Cadice

Cadice

Febbraio 24, 2020 0 Di ilviaggiatorecritico

La sfilata del famoso carnevale di Cadice.

Anni fa il vostro Viaggiatore Critico decise di andare a vivere a Cadice. Questa decisione fu presa per tre motivi: quello immediato fu l’ennesima lite familiare; quello di base fu l’esserci passato per caso anni prima ed esserne rimasto folgorato; quello aggiuntivo fu l’aver letto la notizia che il centro di Cadice ha il maggior numero di bar per abitanti di tutta la Spagna. Ed il bar, in Spagna, è il centro del mondo, con le sue tapas.

Quindi andò a Cadice, affitto un appartamentino, comprò una bicicletta da Decatlon e visse per 100 giorni esatti in quella città. 100 perché poi si ruppe le palle e se ne andò a Montreal.

Furono 100 giorni intensi, vide e scoprì mille cose. Poté vivere faccende che aveva solo sentito dire da lontano; scoprì aspetti molto interessanti, capì una quantità di cose. Ma poi alla fine, se ne venne via perché quello non era il posto dove voleva vivere.

Cadice è vicina a Sevilla, che è una grande città piena di cose strane come la Feria. Da Cadice si può anche partire per l’incredibile pellegrinaggio del Rocio che attraversa lo stupendo Parco di Donana. A pochi chilometri c’e’ Jerez de la Frontera con grandi vini, grande storia del toreo e un meraviglioso festival annuale del flamenco.  Per non parlare poi di tutto il sud dell’Andalusia, con i suoi “paesi bianchi” a poca distanza da Cadice. Questa città è quindi centrale per un turista che volesse percorrere quei luoghi, fra i più a sud dell’Europa.

Codini di maiale in umido.

Ma non sono questi appena elencati, i motivi per i quali Cadice va visitata. E’ una città affascinante. Si trova all’estremità di una lunghissima striscia di terra immersa  nell’Atlantico. La punta della striscia venne circondata da mura, diventando una grande fortezza sul mare. Tutte le civiltà che hanno bazzicato l’Iberia ci sono passate ed hanno aggiunto pezzi alla fortificazione ed alla città. Le auto possono solo fare il giro delle mura; all’interno della città è impossibile penetrare, ad esclusione di pochi luoghi. Le strade del centro storico di Cadice sono strette e tortuose e nei miei cento giorni non son riuscito ad orientarmi. Giravo quasi a casaccio fino a ritrovarmi dove volevo andare.  La sensazione è meravigliosa; finalmente una città per passeggiare.

Nonostante la scomodità il centro è ancora pieno di vita, di negozi, di movimento. Il fatto che sia una importante città universitaria aggiunge una ulteriore nota di vivacità. La città vecchia è piuttosto grande e ci sono zone eleganti, altre popolari; vie con negozi di lusso e sorte di bassifondi con le case messe male. Ci sono piazze popolari dove giocano i bambini, piazze eleganti dove passeggiano le signore con il canino, la piazza principale con la cattedrale ed i dehors dei bar eleganti. Ce ne sono tantissime di piazze; si cammina e si trovano. Ma continuando a camminare si arriverà (quasi) sempre alle mura ed al mare. Ed è una grande gioia vedere lo scintillio delle onde dell’Oceano.

Lungo le mura si troveranno degli alberi stupendi, maestosi e secolari; le rovine archeologiche puniche e romane ed un lunghissimo molo che porterà al forte di San Sebastiano. All’inizio del molo, la spiaggia della Caleta con un delizioso edificio del bagno. Insomma, non mi stancavo di passeggiare o di pedalare in quella città, fierissimo di abitarci.

La spiaggia della Caleta con il suo elegante stabilimento balneario. Foto di Diego Delso, delso.photo, License CC-BY-SA

E quando mi stancavo di farlo, entravo in uno dei cento bar (ce n’e’ uno ogni 350 abitanti) a bere birra o il vino di Jerez e soprattutto a mangiare las tapas. Con determinazione e regolarità. Ne ho mangiate mille, facendomi una carta mentale di cosa mangiare dove. Avevo i miei giri preferiti, una successione di piattini secondo le ore della giornata e l’umore del momento. Las tapas classiche e quelle moderne; quelle universali spagnole e quelle tipiche di Cadice. Pesce fritto, palle ed orecchie di maiale, l’insalata russa, las papas bravas, frutti di mare di tutti i tipi, salsicce al sugo, trippa, ceci, cotiche, polpi e calamari, di tutto ho mangiato in quei 100 giorni. Ed il fine settimana andavo in una Pena, che sarebbe un bar dove si riuniscono gli appassionati di flamenco e di tori, dentro la porta che si apre sul molo del forte di San Sebastiano; dove mangiavo pesce fritto e mi prendevo le cantatine degli avventori. Godurie senza fine. E poi, per smaltire prendevo la bici e correvo per il lungomare, dopo la città nuova, verso la terraferma, con il vento dell’Atlantico contro.

