La commedia di viaggiare su GNV, Grandi Navi Veloci.

Ho recentemente fatto due viaggi con il traghetto Majestic della compagnia Grandi Navi Veloci – GNV – da Civitavecchia a Tunisi con scalo a Palermo. Ci vogliono 27 ore, invece che una e mezzo in aereo, ma al Viaggiatore Critico piace viaggiare e quindi preferisce un viaggio lungo ad uno breve, basta che non sia a piedi o a cavallo. In entrambi i casi la partenza e l’arrivo sono stati in orario e la traversata gradevole, anche se in presenza di un po’ di mare mosso, specialmente la prima volta. In entrambi i casi ho preso una cabina con vista e bagno: essenziale, ma confortevole e comoda.

Niente da segnalare, quindi.

Se non fosse per l’equipaggio, almeno quello “alberghiero”. Con la parte “nautica” del personale il passeggero non ha contatti. Paiono tutti usciti da una opera di Eduardo De Filippo, condita da Totò e con l’aggiunta di un pizzico dei ragazzi di vita di Pasolini. Una umanità scoordinata e strampalata gettata in pasto ad un mondo cinico. Tutti molto campani; quasi tutti giovani ed inesperti; in grande parte privi di qualsiasi formazione professionale specifica; spesso molto maleducati. Probabilmente sottopagati; ancora impregnati della dura cultura di quartiere periferico campano. Inoltre, palesemente, non gliene frega un cazzo. Ne esce fuori una specie di commedia dell’arte dove lavoratori e passeggeri paiono recitare a braccio diretti da un regista dispettoso ed ubriaco.

E’ un fuoco di fila di boutades. Entro nella nave e salgo al ponte superiore con la scala mobile. In alto c’e’ un ragazzo altissimo e stanchissimo, spalmato sulla parete che si distoglie un attimo da una animata discussione con un collega per indicarmi, con un gesto lasso, il percorso da seguire. Arrivo al ponte giusto più per fortuna che per indicazioni, e trovo un banco presidiato da un ragazzetto con i baffetti, deputato a dare le chiavi delle cabine. Alcuni passeggeri attendono in fila. Il ragazzetto baffutello chiama più volte e a gran voce certo Giovanni chiedendogli  di portare le chiavi. Nel gridare guarda verso un lungo corridoio nel quale, però, non c’e’ nessuno. Dopo tre o quattro urla, finalmente Giovanni appare con un fascio di chiavi elettroniche in mano. Perdono due o tre minuti a sistemare le chiavi sul tavolino. Ma i mucchietti sono numerosi e non tutti entrano sul piano del tavolo. Le impilano come possono, discutendo fra di loro. Sembra assolutamente la prima volta che fanno questa faccenda. Finalmente le chiavi vengono distribuite ai passeggeri.

A me tocca una cabina in fondo ad una lunghissima serie di corridoi claustrofobici. Arrivo, provo una chiave, provo l’altra e non funzionano. Torno indietro con tutto il bagaglio addosso e trovo il ragazzetto al quale espongo il problema. Con fastidio mi dice di “andare a sentire sotto”.  Lo tratto malissimo per questa risposta e lui, per scusa, mi dice che è un cameriere e che di chiavi non ci capisce niente. Fortunatamente arriva Giovanni, sempre un po’ trafelato e nettamente più sveglio di Baffetto, che prende le mie chiavi e va lui a “vedere sotto”. Dopo poco arriva un altro tipo con il giubbetto catarifrangente dell’ANAS ed una cassetta in mano. Ripercorriamo l’infinita serie di corridoi: ANAS è davanti a me (io arranco dietro con i bagagli), sa il numero della mia cabina, ma, quando vi arriva, tira dritto. Sono costretto ad inseguirlo, fermarlo e riportarlo indietro. Chissà dove andava, forse aveva voglia di tornare a casa sua. ANAS tira fuori la sua chiave universale ed apre la porta; poi mi guarda come se fossi un verme stupido e schifoso. Io non batto ciglio e gli passo in successione le mie due chiavi che, ovviamente, non aprono. Io lo guardo come si guarda un testa di cazzo che sa di esserlo. Mormora che deve esser colpa delle chiavi e non della serratura e che lui si occupa di serrature e non di chiavi. Su questa nave devono essere specializzatissimi e la colpa è sempre di qualcun altro. Mi fa portare delle chiavi nuove.

La nave parte e vado al bar. Mi va di festeggiare l’inizio del viaggio con un cocktail. Guardo il cameriere, annuso la faccenda e vado sul semplice. Chiedo un Negroni. (Siamo su una nave che porta molte centinaia di persone. Non alla latteria dell’angolo. E si va da Civitavecchia a Palermo; siamo in Italia, non in un paese mussulmano, durante il ramadam). Il tipo comincia a tocchicchiare gli oggetti sul bancone e mi chiede come lo voglio. Io gli dico: “Secco”, ed osservo il proseguo degli avvenimenti. Interviene un altro barista che prende la situazione in mano e gli spiega, passo dopo passo, come si fa un Negroni. Il tipo annuisce di fronte a tante cose meravigliose che non sapeva esistessero.

Il giorno dopo ricapito al bar e chiedo una birra, per stare sul sicuro. Sono costretto ad aspettare un po’ perché i tre baristi (io unico cliente) sono troppo occupati in una discussione fra di loro che intuisco essere di argomento sindacale. Finalmente uno di loro mi fa caso, prende i soldi, mi da lo scontrino e va all’altra estremità del bancone a spillare la birra. Lo seguo e gli chiedo perché non mi ha dato il resto. Si meraviglia moltissimo di non averlo fatto e va alla cassa a prenderlo, dicendo che era una piccola cifra. Ma la birra che mi ha messo nel bicchiere è tutta schiuma e sono costretto a chiedergli di riempirmi il bicchiere come si deve.

