L’esemplare turismo genealogico

In questo edificio, nel porto di Buenos Aires, venivano ospitati gli immigrati in attesa che trovassero lavoro e casa. Ora è il Museo dell’Immigrazione. Foto di Carlos Zito via Wikicommons.

Il turismo è come la vita: ricchissimo di sfaccettature. Fra i tanti turismi meesi in pratica vi è pure quello che si dedica ad occuparsi degli antenati.

Si sa, gli italiani sono un popolo di emigranti; se ne stanno andando dalla patria ormai da un paio di secoli, in certi momenti più numerosi, in altri meno. (Perchè, quindi, tanto livore verso gli immigrati? Potrebbero essere i tuoi bisnonni). Ci sono più italiani all’estero che in Italia e ad ogni giorni altri se ne aggiungono.  Per non parlare poi degli spostamenti interni che furono massicci, verso Roma o verso il Nord, dove c’era lavoro.

Altro elemento che ci porta al tema di quest’articolo è l’interesse che, da una trentina d’anni, si è diffuso nei confronti della genealogia. Prima era solo stata una faccenda di sedicenti nobili che volevano dimostrare le loro antiche origini (tristissima la vicenda di Totò) o reclamavano eredità in cause secolari (su questi temi i veristi siciliani ci sguazzavano). Ora, grazie alla democratizzazione della cultura, anche i discendenti dei morti di fame ci tengono a conoscere le proprie, sia pur umili, origini. E se ne vantano, giustamente. In campo genealogico i più attivi sono i francesi, i quali, nella loro prosopopea, fanno di tutto pur di vantarsi di avere fra i loro antenati Carlo Magno (il che è del tutto ovvio, siamo tutti parenti). Ma anche in Italia gli archivi diocesani, storici comunali, di Stato, sono pieni di gente che fruga nei libroni che conservano esili tracce del dimenticato passato della loro famiglia: battesimi, matrimoni, morti; i più fortunati eredità.

Il turismo non poteva non penetrare anche questo settore della vita. Con tre tipi diversi di approccio.

La visita alle famiglie d’origine. Fa parte della tradizione dei vecchi emigrati italiani. Si tornava al paesello d’origine. Una volta l’anno, se si era emigrati in Europa, una volta ogni tanti anni se si abitava nelle Americhe, poveri loro. Si facevano conoscere i nipoti nati nel frattempo ai nonni rimasti alla vanga. Ci si vantava dei successi ottenuti, si tacevano le miserie e le umiliazioni subite. Storie di emigranti, il mito dello zio d’America. Questo tipo di turismo è ormai minoritario: le grandi ondate migratorie si sono estinte ormai da molti decenni ed i legami con le famiglie di origine sono esilissimi o meglio scomparsi. Gli emigrati recenti, invece, si giovano delle nuove tecnologie e delle compagnie low cost e tornano a casa, virtualmente o fisicamente, ogni giorno.

La ricerca genealogica. Per quanto esistano schedari on-line (il più incredibile è questo, frutto di una collaborazione inusuale fra Mormoni e Stato italiano) la ricerca dei propri antenati ha bisogno di molte ore chine su antichi manoscritti di impiegati comunali o di parroci (tutti cialtroni ed artritici; la brutta calligrafia e gli errori, a volte madornali, sono il pane quotidiano del ricercatore genealogico). E’ quindi necessario spostarsi nei luoghi abitati dalla propria antica famiglia, soggiornarvi a lungo, andare ogni mattina all’archivio, in compagnia del coniuge, un pò annoiato. Si soggiorna, si mangia, nel pomeriggio si visitano i luoghi che furono dei trisavoli o dei loro bisnonni. E’ un turismo speciale, ma è turismo.

Visita ai luoghi ancestrali. E’ il segmento più recente e maggiormente in sviluppo. Si tratta di coppie o famiglie che si recano a visitare i luoghi dove vissero i loro antenati, prima dell’emigrazione. Ormai non hanno nessun legame con i parenti rimasti, non sanno nemmeno chi siano. A volte sanno a malapena il nome del paese di origine; solo grazie a vecchi documenti o alle storie che giravano in casa. Altre volte, addirittura, le generazioni attuali hanno perso ogni memoria delle origini italiane e le hanno ritrovate solo grazie a delle ricerche genealogiche che sono riuscite a pescare delle preziose informazioni nei vecchi registri degli sbarchi degli immigrati a Buenos Aires o a New York.

Una volta recuperato questo esile filo, la famigliola si reca in sommesso pellegrinaggio a vedere quei luoghi che uno o due secoli fa un loro anonimo antenato aveva abbandonato, inseguito dalla miseria, inseguendo un sogno. Ci sono anche degli studi di ricerche genealogiche  che, dopo aver trovato gli antenati italiani, organizzano la “visita di ritorno” dei discedenti. Ciò avviene soprattutto per chi è emigrato in America del Nord e si ritrova spaesato in quel continente privo di storia e di memoria; è quindi desideroso di ritrovare delle vere radici in un continente come si deve. Succede anche con i brasiliani; meno frequentemente con gli altri sudamericani, forse semplicemente per motivi di minori risorse da investire in una cosa apparentemente inutile come la ricerca dei propri antenati.

Il turismo genealogico si presenta come il miglior turismo possibile. Per i seguenti motivi: per prima cosa va spesso in luoghi reconditi e poco frequentati; quelli da cui venivano i poveri antenati emigranti che non lasciavano certo Venezia o Taormina. Relegati paesini del sud, strette valli friulane, pendici pascolative abruzzesi. Non c’e’ sovraffollamento, niente ingorghi di bus. Turismo disperso, al massimo grado.

Secondo; il turista genealogico è terribilmente rispettoso dei luoghi che visita (furono percorsi dai suoi avi) e delle persone che incontra (potrebbero essere suoi cugini). Si presenta con fare discreto, umile, commosso e grato. Esattamente il contrario del turista classico, cialtrone, arrogante e chiassoso.  Volge il suo intenso sguardo alle cose, ai colori, aspira l’aria con sommessa emozione. Accarezza le case in cui l’antenato visse. Si fa tutt’uno con il contesto: un pesce nell’acqua. L’emozione che provano i turisti genealogici è intensissima. Vanno al bar e cercano di raccontare la storia della loro famiglia; si commuovono, piangono, sono felici. I locali son perplessi, ma finiscono per commuoversi anche loro e fra tutti cercano di imbastire lontane ed improbabili parentele. L’americano si scioglie ed offre da bere a tutti.

Terzo; il turista genealogico rimarrà per sempre attaccato al suo viaggio. Continuerà a parlarne a famigliari ed amici, conserverà un grato ricordo dei luoghi visitati. Ci tornerà ancora portando figli e nipoti. Sarà un ambasciatore nel mondo dello sperduto borgo montano.

E’ così che vorremmo i turisti e non come sono normalmente.

PS. Per approfondire, una tesi di laurea sull’argomento.

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