua intierezza), ma presi individualmente i giapponesi spesso pagano il prezzo delle regole: ritorniamo al benessere/felicità collettivo prioritario a quello individuale, spiegato dallo scintoismo.
Un’eccezione sono gli stranieri, verso i quali di norma non c’è molta aspettativa di rispetto dell’insieme di regole, lasciandogli così spazi di “fuga”, ma tanto meno rispettano queste regole e tanto meno verranno accettati nella società.

Noi occidentali, che veniamo da una cultura in cui è l’io ad essere al centro delle priorità, fatichiamo a comprendere questi valori, in cui la felicità del singolo deve cedere il passo all’armonia alla portata dei più.