Vado a cena al ristorante. Sulla porta trovo il Baffetto delle chiavi. Quindi era vero che faceva il cameriere. Dopo lo scazzo del pomeriggio ci salutiamo come vecchi amici. Mi fa accomodare ad un bel tavolo grande. 8 secondi dopo arriva un vecchio cameriere che con fare viscidissimo e bavoso mi prega di alzarmi perché quel tavolo era prenotato. Non è vero, non c’e’ nessun cartellino. Ma non hanno voluto sprecare un tavolo da 5 persone solo per me. Non ho voglia di imbarcarmi in una nuova discussione e mi alzo. Baffetto non solo non capisce nulla di chiavi, ma anche come cameriere non ha idea. Mi guardo in giro e non vedo nessun altro tavolo libero. Il cameriere viscido mi dice che si sta per liberare quel tavolo e lo indica palesemente. A quel tavolo è seduta una coppietta che ha finito di mangiare ma vorrebbe restare seduta ancora qualche minuto; mi guardano con occhi da agnelli pronti al sacrificio e si stringono nelle spalle. Non meritano di essere scacciati da quel verme di cameriere schiavo del profitto del padrone. Quindi me ne vado a cenare al self service. Semivuoto. Prendo del cibo dal bancone e mi metto in fila alla cassa. A cui siede la versione di Fabrizio Corona made in Scampia. Ciuffo assassino ed occhi bistrati. Davanti a me, nella fila, un signore che, alla vista del conto, crede di ravvisare una truffa: il prezzo battuto sarebbe diverso dal prezzo affisso sul bancone. Lo dice a Ciuffo, ma non insiste; prende il suo triste vassoio e va sedersi, rassegnato. L’incidente sembra chiuso, ma non per Ciuffo. Il quale: 1) chiude a chiave la cassa; 2) sfila la chiave e se la mette in tasca; 3) si alza e va fino al bancone del cibo; 4) prende il cartellino del prezzo del piatto materia del contendere; 5) raggiunge il cliente ormai intento a ruminare; 6) mostra polemico il cartellino al cliente; 7) riprende il cammino verso il bancone per riporre al suo posto il cartellino.  In questo tragitto mi passa accanto; io sempre in attesa che mi batta il conto. Lo fulmino con sguardi e parole cattivissime. Ciuffo abbandona al suo destino il cartellino del prezzo, si risiede, apre la cassa e batte il mio conto.

Il cibo del self service è immangiabile. Prendo una lasagna ai formaggi che in realtà è lasagna alla besciamella senza burro e senza formaggi; ed un pollo al pomodoro da reparto ospedaliero di malati terminali. Prezzi alti.

Ci sono continuamente degli annunci su cosa si può comprare sulla nave e su cosa si deve fare per essere buoni passeggeri. Sono gli stessi annunci ripetuti molte volte la giorno, tutti i giorni. Non ci vorrebbe un genio per registrarli come si deve. Ma a Grandi Navi Veloci E Sgrammaticate non ci arrivano. Una povera ragazza dell’equipaggio racconta ogni momento le stesso cose cercando ogni volta le parole. L’italiano zoppica, il francese fa rabbrividire, l’inglese è scolastico, lo spagnolo è da barzelletta. La maggioranza dei passeggeri fra Palermo e Tunisi è tunisina; ma nessuno gli dice le cose in arabo. Durante il mio primo viaggio, almeno, la speaker era tunisina e se la cavava bene anche in italiano e francese. L’avranno cacciata perché faceva sfigurare il resto dell’equipaggio.

La nave, enorme, è fatta soprattutto di garages per macchine/TIR e da cabine. Gli spazi comuni sono pochi, poveramente allestiti e molto squallidi. Sporchini. Quindi non resta che passare il tempo in cabina, finalmente disconnessi, a leggere romanzi di fantascienza. Ma due ore prima dell’arrivo ti buttano fuori dalla cabine. Anche giustamente, le devono rifare per i passeggeri che salgono a Tunisi. Il problema è che il personale ti butta fuori dalla cabine con dei metodi certamente appresi nei bracci di Poggioreale.

Ma anche a terra il personale di GNV non se la cava molto meglio. Al primo viaggio avevo fatto il biglietto on line e l’avevo ricevuto con una mail. Le istruzioni non erano chiare (ma va!!) ed avevo scritto per sapere se con quel biglietto potevo andare direttamente alla nave o dovevo passare per la biglietteria. Dopo un paio di giorni mi arriva un messaggio di risposta, ma completamente vuoto. Faccio presente. Allora mi arriva un messaggio preconfezionato che non ha niente a che vedere con la mia domanda. Faccio presente che per rispondere ai messaggi bisogna leggerli, prima. GNV risponde in tono estremamente polemico dicendo che sul loro computer l’oggetto del messaggio non si leggeva bene (e io che c’entro?). Comunque non rispondono alla mia domanda. Faccio presente che sono un branco di incapaci. Finalmente rispondono alla mia domanda; purtroppo erano passati 15 giorni ed io mi trovavo già a Tunisi. Faccio presente e mi danno un buono di 20 €.

Io non ce l’ho mica con quei poveri ragazzi buttati nella mischia senza sapere né leggere né scrivere (non è una metafora). Io ce l’ho con la compagnia che, per risparmiare dei centesimi, non è in grado di fornire loro una formazione, uno stipendio decente. Ed ancora più importante, una dignità.

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