Un paso in chiesa, pronto a partire per la processione. Ogni anno viene restuarato, abbellito, arricchito. I portatori stanno sotto, coperti dal manto rosso. Foto di Michal Osmenda via Wikicommons

Non  mi mancò il folclore andaluso, essendo io presente a Cadice durante la Settimana Santa. Intorno ad ogni chiesa della città si è organizzata una Confraternita che allestisce un Paso; ce ne sono una ventina. Il Paso sarebbe una specie di catafalco barocchissimo carico di oro e trine che porta delle statue di Cristo, la Madonna, dei Santi. Dalla domenica delle Palme fino a Pasqua, ogni giorno, 4 o 5 pasos escono dalle rispettive chiese e vanno fino alla Cattedrale a rendere omaggio all’altare. Poi tornano alla chiesa da dove son partiti. Sono accompagnati da un buon numero di fratelli della Confraternita, vestiti da penitenti con lunghe palandrane oscure ed altissimi berretti a punta che nascondono il volto. I pasos, o catafalchi, sono trasportati da altri fratelli che si dispongono sotto la pesantissima struttura e la alzano appoggiandosela sulle spalle. La parte sottostante il paso è completamente chiusa da drappi e dei fratelli portatori si vedono solo i piedi. Nemmeno loro vedono niente, là sotto; sono guidati da un responsabile che impartisce ordini perentori. La faccenda non è semplice, dal momento chi i pasos sono poco più piccoli delle anguste stradine nelle quali devono passare. L’abilità del conduttore è quella di far muovere questo elefante fra angoli, terrazzini, pali ed ostacoli vari. Un giovane precede con una lunga pertica per alzare i fili della luce prima che il Cristo vi si impigli. A volte, nei punti più angusti, il paso deve far manovra, avanzare e retrocedere a forza di comandi del conduttore alla sua ventina di portatori ignari di dove si trovino. Diventa una gara di abilità fra confraternite ed il pubblico, numerosissimo partecipa con passione alla vicenda. A volte le statue urtano un terrazzino e ciò è un gravissimo disonore per il conduttore e la Confraternita tutta. La musica accompagna. La processione avanza lentissima, ci vogliono ore prima che tutti i pasos siano arrivati alla chiesa. Il pubblico sta per ore in piedi a vedere la processione. Alcuni ricchi si comprano, a carissimo prezzo, dei palchi allestiti nella piazza della Cattedrale. Emozionante il paso che sfila il venerdì santo, alla mezzanotte. Lo fa in assoluto silenzio, si ode solo la voce del conduttore. Non vi è musica e dopo il suo passaggio, le luci delle strade che percorre si spengono e resta solo l’oscurità della morte.

Seguii con interesse tutta la settimana ed accompagnai la processione della parrocchia del quartiere in cui abitavo. Mi ero assai immedesimato….

Allo stesso modo partecipai al celeberrimo pellegrinaggio del Rocio, aggregandomi alla Confraternita di Cadice. Con comodissimi treni non mancai di andare a Siviglia a vedere la Feria e ad assistere ad alcune corride, fra le quali una a cavallo, che non avevo mai visto. Partecipai anche alle conferenze stampa di alcuni toreri, in un elegante albergo accanto alla Plaza de la Maestranza, l’arena più prestigiosa del mondo.

Insomma, non mi feci mancare niente di tutto il folclore andaluso, ancora vivo, anche se comincia a dar segni di appassimento.

E quindi, perché me ne andai da Cadice invece di decidere di passarvi il resto dei miei giorni?

Per un motivo semplicissimo e tragico al tempo stesso. Una volta preso il sole, passeggiato nelle stradine, assistito alla settimana santa e mangiato las tapas, a Cadice non c’e’ più assolutamente niente da fare. La vita culturale e sociale di quel posto è pari a zero. Ed anche la gente lascia a desiderare: difficilissimo farci un discorso, anche terra terra. Sono piuttosto inconsistenti, come molti andalusi, del resto, ma qui è ancora peggio. Tutto piattissimo; quindi feci la valigia e me ne andai. Ci son poi tornato, successivamente, per assistere al Festival del Flamenco di Jerez; ma non provai nessun sentimento forte. Tutto piattissimo, ancora una volta.